Presentazione di G.P.
Vi proponiamo un breve saggio di Gianfranco La Grassa (sito www.ripensaremarx.it), ricco di spunti critici, soprattutto, per il suo slancio teorico e per i suoi fondamentali stimoli volti a porre le basi di una rinnovata pratica politica, più prossima alle evoluzioni dell’attuale fase storica.
Il Nostro, partendo da una citazione di Marx, tratta dall’Introduzione del 1857, mette in evidenza come il pensatore tedesco, nell’indagine sulla società capitalistica, non si sia limitato ad estrarre le determinazioni comuni e generali a più epoche storiche (valevoli per l’eternità e per qualsiasi modo di produzione umano), ma, al contrario, si sia preoccupato, di cogliere, attraverso l’elaborazione di una teoria di fase, la specificità del modo di produzione sociale, quella del capitalismo inglese che egli aveva sotto gli occhi.
Certo, Marx si serve di alcune necessarie generalizzazioni ma solo perché è più semplice, in virtù di una necessaria schematizzazione teorica, “isolare mediante comparazione” ciò che di comune vi è nella storia, ovverossia mettere“…effettivamente in rilievo l’elemento comune”, al fine di risparmiarsi una ripetizione. E di fatti Marx aveva già espresso questo concetto in “Lavoro Salariato e Capitale”, opera del ‘47:
I rapporti sociali entro i quali gli individui producono, i rapporti sociali di produzione, si modificano, dunque, si trasformano con la trasformazione e con lo sviluppo dei mezzi materiali di produzione, delle forze produttive. I rapporti di produzione costituiscono nel loro assieme ciò che riceve il nome di rapporti sociali, di società, e precisamente una società a un grado di sviluppo storico determinato, una società con un carattere particolare che la distingue. La società antica, la società feudale, la società borghese sono simili complessi di rapporti di produzione, e ognuno di questi complessi caratterizza, nello stesso tempo, un particolare stadio di sviluppo nella storia dell’umanità. (sottolineature mie)
Tutt’altra cosa è però fermarsi all’astrazione generale per farne la verità della Teoria fuori dal tempo e dallo spazio, trascurando quelle determinazioni che costituiscono lo scarto essenziale di ogni epoca, ciò che appunto Marx indica come il “concreto della produzione”.
Insomma, anche Marx, contrariamente a quanto sostenuto dai suoi esegeti biblici, non intendeva (né pretendeva, come si evince dalle sue stesse parole) elaborare paradigmi teorici universali, ma si poneva, piuttosto, l’obiettivo prioritario di individuare le caratteristiche meno contingenti del modo di produzione capitalistico, restando però nell’alveo dei rapporti sociali della “concreta” formazione sociale del suo tempo.
Per questo il barbuto di Treviri aveva ridicolizzato la “saggezza degli economisti moderni”, i quali, nel comune e nel generale, avevano “disciolto” la forma storica specifica del capitalismo per farla discendere dalla notte dei tempi:
“Gli economisti hanno uno strano modo di procedere. Per essi ci sono soltanto due specie di istituzioni, quelle artificiali e quelle naturali. Le istituzioni feudali sono artificiali, quelle borghesi sono naturali. In questo assomigliano ai teologi, che anch'essi pongono due specie di religione. Tutte le religioni che non sono la loro, sono invenzioni degli uomini, mentre la propria religione emana da Dio. Così di storia ce n'è stata, ma non ce n'è più " (Miseria della filosofia).
Gli economisti più o meno coevi di Marx continuavano a descrivere il capitale come una cosa, come la somma degli strumenti di produzione utili a trasformare materie prime in prodotti finiti da scambiare sul mercato, altro “paesaggio naturalistico”, dove s’incontravano uomini ugualmente liberi di comprare e di vendere. Ma le cose erano sempre andate così?
Che cos’è in realtà il Capitale? Esso : "non è dunque soltanto una somma di prodotti materiali; esso è una somma di merci, di valori di scambio, di grandezze sociali”. Appunto, di grandezze sociali: “L’operaio riceve in cambio del suo lavoro dei mezzi di sussistenza, ma il capitalista, in cambio dei suoi mezzi di sussistenza, riceve del lavoro, l’attività produttiva dell’operaio, la forza creatrice con la quale l’operaio non soltanto ricostituisce ciò che consuma, ma conferisce al lavoro accumulato un valore maggiore di quanto aveva prima. Qui si sostanza il rapporto di dominanza nella sfera produttiva che si dissolve nella sfera circolatoria, dove effettivamente l’operaio è libero di vendere o di non vendere la sua forza-lavoro, tanto che l’economista moderno potrà dire “che gli interessi del capitale e gli interessi del lavoro sono gli stessi…[ma] ciò significa soltanto che il capitale e il lavoro salariato sono due termini di uno stesso rapporto. L’uno condiziona l’altro, allo stesso modo che si condizionano a vicenda lo strozzino e il dissipatore” (Lavoro salariato e Capitale).
Ed ecco i grandi meriti di Marx, l’aver individuato le basi specifiche del modo di produzione capitalistico con le quali proiettarsi sullo studio della formazione sociale che meglio le incarna, quella inglese.
