Genova, 21-06-06
Gentili Colombo, Petrosillo e Pagliarone,
vi ringrazio per l’interessamento al mio scritto. Per evitare di disperdersi in mille rivoli cercherò qui di fare solo qualche precisazione ed osservazione, non di rispondere a tutto quanto voi dite.
La mia tesi e’ molto semplice: per chi rifiuti l’esperienza del “comunismo storico del 900”, e condivida i dubbi di La Grassa e Preve sul comunismo di Marx, “comunismo” e’ oggi una parola vuota, che conviene abbandonare perché inutile sul piano teorico e dannosa sul piano pratico. Chi non condivida questa conclusione ha un modo molto semplice di confutarla: fornire un significato chiaro e condivisibile alla parola “comunismo”. Il minimo che ci si possa aspettare da chi si definisce comunista mi sembra appunto di dire, in modo chiaro e sensato, cosa intenda per “comunismo”. E’ interessante il fatto che nessuno dei miei critici riesca a farlo. Discutiamo alcuni dei significati che mi avete fornito:
La mia opinione è che “Comunismo” volesse indicare l’organizzazione sociale ed economica che avrebbe permesso di raggiungere giustizia, uguaglianza e libertà. Ma se questo è vero, chi si dichiara comunista deve dirmi qual è questa organizzazione sociale ed economica e perché essa, invece di altre, dovrebbe assicurare giustizia, uguaglianza e libertà. Se non è capace di farlo, “comunismo” resta una parola vuota.
Cordiali Saluti
Marino badiale
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
IL REVISIONISMO DI GIAMPAOLO PANSA
Una delle arti in cui noi italiani siamo imbattibili è quella della salita sul carro dei vincitori. Si tratta di una vera e propria arte e non di una semplice “capacità atletica”, difatti, siamo sempre in grado giustificare intellettualmente e con un buon linguaggio edulcorato quello che più semplicemente si dovrebbe definire “tradimento” o che nel politicamente corretto di questa fase, viene definito “sano revisionismo storico”. Questa arte contempla due atteggiamenti polarizzati ma speculari, e cioè: gli osanna per il vincitore e la gogna per il decaduto (le famose monetine a Craxi sono emblematiche in tal senso).
Tra gli artisti del revisionismo si affermano spudoratamente gli uomini di sinistra o della pseudosinistra intellettuale che, per la ossessionata volontà di rimarcare la lealtà al nuovo padrone, fanno le pulci alla storia in modo da confondere le idee e gettare fango sulle bandiere rosse che prima alzavano come dei forsennati e che oggi affossano con altrettanto foia.
Giampaolo Pansa è un vero e proprio “masterizzato” in questo campo. E’ partito dagli episodi in editio minor della resistenza per svelare quanto, anche a sinistra, si fosse cattivi e si ammazzasse crudelmente sia i fascisti che chi li copriva. Spesso i partigiani si guardavano in cagnesco anche tra loro per ovvi motivi ideologici (nonostante il comune nemico nazifascista) ma anche a guerra conclusa fu difficile stabilire chi doveva deporre per primo le armi. Per non parlare delle foibe che lasciano aperte antiche ferite e servono oggi da giustificazione a chi vuole cancellare il contributo comunista alla liberazione dal nazifascismo. Evidentemente è giusto parlare anche di questi episodi, Pansa non lo sa ma ci fa un favore coadiuvandoci, suo malgrado, a spezzare la mitizzazione della resistenza partigiana divenuta un feticcio nella mani di bande rivali chiamate polo delle libertà e Unione, alleate del grande capitale finanziario americano, le quali neutralizzano, nella ritualità delle corone depositate sui monumenti ai caduti, una lotta che fu buona e giusta.
Ma naturalmente gli intenti del suddetto giornalista-storico sono ben altri e guardando alla storia dal buco della serratura si tenta sempre di trovare appigli per escludere qualcuno dagli onori e dagli allori. Siccome il comunismo storico è oggi caduto deve essere cancellato dalla memoria storica dell’umanità, anche quando contribuiva a liberare i popoli e le nazioni dal giogo della dittatura. Le persone intelligenti colgono il messaggio, tra queste ci sono i giullari come Benigni che nel suo pluripremiato film “La vita è bella” fa liberare Auschwitz da un carro americano e non sovietico (di qui l’Oscar della vergogna)
Insomma le ispezioni pansiane degli orifizi del tempo storico scovano sempre episodi torbidi (un po’ merdosi) che tornano utili per il revisionismo odierno. Ma Pansa, in questa sua ginnastica intellettualoide si spinge sempre più avanti e sull’Espresso di questa settimana ha denunciato le atrocità degli anni di piombo lasciandoci l’ennesimo insegnamento. Pansa se la prende in sequenza: 1) con i brigatisti che ridevano, dalle loro celle, in faccia ai parenti di Moro e a quelli degli agenti di scorta morti in via Fani, 2) con gli editori che pubblicano le memorie di queste feroci assassini e li riabilitano all’olimpo degli opinion maker e alla performatività del consumismo odierno 3) con quelli del centro-sinistra che hanno permesso ad un ex di Prima Linea di divenire uno dei segretari della camera dei deputati.
Quanto alle risate dei brigatisti non mi pare che fossero rivolte ai parenti dei morti, ma più che altro alle “coorti di giustizia” che vedevano la sovversione solo nei gruppi di estrema sinistra ma tacevano di fronte alla corruzione e alla violenza di Stato. Si moriva da una parte e dall’altra in una guerra sanguinosa (Cossiga la definisce guerra civile e concede ai brigatisti lo status di guerriglieri) dove lo Stato italiano, con le sue trame più o meno nere, non era certamente migliore del controstato rappresentato dalle BR.
