GOLD(MANIAC)SACHS (di G. La Grassa)
Lascio perdere il penoso discorso in Parlamento di un Premier che mi sembra ben cotto. Comunque, come mi aspettavo, non ha affatto smentito in modo convinto di sapere quello che solo un infatuato di lui può credere non sapesse; in realtà, si è messo a parlare della Telecom e del suo futuro (in mano agli Dei, per il momento), mentre avrebbe dovuto rispondere su ben altre questioni. Tutti i leader del centrosinistra – addirittura comico e laido nel contempo, Fassino – parlano come fossero i dirigenti dell’azienda telefonica; si sono già scordati che è stato Prodi ad iniziare la privatizzazione della stessa (1997) ed un loro sodale, e oggi loro ministro, D’Alema, ad aver innescato il disastro attuale nel 1999, affidandola a capitalisti senza soldi, che si sono indebitati trovando poi modo di sbolognarla, in condizioni finanziarie comatose, all’attuale gruppo privato di controllo. Questi politici sinistri invece, dopo aver contribuito a scompaginare quell’azienda, parlano adesso come se ne fossero i nuovi – e vergini – proprietari che la debbono salvare. E’ qualcosa di irritante e di intollerabile. Solo l’ignavia degli italiani in genere, e la degenerazione morale e intellettuale di certa gente che vota a sinistra, consente ancora ad uno sconcio simile di durare.
Questi sinistri, sui quali mi astengo da commenti perché non ci sono insulti bastevoli, continuano a credere che il “Santo” è innocente. Il quale Santo si dimostra invece un gran bugiardo come quando raccontava di aver avuto l’indicazione del nascondiglio di Moro dallo spirito di La Pira; quand’era Presidente dell’IRI, sono in molti a ritenere (e ad aver scritto) che aveva svenduto la Cirio, l’Alfa Romeo, tentato di svendere la SME a De Benedetti, ecc. Solo Panerai su “Milano Finanza” dice che bisogna credergli – quando afferma che non sapeva nulla del piano Rovati (preparato da chi vedremo più sotto) sulla Telecom – per rispetto alle Istituzioni che rappresenta e all’uomo. Io non credo minimamente all’uomo, delle Istituzioni non ho alcun senso di rispetto (soprattutto se così mal rappresentate), quindi mi permetto di non credere ad una sola parola di questo individuo infido, di intelligenza “a bassa intensità”, rancoroso e vendicativo.
Quando penso agli operai e contadini che votavano PCI negli anni ’50 e ’60, irrisi dai buoni borghesi perché avevano, si e no, la licenza elementare; e poi li confronto a questi borghesucci “progressisti”, con titolo di scuola superiore o laurea, dediti a tutti i lavori più improduttivi della “informazione”, del “multiculturalismo”, del turismo e spettacolo, insomma una massa di parassiti e nullaproducenti a carico di chi sgobba e produce; allora non posso non capire perché Prodi e altri meschini intriganti dello stesso schieramento vengano “santificati” da elettori così ottusi e inutili. Da questo si misura anche la differenza tra l’Italia di allora, in pieno boom, e questo paese che, se raggiunge (nella fantasia degli statistici) forse l’1,7-1,8% di sviluppo, si inebria e vede tutto rosa. Prodi o Berlusconi sono gli uomini adatti ad un paese del genere, quelli che un simile popolo si merita.
Passando ad altro, inviterei a comprare alcuni settimanali che hanno una serie di articoli interessanti sulla Telecom, il Governo, ecc. sostenendo tesi che, in parte, mi danno ragione (e i giornalisti hanno più informazioni del sottoscritto). Ad es. su “Panorama” vi sono alcuni articoli di una certa chiarezza; ne segnalo in particolare uno che si chiede se siamo governati da chi avrebbe ufficialmente tale compito oppure dalla Goldman Sachs, americana, la più potente e ricca merchant bank del mondo. Riassumiamo. Ha piazzato uno dei suoi vicepresidenti (oggi ex, ci mancherebbe altro!) al vertice della Banca d’Italia; e costui era direttore generale del Tesoro all’epoca della prima scalata “disastrosa” alla Telecom, quella favorita appunto dal Governo D’Alema nel 1999, e compiuta dalla Bell (con sede nel paradiso fiscale del Lussemburgo), che aveva fra i suoi elementi di punta Gnutti e Colaninno. Sono pure uomini della Goldman, o almeno hanno lavorato fino a pochi mesi fa per questa società, quei Tononi e Costamagna, molto probabilmente all’origine del progetto Rovati (cioè, per me, Prodi-Rovati). Il primo è piazzato al Governo quale viceministro dell’Economia; il secondo stava per essere nominato direttore generale del Tesoro al posto di Grilli (sempre per il famoso Spoil System), ma è stato “congelato” per un tempo non definito.
Anche Prodi fu consulente della Goldman fra il 1990 e il 1993 (ne riparleremo alla fine). Quando il “Romano” fu nominato Presidente della Commissione europea, il “Daily Telegraph” e l’“Economist” gli chiesero conto dei legami con la Goldman; e anche con l’“Unilever”, di cui pure egli fu consulente. L’articolo, sempre riferendosi alle domande che i due giornali inglesi rivolsero a Prodi a quell’epoca, riporta alcune altre notiziole scandalistiche, e scandalose, su cui non mi interessa soffermarmi. Piuttosto suggerisco di leggersi anche, su “Milano Finanza”, il già citato scritto di Panerai e quello di Di Biase (pag.11), dai quali si evince che la faccenda Telecom è un ginepraio pressoché inestricabile e non riassumibile in breve spazio. Non posso esimermi però dal manifestare l’impressione che certi articoli siano, almeno in parte, scritti per far capire poco al lettore. Comunque, almeno una generale sensazione di nausea e giramento di testa la procurano. E, visto che ciò riguarda chi ci governa, si tratta pur sempre di espletamento di una funzione utile.
