Caro Domenico,
quelli del Guardian e dell’Independent, a volte anche quelli del bravissimo Robert Fisk, sono proprio i classici “argomenti di sinistra” che io non condivido.
Io valuto le cose innanzitutto da un punto di vista che reputo in questa fase nodale: quello dell’antimperialismo. Non mi fermo qui, ma quello è il primo filtro che applico.
Perché? Perché quella che stiamo vivendo (e che è destinata ad approfondirsi) non è una crisi economica, più o meno grave ma dello stesso tipo di altre, non è la “crisi del capitalismo” come sognano i marxisti-per-finta, ovvero gli ultrasinistri che non hanno capito nulla di cosa è successo dal 1848 (Manifesto del Partito Comunista) ad oggi e ripetono le formulette come zombie. E infine non è nemmeno la crisi del neo-liberismo, come vorrebbero ad esempio quelli del PdCI e di Rifondazione, nostalgici del keynesismo sociale. E’ una crisi di assetti di potere internazionali.
1. La sinistra (che io distinguo dagli anticapitalisti e dagli antimperialisti, cioè da quelli che una volta si chiamavano “comunisti”) ha il magico dono di essere quasi sempre confusionaria e superficiale. Un bel frullatino, ed ecco che siamo di fronte alla crisi del neo-liberismo inteso come estremo risultato del “modello di sviluppo” capitalistico (che cosa? il capitalismo sarebbe un “modello di sviluppo”?).
Di Lenin la sinistra ha capito solo le cose che invece era meglio scordarsi: le “fasi supreme del capitalismo”. Sono 150 anni che si aspettano le “crisi terminali” del capitalismo. Non c’è stato cambiamento nel modo di operare del capitalismo che non sia stato salutato come una “fase suprema”. E dato che non si sa più che storia raccontarsi (dopo che si è scoperto che la Grande Narrazione Proletaria era una favola che ha fatto collassare l’URSS e cambiare rotta di almeno 90 gradi alla Cina), ecco che ci si inventa l’equazione capitalismo=neo-liberismo, con tanto di limiti ultimi ecologici.
La Natura al posto del Proletariato come contraddizione insormontabile. Tra tutte le soluzioni possibili per inventarsi la nuova Grande Narrazione è la più scombinata, perché l’uomo e i suoi rapporti sociali spariscono come cause e rifanno capolino solo come effetti. Un vero e proprio ritorno agli dei antropomorfi, a Giove Pluvio che scatena i temporali.
Io non nego che ci siano limiti ecologici allo sviluppo senza (un) fine del capitalismo. Anzi, è la cosa più logica. Ho comunque i miei dubbi che siano quelli che ci vengono raccontati, spesso con fare isterico. Ma più che altro rammento sempre che così come i potenti si facevano le guerre tra loro anche se provocavano pestilenze di cui essi stessi rischiavano di rimanere vittime, allo stesso modo potremmo anche andare arrosto senza aver intaccato una sola virgola dei meccanismi capitalistici, se non rimettiamo in testa i rapporti sociali, tra cui i rapporti di potere. Non rischiamo forse da oltre mezzo secolo l’olocausto nucleare? Non è un limite ecologico anche quello? E che limite!
2. E quindi? Io parto dal presupposto teorico e fattuale che il neo-liberismo e la globalizzazione siano stati un modo per cercare di gestire la crisi sistemica statunitense. Cioè la crisi della capacità degli USA di coordinare ed egemonizzare i meccanismi di accumulazione capitalistica mondiali.
La crisi sistemica precedente, cioè quella dell’egemonia Britannica, ha visto la guerra dei trent’anni, 1914-1945 tra Stati Uniti e Germania per subentrare alla Gran Bretagna come potenza egemone, ha visto la crisi del ’29, ha visto la nascita dei fascismi storici, e infine dopo la vittoria degli Alleati ha visto il ristabilimento di un nuovo ordine mondiale egemonizzato dagli USA (ovviamente esteso solo in modo imperfetto sul pianeta: essendo il capitalismo basato su sviluppi differenziali e conflitti di potere, non ci può essere un “capitalismo universale”, ultraimperialistico).