Ovviamente non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello di difendere i brigatisti con la loro ideologia operista da P38 inserita in un partito militare, né, tanto meno, crediamo alla possibilità di abbattere il sistema colpendo all’inesistente cuore dello Stato o al suo meccanismo automatico di pianificazione, definito dalle BR S.I.M. (Sistema Imperialista delle Multinazionali).
Quanto al punto 2, gli editori fanno il loro mestiere e lo fanno pure bene. Le grandi case editrici pubblicano i dissociati e i pentiti (non facciamo nomi perché sono troppi e troppo chiacchieroni, inoltre, se ripensiamo all’incontro tra la Faranda e Cossiga ci viene da vomitare), gli altri, i c.d. “puri e duri”, se hanno da dire qualcosa che non sia un mero pentimento o una richiesta di perdono sono costretti a usare il fai da te. Non mi interessa se questa gente ha torto, ma preferisco sempre chi non sputa fango sugli ex compagni o sulle proprie esperienze passate perché i veri ripensamenti sorgono da percorsi tortuosi e laceranti che non hanno bisogno del tam-tam mediatico. I “rinnegati”, invece, sentono l’impellente bisogno di riabilitarsi individualmente ostracizzando e ripudiando quella dimensione collettiva con la quale si riempivano la bocca ai tempi della militanza armata. Ciò che diciamo per i pentiti di sinistra vale anche per quelli di destra e ciò che diciamo per i non rinnegati di sinistra vale anche per i non rinnegati di destra. Per questi ultimi il rispetto che meritano per non essersi salvati il culo inchiodando gli altri. (si tratta di un giudizio morale e non politico!)
Infine, la retorica di Pansa ci riporta allo sdegno che il suddetto giornalista prova per l’ex di PL, prima divenuto parlamentare e poi segretario alla camera. D’Elia (è questo il nome del parlamentare) è stato eletto nelle liste della Rosa nel Pugno. Si tratta del partito più liberale in politica e più liberista in economia che sia mai esistito in Italia, eppure, l’ex marxista piellino, sta con questa gente. Il pistolero che fu marxista militare è ora acceso sostenitore del liberismo. Allora, caro Pansa di che ti preoccupi? Si tratta di un rinnegato come un altro di cui è pieno zeppo il parlamento italiano. Valeva la pena utilizzare tutta la retorica dei brigatisti sghignazzanti in tribunale per arrivare a dire che non ti piace D’Elia? Potevi semplicemente dire che chi cambia idea così clamorosamente non è degno di sedere tra i banchi di Montecitorio. Ovviamente, questo non lo potevi fare perché a quel punto avresti dovuto guardare ai tuoi mentori e all’area alla quale appartieni. In realtà il vostro revisionismo ha una natura filosofica defondativa, siete stati capaci di rimuovere le stesse revisioni alle quali vi siete sottoposti: voi non avete mai cambiato idea siete nati tutti filoamericani e filoliberisti. Veltroni docet!
LA SINISTRA E' QUELLA COSA (di Gianfranco La Grassa)
La sinistra è quella “cosa” che ha sempre tradito. Nel 1914 ha appoggiato l’entrata in guerra, malgrado un congresso internazionale di qualche mese prima in cui aveva preso il solenne impegno di opporsi alla guerra; è stata corresponsabile della putrefazione e parassitismo della Repubblica di Weimar (di cui fu Ministro, mi sembra nel 1929, il fu marxista Hilferding) che aprì la strada ad una delle più grandi tragedie storiche; fu – purtroppo – maggioritaria nel Fronte Popolare francese, sommamente vigliacco e infame nel suo non appoggio ai repubblicani (antifranchisti) spagnoli; fu molto più debole dello stesso De Gaulle contro la Repubblica di Vichy; tralascio di dire la pusillanimità dimostrata in fondo anche nella Resistenza italiana. Tutte le volte che i comunisti si sono dimostrati persone serie, hanno proposto per la sinistra i plotoni di esecuzione! La sinistra è l’assoluta corruzione, la perversione della verità, il massimo di relativismo morale e di camaleontismo politico; è insomma il cancro che corrode la società e tradisce in continuazione il popolo, e per il cancro è necessaria la chemioterapia o l’asportazione chirurgica.
I falsi “comunisti” italiani di oggi la appoggiano perché sarebbe il “meno peggio”; e sol perché dall’altra parte c’è Berlusconi, l’anomalo, la sentina di tutti i vizi e i mali della società italiana, anzi mondiale. Per me c’è semplicemente, da una parte, un ladro, e dall’altra dei rinnegati, dei bugiardi, dei complici di coloro che hanno sputtanato la stessa idea di comunismo con l’esperienza del “socialismo reale”, e via dicendo (la lista degli improperi dovrebbe essere stampata su un libro di almeno un migliaio di pagine). Questa sinistra, dopo tutte le promesse di sobrietà, ha messo in piedi un Governo di 102 membri, battendo ogni record precedente e superando di cinque il Governo dell’anomalo. Con l’ulteriore differenza che in quest’ultimo i non eletti messi nel Governo – che hanno quindi stipendio pieno mentre gli eletti hanno solo una aggiunta al loro “normale” stipendio di parlamentari – erano sette, oggi sono sessantasei.