Prima di procedere, è divertente un breve intermezzo per chiarire la catena di controllo della Telecom, fino a pochi giorni fa presieduta da Tronchetti. Quest’ultimo è proprietario della GPI (Gruppo Partecipazioni Industriali) con il 61% delle azioni; ma poi il 3,5% è di Bruno Tronchetti Provera, il 5% di una società (in accomandita per azioni) di Alberto Pirelli, il 30,5% della F.lli Puri Fini; insomma tutti personaggi che ritroviamo nelle più alte cariche della Pirelli & C. Spa. La GPI possiede il 52% della Camfin, che ha il 25% di Pirelli & C., che possiede l’80% di Olimpia (l’altro socio importante di quest’ultima, con circa il 10% delle azioni, è Benetton), che – alla buonora – è proprietaria, e controllante, della Telecom con il 18% del capitale azionario. Facciamo un po’ di calcoli. Olimpia ha il 18% di Telecom; allora la Pirelli & C. (80% di Olimpia) ha il 14,4% di Telecom. Ma la Camfin ha il 25% della Pirelli, dunque il 3,6% di Telecom. Ma la GPI ha il 52% della Camfin, dunque l’1,87% della Telecom. Infine Tronchetti ha il 61% della GPI, dunque l’1,14% della Telecom. Bello, no, controllare la Telecom con così poco capitale azionario (e 41 miliardi di debiti)!
Tenete presente che Tronchetti era fino all’altro giorno Presidente della Telecom; ma è ancor oggi Presidente di tutte le altre società citate qui sopra. E’ inoltre vicepresidente della Confindustria, membro del Cda della Bocconi. Ed è poi membro del gruppo Bilderberg*(vedi nota). Che cos’è questo gruppo? Fondato nel 1952, prende però questo nome dopo una riunione decisiva tenuta nel 1954 all’Hotel Bilderberg in Olanda. Tra i promotori: sua Maestà il Principe Bernardo de Lippe di Olanda (ex ufficiale delle SS), rimasto suo presidente fino al 1976 quando si dovette dimettere per lo scandalo “Lockheed”; e un certo Retinger, faccendiere polacco che aveva innumerevoli importanti relazioni con politici e militari d’alto livello in tutto il mondo. Tra i suoi membri odierni due nomi ben noti dello staff (passato) di Bush: Rumsfeld e Wolfowitz (attualmente al FMI) e altri come i Primi Ministri (attuali) di Svezia e Canada. Lo scopo centrale del gruppo fu inizialmente la costruzione di una “unità europea” contro i pericoli di espansione sovietica; insomma, si trattava (e si tratta) di uno dei tentacoli del “mondo libero” in Europa, controllato da capitale e politica americani, con funzioni simili a quelle che ha oggi, ad altro titolo e con modalità diverse, la Goldman. Se ne volete sapere di più del gruppo Bilderberg, andate in Google, cliccate su “Bilderberg”, ma anche su “signori del mondo”, leggendo il lungo articolo di certo Bongiovanni.
Riprendendo il filo del discorso “telecomiano”, ricordiamo che il progetto Rovati (Prodi-Rovati) – con dietro ad esso, assai probabilmente, la Goldman, la SanIntesa e le fondazioni bancarie – puntava allo scorporo della Telecom in Rete (fissa) e mobile (Tim), con acquisizione del controllo della prima, decisamente più importante, da parte della “pubblica” Cassa Depositi e Prestiti”, ciò che avrebbe costituito il primo passo verso l’entrata di nuovi soci, gli importanti gruppi finanziari di cui Prodi è il rappresentante (l’“attore”). Con una decina circa di miliardi di euro (un terzo della pesante finanziaria che si approssima), veniva acquisito circa il 30% del capitale azionario della Rete (ultimo miglio di cavo, banda larga, IPTV, ecc.); entrava però poco liquido a fronte dei 41 miliardi di debito. Il diverso piano di Tronchetti – che ha mandato su tutte le furie Prodi (forse perché già avvertiva i turgidi rimproveri dei suoi mandanti) – era di scorporare, si, la società telefonica, vendendo però la Tim per 30 o anche più miliardi, in modo da coprire gran parte dei debiti; e tenendosi invece la parte dell’azienda con maggiori prospettive di sviluppo e redditività futura.
Data la pesante situazione finanziaria (buona parte dei debiti sono in mano al solito gruppo di banche che sono tutte rappresentate da vari settori politici del centrosinistra), con l’aggiunta (ad hoc) delle vicende giudiziarie legate alle intercettazioni illegittime, Tronchetti ha dovuto, almeno per il momento, ritirarsi di fronte a Prodi (e SanIntesa, ecc.) e si è dimesso. Tuttavia, dato anche l’evidente brancaleonismo di questo Governo, in preda a spasmi e contorsioni, sia i vertici confindustriali che il nuovo Presidente di Telecom (Rossi) manifestano contrarietà e resistenza all’intervento dello Stato (nella figura della Cassa Depositi e Prestiti). I cretini della sinistra radicale, questi piciisti statalisti e lassalliani di cui ho già parlato in altra sede, vorrebbero invece l’intervento “pubblico”, senza capire (o sono invece dei corrotti e venduti?) che questa sarebbe solo la copertura dell’intervento di dati gruppi finanziari – SanIntesa dietro Prodi, Unicredit-Montepaschi forse nuovamente dietro D’Alema, Capitalia…chissà?) – con poi, dietro a tutti….la “famosa Goldman Sachs” (e cioè la finanza-politica statunitense).
Adesso, per il momento, tutto è in alto mare, cioè in fase di stallo; occorre che le varie posizioni si assestino, che i vari contendenti (e pretendenti) si studino e guardino in cagnesco, per poi scegliere la soluzione “migliore” (per quelli che risulteranno vincenti). Di voci ce ne sono moltissime, alcune ventilano addirittura l’intervento di Mediaset, magari assieme alla Carlyle, uno dei colossi del private equity con sede a Washington e la cui sezione italiana è diretta da Marco De Benedetti (figlio di Carlo, altro “bel” personaggio della finanza italiana degli ultimi decenni). Altre voci indicano il possibile intervento di cinque grandi finanziarie – Intesa, Capitalia, Unicredit, Mediobanca, Generali – che dovrebbero però superare i vari contrasti di questi ultimi tempi: Capitalia si è opposta ad Intesa per non essere fagocitata in una CapIntesa (alla fine si sta facendo invece la SanIntesa), Unicredit e altri hanno visto battuto il loro candidato alla presidenza dell’ABI (la “confbancaria”) da quello di Intesa e S. Paolo. Evidentemente, gli affari sono affari, i debiti della Telecom (che in buona parte sono crediti di queste banche) preoccupano, l’intervento tramite Prodi-Rovati (la “pubblica” Cassa Depositi e Prestiti) – che avrebbe favorito solo alcune delle predette banche, in particolare la SanIntesa degli “amici” di Prodi – sembra un po’ “finito a schifìo”; e allora esse si presenterebbero insieme in prima persona, senza la finzione (e copertura) delle “statalizzazioni”.
