IL CASO ENRON E LE PRIME CONDANNE
L’altro ieri sono arrivate le prime condanne per i due principali dirigenti dell’ex impero energetico Enron, l’accusa contestata a Ken Lay e Jeffrey Skilling (un cognome che è tutto un programma) e accertata durante il processo, era quella di truffa. Come ben si sa nell’affare Enron sono coinvolte molte banche, alcune delle quali hanno accettato di risarcire gli azionisti raggirati. Si tratta di Canadian Imperial, JP Morgan e Citigroup. A rivendicare i risarcimenti sono 50 mila investitori che, tra il 1997 e il 2001 hanno visto liquefarsi circa 47 mld di dollari.
Ma facciamo un pò di storia. Tutto comincia a Houston, città petrolifera del Texas, Stato roccaforte nonché quartier generale della famiglia Bush. Persino l’aeroporto di questa città è intitolato ad un Bush, George senior, l’intitolazione pre-mortem ha allungato la vita dell’ex presidente, a quanto pare meno scaramantico di Togliatti che rabbrividì all’idea di intitolargli una scuola mentre era ancora in vita.
E’ qui dunque che la Enron fa affari, l’uomo che guida questo colosso si chiama K. Lay, umile di origine ma volenteroso sostenitore del mercato e, soprattutto, intimo amico della famiglia più potente del Texas, i Bush appunto. Certo non possiamo ripercorrere qui l’escalation di Lay, ma possiamo dire che le sue idee sulla liberalizzazione del mercato dell’energia, e del gas in particolare, gli fecero incontrare, nel 1985, un altro campione della deregulation e della mano invisibile, ovvero Ronald Reagan. Come suo vice, l’ex attore di Western di serie B, scelse G. Bush senior e per K. Lay la strada divenne da subito una discesa da percorrere in surplace. Difatti già nel 1985 la Ferc (Commissione Federale per le Riforme sull’Energia) liberalizzava il mercato del Gas naturale. All’epoca la più grande società del settore dei gasdotti era la InterNorth, pare sotto possibilità di scalata da parte di un finanziere, Irwin Jacobs, specializzato in acquisizioni di società in difficoltà (più tardi si scoprì che il suo pacchetto azionario era più esiguo di quello di Ricucci). Per rintuzzare questa possibilità l’AD di InterNorth propose a Lay di cedergli la sua Houston Natural Gas, in modo da far crescere i debiti di InterNorth e renderla meno appetibile ad un’eventuale scalata. L’accordo si fece però subito dopo l’AD di InterNorth venne silurato e il suo posto fu preso proprio da K. Lay, che si trovò a dirigere una società che controllava, in virtù della fusione, 50 mila Km di gasdotti, dal Nebraska (Nordovest) a Houston (Sudest).
Era nata la Enron, con sede a Houston.
Ma la Enron nasceva già sotto una cattiva stella, aveva sommato i debiti di due società e aveva dovuto liquidare gli azionisti scomodi, tra i quali il fantomatico scalatore Jacobs, utilizzando le somme eccedenti il minimo di legge del fondo pensioni dei dipendenti.
La Enron adottava una strategia aggressiva comprando tutto il comprabile e utilizzando per gli acquisti, non le proprie riserve, ma i profitti che sarebbero arrivati ex post da tali operazioni. Questo accadde anche quando J. Skilling, n.2 di Enron, ideò la c.d. Gas Bank. La Enron pagava subito ai suoi fornitori il metano (e non alla consegna come si era sempre fatto) agendo da intermediatrice con le imprese utilizzatrici ed accollandosi il rischio della volatilità del prezzo del gas. La Enron, da società gestrice di metanodotti, diveniva un vero e proprio “Broker collettivo”, una sorta d’intermediario tra imprese estrattrici e fruitori di energia. Ma, come dicevamo, occorreva anticipare il denaro e contestualmente non far pesare sui bilanci l’indebitamento scriteriato che ne derivava. Fu così che Skilling s’inventò il “mark to market” ovvero il principio per cui si mettevano a cassa affari già conclusi senza che i pagamenti fossero stati effettuati e incamerati dalla compagnia. Questa procedura di contabilità creativa fu adottata dalla società di Houston già nel 1991.
Naturalmente, il perverso processo contabile innescò delle reazioni a catena, soprattutto al fine di spalmare i debiti e tenere lontani gli analisti di borsa dalle reale situazione finanziaria di Enron. Il rischio era quello che le azioni si deprezzassero e il castello si sbriciolasse come argilla sotto le richiesta di rientro dei crediti da parte dei finanziatori di Lay. E’ qui che entra in gioco un altro guru della finanza, un certo Andrew Festow. Il giovane manager allestì delle società ombra che risolsero l’impasse in cui si era arenato il progetto Gas Bank. Queste società si accollavano i debiti delle operazioni Enron per pagare direttamente le società estrattrici senza lasciare alcuna scia nei bilanci del colosso guidato da Lay e Skilling. Gli affari ad alto rischio potevano così essere secretati nel migliore dei modi, con questo sistema si eludeva anche il fisco, bastava semplicemente costituire compagnie di comodo nei paradisi offshore di qualche isoletta sperduta.
Adesso possiamo dare un po’ i numeri per capire cosa era diventata la Enron in un quindicennio. Nel 1985 un’azione della Enron valeva 8 dollari. Nel 1990 il suo valore era salito a 11 dollari (inizio dell’epopea Skilling). Nel 1996 siamo a 21,5 dollari, e già 30 dollari nel 1998. Al calar dell’anno 1999 le azioni Enron valevano 40 dollari, in novembre Skilling inaugura il portale EnronOnline che divenne il principale mercato al mondo di scambi di materie prime e prodotti finanziari venduti sulla rete. Sulla scia della speculazione della New Economy, nel 2000, le azioni Enron toccano i 90,56 dollari.
La liberalizzazione del mercato del gas e dell’elettricità aveva portato i suoi frutti, almeno a qualcuno s’intende, ma i prezzi per i consumatori erano davvero scesi? Naturalmente no, se non si vuole considerare come una riduzione di prezzo uno 0,3 centesimi di dollaro nel periodo 1994-1999, a fronte di un servizio che peggiorava in qualità, anno dopo anno.
E’ qui che arriva la California, il primo mercato liberalizzato sottoposto ad una pletora incessante di black out che la dicevano lunga sul rapporto tra profitto privato e servizio pubblico. La Enron “razionava” l’erogazione di energia per farne rialzare il prezzo, improvvisamente i californiani consumavano troppo e l’offerta non poteva coprire l’intero fabbisogno. Bush junior fece subito sapere al governatore della California che non sarebbe intervenuto per calmierare i prezzi poiché era compito del mercato autoregolarsi, il presidente degli Usa disse testualmente: “Occorre comportarsi da cittadini diligenti”. La Enron aveva già ringraziato con i fondi stanziati per la campagna elettorale del Presidente in pectore.
La Enron arrivò persino in Italia, nel 1995 costituì a Sarroch (Cagliari) il Consorzio Sarlux che vedeva la partecipazione della raffineria Saras (Gruppo Moratti) con il 55% e la Enron con quota cospicua del 45% . La Sarlux decise di costruire un megaimpianto di gassificazione per 2 mld di lire. Intanto Enron aprì anche una sede a Milano con l’intento di divenire il primo fornitore nazionale di servizi dell’energia a gruppi industriali, imprese municipalizzate e PMI.
La domanda allora diviene retorica (almeno per questo blog) perché le banche continuavano a finanziare Enron? Le agenzie di rating che facevano? E i controllori dei bilanci?