Questo ciclo egemonico statunitense è entrato in crisi nel 1971. Da allora si è fatto di tutto per rilanciarlo: gestione della stagflazione e poi violentissima deflazione, finanziarizzazione, programmi di Guerre Stellari, globalizzazione, guerre imperiali dopo la caduta del Muro di Berlino (Croazia, Bosnia, Serbia, Somalia, Afghanistan, Iraq due volte), utilizzo dell’estremismo islamico (vedi ad esempio la Cecenia), e poi “rivoluzioni colorate”: Serbia, Bielorussia, Ucraina, Kirghizistan, Georgia, tentativi poco chiari o maldestri di ingerenza in Tibet e in Birmania, tentativi per fortuna non riusciti in Venezuela e in Bolivia (e infatti in Honduras si è ricorsi a un classico golpe).
3. Non c’erano, in certi casi, anche gravi contraddizioni interne che hanno facilitato il rovesciamento dei governi o il tentativo di farlo? Certo, a volte c’erano e a mio avviso la “rivoluzione verde” iraniana è spia di importanti contraddizioni in quel Paese, ma ne riparlerò solo dopo che la crisi sarà passata, perché adesso esse sono, come si sarebbe detto una volta, contraddizioni secondarie.
A volte invece sono state inventate; a volte sono state ampliate o fatte incancrenire ad arte (è il caso del Kosovo, dove una non-pulizia etnica, come ha stabilito in seguito l’OCSE, era descritta, Veltroni docet, come “un genocidio secondo solo ad Auschwitz”; dove una organizzazione criminale come l’UCK veniva rifornita di armi dalla Nato; dove semmai c’è poi stata una pulizia etnica contro i Serbi, i Rom e gli Ebrei, ma gli intellettuali di sinistra, come Adriano Sofri o Astrit Dakli del Manifesto, si sono guardati bene dal parlarne.
A parte tutto questo, il punto principale è che di queste contraddizioni (quando reali), delle sofferenze della popolazione che si dichiara di volere aiutare, della democrazia, eccetera, eccetera, di tutto ciò ai giochi imperiali non frega proprio un bel nulla. La parola “democrazia” è la meno citata nei report e negli studi geostrategici, se non come possibile arma da guerra.
4. Siamo attualmente di fronte a uno scontro globale di poteri statali in cui gli Stati Uniti sono in questa fase l’attore più pericoloso.
Capisci cosa vuol dire concretamente per gli USA vedersi ridimensionare al ruolo di grande potenza ma non superpotenza dominante? Capisci ad esempio che cosa vuol dire per gli USA avere un dollaro carta-straccia che non si può più sostenere sul predominio militare-politico statunitense ma è mantenuto in vita dalla benevolenza degli altri, ovvero dai loro giochi intrecciati d’interessi, perché tale è la “benevolenza”? Capisci cosa vuol dire per la sua tenuta sociale (parliamo di un Paese senza ammortizzatori sociali, un grande Far West capitalistico) un ridimensionamento dei livelli di consumo? Capisci perché se la crisi si aggrava non è fantascienza un attacco contro l’Iran, come ha per altro minacciato Kissinger, che significherebbe avere l’economia mondiale in ginocchio il giorno dopo e in questo procurato deserto la ancora ineguagliabile forza militare e politica statunitense cercare di fare il buono e il cattivo tempo con rischi inenarrabili?
Vogliamo evitare gli incubi? Allora bisogna ragionare con coordinate antimperialistiche e non di sinistra (a meno che la sinistra non le adotti, cosa che non sembra voler fare). Vogliamo evitare gli scenari da incubo? Allora dobbiamo mobilitarci contro tutte le manovre imperialistiche statunitensi e i loro colpi di coda.
5. La sinistra nei confronti dell’imperialismo ha sempre fatto bau-bau a parole, ma alla prova dei fatti si è di solito allineata. Che altro è successo all’inizio del secolo scorso durante la Grande Guerra? La sinistra di allora ha votato i crediti di guerra per sostenere i propri imperialismi (onore a Lenin che ha invece tirato fuori la Russia dal grande macello).