Le cinque finanziarie indicate dovrebbero dare un paio di miliardi di prestito – solo una boccata d’ossigeno – e alla fine, tramite operazioni complesse, ma soprattutto con la trasformazione dei crediti in azioni, diverrebbero forti azioniste della controllante di Telecom (la già nota Olimpia) con un 40%; Tronchetti scenderebbe da 80 a 50, Benetton resterebbe con il 10%. Poi resterebbe da decidere se fare o meno a fette questa benedetta società, se vendere o meno la Tim, e magari, chissà, forse, qualcuno penserà pure al famoso “piano industriale” della cui mancanza si lamentano tutti (in particolare i sindacati che non danno una mano, ma soltanto “piangono” per i lavoratori, di cui ai capi sindacali non interessa un bel nulla). Comunque, lo ripeto, è inutile seguire adesso gli arzigogoli e i vari progetti, che per il momento sembrano semplici esercizi giornalistici (o magari “palloncini sonda” di qualcuno verso qualcun altro).
Quello che resta è il debito Telecom, che tutti si affrettano a definire non preoccupante come si pretende che sia. La redditività dell’azienda è alta, si continua a ripetere. Non sono un esperto di economia aziendale, e non ho sottomano i reali bilanci della società. Quindi, si tratta di fidarsi o meno di personaggi che ovviamente non possono dire che tutto va male, che il disastro è vicino. Però, per carità, può essere che certe affermazioni, soprattutto sulla redditività dell’azienda, siano realistiche. Tuttavia, notiamo alcune cosette. Olimpia (18% in Telecom) ha in carico le azioni della società controllata nel suo “stato patrimoniale” a 4 euro l’una (perché per tanto le acquistò a suo tempo dai precedenti ben noti proprietari, i dalemiani “capitani coraggiosi”), mentre valgono circa 2,2 sul mercato. Di conseguenza, il patrimonio di Olimpia dovrebbe essere abbondantemente svalutato per corrispondere al reale; ed essa stessa ha una certa cifretta di debiti in carico (non come la Telecom, mi sembra solo tre miliardi, ma potrei sbagliare). La svalutazione del patrimonio Olimpia (che comunque di fatto c’è) si rifletterebbe sulla società centrale della holding, la Pirelli & C. Spa, che ha l’80% di Olimpia. E anche la Pirelli ha i suoi debiti. Ho da più parti letto che, in definitiva, se tutto venisse valutato secondo i termini reali, il patrimonio della Pirelli sarebbe praticamente pari ai suoi debiti (ivi compresi quelli della Telecom che, gira e rigira, potrebbero arrivargli sul groppone tramite le pratiche di consolidamento, se i sedicenti organi di “controllo dei mercati” si “svegliassero”; la Consob, ad es., è spesso in semiletargo, sulle Authority penso sia meglio soprassedere).
Quello che comunque manca effettivamente è il fantomatico “piano industriale”; che poi dovrebbe essere redatto tenendo conto della possibilità di investimenti (e sapendo dove prendere i soldi per effettuarli) in tecnologie veramente di punta e in operazioni di apertura a più vasti mercati (anche con le adeguate alleanze); non per soltanto sanare temporaneamente la situazione debitoria ma darsi invece delle prospettive di lungo periodo. La stessa Fiat, che pure si dice abbia turato le falle più gravi, la vedremo alla prova nei prossimi dieci anni; allora si saprà meglio se sarà stata lungimirante strategicamente, o avrà solo tamponato la situazione per consentire ai suoi proprietari di non uscirne con le ossa rotte da un punto di vista prevalentemente finanziario. Alla Telecom, sembra invece che, al momento, tutto sia nebbia e “zona grigia”. L’unica cosa certa è che si trova nella bufera per una serie di lotte e contrasti legati al conflitto tra i potenti gruppi di subdominanti italiani, facenti parte di quel complesso finanziario-politico – tutto interno, mi dispiace dirlo, ai vari settori del centrosinistra: SanIntesa con i prodiani e certi ambienti ulivisti; Unicredit-Montepaschi con i diesse, e anche conflittuali fra loro come lo sono D’Alema, Fassino, ecc.; Capitalia forse con Rutelli-Veltroni (anche loro due galli in un pollaio), ecc. – che sta mettendo a soqquadro l’Italia, agendo in stretta dipendenza rispetto ai predominanti statunitensi, anch’essi divisi in vari gruppi in conflitto, dei quali quello che al momento trova la maggiore udienza in Italia è appunto la Goldman Sachs (che certo non agirà da sola, ma come punta di un iceberg assai più vasto e profondo, e quindi in gran parte celato alla nostra vista).
E concludiamo allora tornando, per alcune precisazioni, a questa attualmente così importante società finanziaria. Essa è una delle due maggiori merchant bank (investment bank) del mondo, l’altra essendo la Morgan Stanley. Imponenti le cifre delle attività di questi due giganti finanziari e delle attività di altri che essi gestiscono; sono numeri da paragonarsi a quelli dei Pil dei paesi industrializzati. Si tratta comunque di società americane; alla faccia di quei mentecatti che parlano di transnazionalizzazione delle grandi imprese, del fatto che esse non si richiamerebbero più ad alcun Stato nazionale, essendo tutti questi Stati ormai superati e messi in un canto. Per fortuna, tesi simili, come molte altre formulate da (non) pensatori “radicals” (anche dell’ultrasinistra) nei decenni passati, hanno fatto la fine che meritavano, pur se questi individui non si rassegnano e inventano sempre nuove mode, da veri “salottieri” dediti al bricolage pseudointellettuale.
La Goldman, oltre ad aver piazzato molti suoi ex (ma sempre ad essa legati, possiamo darlo per scontato) in posti decisivi in Italia, ne ha fatto arrivare un buon numero in posizioni elevate negli USA. Facciamo solo qualche esempio: Robert Rubin, suo co-presidente, diventato segretario del Tesoro di Bill Clinton; Hank Paulson, fino all’anno scorso presidente della banca, attuale segretario del Tesoro (come vedete, la Goldman è bipartisan); Joshua Bolten, già direttore esecutivo della banca per l’Europa, attuale responsabile dello staff della casa Bianca. Prodi, come abbiamo sopra scritto, fu consulente della finanziaria americana nel periodo di intervallo tra le sue due presidenze dell’IRI (1982-89 e dopo il 1993). Per una delle prime privatizzazioni di enti pubblici, quella del Credito Italiano, Prodi nel ’93 nominò advisor proprio la Goldman. Ci fu un’interrogazione parlamentare per quello che ancora non era diventato di moda denominare “confitto di interessi”.