Dando, dunque, per scontata la validità di tali acquisizioni non possiamo fingere che nulla sia accaduto in questi 150 anni e più. Oggi, il capitalismo borghese “l’unico indagato da Marx ed erroneamente preso per il modo di produzione capitalistico” (
Per questo, più che mai urge una declinazione al plurale del capitalismo, volta ad analizzare la segmentazione in orizzontale delle formazioni sociali (e dei dominanti strategici) che di quello sono l’espressione geopolitica. Basti osservare ciò che accade ad oriente (in specie nei paesi del vecchio "socialismo reale") dove ci sono formazioni che hanno "determinazioni comuni" alle nostre (mercato e impresa o, ancora, i metodi di estorsione del pluslavoro nella forma del plusvalore), ma che si differenziano rispetto al capitalismo occidentale per tante altre caratteristiche. Certo, si tratta di formazioni non ancora "stabilizzate" che, tuttavia, nulla hanno a che vedere con il cosiddetto "socialismo di mercato" predicato dai molti ideologi moderni.
Questi sono, per l’appunto, i temi abbozzati nel saggio che vi invito a leggere.
Ho chiesto di inserire un paio di editoriali scritti da Bellone su Le Scienze (il secondo si intitola “La bellezza della ragione”). Ho letto molto in vita mia di scienze, in particolare di fisica, ma non esito a definirmi un ignorante in materia. Non mi metto quindi a dare giudizi in merito a quanto dice l’editorialista. Tuttavia, ritengo l’Italia un paese ancora pregno di cupo spirito antiscientifico. Non è mia intenzione discutere se ciò è retaggio del predominio crociano (e gentiliano) nella nostra cultura. Non mi interessa. Nutro semplicemente la convinzione, e da sempre, che siamo molto in arretrato per quanto concerne la scienza. Quindi, secondo me, il blog deve, quando può, andare controcorrente: comunque e sempre. Probabilmente, non controllando questa materia, cadremo a volte in errori o ingenuità; preferisco simile rischio piuttosto che tollerare le sbrodolature contro la sedicente “tecnoscienza”, contro lo “scientismo”, ecc. Ritengo indegno, tanto per fare un esempio, qualsiasi cedimento a chiacchieroni sull’Etica contrapposta alla scienza.
Non voglio nemmeno cadere nell’ingenuità, e anche arroganza, di coloro che credono, brandendo l’arma della scienza, di combattere magari contro la fede religiosa; mi sembra patetico un certo ateismo “militante” e, molto spesso, anche il semplice spirito detto laico. Non è con questo spirito che ritengo doveroso battersi per un rinvigorimento dell’atteggiamento filo-scientifico; questa battaglia è necessaria soprattutto in Italia proprio perché è un paese arretrato in tal senso, e solo perché è così arretrato. Se invece esistesse la situazione esattamente contraria, sarei per smorzare certi eccessivi entusiasmi filo-scientifici.
Le considerazioni di Bellone, nell’insieme, mi sembrano equilibrate. Tuttavia, in merito a quanto egli ci riferisce nell’ultima parte del secondo editoriale sulla “fine” della Cosmologia, a me pare che, se “questo è l’esito prevedibile delle nostre attuali conoscenze sull’evoluzione della materia su grande scala”, è certo lecito nutrire un qualche orgoglio per le capacità della nostra ragione, la quale però ci indica anche chiaramente i suoi limiti, l’orizzonte oltre il quale non riuscirà ad andare. E mi sembra, da profano, che non si tratti di bazzecole se veramente sparirà ogni traccia del big bang (ma allora, giacché non credo sia assodato e certo che ci sia stato, ciò significa che non si potrà mai più sapere, e nemmeno supporre in base a “prove indiziarie”, se c’è stato oppure no). Inoltre, se “fra qualche miliardo di anni” – non penso che esisteremo ancora a quell’epoca, ma in effetti tale fatto non è decisivo dato che si tratta di questione indecidibile e che comunque non inficia la semplice previsione (se poi si avvererà o meno è “nelle mani di Dio”) – non si “riuscirà più a scorgere le galassie esterne alla nostra in quanto esse si troveranno oltre l’orizzonte degli eventi” (per l’accelerazione del movimento di allontanamento delle galassie fra loro) e dunque si sarà solo “in grado di contemplare un solo raggruppamento di stelle statico entro un immenso spazio vuoto”, non mi sembra francamente che la prospettiva sia esaltante e consolante.
Naturalmente, per il momento posso ben accontentarmi della compagnia di mia moglie, degli amici e dei gatti e tartarughe, e non preoccuparmi troppo della solitudine negli “infiniti spazi”. Certamente, non metto in dubbio che tutto quanto sta facendo la scienza è comunque un successo della ragione applicata in tale settore; ed è infatti per questo che sono favorevole allo spirito scientifico e contrario ai chiacchieroni a vuoto che sparano c…..te immani sulla “tecnoscienza” e i suoi dannosi effetti. Tuttavia, non mi esalterei di fronte alla “bellezza della ragione”; anzi non la trovo nemmeno particolarmente bella. Non voglio nemmeno finire nella “scommessa di Pascal”, pur se essa è del tutto comprensibile (e ancor più lo diventa proprio in base a quanto ci suggerisce la fisica odierna, stando alle parole di Bellone).