La risposta a queste questioni è tutta nei nomi che adesso faremo. Ecco quali erano i più grossi finanziatori di Enron: JP Morgan Chase, Citigroup, Credit Suisse Firs Boston Usa, Canadian Imperial Bank of Commerce, Bank of America, Merrill Linch, Barclays Bank, Deutsche Bank e Lehman Brothers. Le banche sapevano dei debiti fuori bilancio e delle società ombra di Fastow ma continuavano a piazzare azioni che gli stessi analisti fra loro definivano “spazzatura”.
La Enron, inoltre, pagava profumatamente gli studi legali che avrebbero dovuto consolidare i suoi bilanci, oltrechè le società di rating che avrebbero dovuto attestarne la solvibilità, quali Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch/Ibca.
I dipendenti della Enron, che avevano investito il loro fondo pensione in azioni della società per la quale lavoravano, hanno perso tutto e non hanno più garanzie per la loro vecchiaia. Questi sono i “vantaggi” che otterranno i dominati quando vorranno giocare con chi ha già deciso della loro sorte, lo vedremo presto anche in Italia con la destinazione del TFR ai fondi integrativi. Nel frattempo dopo gli scandali finanziari della Enron e i più casalinghi Parmalat e Cirio, da “ritta a manca” si sono alzati cori per una regolamentazione più stringente dei mercati e dei conflitti d’interesse, il risultato è stato il varo della legge sul falso in bilancio che ha complicato ancor di più la possibilità di perseguire questi lestofanti.
LA DIFESA DI COSTANZO PREVE E QUALCHE ELEMENTO DI DISCUSSIONE
Solo ieri ho potuto avere tra le mani un articolo di Preve disponibile on line sul sito di Comunitarismo. Il titolo è già molto esplicativo “Il Comunismo? Ipotesi plausibile. I comunisti? Dio ce ne scampi”. Preve, in linea con le idee che sostiene da molto tempo, ritiene inopportuno ricostituire l’ennesimo partito neocomunista, destinato, già nelle premesse fondative, ad un avvitamento identitario e autotelico, a causa di elementi consustanziali alla natura stessa del suo “Essere Gruppuscolare” che l’autore spiega con tre categorie filosofiche ovvero: l’Immaginario Paranoico, il Pensiero Magico e il (P)olitically (C)orrect di (E)strema (S)inistra. Partiamo proprio dal primo aspetto e dall’ultima parte dell’articolo di Costanzo Preve, dove l’autore, del tutto giustamente, si difende dagli attacchi dei CARC che lo accusano di pubblicare con case editrici della nuova destra. Prima però un’altra divagazione. Il “Giornale” di ieri riportava la notizia dell’occupazione, da parte di giovani dell’antifascismo militante, della casa editrice Castelvecchi, rea di aver edito il libro di Domenico De Tullio “Centri Sociali di Destra”. I “giovinastri” hanno costretto Alberto Castelvecchi a posare con un cartello dove vi era scritto “Liberi Tutti”. Premesso che nelle galere non vorrei vederci mai nessun compagno, dando pienamente ragione al Trotzky che dai banchi del parlamento russo prendeva le difese degli estremisti (pur criticandone la prospettiva nihilistica) al fine di non concedere nulla alla falsa moralità dei dominanti, tuttavia, si capisce che queste operazioni estetiche non hanno nulla a che vedere né con l’antifascismo (militante di che? dato che non ci sono fascisti al potere) né con il comunismo (che fino a prova contraria continuerà a coincidere con il fallimento della pianificazione imposta dall’alto a danno dei lavoratori e dell’elettrificazione dell’URSS).
Certamente, chi si è preso la briga di leggere i testi di Preve pubblicati da Settimo Sigillo o da Arianna, sa benissimo che il citato filosofo non si è scostato di una riga rispetto alle tesi sostenute in altri testi editi, invece, dalla CRT di Pistoia o dalla Punto Rosso di Milano. Semmai è a destra che hanno bisogno di questi autori poiché sono più che mai orfani di teorie atte a cogliere la direzionalità delle cose del mondo (a meno che non si voglia considerare “teoria” il complotto demo-pluto-giudaico-massonico del Mondialismo Imperante). Noi possiamo ancora contare su Marx che, nonostante necessari riaggiustamenti teorici, dico necessari per non essere più drastico dati i 150 anni e più trascorsi dalla pubblicazione del “Capitale”, resta un buon punto di partenza, mentre non so se lo stesso possa valere per J. Evola.
Direi che è pretestuoso crocifiggere un autore a causa di un ostracismo impostogli dalla case editrici sedicenti di sinistra che solo, e sottolineo solo, per questo motivo si vede costretto a pubblicare con chi capita (o con chi condivide le sue analisi, anche se sono persone distanti dalla cultura comunista). Di puri e duri, che sono passati a piedi giunti dalla parte del nemico, ce ne sono a iosa e sono gli stessi che foraggiavano le plebi ossequianti con idiozie immani sulla “rivoluzione del giorno dopo”. Non li cito ma per chi ha letto i libri autocommemorativi del post-operaismo italiano sa di chi parlo. Detto en passant, lo stesso Negri non ci crede più nemmeno lui alle cose che scrive (queste sì edite dalla Manifestolibri o dalla Rizzoli)e, ad un nostro compagno che (durante un’incontro tenutosi a Bari per la commemorazione di Nicola De Feo) lo aveva afferrato per un braccio, Negri ha esplicitamente detto di rassegnarsi perché era tutto finito! Con buona pace delle moltitudini desideranti e cyberspaziali.
Infine, Preve porta a sua difesa un argomento convincente e lapalissiano, oscuro solo a chi si benda gli occhi con la retorica della resistenza partigiana. Stiamo dicendo già da un po’ di tempo che destra e sinistra sono un cerchio magico, un caleidoscopio che proietta sempre le stesse immagini, un gioco di specchi contrapposti finalizzato alla riproduzione di logiche servili per committenti che, per ora, definiremo Funzionari del Capitale. E allora, perché la Rizzoli o la Manifestolibri dovrebbero essere meno compromesse de Il Settimo Sigillo o All’insegna del Veltro? Caduto il primo termine della contrapposizione cade necessariamente anche il secondo, a meno che non si voglia fare la figura di quel pugile che continua a scazzottare l’aria finché non finisce per colpirsi da solo. Dunque, fin qui l’Immaginario Paranoico.
La seconda deriva che Preve mette in evidenza è il c.d. Pensiero Magico, ovvero, volendo sintetizzare: “la fonte è tutto, il pensiero è niente”. Così se qualche buona idea si deposita nel posto sbagliato deve essere anch’essa necessariamente falsa e sbagliata o al minimo una provocazione fascista.
Infine, il Politically Correct di (E)strema (S)inistra (PCES), un codice non scritto di comportamento per il vero militante rivoluzionario che sarà laico, antifascista, un bel po’ incazzato, e che, possibilmente, maneggerà il materialismo storico come un rito vudù, per scacciare i fantasmi di una realtà che non ne vuole proprio sapere di adattarsi alla profezia comunista.
Va bene, fin qui abbiamo difeso Preve, che, peraltro, lo fa già benissimo da solo ma è meglio esprimere sempre la propria solidarietà a favore di chi viene ingiustamente accusato, soprattutto per amore del “Vero”.