La risposta di ambienti IRI per scagionare Prodi è un monumento all’ipocrisia democristiana e italiana in genere. Si fece presente che nella seduta del Cda dell’IRI, in cui fu scelta la Goldman, Prodi si era astenuto (ormai sappiamo, da tanti film, che i mandanti dei killer non si sporcano le mani; anzi, più precisi di Prodi, vanno anche “fuori città”, creandosi l’alibi; i più seri non vogliono nemmeno essere “telefonati”, preferiscono leggere la notizia sui giornali). E inoltre, quella decisione era stata poi approvata dal Comitato per le privatizzazioni presieduto – udite, udite!! – dal direttore generale del Tesoro Draghi (che qualche anno dopo divenne vicepresidente della Goldman per poi passare, dopo gli squassi bancari e la stagione “antifazista”, a Governatore della Banca d’Italia, nel mentre un altro “illustre” italiano, Mario Monti, è diventato da pochi mesi consulente della solita Goldman). Che bella combriccola di goldmaniani (o manianigold) abbiamo ai nostri vertici politico-finanziari!
E’ un autentico marasma (abbastanza melmoso), che rischia di affondare il paese. Quest’uomo, il bolognese, è veramente di intelligenza ben bassa, peggio di quanto ci si potesse aspettare. Si sarebbe dovuto tener più conto di tutte le gaffes fatte in Europa, di tutte le ironie e prese in giro di cui era oggetto. Bisognava però leggere la stampa straniera; quella “libera” italiana irrideva soltanto Berlusconi, e qualcuno ha quindi pensato che il suo avversario fosse un genio. Adesso, rimediare non sarà facile, anche se gli scontenti e i preoccupati cominciano ad essere moltissimi. Certo, il dramma è che non ci sono belle alternative; né all’interno del centrosinistra né “altrove”. Comunque, se non vogliamo affondare, bisogna che questo “picciol uomo”, con questo Governo di pasticcioni, se ne vada presto. Per il momento non ci resta che assistere a queste convulsioni di un quadro politico privo della benché minima idea, attaccato ai propri infinitesimali interessi in combutta con gli “amicucci della Parrocchietta”; amicucci, fra i quali spiccano la SanIntesa in Italia e la Goldman negli USA, sempre più pericolosi e avidi.
29 settembre
* [Ndr]Il Gruppo Bilderberg nasce nel 1952, ma prende questo nome solo nel 1954, quando il 29 maggio si riuniscono a Oosterbeek, in Olanda, all'Hotel Bilderberg, politici, finanzieri, industriali ecc. ecc. Da qui il nome di questa organizzazione, della quale è segreto l'elenco dei membri. Da allora le riunioni sono state ripetute 1 o 2 volte all'anno. I partecipanti alle riunioni Bilderberg sono presidenti, ministri dell’economia (anche Romano Prodi ha partecipato a qualche incontro), ma soprattutto membri dell'alta finanza Americana ed Europea. La prima riunione risale al 29 maggio 1954, presenti un centinaio banchieri, politici, industriali (tra questi pare ci fosse pure A. De Gasperi). Un altro membro influente dell'organizzazione (nello "steering committee" con David Rockefeller) è stato Giovanni Agnelli. Tra i personaggi presenti alla riunione del 1999 venivano citati dal Corriere: Mario Monti, Uberto Agnelli e E. Kissinger
L’ultimo incontro è di giugno 2006 a Kanata in Ontario (nei pressi di Ottawa) al Brookstreet Hotel, come sempre totalmente riservato agli “aficionados”. Ammessi pochi giornalisti compiacenti. Il comunicato stampa ufficiale (l’unico emesso) ha elencato i temi discussi: “le relazioni euro-americane, l'energia, la Russia, l'Iran, il Medio Oriente, l'Asia, il terrorismo e l'immigrazione”. I nomi dei partecipanti: David Rockefeller, Henry Kissinger, la regina Beatrice d'Olanda, Richard Perle, i dirigenti della Federal Reserve Bank, di Credit Suisse e della Rothschild Europe (il vicepresidente Franco Bernabè), delle compagnie petrolifere Shell, BP e Eni (Paolo Scaroni), della Coca Cola, della Philips, della Unilever, di Time Warner, di AoL, della Tyssen-Krupp, di Fiat (il vicepresidente John Elkann) i direttori e corrispondenti del Times di Londra, del Wall Street Journal, del Financial Times, dell'International Herald Tribune, di Le Figarò, del Globe and Mail, del Die Zeit, rappresentanti della Nato, dell'Onu, della Banca Mondiale e della Ue, economisti e ministri dei governi occidentale.
Alcuni degli italiani del giro sono:
Per quel che riguarda la "ragione sociale" del Bilderberg vale quanto detto da G. La Grassa
“IL GIOCO DEGLI SPECCHI” Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione(di Gianfranco La Grassa)
E’ finalmente uscito il nuovo saggio di Gianfranco La Grassa (“Il gioco degli specchi. Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione”), edito dalla casa editrice Ermes di Potenza (www.EditricErmes.it).
Per richiedere il testo potete contattare direttamente la casa editrice attraverso il suo sito, oppure potete inviare una mail a www.ripensaremarx.splinder.com
IL GIOCO DEGLI SPECCHI
Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione
PRESENTAZIONE
Il gioco degli specchi è quello di raggruppamenti politici che si presentano sulla “scena” recitando due parti in una infinita commedia degli equivoci e, soprattutto, degli inganni a danno dei popoli. Avrei anche potuto parlare di “due facce della stessa medaglia”, poiché destra e sinistra, in questa ormai irritante farsa delle elezioni “democratiche”, sono due aspetti – in opposizione e sostegno reciproco, antitetico-polare (secondo la nota espressione di Lukàcs) – di un unico processo di grave involuzione e disfacimento della politica in Europa, un’area che fu centrale nella storia mondiale ed è oggi in rovinosa decadenza. In tale scenario di povertà (non certo materiale) e di degrado culturale, l’Italia occupa un posto del tutto speciale; i suoi difetti sono quelli in gran parte comuni a tutti i paesi europei, ma esaltati all’ennesima potenza. La nostra destra e la nostra sinistra sono a dir poco orripilanti; intollerabile è il loro gioco di finta alternativa, la loro totale mancanza di idee e di visione minimamente strategica in un mondo costellato da contrasti in fase di continuo allargamento e inasprimento.