Il 18 giugno si vota in Spagna per l’autonomia della Catalogna, proposta dal Governo attuale e appoggiata anche dai nostri sinistri perché – come letto sul Manifesto – è caldeggiata da un Governo di sinistra. In Italia la cosiddetta devolution fa ridere rispetto all’autonomia catalana, ma è stata proposta dalla destra e quindi bisogna essere contro. Naturalmente so bene che si trovano altre scuse ideologiche (mascherate da considerazioni culturali, storiche, ecc.) per prendere queste posizioni incoerenti, ma siamo alle bugie e perversioni della verità di cui è maestro il ceto politico e intellettuale di sinistra. Io certamente non voterò la devolution; e, se fossi in Spagna, non so francamente come mi comporterei. Ma non è questo il problema. E’ che non si fa nessuna strada con questa aberrante faziosità della nostra sinistra e con l’analfabetismo politico dei suoi elettori, solo concentrati nell’odio ad un uomo; si sta semplicemente aprendo la strada a nuove drammatiche vicende storiche. La misura delle menzogne e malversazioni sarà colma in pochi anni (non credo si dovranno contare i decenni).
Per la sinistra corrotta e per i finti “comunisti”, l’importante è che non torni Berlusconi, perché “ci faceva vergognare all’estero” con le sue dichiarazioni ridicole poi ritrattate. E di quelle di Prodi a Die Zeit – anch’esse debitamente smentite – i nostri “comunisti” non si vergognano? E non si vergognano di avere un Premier che faceva sedute spiritiche e sostiene di aver avuto dallo spirito di La Pira l’indicazione del covo ove Moro era tenuto prigioniero dalle BR? E vorrei proseguire il discorso. E’ ovvio che Prodi avesse contatti con l’autonomia bolognese e da questa avesse ricevuto alcune indicazioni; a meno che non le avesse avute direttamente da certi personaggi dei servizi segreti. Per di più, aveva avuto indicazione del “nascondiglio” in cui si trovava Moro, non della sua “bara”. Quando fu messo in piedi l’ormai evidente depistaggio e si andò a dragare il lago di Gradoli invece che recarsi in via Gradoli, chiunque avrebbe capito – e anche la non Aquila Prodi lo aveva certamente compreso – che si trattava di un tentativo di sviare le indagini, perché le acque dragate di un lago non potevano certo rappresentare un nascondiglio, bensì appunto una bara. Tuttavia, poteva l’ineffabile professore riconvocare lo spirito di La Pira e far correggere il tiro? Perfino il suo cervellino comprese che non era possibile; e allora tacque con quel che ne seguì. Voi questo come lo chiamate? Berlusconi è un ladro; e Prodi che cos’è secondo voi?
Lasciamo perdere. Tuttavia un chiaro consiglio. Quando i nodi verranno al pettine e si consumeranno avvenimenti poco piacevoli, a nessuno venga in testa di propormi – se sarò ancora di questo mondo – appelli antifascisti di emergenza e quant’altro. Non dico una goccia di sangue, ma non darò una stilla di sudore per Prodi, Rutelli, Veltroni, Fassino, D’Alema, Bertinotti, Diliberto, o i loro successori, sodali e consimili di quell’epoca che non credo lontanissima nel tempo. Che il Diavolo se li porti, chiunque sia il Diavolo. Quando ri-esisteranno – se esisteranno, se potranno ancora esistere – i successori di quei comunisti che misero i sinistri di fronte ai plotoni di esecuzione, ne riparleremo, sempre se avrò il (dubbio) dono di diventare molto vecchio. Fino ad allora, sinistri “disuniti”, “comunisti” (e “marxisti”) finiti in aceto, godetevi la festa, che non durerà nei secoli.
SUL CONTRIBUTO DI BADIALE E SU QUELLO DI COLOMBO
Yurii Colombo, nel suo intervento di risposta a Marino Badiale, mette in evidenza aspetti molto interessanti della discussione in atto, alcuni condivisibili altri, onestamente, non confacenti né al pensiero delle persone chiamate in causa né agli esiti ai quali questo pensiero condurrebbe. Innanzitutto, Costanzo Preve e Gianfranco La Grassa da tempo sostengono che sia il marxismo che il pensiero di Marx stesso devono essere sottoposti ad un radicale ripensamento (dico ripensamento) che non contempla nessun rinnegamento di Marx né, tanto meno, la revisione post-festum della storia e della cultura che il marxismo (dal suo fondatore sino agli epigoni a noi più prossimi) ha prodotto. Questo non vuol dire certo che ci si debba bendare gli occhi davanti agli errori/orrori del comunismo e alle strampalate teorie che spesso si sono richiamate a questa nobile “intenzionalità” (e già anticipo cos’è il comunismo per me tra l’ “Attività” di Colombo e la “Giustizia” di Badiale).
Come dicono bene La Grassa e Preve, è la stessa ambiguità di Marx che ha generato distorsioni (vieppiù crescenti) nei continuatori della sua teoria, aporie che sono cresciute a partire già dalle interpretazioni che ne danno Engels e Kautsky, alla sua morte (vorrei comunque la prova di un pensiero non aporetico se ne esiste uno). Nemmeno Lenin fu capace di esserne totalmente immune ma riuscì ugualmente a sopperire con la pratica ad una certa deficitarietà teorica, il rivoluzionario russo con la sua “analisi concreta della situazione concreta” sconfessò il rinnegato Kautsky e ruppe le uova della rivoluzione bolscevica. Chapeau e silenzio in sala!
Quanto al pessimismo cosmico di La Grassa, è meglio chiarire alcune questioni per non liquidare contraddizioni concrete con affermazioni di maniera tipo “quand’erano marxisti”. La Grassa è certamente pessimista per quel che concerne la possibilità di realizzazione del comunismo così come si è dipanato finora nella testa degli intellettuali (e chi non lo sarebbe dopo tante sconfitte ma soprattutto dopo il perdurare di analisi teoriche irrealistiche). Ma il suo pessimismo cresce, e del tutto giustamente, quando dagli errori del passato non si trae nessuna lezione. Allora cominciamo a non fare i sacerdoti del tempio anche perché altrimenti vorrei porre io una domanda a voi tutti: che cosa vuol dire essere marxisti oggi? E fino a che punto possiamo spingerci nella critica al “maestro”?