Ma c’è un’altra questione che con Preve si dovrebbe discutere meglio, se non altro perché costituisce un obiettivo sbagliato che va contestato subito, prima che faccia più danni del dovuto. Preve parla di due modelli di anticapitalismo, quello occidentale dello Stato comunista dei lavoratori e quello del “Socialismo Comunitario”. Il primo, come ben si sa, è fallito, più per la sua incapacità di modificare il modo di ri/produzione sociale in senso comunistico che per la sua deriva burocraticistica. Il secondo, invece, è per Preve una possibilità ancora aperta che dovrebbe contemplare, come sue caratteristiche predominanti: la decrescita, seri vincoli ecologici, democrazia ecc.ecc.
Credo, allora, che anche questo modello non avrà vita lunga e si scontrerà presto con quelle collettività sociali (guidate certo da “classi” dominanti capitalistiche) che vogliono la crescita a tutti i costi e la otterranno. Dirò di più, la devono necessariamente ottenere per il riequilibrio degli orders tra potenze mondiali, oggi a tutto vantaggio degli USA.
Come si può proporre a questa gente che vive una condizione sociale disastrosa di non imboccare la via capitalistica dello sviluppo e di attendere una soluzione “occidentale” ai loro problemi? La decrescita non si pone proprio come questione, almeno hic et nunc, e, probabilmente, questi paesi ripercorreranno le stesse tappe forzate delle rivoluzioni industriali dell’occidente capitalistico(e che, tuttavia, non è detto si ripropongano con la stessa forma storica o con gli stessi esiti). Ma come possiamo sensibilizzare questi popoli ad una crescita compatibile dopo che, proprio noi, ci siamo arricchiti considerando il pianeta una cornucopia dalla quale attingere illimitatamente? La decrescita mi sembra l’ennesima buona predica etnocentrica fatta da un pulpito ipertecnologico e ornato di pietre preziose. Al contrario, ci si deve augurare che Cina e India possano creare le condizioni per un controbilanciamento dello strapotere monocentrico (ancora per quanto?) americano. Possiamo star certi che tale auspicato riequilibrio non lo si otterrà con le vacuità sull’economia sostenibile o sulla riduzione degli inquinanti. Allora a chi la imponiamo la decrescita? Forse agli Stati Uniti? E con quali mezzi? “Mettendo dei fiori nei loro cannoni”?
IL BALLETTO DEI CONTI PUBBLICI
Siamo alle solite, il governo appena insediato ha cominciato a lamentarsi del buco finanziario nei conti pubblici lasciatogli in eredità dal precedente governo. Il precedente governo aveva fatto lo stesso e così tutti i governi che a partire dagli anni ’90 si sono autoproclamati paladini del rimpinguamento delle casse statali. Da quando è incominciata la litania sul deficit italiano, all’inizio degli anni ’90, dopo il terremoto che colpì la DC, tutti i nostri amministratori si sono adoprati per provvedimenti economici da lagrime e sangue pur di riportare in attivo il bilancio “dell’azienda Italia”. Dopo quindici anni si scopre che, nonostante il susseguirsi di finanziarie, manovre correttive, vendita dei gioielli nazionali, siamo poco sopra i livelli dai quali si era partiti nei primi anni ’90. Evidentemente qualcosa non torna, e la scusa dei conti in difetto, è un’arma brandita da ogni governo per segare le gambe a determinati soggetti sociali, più spesso i lavoratori dipendenti ma anche i lavoratori autonomi.
Il Ministro dell’Economia Padoa-Schioppa fa sapere che la situazione è peggiore di quella del 1996 e non sarà facile imprimere un’inversione a tale trand. L’OCSE ha diffuso ieri un documento dove si annuncia una crescita massima per l’Italia intorno al 1,4% con un rapporto tra deficit e PIL del 4,2% nel 2006 e 4,6% nel il 2007. Tradotto: le entrate non coprono le spese per cui si deva andare giù di mannaia. Ma chi dovrà pagare di più per tale ripristino dei conti pubblici? Facile a dirsi e, come avevamo già preannunciato, si prospetta un giro di vite sul ceto medio che nell’era Berlusconi era stato risparmiato per una convergenza di interessi all’interno della CDL.
Facendo i calcoli, al governo Prodi servono almeno 14 mld di euro per ridurre di almeno un punto percentuale il deficit e i soliti spauracchi con i quali si preannuncia l’improcrastinabilità dei provvedimenti da adottare sono: l’uscita dell’Italia dall’unione monetaria e l’abbassamento dell’indice di rating da parte delle agenzie internazionali (downgrade) che renderebbe più alto il premio da pagare per i titoli sul debito pubblico (a causa di minori garanzie di solvibilità).
Ancora una volta ci prospettano il solito vicolo cieco dal quale si esce solo con maggiore liberalizzazione del mercato interno, cospicue privatizzazioni e un abbassamento del costo del lavoro. Quanto a quest’ultima misura, attraverso il cuneo fiscale, si eviterebbe di raschiare ancora sul fondo del barile e, dalla riduzione percentuale di 5 punti, promessa dal governo, 2/3 andrebbero alle imprese e 1/3 ai lavoratori (Montezemolo & C. possono ritenersi soddisfatti, i sindacati un po’ meno). Allora, dicevamo, da dove prenderanno le risorse necessarie (14 mld per la riduzione del deficit e circa 8mld per il cuneo fiscale)? A parte le già proclamate liberalizzazioni e restrizioni di spesa pubblica (per le quali D’Alema si è tanto vantato ieri sera a “Ballarò” definendo un paradosso che sia stata proprio la sinistra ad occuparsene piuttosto che il centro-destra) ci sarà una stretta sulle tasse. Dato che gli evasori sono soprattutto lavoratori autonomi, o almeno quella parte sulla quale si riuscirà d’intervenire (mentre Montezemolo potrà continuare a piazzare i suoi guadagni in Lussemburgo), il vice-ministro Visco ha fatto sapere che le tasse si pagheranno e che non ci saranno più condoni alla Tremonti. In più sarà ripristinata la tassa di successione che il governo Berlusconi aveva abolito.
Dovrebbe così continuare in Italia quella politica di favoreggiamento dei gruppi dominanti che ci hanno portato, questi sì, alla stagnazione più nera. Montezemolo, non a caso, si sta concentrando su grandi operazioni nel settore tessile da attuare in Cina. Avete capito bene, il leader della Confindustria vuole fare concorrenza ai grandi paesi sviluppati arroccandosi nei settori meno determinanti per la crescita economica di un Paese. Invece di investire in innovazioni di prodotto, nuove tecnologie e fonti energetiche ci buttiamo nel tessile, magari anche con i contributi statali.
Rifondazione Comunista si è già messa sul chi vive ma non ha di meglio che proporre consunte politiche neokeynesiane “da domanda” alle quali credono solo loro.
La verità è che l’Italia si trova in questa situazione a causa dell’inettitudine della sua classe dirigente, sia essa politica, culturale, industriale o finanziaria. E non c’entrano nulla né le tasse, né il deficit né le agenzie di rating. Gli organismi internazionali, si chiamino essi Banca Mondiale, Fondo Monetario ecc. ecc., fanno solo da paravento agli interessi della potenza dominante. Pensate un po’ se le agenzie di rating dovessero preoccuparsi del reale indebitamento dell’economia americana, quale sarebbe l’indice di solvibilità da assegnare? Come mai nonostante una bilancia commerciale disastrosa tutti continuano a fare credito agli USA? Gli americani mettono i paesi in riga a suon di bombe e di fantomatici accordi multilaterali (come quelli che i paesi del Sud America cercano costantemente di rinegoziare) e chi contesta si ritrova presto con una guerra per l’ “esportazione della democrazia” in casa.