Questo libro ha voluto dare un’idea, purtroppo ancora sommaria, del quadro or ora delineato. Esso è stato scritto utilizzando un intreccio di argomentazioni disposte su vari livelli. Vi sono rapidi, ma spero chiari, accenni alla griglia teorica su cui mi sono basato per interpretare quello che ho chiamato “gioco degli specchi”. Vi è poi quella che definirei analisi di fase (o d’epoca) che non ha un orizzonte temporale nettamente delimitato; si può andare dai 5-10 anni ai due-tre decenni al massimo. Ovviamente, le considerazioni e previsioni formulate per un periodo così lungo (pur se breve secondo i tempi della storia) sono di larghissima massima e mettono in conto ampi margini di errore; e tuttavia ritengo utile, anzi indispensabile, schizzare un quadro economico e politico di questo tipo, perché non si deve procedere nella vita sociale avendo in mente soltanto il presente, l’attimo fuggente. Infine, ho voluto condire i miei ragionamenti con riferimenti al momento veramente attuale, a fatti contingenti, alcuni dei quali però influenzeranno anche il non immediato futuro.[1][1]
Ed è su quest’ultimo punto che avverto il lettore di stare molto attento, poiché gli avvenimenti ancora in corso di svolgimento mutano di continuo, e possono quindi verificarsi discrepanze tra ciò che rilevo oggi e ciò che sussisterà al momento della pubblicazione del libro. Per tali motivi, avendo terminato di scriverlo a fine luglio, ho poi aggiunto un breve aggiornamento riguardante alcuni importanti avvenimenti verificatisi in agosto. Altri ce ne saranno via via, ma non posso seguirli dopo la data di consegna del mio scritto alle stampe.
In ogni caso, quanto esposto nel libro circa la mancanza di idee e di strategia delle nostre meschine forze politiche si adatta bene ai fatti nuovi indicati nell’aggiornamento; e ad altri che si stanno verificando giorno dopo giorno. In fondo, questo scritto è un inizio; vuol favorire la discussione tra quei gruppi di individui, sia pure ancor poco numerosi e scollegati fra loro, che hanno intenzione di rompere definitivamente, e senza ambiguità, sia con la destra che con la sinistra italiane nella loro configurazione attuale. La strada sembra lunga, ma la scommessa è che certi processi siano in via di accelerazione ed esista perciò qualche speranza che l’Italia, assieme ad alcuni altri paesi europei, conosca, non certo in tempi immediati, rivolgimenti rilevanti in grado di ripulirla dell’attuale cancro rappresentato dalle forze politiche (con dietro precisi gruppi finanziari e industriali) che imperversano nel paese similmente ad una invasione di cavallette.
Questa la speranza, questo l’intendimento del libro, piuttosto diverso dai miei soliti, che sono prevalentemente di teoria. Credo sia venuto il momento di rivolgere l’attenzione anche a qualcosa di meno teorico – pur se la teoria mi fa da guida nella “visione” delle tendenze dell’epoca – perché la situazione è veramente in forte degrado, in scollamento. Non ci sono “grandi crisi” all’orizzonte – almeno così mi sembra – ma i progressi striscianti di una malattia lunga e spossante provocano egualmente una disgregazione sociale che si avvertirà sempre più, e giungerà ai limiti della tollerabilità da parte di una maggioranza della popolazione che, pur non dando ancora segni di aperto “nervosismo”, forse comincia già a non poterne più dell’odierno ceto politico; quest’ultimo ha però dietro di sé lobbies di potere più nascoste e devastanti, delle cui manovre la “gente” è poco consapevole. Si deve contare su una non lontanissima presa di coscienza; non però di chi insiste ancora a dar credito a questi ominicchi (o forse meglio, quaquaraqua) che ci s-governano, ma di quelli che un tempo venivano indicati come qualunquisti. Occorre una nuova linfa, non intorbidata dalle passate e consunte ideologie, che sappia imboccare la strada per nuove prospettive e coltivare nuovi valori.
Conegliano, fine luglio 2006
IL GIOCO DEGLI SPECCHI (di GIANFRANCO LA GRASSA)
Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione
INDICE
Presentazione
Capitolo primo. Neoliberismo e “neokeynesismo”: alternativa paralizzante
Capitolo secondo. Pochezza politica e culturale di destra e sinistra
Capitolo terzo. Un intermezzo necessario
Capitolo quarto. Torniamo alla presente fase
Capitolo quinto. Europa e Italia nelle strategie statunitensi per l’egemonia
Capitolo sesto. E il ruolo dell’Italia?
Capitolo settimo. Passiamo oltre e torniamo al più generale
Capitolo ottavo. La politica al posto di comando laddove si voglia emergere
Capitolo nono. Un sommario quadro economico-sociale e i limiti dell’odierna “democrazia”
Capitolo decimo. Per superare la debolezza economica e la miseria politica italiane
Capitolo undicesimo. I dominati nella struttura sociale dei capitalismi avanzati
Capitolo dodicesimo. Le possibilità del nuovo nei capitalismi avanzati
Capitolo tredicesimo. E in Italia quali prospettive?
Conclusioni aperte al futuro. Per una nuova forza politica e il mutamento sociale
Breve aggiornamento
IL GIOCO DEGLI SPECCHI.
Destra e sinistra: due facce di una politica in decomposizione.
Recensione al nuovo saggio di G. La Grassa (di Gianni Petrosillo).