Che cosa ha fatto la sinistra in Italia durante il secondo governo Prodi dopo le oceaniche dimostrazioni contro le guerre di Bush? Ha votato i creditini di guerra, rifinanziando l’invasione dell’Afghanistan - l’unico che non c’è stato, Turigliatto, è stato cazziato persino dalla Rossanda: l’importante era tenere in vita un’accozzaglia immonda che evitasse il ritorno del Berlusca; non era smettere di fare da pedalino alle strategie imperiali di Bush. Per non parlare della guerra alla Serbia del post-comunista D’Alema.
Tanti bau-bau liturgici contro la guerra in Afghanistan e quella in Iraq (perché, ci piacevano forse i Talebani e Saddam Hussein?) si sono rivelati per quel che erano: piagnistei pseudo-umanitari in stile pretesco. Ben vengano i preti a fare i preti, ben vengano i boy-scout a fare i boy-scout, ma il compito dei comunisti non era diventare una massa di boy-scout senza calzoni corti ma con le bandiere del Che, o una massa di preti senza clergyman che inneggiano ai matrimoni gay di Zapatero (che poi già nel 2007 costui abbia fatto fare più di 660.000 respingimenti di immigrati non ci interessa, noi ci incazziamo per i 500 respingimenti di Maroni nel 2009 - e ovviamente con Gheddafi. E’ un argomento di “destra”? Anche i marocchini ammazzati perché cercavano di immigrare clandestinamente a Ceuta nel 2005? E il blocco navale denominato in codice “Operazione bandiere bianche” nel Canale d’Otranto deciso dal primo governo Prodi e costato la vita il giorno di Pasqua del 1997 a 85 albanesi? E’ un altro argomento di “destra”? Beh, allora cerchiamo di farli diventare di sinistra questi argomenti!).
Il compito, addirittura classico, dei comunisti sarebbe stato quello di egemonizzare quei movimenti, indirizzarli verso una coerente politica antimperialista.
E invece, eccoci qui alla prova dei fatti. Stretti tra il Gandhi statunitense Barack Obama e il Gandhi iraniano Mir-Hossein Mousavi, inneggiamo alla “lotta per la libertà dei giovani, degli studenti, dei lavoratori e delle donne iraniani”.
Perché bisogna dire così. Esattamente come si deve sempre aggiungere “l’unica democrazia in Medio Oriente” quando si parla di Israele, “la più grande democrazia del mondo” quando si parla di India, bisogna dire “leader moderato” quando uno si stende a pedalino, “leader estremista” quando invece difende gli interessi dei suoi, “pazzi” quando si parla dei leader della Corea del Nord, “musi gialli disonesti e imbroglioni” se si parla dei Cinesi, e “l’unico indiano buono è un indiano morto” se si parla di Pellerossa, allo stesso modo quando c’è una “rivoluzione colorata” è buona creanza dire che è fatta da “giovani, studenti, lavoratori e donne”.
Verifiche? E che? Si verifica un assioma e specialmente un assioma che non dice nulla?
6. Mi rendo conto benissimo che i percorsi soggettivi sono complessi e le motivazioni anche, ma l’effetto è che hic et nunc appoggiare la rivolta colorata (verde in questo caso) è esattamente come votare i crediti di guerra. E’ esattamente come sostenere l’invasione dell’Afghanistan e quella dell’Iraq (amo forse Ahmadinejad?). I distinguo sono per dopo, tutto il continuum sociale tra individuo e stato-nazione lo indagheremo dopo la crisi. Sarà obbligatorio farlo, anche in termini politici. Oggi non si può, perché è in corso un attacco imperialistico all’Iran.
Se non lo si capisce non solo non eviteremo, ma rischieremo noi stessi di fare disastri che possono avere conseguenze catastrofiche.
E’ un discorso cinico? Al contrario. Il cinismo è quello di chi sfrutta il malessere degli altri per i propri fini. E quando finiranno i fumi della disinformazione e, come è successo in Kosovo, in Romania, in Venezuela, inchieste serie chiariranno alcuni misteri, sono sempre più convinto che l’uccisione della giovane Neda Sultan diventerà un simbolo di questo cinismo. Mi posso ovviamente sbagliare, ma potrebbe proprio finire così.
D’altra parte, non lo sapeva già il Manzoni: “E il premio sperato promesso a quei forti, sarebbe, o delusi, rivolger le sorti ...”?
Un abbraccio.