E’ questo che manca all’Italia, una strategia di lungo respiro orientata alla conquista di spazi di egemonia (ovviamente non da sola, ma con un assetto strategico che coinvolga altri governi) impossibile finché si resterà sotto l’ombrello protettivo americano. Purtroppo i nostri dominanti non sono capaci nemmeno di siglare un accordo minimo come quello per le forniture di gas Russo, perché gli americani hanno come obiettivo prioritario proprio quello d’impedire che si crei una forza a loro avversa in Eurasia. Per ciò gli Usa non ammettono defezioni e, soprattutto, da quei paesi che considerano alla stregua di un cortile di casa.
Quella tracciata è, dunque, l’unica via attraverso la quale si può pensare ad un futuro risollevamento di questo "povero paese" chiamato Italia, ma tale possibilità passa proprio dall’annientamento di due categorie vetuste e compromesse quali sono quelle di destra e sinistra speculari a tale servilismo pro-USA, non solo in Italia ma anche in Europa.
RIPENSARE E NON RESTAURARE IL MARXISMO
La storia dovrebbe sempre insegnare qualcosa, se non altro per evitare di incorrere negli stessi errori che, nel caso del marxismo storico, insieme ai desideri e alle aspettative delle masse diseredate hanno determinato il crollo di un impianto teorico che si pensava definitivo e dato una volta per tutte.
I due cancri che hanno afflitto il marxismo e che lo hanno ridotto ad un moribondo devono essere individuati in due prospettive teoriche - alternatesi quanto a presa sugli strati intellettuali che se ne facevano fautori e depositari, nonché traduttori per il più vasto movimento comunista - quali sono l’economicismo e il politicismo.
Cerchiamo di analizzare brevemente queste due derive del pensiero marxista che, per quanto distanti negli esiti ultimi verso i quali protendevano, erano legate tra loro come terminali estremi di una stessa logica che il filosofo Costanzo Preve definirebbe “antitetico-polare”.
Il marxismo economicistico, schiacciato com’era sulla centralità dei rapporti proprietari nell’ambito del sistema di produzione capitalistico e sulla forma di merce dispiegantesi in tutta la sua piena realtà, divaricava la sua analisi su due elementi ritenuti determinati per la comprensione del modo di produzione capitalistico: 1)le unità produttive in concorrenza sul mercato 2)il rapporto conflittuale tra possessori dei mezzi di produzione e forza-lavoro salariata non proprietaria.
Mentre la prima contraddizione portava a definire la classe capitalistica come una massoneria unitaria dove le contraddizioni, seppur esistenti, venivano ricomposte in virtù di coordinate di fondo legate alla riproducibilità sistemica(il marxismo economicistico era, pertanto, interessato solo a seguire la direzione dei processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali, le cadute del saggio di profitto e la validazione della teoria del valore-lavoro tramite complessi calcoli matematici che facessero letteralmente tornare i conti circa la trasformazione dei valori nei prezzi (di produzione)), la seconda assumeva una visione deterministica che, partendo dalle stesse contraddizioni insite nel processo produttivo capitalistico, avrebbe inevitabilmente condotto alla formazione di un soggetto antagonistico e unitario definito “lavoratore collettivo cooperativo”(G.I.), dal primo ingegnere all’ultimo manovale. La sintesi sistemica tra le due separazioni veniva affidata ad un organo terzo di ricomposizione degli antagonismi di classe che, in virtù della sua natura mediatoria, riconduceva ad unità sia i conflitti interdominanti sia quelli tra decisori e non decisori. Ovviamente essendo lo Stato strumento specifico della borghesia, tale mediazione non avrebbe potuto che essere sbilanciata e ideologica, nel senso che Marx attribuiva alla parola. Come si evince da tale disamina la sfera economica veniva considerata come determinante in ultima istanza, mentre la politica e l’ideologia (nonché la cultura) erano ritenute un coacervo di sovrastrutture tese al nascondimento e alla mistificazione dei reali processi dipanatesi nell’ambito della struttura(economica). Ma ben presto tutte le supposizioni date per scontate da questa teoria verranno a cadere: non si ha menzione di nessuna concentrazione finale che abbia ridotto la società ad una massa di diseredati contro un trust di onnipotenti capitalisti cedolari, i rapporti di proprietà, così come venivano pensati, non si sono rivelati determinanti nella polarizzazione del conflitto tra sfruttati e sfruttatori dato anche il diffondersi della proprietà azionaria (che rendeva decisiva la possibilità di disposizione sui mezzi di produzione piuttosto che la loro proprietà giuridica) e della delega della cosiddetta “razionalità strumentale”, all’interno del processo produttivo, a managers e tecnici che organizzano il prelevamento del plusvalore (mentre la proprietà poteva concentrarsi sulla “razionalità strategica”). Dunque la proprietà capitalistica lungi dal disinteressarsi dei processi produttivi per diventare una pura classe di rentiers, ha utilizzato i profitti per l’approntamento di strategie volte alla conquista di nuovi mercati e nuove zone di influenza. Infine, la teoria del valore-lavoro, tutta tesa al dis/coprimento quantitativo dei metodi attraverso i quali i capitalisti succhiavano plusvalore nell’ambito delle innovazioni di processo, ha fatto perdere di vista tutto un universo, quello delle innovazioni di prodotto che, invece, creano nuove branche produttive e nuovi mercati dinamicizzando il sistema ( il quale non imputridisce affatto, contrariamente alla “profezia”).
Sull’altro fronte, quello che potremmo definire sovrastrutturale o politicista, l’attenzione era riversata soprattutto sugli AIS, gli Apparati Ideologici di Stato, sul loro ruolo di riassorbimento dei conflitti e di inglobamento dei gruppi dirigenti operai nella prospettiva capitalistica, al fine di serrare qualsiasi prospettiva di rivoluzionamento della società. Certo, rispetto all’economicismo, questa scuola di pensiero ebbe il merito di invertire la rotta circa l’oggettivo svilupparsi delle soggettività antisistemiche nell’ambito del processo di produzione capitalistico. Anzi l’abbandono della definizione del concetto classe in sé portò ad un rinvigorimento della lotta antisistemica contro i gruppi capitalistici dominanti e contro l’ “ossidazione” e il defezionismo dei gruppi dirigenti del movimento operaio ufficiale. Tuttavia questa lotta veniva intesa come mero squarciamento ideologico del velo protettivo che ammantava la natura dei rapporti nell’ambito della società capitalistica. Anzi l’aspetto ideologico divenne persino più importante di quello strettamente politico, tanto che gran parte delle energie venivano schiantate contro gli apparati tramite i quali il sistema trasmetteva la propria ideologia, vedi appunto l’apparato scolastico.
Questo parallasse, che spostava l’angolo della visuale rispetto al punto di osservazione dell’economicismo, faceva però perdere aspetti di complessità dell’analisi che erano messi in evidenza dal marxismo ortodosso, pur in maniera riduttiva, circa le contraddizioni intercapitalistiche (e della competizione tra imprese nel mercato).
Nonostante la classe era intesa essa stessa come una processualità che si formava nel conflitto contro i dominanti, la dicotomia Borghesia/Proletariato restò il fulcro prevalente dello scontro in atto. Da tale impasse emerse una quasi rinuncia al ripensamento delle contraddizioni sistemiche e del ruolo delle classi dominanti.