Gianfranco La Grassa, economista già docente delle Università di Pisa e Venezia ed allievo di Antonio Pesenti e di Charles Bettelheim, ha ultimamente pubblicato, con la casa editrice Ermes di Potenza, un interessante saggio dal titolo “Il gioco degli specchi. Destra e Sinistra: due facce di una politica in decomposizione”. Il titolo dell’opera è gia abbondantemente esplicativo del giudizio che attraversa il pamphlet circa i due schieramenti politici italiani che, nell’epoca dell’alternanza, si danno il cambio alla guida politica del paese. In realtà questa valutazione negativa è largamente suffragata dall’analisi dell’attualità politica e dalla numerosità dei fatti storici, sia di epoca che di fase , portati a supporto delle proprie tesi dall’autore, col fine esplicito di dimostrare il livello di mistificazione (una vera e propria messa in scena) al quale è giunto lo scontro politico tra il Polo delle Libertà e l’Unione di Centro-Sinistra. La Grassa definisce antitetico-polari (secondo la felice espressione utilizzata da Georgy Lucaks in un diverso contesto filosofico) le forze politiche italiane che, nelle finte azzuffate quotidiane, sono ridotte a esecutrici non recalcitranti delle direttive provenienti dagli agenti strategici finanziari e industriali (sia italiani ma soprattutto americani), i quali stanno trascinando l’Italia in una grave decadenza economica, culturale ed ovviamente politica, con grave perdita di autonomia del nostro paese rispetto agli USA.
Questo scritto, benché si limiti ad affrontare argomenti di interesse attuale, rivelandosi perciò di facile lettura ed aperto al più vasto pubblico, ha alle spalle un impianto teorico ben rodato, che partendo da un’interpretazione rigorosa del pensiero marxiano (da non confondere con il pensiero marxista, quello degli epigoni per intenderci, del quale La Grassa dà una valutazione tutt’altro che positiva) va oltre le classiche categorie del pensatore di Treviri per cogliere i mutamenti avvenuti nella formazione economico-sociale capitalistica, soprattutto nel fondamentale passaggio dal capitalismo borghese a quello dei funzionari(privati) del capitale.
Sintetizzando, si potrebbe dire che La Grassa va con Marx oltre Marx, attraverso il tempo e le modificazioni che necessariamente si producono nelle società umane e che, a loro volta, impongono una rivisitazione costante dell’impianto teorico col quale si tenta di agganciare la direzionalità del reale.
Il nucleo logico delle teorizzazioni di La Grassa si concentra proprio sull’importanza del conflitto tra agenti(strategici) dominanti che nel capitalismo penetra nella sfera economica (come non era mai accaduto in altre epoche dell’umanità), e che ha determinato una maggiore dinamicità del sistema rispetto alle tendenze al ristagno caratterizzanti altri modi di produzione ad esso pre-figurantesi come antitetici, vedi il socialismo pianificato dell’ex URSS .
E’ chiaro che l’individuazione di tale paradigma, nell’ambito della speculazione teorica lagrassiana, illumina di una nuova luce le categorie più pregnanti del pensiero di Marx quali, solo per citarne alcune, la teoria del valore-lavoro che, secondo l’autore, è rimasta a lungo schiacciata su meri parametri quantitativi legati al sistema generale dei prezzi, il concetto di modo di produzione capitalistico inglobante i rapporti di produzione e le forze produttive, nell’ambito del quale non si è mai realizzata la profetica alleanza tra forze intellettuali ed esecutive del lavoro(il cosiddetto General Intellect) “dall’ingegnere all’ultimo manovale”, che avrebbe dovuto spazzare via il capitalismo.
Ancora, le riflessioni intorno all’involucro giuridico che ricopre la proprietà dei mezzi di produzione che diviene, per l’economista Veneto, aspetto secondario rispetto al reale potere di disposizione sugli stessi. Quindi, per La Grassa, né più Padroni (con la P maiuscola), né Classe Operaia (con doppia maiuscola) e nemmeno, conseguentemente, uno scontro frontale Capitale/Lavoro (che pure esiste ma non è determinante per cogliere la tendenza di fondo e la dialettica intrinseca del Capitalismo, la cosiddetta determinazione di ultima istanza). In realtà, la spinta propulsiva del capitalismo, che non è affatto limite a sé stesso, e l’incessante sviluppo delle forze produttive, sono frutto della lotta tra agenti strategici dominanti svolgentesi nelle varie sfere sociali (economia, cultura, politica), tesa alla pre-dominanza su altri agenti decisori, al fine dell’egemonia e del consolidamento delle posizioni di preminenza via via acquisite.
E’ questa la griglia teorica che permette a La Grassa di descrivere “tridimensionalmente” la realtà sociale di oggi, una realtà ingannevole e sfilacciata che non mostra mai tutta la verità sugli eventi che la dispiegano, se non attraverso una sintomatologia “a spizzico” che permette comunque di fare delle ipotesi interpretative (per quanto provvisorie). Come diceva Hegel, quello che si crede noto è sempre il meno conosciuto.
La Grassa avverte di diffidare dai proclami liberisti di molta parte del “clero” giornalistico, finanziario o industriale, perché proprio dietro le immutabili leggi dell’economia si celano scelte politiche ben precise. Di fatti, a seconda delle convenienze e delle contingenze, si può essere più o meno protezionisti o più o meno liberoscambisti. Un esempio per tutti, chi si ricorda degli alti lai che si sono levati nella torbida vicenda dei cosiddetti “furbetti del quartierino” che hanno coinvolto anche l’ex governatore della Banca d’Italia Fazio? L’accusa principale che fu mossa all’ex governatore, fu quella di aver favorito due banche italiane quali BPI, nel tentativo di scalata ad AntonVeneta, e l’Unipol, nella scalata a BNL. Si disse che era stato un attentato alle leggi del mercato. Oggi, invece, tutti plaudono all’accordo Intesa-San Paolo che ha fatto fuori gli stranieri del Santander e del Crédit Agricole senza troppe remore. In questo caso il mercato non conta perché l’affare lo hanno fatto “i furboni del quartierone”, amici di questo governo di centro-sinistra (cioè il prodiano cattolico Bazoli e l’ex democristiano Salza). Nemmeno a destra si sono scomodati nelle critiche visto che il progetto ha avuto la benedizione del governatore della Banca D’Italia Draghi (l’uomo della Goldman Sachs in Italia) e di certa finanza americana.
E la logica del profitto dove va a finire in questi casi? Nelle lunghe lezioni di economia all’università non ci avevano insegnato che si vende sempre al miglior offerente? In realtà, sostiene La Grassa, il profitto è uno strumento dalla natura “variabile” che serve ai dominanti per “finanziare” le proprie strategie di potere, dominare l’avversario e incrementare la propria egemonia nei vari settori sociali. Ecco svelate le micragnose considerazioni economiche legate al "profitto" dei capitalisti che sono una foglia di fico per nascondere l’impostazione strategica degli agenti capitalistici dominanti; il profitto, per quest’ultimi, è solo un mezzo per approntare più efficaci ed aggressive strategie di dominio sociale.