Semplicemente ritengo che si debba accettare quanto ci dice la ragione scientifica – e sono favorevole a che la si incrementi sempre più invece di rifugiarsi nelle fantasie e nelle false consolazioni di certi vaniloqui detti “filosofici” – con lo stesso spirito del comandante di un esercito che, vedendo avanzare forze nemiche preponderanti che gli hanno ormai tagliato ogni possibilità di scampo, accetta la battaglia invece di arrendersi strisciando per terra e piagnucolando pietà. Gli antiscientisti, i critici della “tecnoscienza”, sono esattamente questi piagnucolosi; e andrebbero messi alla gogna. Tuttavia, non mi sembra proprio il caso di esaltarsi alla “bellezza della ragione”; semmai accettiamo “virilmente” (si può ancora usare tale termine o è politicamente scorretto?) la nostra disperata condizione di “sperduti nello spazio” che, per di più, hanno la ragione per rendersi ben bene conto di questo loro tragico destino.
cliccare sotto per aprire i due files:
LE RELAZIONI DEGLI STATI UNITI CON I PAESI DELL'EUROPA CENTRALE ED ORIENTALE di Ronald Hatto (Traduzione di G.P.)
II ed ultima parte (a fondo pagina il testo integrale in pdf)
2. L’ “appello all’impero" dell'Europa centrale ed orientale
Questa parte dimostrerà che la strategia americana è stata sostenuta dalla maggioranza degli europei dei paesi dell'Europa centrale ed orientale. Ma, questa situazione si spiega con gli eventi drammatici del XX secolo e la memoria di questi popoli.
2.1 Il difficile il XX secolo europeo
Per la fascinazione e l'attrazione esercitate dagli Stati Uniti sulle nazioni dell'Europa centrale ed orientale, è necessario ritornare sulla storia della regione nel XX secolo. Dopo la prima guerra mondiale, gli stati che si erano trovati dalla parte dei perdenti come
È in parte a causa di questa storia difficile tra le potenze dell'Europa occidentale e i loro cosiddetti protettori dell'est che le elite dirigenti degli stati dell'Europa centrale ed orientale non hanno difficoltà a convincere le loro popolazioni ad allinearsi sulle posizioni americane. Poiché vale il discorso per cui gli Stati Uniti sono alleati più affidabili degli europei dell'ovest. La gestione del conflitto nella ex Iugoslavia, a tale riguardo, non ha risolto nulla per l'Ue. Dopo un tentativo inutile d'intervento (proficuo nel caso della Slovenia) in Croazia, gli Stati membri dell'Ue si sono divisi sulla questione del riconoscimento delle repubbliche secessioniste della Croazia e della Slovenia prima di dovere chiamare l'ONU e
2.2 IL FATTORE RUSSO
La cortina di ferro comunista abbattutasi sull'Europa centrale ed orientale tra il 1946 ed il 1948 è stata definita "tradimento di Yalta" dalle elite anti-comuniste di questi stati. Ciò che occorre notare, è l'abilità del governo degli Stati Uniti a fare dimenticare che era esso era parte integrante di questo "tradimento" (7). Se l'"ordine di Yalta" si è trovato smantellato tra il 1989 ed il
In primo luogo, il carattere instabile della politica russa post-sovietica che non ha riassicurato i suoi vicini. L'attacco militare contro il Parlamento nell'ottobre 1993, ordinato dal Presidente Eltsin, dimostrava che la democrazia era poco consolidata. Inoltre, la gestione brutale del conflitto secessionista in Cecenia, a decorrere dal dicembre
In secondo luogo, lo stato della democrazia continuava a preoccupare gli osservatori in Russia ed inizialmente i suoi vicini. La tolleranza, negli anni 1990, delle opinioni aggressive e xenofobe di un Vladimir Jirinovski, le eliminazioni di giornalisti che criticavano il potere (e che continuano ancora oggi) o l'imprigionamento di uomini d’affari senza un equo processo non danno prova della buona salute delle norme democratiche (su questi problemi pesano però i tentativi americani di destabilizzazione della Russia attraverso le provocazioni militari, la propaganda mediatica ed uno stuolo di ONG che usano la democrazia come un “cannone culturale”, NDR). Terzo ed ultimo punto,
La prima ragione si basa sull'argomentazione secondo la quale gli Stati Uniti sono un amico vicino, comprensivo ed affidabile. Il principale esempio utilizzato per giustificare quest'argomentazione è il ruolo svolto dagli americani nell'ammissione dei vecchi stati comunisti nella NATO.
La seconda ragione riguarda la percezione dell'eccellenza americana in quasi tutti i settori (potenza strutturale), che include la promozione della democrazia e della libertà. In altri termini, gli Stati Uniti sarebbero una superpotenza unica e generosa. L'attrazione esercitata dalle università private americane sui paesi dell'Europa centrale ed orientale sottolinea questa percezione.
La terza ragione del sostegno agli americani è l’anticomunismo. Durante il periodo della sovranità sovietica, solo gli Stati Uniti si sono mobilitati per controbilanciare la propaganda comunista di Mosca.