Dato quello che abbiamo descritto, con brevità eccessiva ma esistono molti buoni testi dove rintracciare il dibattito in questione, appare evidente che le nuove generazioni chiamate a raccogliere l’eredità, fatta di fallimenti ma anche di importanti acquisizioni teoriche, dei marxismi precedenti non possono e, soprattutto, non devono temere di innovare e di ripensare la teoria e la pratica (anticapitalistica). Purtroppo la scarsità e la debolezza del pensiero critico che si riscontra a causa di questa sconfitta epocale è già divenuta un’arma nelle mani dei funzionari del capitale e della schiera di intellettuali codini al loro servizio (provenienti soprattutto dalle fila dei gruppuscoli ultrasinistri che negli anni ’70 si autoproclamavano avanguardia della “Classe”).
Insomma, dovremmo trasformare tutti questi punti di debolezza in punti di forza, dovremmo compiere una sorta di analisi SWOT per ridefinire un nuovo campo di azione che sia libero da sedimentazioni passate ma che abbia una buona saldezza per gli spostamenti delle “truppe”.
La parola d’ordine è: elaborare il lutto e seppellire i morti. Cercheremo in futuro (speriamo non troppo lontano) di evidenziare meglio le nostre proposte e di trovare le convergenze giuste con altri soggetti che tentano di ricostituire una prospettiva anticapitalistica, partendo proprio da una reinterpretazione di quello che è oggi la complessità del sistema.
Ps. Consigliamo, per un approfondimento di questi temi, e per un giusto tentativo di re-interpretazione del capitalismo il testo di G. La Grassa “Il Capitalismo Oggi” Ed. Petite Plaisance, che va proprio nella direzione da noi auspicata. Si tratta di un buon punto di partenza per la costruzione di una teoria più vicina alle modificazioni intervenute nella formazione sociale capitalistica e che sono coincise con l’affermarsi della superpotenza americana. Rinviamo, inoltre, sempre nella direzione indicata da questo riorientamento teorico, al post apparso su questo blog “Discutendo di teoria con G. La Grassa” di G. Amodio.
RIFORMA DELLE PENSIONI, FONDI INTEGRATIVI E INVESTIMENTI A RISCHIO
Sembra davvero strano come nella TV pubblica delle Fictions e dei Reality Shows a caterva riescano a sopravvivere programmi d’informazione pubblica come “Report” di Rai 3.
La televisione pubblica dovrebbe fare soprattutto questo visto che è un servizio a pagamento di canone, invece, questo stesso programma viene spesso boicottato dagli sponsors (come accadde dopo l’indagine sulla truffa delle acque minerali) i quali, ovviamente, non possono essere contenti della distruzione della loro immagine.
Ma veniamo a ieri sera. I vari giornalisti freelance che lavorano a Report si sono presi la briga di capire se i fondi pensione (sui quale a partire dal 2008 finirà il TFR dei lavoratori con il gioco del silenzio/assenso) sono davvero in grado di integrare la pensione concessa dall’INPS per la vecchiaia e che, riforma dopo riforma, giungerà a coprire solo il 40% dello stipendio, rispetto all’attuale 80%.
In realtà la prima cosa che balza agli occhi è l’enorme massa monetaria che i gestori dei fondi si troveranno tra le mani, circa 13 mld di euro. Si tratta di una cifra cospicua con la quale ci si può muovere in borsa comprando, vendendo, differenziando. Il problema è che nonostante si compri, si venda e si spalmi il rischio su svariati investimenti, alla fine i fondi fanno sostanzialmente perdere (un assicurato investimento…a perdere!) rispetto ai più sicuri investimenti in BOT, CCT e BTP poco redditizi ma che non ti corrodono il fegato.
Ovviamente, le banche, le società di gestione dei fondi integrativi e le assicurazioni sono tutte collegate e sono proprietarie di pacchetti azionari trasversali con un intreccio di interessi che fa vincere sempre il banco e fa perdere gli scommettitori. I costi delle operazioni che non fruttano non pesano sul loro portafoglio, ma su quello composto dai prodotti finanziari venduti ai risparmiatori. Il San Paolo di Torino ha interpretato nel migliore dei modi questo raggiro, difatti vendeva pacchetti ad alto rischio ai clienti della banca e con il denaro rastrellato faceva scommesse alquanto rischiose in cerca degli investimenti più redditizi. Nel frattempo aveva creato un fondo sul quale faceva confluire i guadagni utilizzando un geniale escamotage, vale a dire, non dichiarava all’inizio dell’operazione quali soldi stesse utilizzando per l’investimento (quelli dei risparmiatori o del proprio portafoglio) ma lo faceva solo ad investimento concluso. Quindi, se l’investimento fruttava la banca dichiarava di aver rischiato in proprio, mentre se i titoli si deprezzavano, il tonfo finanziario veniva scaricato sui fondi costituiti con i soldi dei clienti. Naturalmente, nonostante le denunce alla Consob e una multa del Ministero, il San Paolo non ha pagato un centesimo a nessuno perché il ricorso è arrivato fuori dai tempi stabiliti dalla legge. Ancora una volta i nostri amministratori si rivelano fin troppo distratti.
Ma la questione non è ristretta al sono San Paolo, quasi tutte le banche sono lanciate nel nuovo business, tra queste anche Banca Intesa di Bazoli. Ai promotori finanziari i giornalisti di Report hanno chiesto se gli investimenti che proponevano ai clienti erano sicuri e redditizi, ma la risposta era sempre la stessa e cioè né l’uno né l’altro. Peraltro la Banca invitava i promoters a scoraggiare l’acquisto, da parte dei clienti, dei titoli del debito pubblico (con la scusa del loro rendimento infimo) e li invogliava a puntare soprattutto sui propri prodotti finanziari ad alto rischio (celando ai malcapitati i costi reali e gli svantaggi in caso di caduta del titolo in borsa). Ma le banche, si sa, puntano a fare profitti come ogni altra impresa, operando nel marxiano circuito del D-D’. Più profitti equivalgono a maggiore capacità di approntamento delle strategie volte al potere e al dominio sulla società, ovviamente operando non nell’ambito della produzione di beni ma nel settore dove il denaro riproduce sé stesso.
Chiaramente le banche sono tutte uguali, e, la tua banca, non è mai diversa (come, invece, recitava uno spot di questi ultimi mesi) per cui tutte sono invischiate nell’arraffamento dei risparmi della “gente”, bene diceva insomma B. Brecht: “c’è più dignità nello svaligiare una banca piuttosto che nel fondarla”.
Ma torniamo al punto di partenza, la (contro)riforma delle pensioni che ha previsto, tra i tanti cambiamenti, anche lo storno del TFR ai fondi integrativi con la regola del silenzio/assenso, si dice per una vecchiaia più sicura, ma “si dice” appunto( i più attenti avranno già capito di che razza di riforma si tratta).
Sulla riforma delle pensioni e del TFR ci hanno messo le mani un po’ tutti quanti, da destra e da sinistra (quest’ultima con più vigore), e le riforme sono sempre andate nel senso di una diminuzione degli oneri a carico dello Stato, o meglio, dell’Istituto pubblico (INPS) che eroga i trattamenti pensionistici. Certo, non possiamo qui percorrere tutte le tappe legislative che hanno riformato il sistema pensionistico in Italia, ma rimandiamo opportunamente ad un qualsiasi manuale di Diritto del lavoro e Legislazione Sociale. Concentriamoci invece sulla riforma del TFR.
Attualmente la determinazione dell’importo del TFR si basa su accantonamenti di quote della retribuzione spettante in ciascun anno, sommati e indicizzati (75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo accertato dall’Istat rispetto al mese di dicembre dell’anno precedente).