Il saggio svelerà retroscena inquietanti della politica italiana, mettendo in evidenza la stretta dipendenza di quest’ultima dagli Usa e dal complesso finanziario-industriale italiano (a sua volta succube della finanza targata USA) che tira i fili dei due schieramenti falsamente “polarizzati” lungo scelte politiche che hanno una stessa “natura” capitalistica.
Crediamo che, a questo punto, il lettore attento sia stato abbastanza stimolato.
[1][1] I miei interventi di tipo politico ed economico, e di carattere più contingente, appaiono regolarmente nel blog www.ripensaremarx.splinder.com
PRIME RIFLESSIONI SUL MANIFESTO "COSTRUIRE LA TERZA FORZA"
Paolo: il mio è un primo e breve commento, inevitabilmente un po' approssimativo. Apprezzo lo sforzo di analisi che è dietro la proposta di costituzione di una terza forza. Ancor più convengo con la necessità e l'urgenza, visto il decadimento della politica attuale, di partire fin ad subito anche a costo di scontare una iniziale posizione di minoranza. Credo che La Grassa abbia
centrato il problema quando ha proposto di riportare la Politica al centro delle analisi e delle decisioni. Una Politica, e questo mi sembra il presupposto necessario, che fondi la propria analisi sull'abbandono e la critica radicale delle categorie di destra e sinistra che, in questa fase di sviluppo del capitalismo che definirei "sistemica", in cui cioè i meccanismi impersonali di riproduzione sono amministrati dai Lagrassiani "funzionari del capitale", non rappresentano più categorie conoscitive. Sono, anzi, vuoti strumenti di riproduzione di passività ideologica, subordinazione economica e corruzione finanziaria. Il coraggio della proposta e dell'analisi a "tutto tondo" di La Grassa sconta però alcune approssimazioni. Ne elenco due. Non si parla di strutture organizzative se non accennando all'esperienza dei Soviet. Nel tempo della rete non so se sono riproponibili. In Italia una terza forza si deve confrontare con il problema delle mafie e dell'economia illegale che è fonte di reddito per parti consistenti della nazione. Personalmente, poi, non sono certo che la "macchina" sia uno strumento neutro e tutto dipende dall'uso che se ne fa. Senza scomodare Gunther Anders, sono convito che l'utilizzo di certi apparati tecnologici abbia una ricaduta antropologica. Di conseguenza non mi convince l'analisi sulla tecnica che credo vada assunta come presenza quanto meno problematica della nostra epoca.
Per il resto credo che il manifesto sia una ottima base di partenza.
Risposta di G. La Grassa: I primi due punti possono essere assunti come problematici. Del resto, quando parlo di Soviet (o della Comune), ne parlo in termini "evocativi", per avviare delle riflessioni che comunque ci portino fuori dell'incantamento cui ci hanno abituato da moltissimi decenni, quello relativo alle "libere elezioni", alla "democrazia parlamentare". E' ovvio che è tutto da discutere; come sono ben più da discutere, anzi da elaborare a fondo, le idee adombrate nelle mie imprecise definizioni: "società dei funzionari (privati) del capitale"; la "rivoluzione dentro o contro il capitale"; il "capitalismo borghese" e la fase storica del suo tramutamento nella società citata prima; e soprattutto la "teoria sociale dello sviluppo ineguale dei capitalismi" (con prevedibili altri mutamenti storici); e via dicendo.
La seconda questione sollevata è importante, certo, ma non vorrei fosse poi enfatizzata come fosse possibile sceverare un capitale lecito da uno "illecito". Quattro-cinque anni fa, in un lungo e documentato articolo su "Le Monde diplomatique", veniva rilevato che, mediamente, un 15% del PIL mondiale (ripeto: mondiale) era tenuto in forma finanziaria (di facile se non immediata liquidità) essendo controllato, indistintamente - senza alcuna possibilità di sceverare quale parte spettasse ad un soggetto e quale ad un altro - da: banche e assicurazioni, capitale industriale (delle grandi corporations multinazionali), fondi pensione (in specie americani), dalla
"mafia" (malavita) internazionale. Tutti insieme appassionatamente; lo ripeto: indistintamente.
Per quanto riguarda la tecnica, resto sulle mie posizioni, anche perché ho chiarito che non nutro più l'ottimismo positivistico che fu anche di Marx (e ancor più di Engels). Ogni problema non può certo essere tagliato nettamente in una parte sana e in una parte guasta (come una mela). Tuttavia, è necessario cogliere il nucleo centrale del problema; afferrare il bandolo della matassa da quel capo a partire dal quale quest'ultima può essere più utilmente sbrogliata. Gli "enfatici" della Tecnica - siano positivisti o negativisti - sostengono sempre le due solite posizioni antitetico-polari, che vanno battute insieme e insieme superate con l'analisi delle strutture
dei rapporti sociali, della politica (e geopolitica), ecc. L'antropologia la lascio all'amico Preve che è filosofo. Su che cosa sia la natura umana, su che "essere" sia "in generale" l'uomo, ritengo più che utile e lecito scervellarsi, ma non è il mio campo di applicazione. Se avrò tempo, non mi
rifiuterò certo di leggere Gunther Anders, ma sono in difetto di tante letture assai più urgenti per il lavoro che sto facendo e per quello che vorrei apprestarmi a fare adesso, non fra dieci anni. In ogni caso, più che alle variazioni antropologiche che certuni pensano prodotte dalla tecnica,
credo in costanti molto più antiche, tenaci, e che ci accomunano agli altri esseri viventi in questa piccola pallina nello sterminato Cosmo. I discorsi sulle mutazioni indotte dalla Tecnica mi sembrano molto vicini a quelli positivistici sulla liberazione dell'Uomo dal bisogno tramite la stessa; ancora una volta l'antitetico-polare, sotto forma di una credenza dell'Uomo come essere speciale, che aspira a farsi divino, sempre prometeico (anche Prometeo fu punito duramente dagli Dei, come lo credono oggi tutti i "terrorizzati" dallo sviluppo tecnico-scientifico). Per qualche tempo, liberiamoci dagli incubi e lasciamo stare i tecnici; pensiamo alla politica
(e alla teoria che dovrebbe illuminarla). Altrimenti, andiamo a casa a riflettere sulle "umane sorti"; e lasciamo in pace il capitalismo, lasciamo in pace anche il suo più infinitesimo "atomo", costituito dal nostro attuale Governo.