La quarta ragione è la paura della Russia. Questa ragione non riveste tuttavia la stessa importanza in tutti i paesi dell'Europa centrale ed orientale. La prossimità geografica, i legami culturali e la storia più o meno conflittuale permettono di suddividere le nazioni tra quelle che temono
Infine, la quinta ragione riguarda la speranza dei vantaggi economici e finanziari che derivano da un allineamento sulla posizione americana. Sul lungo periodo, i paesi che riceveranno basi americane come
CONCLUSIONI
Le politiche europee di promozione della democrazia e della sicurezza sono state spesso percepite come insufficienti dai paesi dell'Europa centrale ed orientale. Dinanzi ad una PESC balbettante, "l'appello" agli Stati Uniti per una "nuova Europa" è ovvio. Agli occhi delle popolazioni dell'Europa centrale ed orientale, le ambiguità dell'Europa comunitaria in materia d'allargamento come anche quelle nel settore della promozione della sicurezza ai loro confini, possono, a breve e a medio termine, soltanto rendere ancora più auspicabile, per questi paesi, la presenza americana nella regione. Inoltre, il vertice di San Pietroburgo del 10 febbraio 2003 tra
Per equilibrare l'alleanza Ue-Russia che si dispiega sopra le loro teste, gli stati dell'Europa centrale ed orientale (in particolare i paesi baltici,
Ronald Hatto, Maître de conférences à l’Institut d’Etudes Politiques de Paris
[6] Georges Castellan, Histoire des peuples d’Europe centrale, Paris, Fayard, 1994, p. 353.
[7] Nous entendons par trahison l’abdication du gouvernement américain face à la « Déclaration de l’Europe libérée » incluse dans l’Entente de Yalta. Cette déclaration soulignait le droit des peuples libérés de la domination fasciste de créer des institutions démocratiques de leur choix. Ce principe découlait de
[8] Voir Cristian Preda, « Le proaméricanisme roumain : trahison et diffamation », Revue Internationale et Stratégique, No. 53, 2004, pp. 110-112. Les raisons présentées dans l’article expliquaient l’attachement de
[9] L’équilibre des puissances est l’un des concepts les plus utilisés par les analystes d’inspiration réaliste. Le balancing se rapporte aux efforts visant à contrebalancer la puissance d’un Etat ou d’une alliance perçu(e) comme trop influent(e). Le bandwagoning consiste, pour les Etats plus faibles, à rejoindre un Etat puissant capable de les protéger contre une menace quelconque malgré les risques de perte d’autonomie. Il s’agit de laisser la grande puissance jouer le rôle d’équilibreur à leur place. Pour une présentation du bandwagoning, voir Randall L. Schweller, « Badwagoning for Profit. Bringing the
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Il supplemento economico-finanziario Affari & Finanza di
Ma l’ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, a detta di Greco, in privato non perderebbe occasione per muovere dure critiche alle politiche di approvvigionamento italiane; sotto l’occhio del ciclone ci sarebbe proprio quel mega progetto chiamato South Stream, una imponente condotta del valore di 14 miliardi di dollari, che passando sotto il Mar Nero e scavalcando tutti i paesi allineati degli USA, porterà gas russo direttamente in Europa, e l’Eni parteciperà sia in fase di progettazione che di realizzazione.
E’ non è certo un caso se i russi, pochi giorni fa, abbiano offerto la presidenza del South Stream proprio a Romano Prodi (il quale ha comunque rifiutato), nonostante che lo stesso si sia opposto, durante la sua ultima presidenza, proprio alla volontà di Gazprom di diventare un fornitore finale di gas sul mercato italiano. Tre anni fa, sotto il governo Berlusconi, fu l’allora a.d. di Eni, Mincato, a siglare una bozza di intesa con il colosso energetico russo per “restituirle”, “nell’ambito della rinegoziazione dei decennali accordi di fornitura, 2 miliardi di metri cubi di gas che i russi potranno vendere direttamente in Italia.” Ma nell’affare entra a far parte anche un certo Bruno Mentasti, amico intimo di Berlusconi, cosicché Mincato fa un passo indietro e cerca di ostacolare il progetto. Il governo Berlusconi allora decide di sostituirlo con Scaroni che inizialmente dà il via libera all’accordo. Ma saranno l’Antitrust e il colleggio sindacale dell’Eni a far saltare l’accordo; fatto sta che però Gazprom non molla e ritorna all’attacco tentando nuovi negoziati. Nel frattempo cambia il governo, e nonostante Prodi ed i suoi più stretti collaboratori non abbiano nessuna intenzione di favorire gli interessi berlusconiani, i russi riescono, dopo altri sei mesi, a raggiungere un accordo sulle forniture: i miliardi di metri cubi che Gazprom può vendere direttamente in Italia intanto sono saliti a tre, ma sarà costretta a venderla da sola. Prodi però ha modo di farsi perdonare lo sgarbo. Il tutto è legato alla questione del colosso energetico russo Yukos, il cui capo viene fatto arrestare nel 2003 (apprendo da altre fonti che il motivo dell’arresto di quest’ultimo risiederebbe nel fatto che stesse intavolando delle trattative segrete con l’americana ExxonMobil per venderle la maggioranza della società); il potere politico russo si adopera per favorire gli operatori italiani, cosicché il consorzio EniNeftegaz (60% Eni, 40% Enel) con la benedizione di Prodi e del ministro degli esteri D’Alema, partecipa all’asta e rileva attività Yukos per 5,8 miliardi di dollari. Ma i russi, interessati come sono alla partnership con gli italiani, intervengono addirittura, seppur formalmente estranei alla questione, nel ridurre le pretese del governo del Kashagan in merito allo sfruttamento di un ingente giacimento petrolifero ad opera di un consorzio guidato inizialmente dall’Eni: la società italiana perderà comunque la guida del consorzio, ma sarebbe potuta andare peggio se fosse mancata appunto l’intermediazione della Russia.