Piotr
Se Chiamparino (un bel “volto” di “onest’uomo”, come lo fu quello di Bersani) manterrà il suo (abbastanza improvviso) rifiuto di partecipare alla corsa per la segreteria del Pd, mettiamo allora avanti le mani e diciamo perché – secondo le nostre “divinazioni” – lo farà. Aspetta il consolidarsi politico del nuovo progetto lanciato da Montezemolo (con dietro la Fiat e Marchionne e parte della ben nota, spero, GFeID). Cercheranno rapporti con Casini e probabilmente non disdegneranno, magari in modo più defilato per non apparire troppo rozzi, rapporti con l’Idv (e ovviamente con quel che resterà del Pd). E’ in marcia un nuovo progetto reazionario, di ricambio, visti i fallimenti di bloccare Berlusconi. Il nuovo progetto scombinerà comunque le fila anche nel Pdl (Fini innanzitutto e poi “alcuni” della vecchia Forza Italia; lì si vedrà la coerenza o l’essere invece “uomo per tutte le stagioni” di tipi come Tremonti). Forse si metterà di traverso la Lega, se manterrà il suo carattere popolare, di radicamento “nel territorio” (però non nel centro-sud) e di difesa ad oltranza delle piccolo-medie imprese (e del lavoro “autonomo”), che saranno i “bastonati” nel nuovo tentativo di questi schifosi reazionari al 1000%.
Saranno gravemente danneggiate Eni (in primis) ed Enel, Finmeccanica, ecc. Del blocco reazionario – che spero si sgretolerà visti gli andamenti della congiuntura (non sto parlando di quella meramente economica) internazionale – saranno parte integrante i residui “comunisti”, i “marxisti” di ferro (economicisti e ideologi prezzolati dal capitale; dove prezzo sta anche per le facilitazioni accademiche di cui godono questi emeriti fetenti, da denunciare sin d’ora!), che ci criticano perché noi saremmo per certi dominanti contro altri, mentre loro li mettono tutti sullo stesso piano; il loro “cuore sanguina” solo per i “lavoratori”, per gli “oppressi”; essi sono sempre per il motto: “proletari di tutto il mondo unitevi”. Ma poi, in ogni occasione, stanno con gli Usa in perpetua trama contro i legittimi governanti dei paesi che si oppongono al loro predominio (e lo stanno infine rintuzzando); e saranno a fianco (non apertamente, questo è ovvio) con la nuova configurazione della GFeID (Montezemolo, Marchionne; più Profumo, Bazoli, ecc.), inneggiando però all’occupazione di questo o quello stabilimento per fingere di appoggiare i lavoratori che, dal nuovo blocco reazionario, verranno “mazziati”, sfibrati da lotte di retroguardia lanciate apposta da questi sinistri “estremi” (più la Fiom e altri sindacati “radicali”) per favorire – indirettamente, subdolamente, da veri Giuda quali sono (e ci scusi Giuda) – il disegno di nostra completa subordinazione agli Usa.
Contro questo lerciume umano, fin d’ora lanciamo l’avvertimento a coloro che sono in buona fede: non fatevi irretire dalle loro chiacchiere, dalle loro prospettive di “ricostruzione di una forza rivoluzionaria” contro “tutti i dominanti”. Sono la nuova versione dei vecchi “sindacalisti rivoluzionari”, dei vecchi manipoli di pestatori e aggressori; come questi, si mascherano da “estremisti” e rivoluzionari, mentre invece sono in servizio permanente attivo della GFeID in asfissia nel suo nuovo diversivo. Fateli morire, questi prezzolati e mestatori di infima tacca. Sono i peggiori di tutti; falsi e adusi ad ogni tradimento, a pugnalare alle spalle chi si fidava di loro. Basta con questi banditi. La si smetta di traccheggiare con loro.