Nei suoi ultimi testi La Grassa ha sostanzialmente criticato due aspetti fondamentali della teoria marxiana: 1) la non intermodalità della classe operaia in quanto classe emancipatrice dell’intera società (e già qui c’è il primo errore messo in evidenza da GLG perché Marx fa riferimento al lavoratore collettivo cooperativo “dall’ingegnere al giornaliero” e non alla classe operaia di fabbrica come pensavano gli operaisti) 2) il concetto di modo di produzione che non esaurisce la spiegazione sul sistema capitalistico, e non è un caso che lo stesso Marx si proponeva di trattare la sfera politica (lo Stato) non trovandone però né il modo né il tempo per farlo.
Quanto al primo aspetto credo che sia sotto gli occhi di tutti quello che è accaduto sia in occidente che nella Russia sovietica, siamo all’anno zero della soggettività rivoluzionaria e, personalmente, anche per questioni di età, non ne sento proprio la mancanza (probabilmente non la penserà così chi ha partecipato alle lotte storiche degli anni ’60-70). Sta di fatto che si è provato con tutti e con tutto: operai di fabbrica, operai sociali esplosi nella società ridotta a fabbrica, pazzi, moltitudini, lavoratori autonomi di seconda generazione e chi più ne ha più ne metta.
Per ciò che attiene, invece, al secondo aspetto non si tratta di una mera critica a Marx ma del tentativo di proseguire un lavoro lasciato incompleto dato che il barbuto di Treviri concentrò la propria analisi soprattutto sulla sfera produttiva e, precipuamente, sullo sviluppo incontrastato del capitalismo inglese (de te fabula narratur). Proprio dall’analisi della produzione (rapporti di produzione-forze produttive) Marx coglie due aspetti determinanti per comprendere le modalità di sviluppo del capitalismo e delle sue intrinseche contraddizioni: da un lato, il rapporto tra proprietà privata dei mezzi di produzione-lavoro salariato non proprietario e, dall’altro, il mercato dove la “libera” forza lavoro si vendeva ai capitalisti. Questi aspetti, che La Grassa non contesta affatto ma che ridimensiona quanto ad importanza per la comprensione del capitalismo tout court, vengono riposizionati nell’ambito di un conflitto geo-politico e socio-spaziale che pone l’accento sulle strategie di dominio approntate dai funzionari del capitale. Qui si rende però necessario un nuovo spostamento teorico perché, evidentemente, se il capitalismo contempla soprattutto il conflitto strategico tra classi dominanti a livello mondiale, la contraddizione Capitale/Lavoro-Borghesia/Proletariato comincia a spiegare davvero poco del problema. A chi contesta questa impostazioni vorremmo ricordare che il c.d. proletariato è riuscito ad ottenere qualcosa quando il conflitto tra dominanti si è spostato a livello delle strutture statali (I e II guerra mondiale) e negli anelli più deboli della catena capitalistica (consiglierei di riascoltare un vecchio pezzo di Gaber intitolato “La realtà è un uccello” perché, a quanto pare, a volte un cantautore può capire certe cose meglio di un intellettuale).
Dunque, se questo recuperare i temi lasciati aperti da Marx è un reato di lesa maestà Gianfranco La Grassa può essere considerato un parricida e un antimarxista. Se, invece, come credo, questa è una strada plausibile per andare “oltre Marx” e oltre le due malattie ataviche del marxismo e, cioè, politicismo ed economicismo, il tentativo diviene obbligatorio se veramente si vuole (in un futuro non troppo lontano) pensare di costruire un mondo meno odioso di questo. Forse non siamo nemmeno al flogisto ma sta di fatto che abbiamo bisogno di aria fresca per riprenderci, anche se non ne conosciamo la composizione chimica.
Quanto al comunismo inteso quale mezzo e non fine da Badiale e come Attività da Colombo, scelgo la terza via del Preve di qualche anno fa. Come dicevo all’inizio di questo contributo il comunismo è una intenzionalità che potrebbe mostrarsi non possibile per quanto necessaria. L’intenzionalità comunista ricomprende la ricerca della giustizia sociale, dell’uguaglianza (non me ne vogliate ma non mi preoccupo delle critiche bobbiane), della libertà, le uniche vere ragioni per cui il comunismo diviene desiderabile. E’ chiaro che questo comporta un’attività di rivoluzionamento delle attuali strutture sociali e la costruzione di nuove sulle quali saprei dire davvero poco, tuttavia la storia si è già presa le sue belle rivincite sulle aspirazioni umane e non è detto che non se ne prenda altre.
A questo punto mi sembra inutile riproporre cantilene del tipo “il comunismo è l’abolizione dello stato di cose presenti”, perché se è vero che il capitalismo è una logica sociale complessa dovremmo sapere, già dal giorno dopo, come sostituirla, almeno per non finire di nuovo come l’URSS.
Andarsene dal comunismo, cercare la giustizia (Per la rivista Eretica NDR)
Marino Badiale
Università di Torino
Gentile Redazione,
dopo aver letto il primo numero di Eretica, da voi inviatomi, ho pensato di scrivervi una lettera a proposito della nozione di “comunismo”. Ho poi visto che, dal secondo numero, avete attivato un forum proprio per discutere di questo. Si tratta evidentemente di una questione che anche voi sentite cruciale, e questo mi fa sperare nella possibilità di una discussione seria. La lettura del terzo numero mi ha poi facilitato il compito di scrivere un intervento, perché molte delle tesi che intendevo sostenere le ha già ben argomentate Costanzo Preve nel suo contributo [1], col quale largamente concordo. Mi resta solo da argomentare poche tesi che non si trovano nei testi fin qui pubblicati.