L’altro articolo a firma di Leonardo Coen invece mette a fuoco altre rilevanti cooperazioni fra i due paesi, ma questa volta di carattere prevalentemente industriale. “
L’autore quindi passa in rassegna alcune di queste sinergie industriali;
In definitiva l’impressione è che tutto ciò sia più il risultato dell’intraprendenza della classe dirigente politica e dei più importanti gruppi economici russi che dei corrispettivi italiani, certo nel campo dell’energia Eni è un colosso che nel suo settore teme pochi rivali (soprattutto la sua controllata Saipem, specializzata nella messa in opera delle condutture, è leader mondiale indiscussa) ed è quindi in grado di far sentire il suo peso in maniera determinante anche quando si tratta con i russi; ma in relazione agli altri settori (industriali e non meramente energetici) altresì viene quasi da pensare che l’Italia stia, diciamo per avviarsi, a diventare una sorta di pedina al servizio delle mire imperialistiche russe. Gli Stati Uniti non stanno certo a guardare, le pressioni già sono in atto e sappiamo quanto l’intero nostro ceto politico sia permeabile alle “richieste” provenienti dall’altra parte dell’Atlantico; difficile fare previsioni sugli sviluppi futuri, ma è comunque certo che la presa degli States sul nostro paese è ancora ben salda (soprattutto tramite gli apparati finanziari e appunto politici completamente proni) e per il momento, considerando un arco temporale di qualche anno, la situazione da questo punto di vista sembra non debba subire particolari scossoni.
7 Maggio
(di G.
PRESENTAZIONE di G. P.
Vi presentiamo un nuovo saggio di Gianfranco
(link: http://www.ripensaremarx.it/percorsi_nel_capitale%201.pdf).
In questa sezione
Notoriamente, il pensiero di
Ma perché nel capitalismo la sfera finanziaria assurge ad un ruolo così determinante?
Nella formazione sociale capitalistica i prodotti sono esitati come merci, cioè, immediatamente, come valori di scambio che esprimono un prezzo. Come detto da Marx: “Preso in se stesso il prezzo non è altro che la espressione monetraia del valore" ovverosia esso è “esponente della grandezza di valore della merce, cioè del suo rapporto di scambio col denaro” .
Senza voler entrare nelle diverse funzioni svolte dal denaro (cioè quello di essere misura dei valori, mezzo di circolazione, segno del valore e, infine, di tesaurizzazione), diciamo che questo assume, nella società capitalistica, compiti e scopi affatto diversi da quelli svolti nelle organizzazioni umane precedenti. Dirà ancora Marx che finché la merce si scambiava contro merce vi era solo “ricambio organico sociale”, ma quando interviene il denaro, in quanto “mezzo di circolazione delle merci”, il capitalismo si afferma modificando tutto il “panorama” sociale anteriore. Tuttavia, è solo l’estensione di determinati rapporti sociali che consente al denaro di poter dispiegare le sue funzioni specifiche, come quella di equivalente generale delle merci nello scambio, dopo che la forma-merce dei prodotti umani è divenuta la regola (i valori di scambio delle merci non sono che funzioni sociali di queste, Marx).
Lo stesso discorso deve essere, pertanto, allargato alla complessiva società mercantile che si impernia sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. Quest’ultimi non sono Capitale per il solo fatto di essere privati, ma lo diventano se la struttura sociale (ed i rapporti nei quali essa si sostanzia) è organizzata sulla base di una divisione netta tra proprietari di detti mezzi e possessori di mera forza-lavoro (quindi soggetti de-privati degli strumenti produttivi) costretti ad impiegarsi presso i primi per la loro stessa sopravvivenza.
Questo spossessamento iniziale permetterà agli: “… imprenditori capitalisti di produrre un plusvalore, o, il che è poi la stessa cosa, di appropriarsi di una certa quantità di lavoro non pagato, questo fatto consente al proprietario dei mezzi di lavoro, che egli presta in tutto o in parte all'imprenditore capitalista, cioè, in una parola, consente al capitalista che presta il denaro di reclamare per sé un'altra parte di questo plusvalore, sotto il nome di interesse". Ampliandosi i rapporti sociali capitalistici anche le funzioni del denaro si estendono, rendendo la sfera finanziaria (che si occupa precipuamente della merce-denaro) autonoma rispetto alla stessa base produttiva. Al proposito seguiamo le illuminanti parole di Marx: “Il possessore di denari diventa capitalista nella sua qualità di veicolo consapevole di tale movimento. La sua persona, o piuttosto la sua tasca, è il punto di partenza e di ritorno del denaro. Il contenuto oggettivo di quella circolazione – la valorizzazione del valore – è il suo fine soggettivo, ed egli funziona come capitalista, ossia capitale personificato, dotato di volontà e di consapevolezza, solamente in quanto l’unico motivo propulsore delle sue operazioni è una crescente appropriazione della ricchezza astratta. Quindi il valore d’uso non dev’esser mai considerato fine immediato del capitalista. E neppure il singolo guadagno: ma soltanto il moto incessante del guadagnare”. (Marx, Il Capitale)
Dietro questa asserzione c’è il convincimento marxiano che la tendenza di fondo del capitalismo sia quella di un restringimento dell’interesse per la produzione, a causa della progressiva centralizzazione dei capitali che crea una classe di puri rentier dediti al taglio delle cedole. Se da un lato la centralizzazione dei capitali riversa nelle mani di pochi gruppi tutto il potere sociale, dall’altro la base produttiva sistemica si ricompone nel lavoratore collettivo cooperativo associato, il quale rientra in possesso della visione complessiva della produzione e dei saperi ad essa sono sottesi.