Il TFR ha sempre avuto lo scopo di differire una parte della retribuzione alla cessazione dell’attività lavorativa per superare le difficoltà economiche, che eventualmente, possono derivare al lavoratore dalla conclusione dell’attività lavorativa medesima (ricordiamo che del TFR può anche essere richiesta un’anticipazione, non superiore al 70%, per spese sanitarie o per l’acquisto della prima casa). Si tratta, insomma, di un risparmio forzoso imposto dallo Stato così come si impongono le cinture di sicurezza sulle auto per la salvaguardia dei guidatori. Tale principio viene, però, ridimensionato con il D.Lgs 124/93 istitutivo delle forme pensionistiche complementari. Quindi, con l’entrata in vigore di tale D.Lgs, tutti i lavoratori impiegati a partire da questa data, una volta optato per l’adesione al fondo, sottostanno alla regola dell’integrale e obbligatoria devoluzione allo stesso degli accantonamenti annuali del TFR spettanti. La L. 243/03 ha successivamente previsto l’integrale devoluzione al fondo pensione degli accantonamenti del TFR con il meccanismo del silenzio/assenso. Ma se un lavoratore non esprime entro 6 mesi la sua volontà di aderire ad un fondo pensioni specifico dove vanno a finire i suoi soldi? Su quale fondo pensioni? La normativa dispone allora un privilegio a favore di quei fondi individuati o promossi dalle Regioni, tramite le loro strutture pubbliche o partecipate, o i fondi negoziali o aziendali o, ancora, i fondi cooperativistici. La legge impone, inoltre, che al lavoratore devono essere forniti tutti gli strumenti informativi necessari al fine della verifica dei rendimenti effettivi del capitale investito e dei rischi connessi all’investimento stesso. Peccato che, come abbiamo potuto vedere ieri sera, se va bene il capitale si mantiene intonso, più facilmente si possono perdere dei soldi.
E’ evidente che gli investimenti sono vantaggiosi solo per i decisori delle strategie finanziarie (banche, assicurazioni, società di gestione finanziaria) mentre il popolo “che non è mai un cazzo”, per dirla con le parole del prete eretico del film “Il marchese del grillo”, si trova sempre tra l’incudine dello Stato e il martello delle strategie interdominanti.
Detto per inciso, la maggior parte delle società che dovrebbero vigilare sui bilanci delle aziende quotate, sulle quali i nostri “bravi” gestori dell’investimento metteranno i nostri risparmi di una vita, sono le stesse che dichiaravano la solvibilità di Parmalat e Cirio quando queste imprese erano già belle che fallite. Persino il fondo COMETA, che gestisce i fondi dei metalmeccanici, si affida ai giudizi di solvibilità emessi da questi lestofanti, e alle banche che usufruiscono dei relativi servizi (e che, in entrambi i casi citati, non mancarono di disfarsi delle azioni nel proprio portafoglio qualche mese prima del crack). Ancora una volta siamo in ottime mani.
IL FERRANDO (QUASI ) FURIOSO
Ieri sera Marco Ferrando era ospite della trasmissione di Mentana “Matrix”, invitato dal conduttore per chiarire al pubblico le ragioni della sua uscita da Rifondazione Comunista ha potuto anche parlare delle sue prospettive future che stanno per materializzarsi nella costituzione di un nuovo Partito Comunista dei lavoratori. Tale soggetto politico, a suo dire, intende recuperare i temi sociali fatti naufragare dal partito di Bertinotti. Fin qui, ovviamente, nulla di male. Ferrando evidenzia lucidamente la deriva verticistica di RC e del suo segretario, il quale in cambio dell’occupazione di fette di potere politico-statale è sceso ai compromessi più inverecondi, con buona pace dei lavoratori e delle minoranze che si vanta di rappresentare.
Certo che questa “deviazione” nasce da molto lontano e Ferrando ci ha messo più di un decennio per maturare l’inevitabile decisione. Personalmente ricordo di una Conferenza dei Giovani Comunisti tenutasi a Firenze, molti anni or sono, nella quali i giovani del partito furono chiamati a decidere la linea politica da seguire (si trattava in realtà di confermare l’adesione alle scelte già elaborate dai testoni del gruppo dirigente) e i temi da sviluppare per le battaglie politiche di quegli anni, eravamo nel ’95, se la memoria non mi inganna. In quell’occasione ricordo di aver votato le tesi della sua corrente (prendendomi la rampogna rabbiosa del segretario della mia città che mi accusò di moderatismo borghese) contro la linea Cossutta-Bertinotti che all’epoca, lontana dall’appoggio al movimentismo no-global (ancora inesistente ma i cui prodromi si sviluppavano nella cultura dei centri sociali), puntava ad una sottrazione di consensi e di militanti alla “base” del PDS (intrisa abbondantemente di nostalgia “pcista” e di mancata elaborazione del lutto per la dipartita del più grande partito comunista d’occidente). Naturalmente ai ferrandiani fu quasi impedito di parlare e, già per questo, pur essendo lontano dal trotzkysmo, decisi di votare per la minoranza interna. Da allora sono passati molti anni, ma Ferrando ha continuato a seguire le magnifiche sorti e progressive di RC fino all’attuale strappo, maturato all’indomani della decisione del gruppo dirigente di escluderlo dalle candidature per il parlamento. In quest’occasione, a quanto pare, un Bertinotti paonazzo, e con le vene pulsanti di rabbia, avrebbe detto a Ferrando di ritenersi fuori dai giochi elettorali a causa di una presa di posizione del leader trotzkysta sull’illegittimità dello Stato d’Israele. Il partito, invece, sosteneva e sostiene tutt’ora la linea dei due popoli e due Stati. Ferrando fu costretto ad abbozzare e, pur non rinnegando nulla di ciò che aveva scritto, si giustificò dicendo che il libro era di qualche anno prima e che le sue affermazioni erano state decontestualizzate.
Questa è la storia, ma torniamo a ieri sera. Ferrando ha sostenuto da Mentana che un governo che si appresta a rifinanziare le missioni di guerra, che intende semplicemente revisionare la legge 30 e non abolirla come si era promesso, che ha come Ministro dell’economia Padoa-Schioppa, non potrà che essere contro i lavoratori e filo-liberista. Giustissimo compagno Marco Ferrando. Ma quando poi Mentana gli chiede per chi ha votato alle ultime elezioni torna fuori la vecchia malattia del trotzkysmo, ossia l’ “entrismo”. Ferrando, infatti, dice di aver votato Rifondazione, ma solo per una ragione irrinunciabile, mandare a casa Silvio Berlusconi. Mi sembra paradossale che una persona apparentemente così raziocinante, anche televisivamente efficace se vogliamo, cada in una contraddizione così dilattantesca. Scusami compagno, mandiamo a casa Berlusconi (un dominante parvenu, nemmeno tanto accetto dai poteri attualmente dominanti) per favorire un’altra frazione di dominanti che ha condensato nel suo grembo una serie di poteri forti che vanno dalla finanza, all’industria, ai sindacati. Non ti pare che questo moloch sindacal-finanziario-industrial-politico sia persino peggiore del precedente governo della destra? Oppure anche noi vogliamo farne una questione di stile, cultura, diritti civili, pacs e viaggi più sereni all’estero per Furio Colombo che si vergognava di essere italiano?
Questa contraddizione è davvero triste, per non dire politicamente indecente. Si tratta di una presa di posizione gravissima per chi si dice anticapitalista, dimostra come anche i sedicenti antagonisti abbiamo introiettato “la cultura normale” (analogica alla scienza normale di Kuhn) intesa come campo oggettivo “naturale” oltre il quale non si può andare. Ovvero siamo contro il sistema ma fino ad un certo ed accettato punto. Se la sinistra è quello che Ferrando ha detto ieri sera, e cioè un coacervo di poteri che hanno trovato un’ intesa (da Bertinotti a Padoa-Schioppa) come mai li ha votati? Non ci si rende davvero conto che non c’è nessuna destra da abbattere e che il potere è fatto di granuli di condensazione di forza che creano reticoli di rapporti (consolidati o più fluidi) trasversali alla destra e alla sinistra?