"Contro la teocrazia iraniana. A fianco del movimento di massa. […] piena scelta di campo a sostegno del movimento di massa iraniano con una coerente proposta politica indipendente. Le istanze democratiche della rivolta vanno sviluppate conseguentemente sul loro stesso terreno: immediata riconvocazione delle elezioni! Via la repubblica islamica, via la teocrazia" Comitato Esecutivo del Partito Comunista dei Lavoratori 20 giugno 2009. Continua
Nel 2005, nel suo libro “Contro il relativismo” (Laterza, pagg. 6-7), G. Jervis* scriveva:
<<<[…] Probabilmente le idee di De Martino** ci aiutano a non perdere l’orientamento nell’incontro tra i popoli, in primo luogo per merito del suo concetto di “etnocentrismo critico”. Qualsiasi studioso, egli diceva, se incontra culture lontane non dovrebbe illudersi di poter rinunciare alla propria collocazione storica e culturale: salvo, peraltro, essere capace di esercitare un distanziamento critico anche nei confronti della propria cultura. In pratica, De Martino teneva ben fermi due principi strettamente legati fra loro: “sapere qual è la propria collocazione” e “saper fare – anche tecnicamente – la propria parte”, quindi non illudendosi di fare la parte degli altri. Egli non credeva in quella “negazione del ruolo” che di lì a pochi anni sarebbe stata uno degli slogan preferiti dagli studenti.
Per analoghi motivi, è probabile che non avrebbe approvato neppure il relativismo multiculturalistico che alcuni difendono come fosse la linea “politicamente corretta” nei confronti delle culture non-europee. A riprova di questo, tra le citazioni possibili si può richiamare il [seguente] brano:
“Non si può porre la propria civiltà accanto alle altre, e tutte considerarle come prospettive alla pari… Non si vince così il ‘provincialismo’ culturale: si deve dialogare col mondo, ma la propria parte bisogna conoscerla bene, altrimenti si rischia di cadere in un enorme pettegolezzo, in un chiacchierare ambiguo e sciocco, in un camaleontismo che simula l’apertura e la varietà di interessi, ma che è soltanto la maschera di una abdicazione senza limiti.” >>>.
Ogni ulteriore commento appare al momento superfluo.
* Giovanni Jervis, psichiatra, si è sempre occupato di comportamenti sociali e del rapporto tra temi psicologici e problemi politici.
** Ernesto De Martino, etnologo e storico delle religioni, “socialista che credeva nell’emancipazione delle masse, e riteneva di doversi battere per il superamento della subordinazione, anche psicologica, dei miserabili e degli oppressi di tutti i paesi. Eppure, al tempo stesso, era consapevole del fatto che nel corso della graduale sparizione delle culture preletterate sotto la marcia trionfante della plastica e della Coca Cola qualcosa di prezioso sarebbe andato perduto”. (Jervis)
Zizek, e gli altri della combriccola di “birichini”, se ne intendono quanto me della struttura sociale dell’Iran (e, per la verità, di qualsiasi altra struttura sociale). Ne abbiamo pieni gli zebedei di questi tuttologi solo presuntuosi e che parlano di ogni cosa come se se ne intendessero, quando la loro ignoranza è perfino superiore alla nostra. Il problema è molto più semplice e rinvia alla solita questione dell’Emiro dell’Afghanistan, su cui Lenin (e a seguire Stalin) hanno scritto pagine definitive. Essi non finsero di analizzare con “grande competenza” la società afgana dell’epoca, ma affermarono con una nettezza priva di esitazioni che un monarchico reazionario di quel paese, in quella specifica congiuntura storica, era funzionale ai processi rivoluzionari in corso (pur se magari oggi dobbiamo renderci conto che non conducevano al comunismo; ma rappresentavano comunque un totale rivolgimento del mondo precedente!) mentre i “progressisti” del movimento operaio occidentale (dei capitalismi avanzati), con le loro marce socialdemocrazie (la “sinistra” dell’epoca, schifosa come l’attuale nostra), erano dei perfetti reazionari. Ecco perché fu un errore allearsi con quei banditi, affamatori dei loro popoli (come lo furono nella Repubblica di Weimar), i quali logicamente seguirono chi prometteva, e realizzava, chances di rinascita e di uscita dalla crisi.