In sostanza, controllo sociale (nonché politico e statale) e basi materiali riproduttive si disgiungono essendo le seconde non più appannaggio dei proprietari capitalistici (i quali agiscono di conserva per spartirsi i loro superprofitti) ma di un soggetto collettivo che nella produzione individua i suoi reali interessi, maturando, così, la consapevolezza di poter fare benissimo a meno della proprietà.
In verità, il fenomeno che più balzava agli occhi (ma che veniva mal interpretato nei suoi sbocchi ultimi) riguardava il moltiplicarsi del cosiddetto “segno moneta” nella società a modo di produzione capitalistico e che faceva crescere a dismisura le imprese che trattavano tali segni (le banche). Secondo la teoria elaborata da Marx, ripresa anche da Kautsky, i processi di centralizzazione sarebbero divenuti, a questo, punto ancor più incipienti tanto che il settore bancario, per via dei finanziamenti agli investimenti imprenditoriali, avrebbe finito per controllare interamente il settore industriale. Si completava, a quel punto, il processo di separazione tra economia reale e finanziaria, con trasformazione dei soggetti che detenevano la proprietà azionaria in una classe ristretta di individui interessati ai soli profitti da rendita, proprio come i signori feudali del precedente modo di produzione.
Da questa constatazione, si diramavano due differenti pratiche (intese come altrettante visioni del mondo antinomiche) che rispondevano a due modi contrapposti di fare la lotta al sistema: la via riformista e lineare che prevedeva l’estromissione pacifica dei “signori della rendita” dallo Stato e dalla produzione, in quanto essi non collaboravano più allo sviluppo della società essendone divenuti semplici parassiti; la via rivoluzionaria la quale aveva, invece, ben presente un ulteriore problema (seppur analizzato nell’ambito di questa visione deterministica). E qui dobbiamo fare riferimento a Lenin. È vero, secondo Lenin, che tali processi sono invitabili, almeno tendenzialmente, ma prima che si fosse giunti all’unico trust mondiale preconizzato da Kautsky si sarebbero acuiti i conflitti tra borghesie nazionali per il controllo di più ampie aree d’influenza (all’interno delle quali rientravano quei paesi capitalisticamente arretrati). Ciò implicava l’uso della guerra per il regolamento dei conti tra potenze al fine di conquistare la preminenza, tanto sul mondo capitalistico che su quello non capitalistico (le colonie). Di conseguenza, anche la finanza doveva svolgere un ruolo attivo per il proprio paese di riferimento incanalando risorse e mezzi verso le imprese che meglio aggredivano gli altrui mercati, accrescendo la potenza (economica, militare, statale) della propria borghesia imperialista.
Lenin opera qui una correzione decisiva della teoria ortodossa pur non mettendo in discussione le premesse errate che sorreggono il modello dottrinale iniziale. Ma ciò che in quel dato momento storico viene risolto con l’astuzia pratica di un rivoluzionario intelligente si riprospetterà, amplificandosi, in tutti i suoi aspetti deleteri dopo le sconfitte “seriali” del movimento comunista internazionale.
Il nucleo logico della dinamica capitalistica non sta nella proprietà privata dei mezzi di produzione poiché, se di questo si fosse trattato, la previsione circa la centralizzazione (o anche la formazione del General Intellect), avrebbe potuto avere un senso ed una coerenza.
Ma cosa cambia se invece rintracciamo la natura dinamica del Capitale nel flusso conflittuale della lotta interdominanti che struttura e ristruttura costantemente la società? Avviene che il paradigma iniziale perde di significato essendo mutato il piano di analisi dell’oggetto sociale. La teoria deve allora riposizionarsi tenendo conto dei fenomeni storici che si sono prodotti e che non potevano essere letti attraverso i suoi precedenti paradigmi, i quali escono, pertanto, ridimensionati nella loro portata scientifica.
Lenin, trovandosi di fronte a questo impasse “reagisce”, per così dire, cambiando l’“ordine” di alcuni fattori, non volendo (o non potendo) destrutturare l’impianto teorico marxista; il risultato complessivo, ovviamente, non cambia (il sistema teorico di riferimento è insufficiente a cogliere la natura del capitalismo) ma almeno si ottiene un vantaggio momentaneo, utile a districarsi in quella specifica situazione (ed ecco l’analisi concreta della situazione concreta). La finanza viene così nuovamente sottoposta ad una volontà politica superiore, quella statale, intesa come stanza di compensazione dei conflitti tra classi dominanti, il "Comitato d’affari della Borghesia" (il tema dello Stato dovrà essere ampiamente affrontato in altro saggio, poichè, come abbiamo più volte ribadito, esso non è il luogo di sintesi sociale dove le classi dominanti ricompongono i loro interessi). Con questo riposizionamento, la finanza torna a svolgere una “mansione” più coadiutoria nella formazione sociale capitalistica.