Evidentemente l’essenza culturale che si fa “natura” del sentire comune, pur partendo da una base ideologica particolare(derivante, appunto, dal lavorio specifico dei gruppi dominanti che producono tale ideologia) è così radicata e condivisa che chiude gli occhi anche ai comunisti(critici).
Allora, ci rivediamo alla prossima scissione, compagno Ferrando.
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Paolo Cento: dall'estrema sinistra a Padoa Schioppa. L'ultima generazione del lungo sessantotto arriva al potere. (Fonte Giovane Talpa)
di Walter Liberati
Tra i sottosegretari del nuovo governo Prodi, c'è anche Paolo Cento, un sottosegretario "no-global" come lo definisce il Corriere. La sua sottomessa richiesta a Padoa Schioppa, il suo "capo", è la cosiddetta Tobin Tax, una proposta di modesta tassazione delle rendite finanziarie che trovò qualche sostenitore nel defunto movimento no-global ma che è stata accantonata per la sua inanità ormai da tutti meno che da Cento che così dimostra di avere una certa coerenza. Quasi tutta la sua carriera politica è stata del resto segnata da una certa linearità nella scalata alle poltrone. Sin da quando divenne una ventina di anni fa consigliere circoscrizionale. I suoi esordi, dinosaureschi (come i nostri!) invece non sono inseriti nella sua biografia ufficiale ma ma a noi non sfuggono.
Paolo Cento (e con Gianni Vernetti anch'egli neo sottosegretario prodiano), allora chiamato da tutti "er piotta", fece i suoi primi passi di uomo politico in un piccolo gruppo di estrema sinistra a cavallo tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80 chiamato Lotta Continua per il Comunismo. Il principale leader del gruppo era Angelo Brambilla Pisoni detto "Cespuglio", che è scomparso qualche anno fa improvvisamente e che era approdato al PdCI di Cossutta e Rizzo. Cespuglio era uno dei pochi che veniva dalla vecchia Lotta Continua e assieme a Stefano Della Casa e a Gabriele Polo (sì l'attuale direttore del Manifesto) formavano la segreteria nazionale dell'organizzazione. Piotta dirigeva gli studenti romani di LCpC e lo si poteva incontrare alle riunioni nazionali "di settore" che si tenevano di volta in volta in diverse sedi e città. Vacuo politicamente già allora, non era interessato a nessun aspetto della teoria. La storia del movimento rivoluzionario gli era sconosciuta. Una sera in un ristorantino milanese, certo dopo qualche bicchierino, si mise ad intonare sull'aria di "Pensiero" dei Pooh "Trotsky si vendette allo straniero-ma il piccone su di lui non fu leggero... Stalin! Stalin!", un abberrazione per un gruppo come il nostro che faceva riferimento generale a un comunismo libertario e all'operaismo. Altri tempi ovviamente, storie di un epoca veramente tramontata e "orrori" di gioventù si potrebbe anche aggiungere.
Resta il fatto che anche per quella generazione la militanza nella sinistra estrema, in cui i termini"rivoluzione, antagonismo, lotta armata", ecc. erano sempre sulla bocca, fu l'addestramento per diventare classe dirigente della borghesia italiana, oggi. Chissà tra qualche anno avremo Caruso Ministro degli Interni!
Per certi versi si tratta di qualcosa di "biologico". Lenin amava ripetere: "a vent'anni rivoluzionari, a trenta liberali, a cinquanta...centoneri!". Il tempo per i più è buon consigliere e le spigolosità del radicalismo giovanile, con il passare degli anni, vengono meno. Nel caso di Cento, l'opportunismo è più che evidente. Egli fa quello che ha sempre fatto: il cialtrone e il politicante. Ma non sarà di dettaglio ricordare che la mancata "critica della politica" non ha fatto che riprodurre personale politico che si ricicla a seconda delle esigenze e al mutare delle mode.
La politica, la gente, l'ha abbandonata e ci crede ormai assai poco, già da qualche decennio. Loro invece la politica la continuano a fare, ma per conto terzi, per conto dei capitalisti e del sistema. L' ultimissima generazione del "lungo sessantotto" arriva ora persino al potere, a gestire l'esistente. Con tanto di ex l'operaio ministro di Dp, Lula-style.
Ora possiamo veramente dirlo: se loro sono di sinistra, non lo siamo noi.
Il verde sottosegretario: ora colpiamo le rendite
Cento, un no global all'Economia
«Penso alla Tobin tax». «Subito il reddito minimo». «Il ministro? Abbiamo parlato di fisco etico»
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E che vi siete detti? «Gli ho parlato del bilancio partecipativo e del ruolo del fisco etico. Mi è sembrato interessato. Ho avuto un'ottima impressione, grande competenza, grande stile. Lavoreremo bene insieme». Ma com'è che lei è finito lì, lo avete chiesto voi? «Dovevamo rompere il tabù per cui i Verdi sono una forza politica confinata ai temi ambientali. Dopo aver ottenuto il ministero dell'Ambiente, con Pecoraro Scanio siamo riusciti a far passare questa logica. Un fatto simbolico molto importante». Confindustria è spaventata dal partito del no. «Dimostreremo che anche i Verdi sono un partito propositivo in grado di affrontare i temi veri dell'economia, naturalmente con la nostra ottica». Leggo da sue dichiarazioni che «gli espropri non sono una rapina ma una spesa sociale» . «Era un caso specifico in merito a una iniziativa contro il caro-vita nella grande distribuzione. E' evidente che gli espropri fanno parte di una categoria del passato». Ultimi libri di economia? «Un saggio di Pierpaolo Baretta sulla responsabilità sociale dell'impresa e "Torniamo ai classici" di Paolo Sylos Labini. La nostra scommessa è di dare un contributo all'economia pubblica in maniera diversa». Tipo? «La decrescita per esempio. Cominciamo a ragionare senza tabù che la crescita economica non è di per sé un bene. Altro esempio è affrontare la soluzione del precariato con l'introduzione del reddito di cittadinanza, cioè il reddito minimo, come fanno Germania, Francia e altri Paesi del Nord». Lei cosa proporrà a Padoa-Schioppa? «Conosce l'associazionismo di "Sbilanciamoci"? Ogni anno presenta una contro-finanziaria puntando alla riduzione delle spese militari, al codice etico degli appalti, al bilancio ambientale. Vorrei aprire un confronto con loro. Sul cuneo fiscale vorremmo destinare una quota per stabilizzare i precari». Fisco etico che vuol dire? «Usare la leva fiscale per modificare i consumi. Sul commercio e la costruzione delle armi dovremo intervenire pesantemente. Così come vorrei adoperarmi per introdurre a livello europeo la Tobin tax sulle transazioni finanziarie e colpire le rendite speculative o i grandi patrimoni». C'è qualcosa sulla quale non siete disposti a mediare? «No, nessuna pregiudiziale. La politica dei ricatti è finita. Certo la riduzione delle spese militari sarà una grande questione culturale, politica e finanziaria sul bilancio dello Stato». Non rischiate di spaventare i mercati finanziari? «I mercati devono imparare che al centro devono essere messi i consumatori e i risparmiatori. Mi sembra che a spaventare ci abbiano pensato gli scandali Cirio e Parmalat». E' vero che ha una macchina Suv? «Sì, ma è in vendita e comunque resto contrario al suo uso in città». Roberto Bagnoli
19 maggio 2006
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LA PALESTINA IN GINOCCHIO
L’embargo economico decretato unilateralmente dagli USA e da Israele contro il legittimo governo palestinese di Hamas, eletto secondo la ritualità democratica del voto - è bene ricordarlo ai fautori insigni delle elezioni che dichiarano guerra a chiunque non si conforma a tale “santissimo” principio - sta mettendo in ginocchio, non un governo, ma tutto un popolo. E’ notizia di oggi che in Palestina muoiono almeno cinque persone al giorno per la scarsità di medicinali e per il malfunzionamento delle apparecchiature tecniche negli ospedali. Gli impiegati pubblici non ricevono lo stipendio da più di due mesi e tutto il settore produttivo si sta sgretolando sotto il peso delle sanzioni e dei divieti commerciali imposti dai cosiddetti Stati civili d’occidente. Per quanto i membri del governo di Hamas stiano cercando intese economiche con i paesi “non allineati”, pellegrinando da un capo di stato all’altro, la situazione non accenna a migliorare. L’Europa, anche in questa occasione, ha dimostrato la propria inettitudine e si è accodata, senza chiedere il permesso ai suoi cittadini, all’alleanza americano-sionista che vuole il genocidio del popolo palestinese. La Palestina è divenuta un vero è proprio campo di concentramento, circondato da una cintura di armi e cemento posta a “protezione” del povero Stato nucleare d’Istraele, vessato e martoriato dall’intifada e dai kamikaze che turbano la sua quiete. Ma nonostante la sproporzione delle armi dei belligeranti e dell’ultracinquantennale occupazione illegittima di territori appartenenti alla sovranità palestinese, il coro dei governi occidentali è unanime: o si cambia strada o in Palestina si muore. Eppure il governo di Hamas è stato votato con tutti i crismi della proceduralità democratica. Come mai un governo eletto dal popolo deve cadere? Non è per tale principio che lor signori dell’ipocrisia bombardano quotidianamente i popoli che si sono fatti sottomettere dal giogo delle dittature islamiche? Non è per questo che si esporta la democrazia?