Comunque, oggi non ripeteremo lo stesso errore. Nessuna alleanza, in nessuna contingenza, con i sedicenti progressisti, laidi politici e intellettuali narcisisti in cerca di meglio emergere con il favore dei reazionari più venduti del mondo: quelli (sub)dominanti, servi sciocchi e senza fantasia dei (pre)dominanti statunitensi, guidati oggi dal “Serpente”. Noi torneremo con l’“Emiro dell’Afghanistan” contro i lerci individui che favoriscono Usa e Israele in nome delle libertà occidentali “di costume”. La nostra cultura resta ancorata ai nostri costumi e mentalità occidentali (non però a quel puro inganno che è la “democrazia” elettoralistica in uso qui da noi); ma politicamente preferiamo chi, costume o non costume, lotta contro gli Usa e contro Israele. Noi non siamo nemmeno, come fingono gli sporchi progressisti, per il multiculturalismo (contraddicendolo poi non appena i “diversi” lottano con coraggio contro i nemici dell’intera umanità); noi siamo per l’interculturalismo con rispetto reciproco ma precisi confini tra le diverse culture; dando tuttavia pieno e convinto appoggio a chiunque (e ripeto: chiunque) lotti politicamente (e con tutti i mezzi disponibili nelle varie congiunture e nelle diverse aree geografico-sociali) contro i suddetti nemici principali, che vogliono bloccare l’ascesa verso il conflitto multipolare, il vero faro da seguire per l’avanzamento del mondo.
Un Zizek, dopo Lenin, ha scritto adesso su Mao. Si vergogni: Mao lo avrebbe preso a pesci in faccia, leggendo l’appello che ha firmato. E così tutti gli altri; si vergognino. Se vogliono tornare al consesso civile degli intellettuali non sdraiati ai piedi dei pretesi conquistatori del mondo (oggi per fortuna in apnea), abiurino quel manifesto, si schierino apertamente con l’“Emiro dell’Afghanistan”, riconoscano di aver preso un abbaglio; capitò anche al nostro grande Antonio Labriola. Siano però umili e si spargano la cenere sul capo. Una svista può sempre capitare; ma ricordiamo il detto: “errare è umano……”. Non si scuseranno altri errori!
La rivoluzione di velluto in Iran è fallita, le proteste restano un affare per pochi scalmanati che la polizia tiene bene a bada. L’Ayatollah Rafsanjani ha chiesto ai suoi di rientrare nell’ordine e di accettare la sconfitta elettorale. Lo stesso Ayatollah dissidente ha elogiato la Guida Suprema Khamenei per come la crisi è stata gestita.
Per il presidente del parlamento Larijani le elezioni sono state un punto luminoso nella storia recente dell’Iran. L’accusa di brogli è caduta a testimonianza di quanto fosse infondata e pretestuosa.
Si ricomincia nel solco della tradizione e con la volontà di far prosperare il paese lontano dalle influenze occidentali, affidandosi all’azione governativa di Ahmadinejad.
Ma i due dissidenti, in questa nuova veste di patrioti convinti (che non convincono nessuno), si spingono oltre affermando che c’è stato un vero e proprio tentativo, messo in piedi dall’occidente, per creare una spaccatura all’interno del popolo iraniano. Dichiarazioni davvero inimmaginabili solo qualche giorno fa. Ma queste parole di facciata, tuttavia, non nascondono la bruciante sconfitta patita dalla parte pro-Usa delle autorità clericali e politiche che ora temono di essere completamente estromesse dalle cerchie statali dominanti.
Eppure, la “mafia Rafsanjani” le ha provate davvero tutte per rovesciare la Guida Suprema e il legittimo presidente, utilizzando una tecnica di destabilizzazione elaborata in ambienti strategici Usa e già collaudata in altri contesti nazionali. La Repubblica iraniana tuttavia, non è mai rimasta isolata in questa crisi, come qualcuno avrebbe voluto far credere, e tutto quello che è accaduto non farà che accelerare il processo di avvicinamento di questa alla Russia e alla Cina. Proprio questi ultimi due paesi hanno impedito, e continueranno a farlo, che la comunità internazionale comminasse delle sanzioni ingiustificate e illegittime contro la potenza mediorientale, nel momento in cui l’Europa sapeva solo appassionarsi alla fantomatica rivoluzione verde, portarice di libertà e di modernità.