Oggi quella “correzione” leniniana (un vero gioco di prestigio per non inficiare l’impianto teorico generale), non è più di alcuna utilità pratica ed ha esaurito ampiamente la sua carica rivoluzionaria. Occorre prendere coscienza del fatto che il capitalismo non è intrinsecamente destinato all’autodissoluzione (a causa di crisi viepiù profonde, sempre ultime e definitive, che costituiscono un limite invalicabile al suo avanzamento); al contrario, le crisi devono essere considerate alla stregua di epifenomeni scatenati da un movimento magmatico sotterraneo il quale, eruttando in alcuni punti, cambia tutta la morfologia del “paesaggio” in superficie. Per
Uno dei principali sviamenti del marxismo viene dall’aver accettato la cosiddetta razionalità strumentale (minimo spreco di risorse per l’ottenimento di un risultato massimo) quale elemento basale della dinamica capitalistica. Se tale principio permea la sfera economica nella sua interezza è perché in questa si producono le energie per l’approntamento delle strategie di tutti i settori dominanti; inoltre, anche nella sfera economica il perseguimento dei massimi profitti non sempre risponde alla logica univoca del minimax, poiché, a volte, l’adozione di decisioni non immediatamente profittevoli, dal punto di vista monetario, può dare una maggiore performatività all’azione contro i concorrenti nel medio-lungo periodo (si pensi all’abbassamento dei prezzi di certi prodotti, al di sotto dei costi, per un certo periodo, al fine sbarazzarsi di quelle imprese che versano già in situazione di difficoltà) .
Nella sfera politica e in quella ideologico-culturale l’azione degli agenti dominanti, benché spesso l’ideologia economicistica penetri anche in queste aree con i suoi “pungoli” strumentali, è orientata alla “massimizzazione” strategica. La visione dei processi sociali è qui sicuramente più ampia ed è indirizzata all’occupazione di aree d’influenza, attraverso lo scontro con altri settori dominanti, tanto all’interno che all’esterno della formazione sociale dove questi operano. Del resto, l’acerrima competizione senza veli della sfera economica, qualora non venisse ricomposta a livello politico ed ideologico, manderebbe in pezzi tutta l’impalcatura societaria.
Marx ha avuto il grande merito di svelare cosa si nascondesse dietro l’uguaglianza e la libertà formale del modo di produzione capitalistico nella sfera circolatoria. Sul mercato si confrontano uomini “liberi” che autonomamente decidono di vendere e comprare merci, tuttavia l’origine di tale “barbaglio egualitario” rinviene dall’aver imposto una profonda ineguaglianza nella sfera produttiva, laddove il Capitale ha già vinto essendosi erto di fronte a uomini spossessati di tutto (e che per questo sono costretti a vendere l’unica cosa ancora in loro godimento, la capacità di erogare energia lavorativa) con la sua forza razionalizzatrice.
L’essersi concentrato sulle contraddizione nella sfera produttiva (dove si apre il conflitto Capitale/Lavoro) ha impedito a Marx di dare il giusto peso allo scontro tra agenti strategici dominanti nella sfera politica e in quella statale (il cruccio che lo ha attanagliato per tutta la sua produzione teorica), portandolo ad accettare l’impostazione dominante che assegnava alla razionalità strumentale il massimo impulso sistemico.
In una concezione di questo tipo l’economia prende il davanti della scena sociale e la stessa politica viene intrappolata dai meccanismi di razionalizzazione strumentale che operano nella prima. Sulla base di questa errata inversione nasce la convinzione che gli agenti politici sono aggregati, in posizione subordinata, alla proprietà capitalistica ed è solo nella sfera statale (camera di compensazione dei gruppi dominanti borghesi) che si realizza l’unità universale di questa classe.
Tale conflitto strategico, che persisteva anche nei precedenti modi di produzione (esplicandosi nella sola sfera politica e militare), con l’affermarsi del capitalismo penetra direttamente nella sfera economica ove produce cambiamenti radicali che modificano forme e strutture di tutta la vecchia società.
La conflittualità nella sfera economica si condensa in nuclei concorrenziali chiamati imprese. Le imprese si moltiplicano e creano una fittissima rete di rapporti che cresce in seguito alla “duplicazione del prodotto lavorativo in merce e denaro”. All’interno di ciascuna impresa si combinano i fattori produttivi (materie prime, lavoranti…) al fine di esitare output che contengono lavoro non pagato, dal quale il capitalista ricava il suo profitto. La frammentazione degli organismi lavorativi, in seguito alla penetrazione del flusso conflittuale nelle attività produttive, sdoppia la stessa sfera economica in una sfera precipuamente produttiva e in un’altra banco-finanziaria. La forma impresa pervade così anche la finanza, laddove operano corpi capitalistici che maneggiano denaro quale rappresentante “segnico” della ricchezza generale. Compito di queste imprese è quello di moltiplicare detti “segni” e per raggiungere questi risultati tali enti devono intrecciare le loro attività con quelle dei settori industriali.