In questo intervento sosterrò che proporre oggi la ricostruzione di una organizzazione comunista o proporre il comunismo come orizzonte a partire dal quale impostare la lotta contro la disumanità del mondo contemporaneo significa commettere un catastrofico errore sia sul piano teorico sia sul piano pratico. Un errore il cui risultato finale è la condanna alla più totale irrilevanza storica.
La sostanza teorica di quanto intendo sostenere è molto semplice, e per spiegarla si può partire da una battuta letta molti anni fa [2]: “ a chi si dice comunista, oggi, bisogna semplicemente chiedere cosa vuol dire”. Personalmente, ho smesso di dichiararmi comunista quando ho capito di non essere in grado di rispondere a questa domanda. Non si tratta qui solo dell’inglorioso fallimento del “comunismo reale del 900”, né del fatto (sottolineato da Preve) che non abbiamo a disposizione “una salda interpretazione filosofico-scientifica di Marx” [3]. Queste sono piuttosto le premesse che portano necessariamente alla seguente conclusione: non sappiamo più cosa voglia dire “comunismo”. Si tratta di una parola svuotata di significato.
Ovviamente, nei diversi contesti storici, questa parola ha avuto un significato ben preciso. Nel suo articolo sul primo numero di Eretica, Preve elenca cinque dei significati che “comunismo” ha avuto, nel corso della storia [4]: il comunismo antico (la cui versione più nota è quella di Platone), quello dei primi cristiani, il comunismo settecentesco, il comunismo di Marx, il comunismo storico del 900. Il punto è che chi oggi vuole riproporre l’idea del comunismo come orizzonte di lotta anticapitalistica non sta pensando né a Platone, né alle prime comunità cristiane, né a Morelly. Chi oggi parla di comunismo come di una prospettiva storico-politica ha come unici referenti reali il comunismo di Marx e il comunismo storico del 900. Non spendo molte parole su quest’ultimo, perché il suo radicale fallimento, pratico e ideale, ne rende ovvia l’improponibilità. Resta dunque, come unica possibilità per riempire la parola “comunismo” di un qualche significato, il comunismo di Marx. Ma il comunismo di Marx, come spiega Preve nel testo citato, e come ribadisce La Grassa [5], si basa su precise ipotesi: sull’ipotesi, che Marx riteneva di aver corroborato scientificamente, che il movimento autonomo del modo di produzione capitalistico produca una unificazione del lavoratore collettivo e una separazione fra il lavoratore collettivo e la proprietà capitalistica. Il comunismo per Marx è conseguenza di questi meccanismi inscritti nel modo di produzione, meccanismi che non garantiscono certo il carattere automatico del passaggio dal capitalismo al socialismo e al comunismo, ma che forniscono però la base oggettiva su cui si innesta la lotta politica dei rivoluzionari. Se viene a mancare questa evoluzione tendenziale del modo di produzione capitalistico, è il senso stesso del comunismo in Marx che diventa incomprensibile. Il punto è, e su questo credo che siamo d’accordo, che a più di cent’anni dalla morte di Marx, dopo che il modo di produzione capitalistico si è esteso al’intero pianeta, non vediamo traccia di questa unificazione tendenziale del lavoratore collettivo. Il che significa che l’ipotesi di Marx è stata invalidata, e che nemmeno il comunismo di Marx può dare un senso, oggi, alla parola comunismo. E allora resta la domanda che ponevo all’inizio: “Sei comunista? Cosa vuol dire?” L’unica risposta possibile, per chi abbia l’onestà intellettuale di tenere conto delle “dure repliche della storia”, mi sembra quella, se la capisco bene, scelta dal gruppo che ha dato vita a “Eretica”: l’idea cioè di fondare un “Laboratorio” nel quale, come in ogni laboratorio che si rispetti, si fa attività di ricerca, e ciò che si sta ricercando è, fra l’altro, proprio un nuovo significato per la parola “comunismo”. Si tratta di una risposta che denota onestà e coraggio intellettuale, ed è in considerazione di questi aspetti che ritengo possibile un dialogo con il gruppo di Eretica. Ma si tratta di una risposta sbagliata. Per spiegare dove sta l’errore, concedetemi di partire da una battuta: “ma ce l’ha detto il medico che dobbiamo essere comunisti?”. Ovviamente no, non ce l’ha detto il medico. E allora perché essere comunisti? Cosa vuole veramente, chi ha scelto di essere comunista [6]? Cosa volevo io, quando mi dichiaravo comunista? Volevo la giustizia. Volevo un mondo un po’ più giusto o un po’ meno infame e disumano del mondo che vedevo. Sono stato comunista perché pensavo che un qualche tipo di organizzazione comunista della società fosse un modo per garantire una vita più giusta e più sensata agli esseri umani. Ma se è vero, come io credo, che questa è la motivazione profonda di chi si dichiara comunista, ne discende una conseguenza: il comunismo non è un fine ma un mezzo. Un mezzo per realizzare un mondo più giusto. Ma se il comunismo non è un fine, ma un mezzo per la giustizia, allora, di fronte al fatto che non sappiamo più che significato dare alla parola “comunismo”, il problema non è quello di cercare un nuovo significato per la parola, un nuovo modo per rendere attuale una prospettiva comunista. Se il comunismo è un mezzo e la giustizia è il fine, la discussione deve essere non sul comunismo ma sulla giustizia. Il programma non può essere “discutiamo per ridare un significato alla parola comunismo”, ma deve essere “discutiamo per capire come rendere il mondo un po’ più giusto, un po’ meno disumano”. E se iniziamo questa discussione ci rendiamo subito conto dell’insensatezza di una proposta comunista, oggi: perché se dobbiamo discutere dei mezzi per realizzare la giustizia o per diminuire l’ingiustizia, a chi ci propone il comunismo bisogna chiedere “perché il comunismo è un buon modo per realizzare la giustizia?”. E cosa mai potrà rispondere chi non sa nemmeno cosa voglia dire oggi comunismo? Risponderà “non lo so, per la verità non so neppure bene cosa voglia dire comunismo, ma ci stiamo lavorando nel nostro laboratorio”. E si sentirà a sua volta rispondere “in tal caso, se nemmeno sapete cosa state proponendo, la vostra proposta non è una proposta. Vogliamo discutere seriamente?”