L’articolo di Meyssan, da noi riprodotto qualche giorno fa, è un ottimo promemoria per capire il passato e riconoscere il futuro. Dopo questa esperienza, ad ogni modo, non sarà più possibile riprodurre lo stesso schema di menzogne. La ragione è semplice: il contesto geopolitico non è più quello degli anni’90, le potenze emergenti intrattengono tra loro rapporti che si consolidando e si rafforzano a detrimento dell’egemonismo unipolare americano. Quest’ultimo non può reggere all’avanzata della storia, sempre più i suoi concorrenti si riorganizzeranno erodendogli influenza e forza attrattiva, fino all’entrata in un’epoca pienamente policentrica. Dunque, la storia è nuovamente in marcia senza mai essersi fermata davvero, smentendo clamorosamente la serqua dei pensatori postmoderni che su tali previsioni azzardate ha costruito le sue fortune editoriali. Tutte le sfere sociali (da quella economica, a quella politica, a quello culturale) risentiranno di questo terremoto geopolitico, della ripresa, su basi radicali, del conflitto strategico tra aree e formazioni sociali. Il mondo sta cambiando e tra qualche anno sarà irriconoscibile. Il disorientamento è tipico di qualsiasi epoca di trapasso.
Ma anche noi abbiamo imparato qualcosa da questa vicenda, qualcosa che ci costringe a fare i conti con la nostra cultura. L’intellighenzia di sinistra e quella vetero marxista è oramai irrecuperabile, incatenata ad un pensiero vecchio e ineffettuale che non spiega più nulla della realtà capitalistica attuale. Le posizioni favorevoli alle proteste iraniane (che qualche ardito intellettuale di questa cricca finto anticapitalista ha definito "una ripresa del sogno utopico della rivoluzione") sono solo l’ultimo tassello di una deriva ideologica senza più freni. Con i sordi non ci può più essere dialogo; per dirla con le parole di Costanzo Preve, qualsiasi proposta di cambiamento è irricevibile se il soggetto è definitivamente irriformabile. Mettiamo quindi una pietra sul passato, teniamoci la gloria di tutto quello che questo pensiero ha realizzato e gli alti ideali che ha ispirato, ma non tardiamo ancora ad affacciarci sul futuro.
Come dovrebbe essere noto, in Honduras è in corso un colpo di stato che indebolisce il fronte antimperialista latino americano. Infatti il deposto presidente Zelaya è alleato a Chavez nella lotta per una politica di maggior equità sociale e di indipendenza dai diktat dello strapotere statunitense, aderendo alla cosiddetta "Alternativa Bolivariana per le Americhe". Ed è esplicitamente per questo motivo che il golpista Roberto Micheletti lo ha defenestrato costringendo per ora il legittimo presidente all’esilio.
Nelle strade della capitale Tegucigalpa 1.500 dimostranti si sono scontrati con le forze di sicurezza nei pressi del palazzo presidenziale.
Formalmente gli USA, tramite Hillary Clinton hanno condannato il golpe. Di fatto io mi chiedo chi in Centro America può fare un golpe senza coordinarsi con gli USA. E infatti, la nota della Clinton finisce invitando le “parti” a trovare una soluzione in comune.
Stesse parole usate dalla Unione Europea che ha esortato che “le opposte fazioni trovino una soluzione pacifica e democratica in Honduras e a questo fine avviino subito il dialogo, nel rispetto dello stato di diritto”.
Capito l’antifona? Io faccio un colpo di stato e mando via te presidente democraticamente eletto. Però io non sono un criminale, bensì una “opposta fazione” con cui il presidente eletto deve scendere a compromessi “nel rispetto dello stato di diritto”.
E’ proprio vero che “democrazia”, “elezioni”, “stato di diritto” sono termini che ognuno può utilizzare a proprio piacimento.
E quale sarebbe questo compromesso? Né USA né UE lo dicono apertamente, ma è evidente: l’Honduras deve uscire da ALBA, l’alternativa bolivariana per le Americhe.
E’ proprio per questo che è stato fatto il golpe! Un po’ di fantasia, perdiana!
Piotr
0. Premessa.
La fase politica attuale si fa sempre più drammatica. Le categorie solite usate dalla sinistra per districarsi nel reale o si rivelano essere fatte dello stesso materiale dei sogni, come diceva Shakespeare, o ripropongono percorsi che si sono rivelati fallimentari o sono inattuabili. Continua
Francesco Cossiga, dopo aver dichiarato, a più riprese, che non esiste un vero e proprio complotto contro Berlusconi, ha meglio precisato la sua posizione. Il personaggio è losco, ma ben informato, per cui è sempre utile seguire la traiettoria dei sassi che costui lancia nel mare magnum della politica italiana.