Evidentemente, nonostante il tam tam mediatico con il quale si crea il consenso nei nostri paesi, la democrazia è solo la facciata con la quale si celano gli intenti di assoggettamento di intere aree considerate strategiche dai dominanti americani e dalla nebulosa europea, attratta da tale forza gravitazionale.
Ma mentre l’economia palestinese crolla sotto i colpi sferrati dai governi del mondo sviluppato, l’economia israeliana vede crescere il suo PIL oltre le più rosee aspettative e per il I trimestre del 2006 si parla del 6,6%. Questo trend positivo non accenna ad arrestarsi ed è strettamente connesso al maggior contenimento delle azioni di resistenza palestinesi.
Invece, l’Autorità Nazionale Palestinese, dovrà ristrutturare la sua economia non potendo contare sugli aiuti europei (circa 250 milioni di euro annui), e dovendo contenere le perdite scaturenti dal blocco israeliano dei dazi doganali (60 milioni di dollari al mese). Così il prodotto interno lordo è già caduto del 30%, la disoccupazione è al 40% e 2/3 della popolazione sono sotto la soglia di povertà. Chissà se inviando ai palestinesi il neo ministro italiano dell’economia Padoa-Schioppa, geniaccio della triste scienza, del quale noi italiani ci priveremmo volentieri, si potrebbe risollevare la situazione.
Naturalmente speriamo nella resistenza dei palestinesi e nella capacità di mediazione dei leaders di Hamas, soprattutto occorrerà insistere sulla possibilità di intessere e fortificare le relazioni con altri paesi non allineati e che vivono, seppure con meno emergenza, lo stesso stato di assedio.
NE’ IMPERO NE’ IMPERIALISMO
La situazione storica attuale impone una ridefinizione delle categorie attraverso le quali si tenta d’interpretare la realtà capitalistica e, soprattutto, occorre porsi l’obiettivo ambizioso dell’elaborazione di una nuova teoria antisistemica che ci consenta di seguire la direzionalità dei processi sociali nei quali siamo immersi. Questa operazione di comprensione e re/interpretazione dell’esistente capitalistico deve partire da uno svecchiamento delle concettualità che abbiamo mutuato (più spesso stravolto) dal pensiero marxiano e che dopo tanti anni cominciano a segnare il passo. Sono passati 150 anni dal Capitale di Marx e siccome l’escatologia marxista è lungi dall’essersi realizzata è d’uopo rivedere molte delle cose che si sono fin qui dette e che si continuano impunemente a dire.
Ovviamente, tra l’idea di impero e quella di imperialismo non possiamo che protendere per la seconda, tuttavia anche quest’ultima espone troppo il fianco e ci costringe ad una farragginosità che sarà meglio districare.
L’impero negriano è solo un esercizio intellettuale per post-operaisti senza più il terreno sotto i piedi, costretti come sono ad inseguire, ossessivamente, un soggetto rivoluzionario inesistente (il cambio di soggettività rivoluzionaria è stato, per questa gente, un adattamento continuo alle modificazioni che, di volta in volta, si verificavano nell’ambito dell’organizzazione e riorganizzazione capitalistica dopo cicli di lotte più o meno perdenti. Dal fabbrichismo dell’operaio massa che creava la sua coscienza rivoluzionaria nelle fabbriche tayloristiche, si saltellava verso il fabbrichismo della società intera che produceva l’operaio sociale, fino a giungere alle farneticazioni del soggetto disseminato e delle moltitudini desideranti che si portano i mezzi di produzione nella loro testa). Si capisce che questo, più che un tentativo teorico di comprendere la realtà, è un escamotage per non buttare a mare anni di fesserie dette con leggerezza. In tale caso il consiglio è di buttare via sia il bambino che l’acqua sporca.
Per quel che riguarda invece l’imperialismo, pur con le dovute ricontestualizzazioni storiche, qualcosa ci può aiutare ancora a comprendere. L’epoca imperialistica classica fu quella che si sviluppò tra l’ottocento e il novecento. In questo periodo l’Inghilterra perdeva la sua supremazia geostrategica e politica a vantaggio del più giovane stato Americano, con un dominio che divenne tale alla fine della seconda guerra mondiale.
Sulla base di questi presupposti è chiaro che non ci si può limitare a riproporre le vecchie teorie antimperialistiche, soprattutto in considerazione del fatto che tale fase è estremamente legata alle guerre mondiali del ‘900. Allora che fare? Dovremmo addentrarci in una seria analisi geopolitica per capire come si sta muovendo il mondo. Ovviamente, gli Stati Uniti sono al momento la potenza dominante anche se, lo sviluppo economico (che da solo non basta) di Cina e India lascia presagire che queste nazioni potrebbero, in un futuro non molto remoto, divenire concorrenti pericolosi per gli interessi geopolitici degli USA, insomma non siamo ancora all’esplosione di una fase policentrica ma se ne pongonole basi. Certo è, però, che la politica di espansione egemonica americana ha disegni ben precisi che passano per la completa sottomissione dell’Europa (sempre meno politica e sempre più una mera unione monetaria) al fine di porre un argine verso Est, Russia e Cina innanzitutto.
Gli USA sono così presi da questo compito che, per il momento, non stanno intervenendo nelle questioni sudamericane, dove si risvegliano forti sentimenti di indipendenza nazionale e di non subordinazione (vedi Venezuela e Perù) al più potente vicino del nord.