Se quello che oggi dobbiamo fare è cercare di capire come diminuire l’ingiustizia del mondo, parlare di comunismo è solo una distrazione. Ciò di cui abbiamo bisogno non è un “laboratorio per un altro comunismo”, ma un laboratorio per un mondo più giusto.
Questo può essere sufficiente per quanto riguarda l’aspetto teorico della questione. Si potrebbe fare un esame particolareggiato di alcune delle possibili definizioni di “comunismo” nel mondo contemporaneo, per mostrarne il carattere in sostanza vuoto, ma per non appesantire il mio intervento lascio questo esame ad un eventuale contributo successivo.
Per quanto riguarda l’aspetto pratico, ho davvero poco da aggiungere a quanto detto da Preve [7]. Richiamarsi al comunismo oggi significa unicamente attirare i piccoli gruppi settari di adoratori del Verbo del Vero Comunismo (che a seconda della setta di appartenenza è quello di Mao oppure di Bordiga oppure di Trotzki ecc.), e soprattutto significa allontanare tutti gli altri, gli esseri umani normali di cui sono fatte, al 99,9999 per cento, le società umane, comuniste o meno che siano. Perché farsi del male in questo modo? Sono circa 80 anni che i piccoli gruppi di “comunisti di sinistra”, gli eretici dell’ortodossia comunista, riproducono le loro dinamiche settarie, diffondondo volantini, stampano rivistine, fondano partitini e movimentini. Tutto ciò ha prodotto talvolta qualche pensiero interessante, ma mai, assolutamente mai, qualcosa di effettivo sul piano della storia reale. Su questo piano il variegato e differenziato mondo degli eretici del comunismo semplicemente non esiste. Ma se tale mondo continua a riprodurre le sue dinamiche dopo che la sua totale insignificanza storica è divenuta del tutto palese, ciò significa una cosa sola: alla persona che aderisce a questo mondo non importa assolutamente nulla degli ideali che proclama. Se gliene importasse, non potrebbe riprodurre sempre quelle stesse dinamiche che hanno mostrato a iosa la loro totale inefficacia. Al “comunista della piccola setta” non importa nulla delle ingiustizie del mondo. Si tratta di una persona che cerca unicamente la rassicurazione identitaria della piccola setta. E’ bello ritrovarsi fra quattro amici fidati a parlare di comunismo, ma questo non è né teoria né prassi, ma, appunto, semplice rassicurazione psicologica.
Quello che ci si può aspettare da questo mondo è spiegato benissimo nei due interventi dei CARC che avete ospitato nel n.2 della rivista. Vi invito a rileggerli attentamente. Quello è il comunismo, oggi, e nient’altro. E se il confronto è sul piano del comunismo ha torto Eretica e hanno ragione i CARC (o gli altri analoghi gruppetti, magari di un “ismo” diverso dal maoismo dei CARC): perché i CARC hanno un’idea “chiara e distinta” di comunismo, Eretica no. Certo, i CARC sono, sul piano teorico e politico, dei morti viventi lontani anni luce dalla vita reale, dal mondo delle persone che lavorano, amano, soffrono, lottano. Ma appunto: se insistete a parlare di comunismo, oggi, non potete che attirare gente così, e il vostro epitaffio sarà “cercavano il comunismo, e hanno trovato i CARC”.
Oggi il richiamo al comunismo è una catena mentale che impedisce di contrastare con efficacia l’egemonia intellettuale del mondo capitalistico e blocca coloro che hanno “fame e sete di giustizia” in una condizione ultraminoritaria. Abbandonando il comunismo ai morti viventi, agli adoratori della Grande Talpa, chi cerca la giustizia non ha che da perdere le proprie catene, e un mondo da guadagnare.
[1] C.Preve, “Il comunismo? Ipotesi plausibile. I comunisti? Dio ce ne scampi!”, Eretica n.1-2006, pag.57-62.
[2] Purtroppo non ricordo dove l’ho letta. Mi sembra si trattasse di un articolo di Alfonso Berardinelli.
[3] C.Preve, cit., pag. 59.
[4] C. Preve, “Democrazia e comunismo”, Eretica n.1-2005, pag. 8-16.
[5] G.La Grassa “Se il capitalismo non muore il comunismo non nasce”, Eretica n.1-2006, pag. 50-56. In questo intervento sono citate alcune delle numerose pubblicazioni nelle quali La Grassa ha argomentato distesamente le sue tesi sul comunismo di Marx.
[6] Intendo chi lo è, o lo è stato, in sincera coscienza, escludendo i tanti arrivisti, i mascalzoni, quelli che seguivano il gregge, quelli che dovevano “uccidere il padre”, i semplici pazzi ecc. ecc.
[7] Si veda in particolare il §8 dell’articolo citato alla nota 1.
Genova, maggio 06.