Il Presidente Emerito della Repubblica non ritiene la sinistra - in questo momento storico, anche a causa dei processi disgregativi che stanno affliggendo la sua struttura organizzativa - capace, di tessere trame oscure o disegni eversivi contro chicchessia. Quindi non può essere essa l’ “ingegno” che si muove per abbattere Berlusconi. Tuttavia, nulla vieta di pensare che la stessa sia ampiamente in grado di svolgere il ruolo di terminale delle operazioni in atto, nonché quello di “utilizzatore politico” delle disgrazie altrui. E' già successo in passato, quindi la cosa non sorprenderebbe affatto. Inoltre, il centro-sinistra è totalmente fradicio, incapace di costruire una vera linea politica attraverso la quale confrontarsi con la maggioranza sui grandi temi della politica estera, di quella interna, della crisi.
L’ opposizione è dunque a brandelli, lacerata dagli scontri interni tra i vari leaders e tra le correnti che gli stessi rappresentano, le quali, a ridosso del congresso, si affrontano senza esclusioni di colpi, facendo incrementare le tensioni e disorientando la stessa base.
Ma di fronte all’opportunità di dare una spallata a Berlusconi e alla sua compagine, un compromesso transeunte nel Pd sarà sicuramente trovato, salvo un regolamento dei conti tra i "boss" democratici in una fase successiva. Difatti, qualcuno ha già parlato dell’opportunità di rinviare il congresso almeno di un anno.
Quindi, poiché è impossibile per le vie "regolamentari", scalare il governo del paese ci si può accodare volentieri alla strategia dei poteri forti, tanto nazionali (GF e ID) che internazionali (USA e UK) per risalire la china. Le loro sorti politiche saranno più rosee mentre il paese andrà sempre più a picco.
Ma torniamo a Cossiga. Egli fa alcune ipotesi sugli avvenimenti in corso, confermando quanto da noi già subodorato negli scorsi giorni. Secondo il senatore a vita è probabile che sia in atto uno conflitto tra spezzoni dei servizi segreti, la cui condotta è stata alquanto deficitaria e al limite della compiacenza con i tentativi di chi si è impegnato a gettare fango sul Presidente del Consiglio, montando un assurdo scandalo sessuale con evidenti finalità destabilizzatrici sull’intero governo.
Com’è noto, i nostri servizi segreti sono molto influenzati dai servizi segreti americani, con questi hanno rapporti strettissimi e sono inseriti in una rete di relazioni improntate dagli Usa. Adesso, Cossiga chiede ai Servizi italiani di verificare se, effettivamente, vi sia l’azione esterna di altri apparati di intelligence di paesi alleati o amici dietro le operazioni di intossicazione e di disinformazione nei confronti del governo italiano. Cioè, egli si sta rivolgendo, a quell’altra parte dell'intelligence nostrana che dovrebbe essere più autonoma dagli alleati. Evidentemente, Cossiga sa che questi settori meno proni ai diktat statunitensi esistono e che potrebbero riportare un po’ d’ordine nelle faccende nazionali.
In secondo luogo, l’ex presdelrep ripropone il movente, da più parti considerato come un’esagerazione, di questo attacco contro il Cavaliere: una politica estera disallineata da quella americana. Dice Cossiga: “Pensiamo alla nostra mediazione nel conflitto tra Russia e Georgia, e a quanto possiamo aver dato fastidio…”. A chi ? “Per esempio agli Stati Uniti”. Un esempio davvero calzante. Tanto più che la vera bomba contro Berlusconi potrebbe scoppiare a ridosso del G8. A questo punto entreranno in scena i “mediatori” italiani (la magistratura) e gli “utilizzatori finali” (il centro-sinistra che, come ha detto D’Alema, deve tenersi pronto allo scossone sull’avversario) del progetto eversivo. La magistratura, come al tempo di tangentopoli, potrebbe prestarsi a "sparare" sul Premier qualche avviso di garanzia: “Del resto la magistratura colpisce così, aprendo un’indagine il giorno prima o il giorno stesso di apertura del summit”, Cossiga dixit. Staremo a vedere...