L’incessante sviluppo produttivo assunto dalle imprese fa di queste l’anello vitale della sfera economica. All’interno di esse i ruoli si stratificano, si complessificano, portando alla formazione di: “a) uno strato lavorativo, pur sempre dotato di spessore gerarchico, con una larga base di attività spogliate di saperi o al massimo dotate di quelli soltanto ultraspecialistici e del tutto sminuzzati; b) un ben più ristretto apparato, articolato in diversi settori (dipartimenti, divisioni o altre partizioni imprenditoriali), di manager in possesso di poteri (e capacità) direttivi, che applicano al settore sottoposto alla loro giurisdizione la razionalità del minimax (se è limitata o meno non è affatto la questione più interessante da sollevare da parte di chi elabora scientificamente le sue teorie, senza mescolare livelli diversi di astrazione); c) un vertice ancora più ristretto di imprenditori strateghi, i cui ruoli debbono essere occupati da chi sa usare saperi politici, per quanto applicati alla sfera sociale di cui si sta trattando”. (
E’ proprio la presenza delle imprese che rende propulsiva la formazione sociale capitalistica, poiché la costante pressione da queste esercitata nella direzione dello sviluppo delle forze produttive impedisce alla stessa di stagnare, nonostante si verifichino periodiche crisi. Il meccanismo della crisi s’innesca proprio a causa della sottesa corrente conflittuale che spinge i gruppi dominanti alla conquista della preminenza con eliminazione degli avversari (espulsione dal mercato). Anche quando vengono strette delle alleanze tra imprese e gruppi dominanti, per governare la conflittualità eccessiva, questa viene solo momentaneamente risospinta sullo sfondo.
Tuttavia, lo strato strategico dominante, operante nella sfera produttiva e in quella finanziaria, non viene a contatto solo con i corrispondenti omologhi operanti nello stesso ambito, ma viene, altresì, ad intrecciare la propria azione con gli agenti strategici della sfera politica i quali mettono in campo condotte di più ampio respiro, definendo la collocazione di ciascuna formazione nazionale all’interno della formazione capitalistica globale. Sicché si verificano delle pressioni da parte degli agenti politici affinché il flusso conflittuale sociale sia incanalato anche nella lotta contro l’ “esterno”. Come si vede, la teoria lagrassiana pone la sfera economica (nella sua duplicità produttiva e finanziaria) a supporto di quella politica che agisce ricomponendo l’”anarchia” conflittuale, al fine di una maggiore coordinazione in ambito geospaziale e geopolitico.
Ma, come detto, l’azione di questi agenti strategici deve essere corroborata dalle risorse prodotte nella sottostante sfera economica, con le quali i dominanti politici ordiscono le loro trame per dare all’intera formazione sociale una maggiore copertura ideologica, attraverso la rappresentazione di interessi comuni a tutti gli strati sociali che la sostanziano. Senza questa uniformità non è possibile condurre una lotta verso l’esterno.
Diviene chiaro allora che le angustie del conflitto capitale/lavoro spiegano solo una piccola parte dello svolgimento della formazione sociale capitalistica. Se il dato in essa preminente è il conflitto strategico interdominanti tutta la legalità sistemica deve essere sottoposta ad un riorientamento d’indagine, perché dell’oggetto analizzato si sono colte appena le sfumature.
Il conflitto strategico implica dunque un rapporto strettissimo tra gli agenti che operano nella sfera economica, in quella politica e in quella ideologico-culturale. Mentre ribadiamo che sono gli agenti decisori nella sfera politica ad avere una visione omnicomprensiva degli indirizzi strategici utili a primeggiare nella formazione capitalistica globalmente intesa, la preminenza di una sfera sull’altra dipende da specifiche congiunture: “Nei periodi in cui vanno accentuandosi gli scontri tra le strategie degli agenti dominanti … il commercio del mezzo monetario si sviluppa in modo sempre più squilibrato, concentrandosi spesso su se stesso e divenendo così lo scopo centrale degli agenti capitalistici. In fasi simili, più complicati e ramificati divengono i vari strumenti di tale commercio e si ampliano le dimensioni e l’influenza sociale di quella che viene denominata finanza. Ricchezza e potere sembrano dipendere fondamentalmente dalla crescita di quest’ultima, dall’intensificarsi del commercio monetario (nei suoi via via più numerosi segni rappresentativi). Questa “visione distorta” è caratteristica precipua degli agenti capitalistici dominanti nella sfera economica, che perseguono i loro obiettivi di supremazia attuando strategie relativamente più ristrette – rispetto a certi gruppi di agenti nelle altre sfere – sia in senso spaziale che temporale”.
La crisi è perciò il meccanismo che rimette in ordine le cose, gli agenti politici riconducono quelli finanziari al loro ruolo precipuo di alimentatori delle strategie conflittuali adeguate a sostenere gli agenti strategici nella sfera politica. Ma la crisi è anche il sintomo, a livello globale, di una più accesa conflittualità tra formazioni sociali, laddove gruppi di agenti dominanti si scontrano con altri per la conquista di aree d