LA (FALSA)SUPREMAZIA DEL CAPITALISMO FINANZIARIO (a margine di un articolo apparso su COMEDONCHISCIOTTE di James Petras)
Purtroppo, a più riprese, sui vari fogli on-line della sinistra antiglobalizzazione e anticapitalistica appaiono analisi e disquisizioni sull’imminente caduta dell’impero americano, schiacciato sotto il peso della finanziarizzazione della propria economia che, a quanto pare, starebbe generando una serie di bolle speculative da crollo stile ’29. Ammesso e non concesso che ciò possa verificarsi, e che, come già successo in passato, i danni di tale cataclisma finiscano per scaricarsi soprattutto sui paesi direttamente legati all’economia Usa (più che sul paese in questo momento dominante), non è l’esplosione di bolle speculative che annuncia la fine della supremazia americana nel mondo o la inesorabile caduta del sistema capitalistico. Queste analisi apocalittiche sull’irreversibile ultimo stadio finanziario del capitalismo (le quali fanno il verso alle ormai vetuste, nonché contraddette dalla storia, analisi del superimperialismo dei monopoli) dimenticano che già nel ’29 non si verificò nessuna caduta del capitalismo ma una rimodulazione e uno spostamento di equilibri tra gli agenti dominanti capitalistici. Per quanto le cadute delle maggiori borse internazionali determinarono il fallimento di banche e industrie in tutto il mondo e bruciarono i risparmi di tante persone, la crisi non ebbe gli stessi effetti per tutti e c’è chi continuò ad arricchirsi e ad accumulare(processo che continuerà ad accentuarsi durante e dopo la guerra) tra il disastro dei più. La situazione si risolverà solo alla fine della II guerra mondiale (passando attraverso vari fascismi) dalla quale emergerà il nuovo ordine bipolare Usa-Urss.
In tale visione, l’errore più grave è nel considerare la momentanea supremazia del capitale finanziario come antitetica al più lungimirante capitalismo industrial-produttivo. Tuttavia, se si abbandona questa prospettiva e si pensa al capitale finanziario come indispensabile per procurarsi le merci di cui ci si deve servire per apprestare le strategie del conflitto, si comincia ad illuminare la notte delle vacche bigie. Tenendo ben presente che gli agenti strategici finanziari sono parte integrante del conflitto interdominanti, che le classi finanziarie dei vari paesi possono avere composizione e obiettivi diversi, si può più facilmente intuire che mentre, ad esempio, in Italia le stesse sono incapaci di approntare strategie aggressive e di lungo periodo (anche all’interno dell’Italia medesima) facendosi appoggiare dallo Stato per raschiare il fondo del barile, la classe finanziaria americana è indispensabile al mantenimento della supremazia monocentrica statunitense. Le imprese cosiddette produttive, quelle che trasformano dati input in dati output, hanno bisogno di risorse finanziarie per l’acquisto di materie prime e mezzi produttivi, e più innovativi sono i prodotti che si ricercano e si realizzano, più queste risorse devono essere grandi.
E’ chiaro che essendo questo sviluppo non omogeneo ed orientato al conflitto, si succedono fasi più o meno acute di crisi, dovute alla lotta interdominanti all’interno del proprio campo geografico di riferimento(differenti strategie di dominio che si confrontano/scontrano in ambito nazionale) ma tutte con l’obiettivo “esterno” di conquistare vaste zone d’influenza e di maggior controllo delle risorse. Da questo punto di vista, dunque, senza la finanza che reperisce risorse, nessuna attività produttiva sarebbe possibile, e, soprattutto, su una scala vieppiù crescente, non sarebbe possibile la spudorata ingerenza negli affari altrui attraverso la sfera finanziaria, visto che non a tutti si può dichiarare guerra. Il capitalismo non si può, allora, snocciolare per stadi successivi e lineari, per cui dal primo stadio accumulativo e produttivo, si giunge, quasi per un’ ineluttabile necessità di sviluppo intrinseco, ad uno stadio di stagnazione e decadenza che coincide col predominio del capitale finanziario. Occorre, invece, pensare questi passaggi come complementari, benché mutevoli e legati a diverse strategie più o meno aggressive e più o meno efficaci, che cambiano da paese a paese (da quelli dominanti a quelli semicentrali, o addirittura non centrali). Per quanto produzione e finanza finiscano per autonomizzarsi l’una dall’altra, danno entrambe vita ad imprese che “lavorano” e producono output di diverso tipo, indispensabili gli uni agli altri. Sia i marxisti che gli economisti di sistema hanno sempre pensato che c’è un limite alla supremazia finanziaria oltre il quale l’impresa produttiva si spegne o viene strozzata nella sua capacità di creazione di valore, ma si tratta di reversibilità congiunturale e mai di irreversibilità stadiale. C’è qualche elemento di verità in questo, basti pensare all’Italia di questi ultimi anni, ma ciò che vale per l’Italia non vale per gli Usa (il paese centrale) dove la finanza non succhia meramente energia allo Stato e va letteralmente alla conquista del mondo. Allora la miopia di queste analisi, che colpisce tanto l’economia ufficiale quanto quella critica, è legata soprattutto ad una prospettiva economicistica che pensa il capitale finanziario, non in combutta, ma in contrapposizione alla “produzione pura”. L’eccessiva finanziarizzazione non consentirebbe all’imprenditore di ottimizzare la combinazione dei fattori produttivi, o di innovare con facilità, o di ottenere il massimo con le risorse disponibili, tuttavia distaccandosi da tale razionalità strumentale e assumendo come chiave di lettura teorica la razionalità strategica, si può uscire da questo vicolo cieco, che paventa, a periodi alterni, catastrofi e collassi da ultima spiaggia. Obiettivamente è proprio tale dinamismo che impedisce la putrescenza del capitalismo, le funzioni decisive non sono legate né alla direzione dei processi produttivi né alla proprietà dei mezzi di produzione. Certo queste ultime funzioni sono importanti, la caratteristica del capitalismo è proprio quella di penetrare con le sue contraddizioni nella sfera economica, laddove, in altre epoche, il conflitto penetrava soprattutto nella sfera politica. Ciò non toglie, però, che il punto di condensazione “determinante in ultima istanza” non è l’economia in sé stessa, bensì il conflitto interdominanti che attraversa con la sua dinamica le diverse sfere sociali generando continue rotture e crisi che, per il momento, hanno mostrato un’abbondante reversibilità.
Come si può pensare che il capitalismo stia per crollare? Nell’articolo di James Petras si legge che ha causa della supremazia delle banche negli Usa, il debito pubblico americano è raddoppiato in cinque anni, che il paese si è deindustrializzato e che la povertà ha raggiunto livelli paurosi. Tuttavia, lui stesso dice che i profitti delle quattro maggiori banche Usa (G.S., Morgan Stanley, Lehman Brothers e B.S.) sono pari 22.900 milioni di dollari per anno. A tale somma andrebbero aggiunti i profitti di Citigroup, Jp Morgan e Merrill Lynch pari a 50 milioni di dollari per il 2006. E’ questa vi sembra una situazione da disastro? Queste banche governano il sistema bancario mondiale, stabiliscono quali investimenti si fanno e quali no, in qualsiasi parte del mondo. La G.S., solo per fare un esempio, sta facendo di tutto per impedire che le società russe dell’acciaio e del gas stringano intese e facciano fusioni con imprese del medesimo settore in Europa. Questa si chiama strategia e vale più di qualsiasi debito pubblico o bilancia commerciale in deficit, argomenti con i quali ci torturano i nostri tristi governanti da strapazzo. Metterei, invece, la questione in questi termini: gli agenti strategici finanziari americani fanno guadagnare dominio e supremazia agli Usa contro gli agenti strategici di altri paesi che contendono agli Usa il controllo di aree d’influenza e risorse economiche. Qui si verifica una confluenza d’intenti e di obiettivi tra i vari agenti strategici che compongono la formazione economica-sociale nordamericana, che comprende il governo americano stesso. Tale avanzata non si deve tuttavia considerare come irreversibile e cieca alle esigenze più impellenti della produzione materiale. Gli agenti strategici politici, finanziari e industriali potranno anche decidere che la strategia ad un certo punto deve mutare perchè muta “l’ambiente esterno” a causa di fattori che possono essere sia di tipo esogeno che endogeno. La finanza, in tal caso, riverserà il denaro in attività di ricerca e di sviluppo, nelle attività considerate di punta e nei nuovi settori innovativi che possono trainare la crescita (la finanza americana continua a svolgere questo duplice ruolo, non ha caso si tratta del paese che registra più brevetti ogni anno e che spinge con forza per l’innovazione di prodotto e di processo). Noi italiani invece ci accontentiamo dello 0,3% di crescita, i nostri politici ci parlano di trenini da agganciare e si vantano di una crescita occupazionale dello 0,1%. Questa sì che è stagnazione e putrescenza, non del Capitale però, ma di una nazione sempre più misera politicamente e culturalmente, oltre che economicamente.
TELECOM, LA SENTI QUESTA VOCE?
Le ultime notizie sull’affaire Telecom e le intercettazioni illecite di managers e imprenditori, politici e banchieri, dirigenti di società sportive e arbitri, la dice lunga su qual è l’ideologica che copre i mezzi di cui si servono i poteri dominanti per conquistare spazi di mercato, supremazia sugli avversari e, naturalmente, il dominio sulla società. Chiunque abbia studiato un po’ di economia capirà che le lezioni sulla concorrenza (nelle sue diverse varianti), i vantaggi derivanti dalla “sana” competizione mercantile, i profitti intesi quale fine precipuo dell’attività d’intrapresa economica, prendono il davanti della scena ma non esauriscono il campo e la dimensione di un conflitto tra contendenti che è molto più vasto e intricato. Spostando di un po’ la visuale, insieme alle leggi “eterne” dell’economia, insieme allo studio del saggio di profitto, dei costi medi e marginali, del costo del lavoro ecc., a scuola si dovrebbe studiare anche Karl Von Clausewitz, il generale prussiano dell’arte militare e della guerra, per capire come le strategie dei dominanti siano orientate da strumenti diversi rispetto a quelli dell’economica pura. Da qui si comprende che, sul quel campo di battaglia che è il mercato, le strategie interdominanti si servono degli strumenti più diversi per raggiungere determinati obiettivi: dall’accerchiamento del nemico all’inganno e al sotterfugio, dalla sottrazione di energie vitali per costringerlo ad alleanze (sempre provvisorie) al conflitto economico spietato per obbligarlo alla resa incondizionata e senza l’onore delle armi. Se si studia la lotta interdominanti tenendo presente questa prospettiva, evitando di restare schiacciati sotto il peso dell’economicismo, si possono cogliere i tratti più salienti di questo pugnar, che può essere più o meno violento o più o meno pacifico (e condotto, di volta in volta con le armi della diplomazia per limitare il campo d’azione degli avversari, o con l’intento esplicito e non troppo celato di espungere dei concorrenti dal mercato) tutto si fa, comunque, per il controllo e il dominio sociale, fine specifico che viene obnubilato dal velo dell’economia ideologica. Insomma, occorrerebbe pensare all’efficienza e all’efficacia perseguite dalle imprese (di cui sono pieni i manuali di management), come ad una fase mediana (anche se decisiva) che cons