UN "NAPOLITANO" IN UNGHERIA (di G. La Grassa)
La destra (ipocrita) attacca; la sinistra (ipocrita) si difende, rinnegando. Non è sufficiente che Napolitano depositi fiori sulla tomba di Imre Nagy (martire, secondo le destre, per i fatti d’Ungheria del 1956). A suo tempo, essendo uno dei dirigenti del PCI, il nostro Presidente approvò l’invasione sovietica di quell’ottobre. Oggi, dopo tanti rinnegamenti fatti a partire dal 1989, va contrito alla tomba di Nagy, ma questo non basta alla destra che inzuppa ancora il pane in quei lontani fatti, e continua a blaterare sul “comunismo” assassino.
Coloro che la destra appoggia svisceratamente, i gruppi dominanti USA, hanno organizzato colpi di Stato dappertutto e massacrato milioni di persone (anche negli ultimissimi anni, com’è ben noto a tutti salvo che ai sepolcri imbiancati). Ricordo solo, tanto per fare pendant con l’Ungheria, il colpo di Stato in Cile e l’uccisione di Allende. C’è qualche “brava persona” che osa sostenere non esserci stato lo zampino (zampone) degli Stati Uniti? E si sa quante decine di migliaia di patrioti cileni furono uccisi in quelle giornate a partire dall’11 settembre 1973? Non le 2800 vittime delle “due Torri” di un altro famoso 11 settembre, ma decine di migliaia, forse 100.000; e moltissimi torturati, seviziati, prima della morte. Non mi consta che alcun uomo politico governativo (di destra o sinistra che fosse) abbia mai accusato, e condannato, esplicitamente gli USA per quel massacro (ribadisco che sto parlando di membri del Governo italiano, non di qualche dirigente politico prima di essere assurto agli “onori” governativi). Nessuno, dei vertici del nostro paese, ha depositato fiori sulla tomba di Allende, dichiarando contestualmente da chi era stato realmente ucciso. Solo gli ipocriti, appunto, possono trincerarsi dietro il fatto che gli USA hanno potuto agire per interposta persona, tramite cioè l’esercito cileno; con centinaia di istruttori e agenti dell’esercito e dell’Intelligence americani, con il pieno appoggio logistico, diplomatico, economico-finanziario degli Stati Uniti.
Eppure la sinistra fu comunista (in realtà, come detto più volte, piciista) non smette mai di scusarsi, di chinare la schiena, di battersi il petto, di piangere i morti che ha provocato, perseguendo comunque finalità che – evidentemente solo a parole, oggi lo si capisce sempre meglio – si rifacevano alla volontà di trasformare la società capitalistica, di combattere lo sfruttamento, la guerra tra popoli, ecc. in questa insiti. Tutto rinnegato, ma gli esami non finiscono mai; ed è giusto che sia così, perché in effetti chi può mai fidarsi dei rinnegati? Possono tradire infinite volte.
Personalmente, non mi scuso proprio di nulla, e spero che ci siano molti altri a non farlo e ad avere il coraggio di dichiararlo. E, tanto per allargare ancora il discorso, non chiedo scusa nemmeno per le foibe, altro tema su cui la sinistra non la smette più di piangere. Si tratta ovviamente di “lacrime di coccodrillo”, perché dei morti, di qualsiasi morto, non gliene frega proprio un bel nulla; l’importante è strapparsi i capelli e fingere dolore, in modo da poter acquisire i “buoni posti” che i dominanti affidano ai servi più vili, più infami, i migliori giacché hanno dimostrato di non possedere moralità alcuna né spina dorsale. Come ha detto un tale (spiritoso), i vermi non incespicano mai dato che strisciano soltanto; e quale miglior servo può desiderare allora un padrone affinché sia zelante e puntuale nei servigi?
A me i morti interessano. E non vengo a raccontare che la repressione in Ungheria è stata una “buona cosa”, conforme allo “spirito comunista”; nemmeno vengo a raccontare che nelle foibe sono finiti solo i colpevoli, che non sono stati perpetrati autentici delitti, magari meschine vendette, o eliminazioni per interessi ancora più bassi. Non voglio ripetere la solita solfa della rivoluzione che non è un pranzo di gala. C’è però fra noi qualche manicheo che vede la netta scissione tra il bene, da una parte, e il male dall’altra? C’è qualcuno che si illude circa la possibilità – per un qualsiasi essere umano in una qualsivoglia epoca passata, presente o futura – di trasformarsi in individuo di assoluta moralità, di assoluta bontà, di assoluta generosità, senza viltà, bassezze, miserie varie? Non raccontiamoci storielle! Ci sono limiti che non bisognerebbe travalicare; e, se lo sono, certamente la nostra condanna dovrebbe essere comunque inappellabile. Tuttavia, non si tratterà mai di limiti netti, precisi, decidibili senza alcuna incertezza.
Mi dispiace, ma il giudizio su certi eventi – al di là, lo ripeto, di alcuni casi condannabili sempre e comunque – non può che vedere la preminenza dell’aspetto storico-politico. Il problema è la “scelta di campo”, il mettersi da “una parte della barricata”. Il resto segue, a volte (quasi sempre) anche con dei “mal di pancia”, con amarezze e delusioni varie. Se io scelgo di schierarmi contro l’imperialismo statunitense (o comunque contro la vocazione di quel paese a stabilire una egemonia globale che considero ultranegativa per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale), sto ad esempio con decisione dalla parte dell’Iran contro gli USA (e l’Europa che tiene loro bordone, seppur con varie ipocrisie), anche se non ho nulla a che vedere con la cultura islamica, e non vivrei un solo mese in Iran. Sto nettamente con i palestinesi contro Israele; e non mi faccio irretire dall’Olocausto di oltre sessant’anni fa; a quell’epoca, se ne avessi avuto l’età, sarei stato dalla parte degli ebrei con lo stesso spirito e la stessa radicalità con i quali sono oggi contro di loro.
Nel 1956 chi era veramente comunista (un comunista di quell’epoca) non poteva volere che il campo capitalistico sfasciasse il suo avversario per poi imperversare come prima del 1917; non si trattava affatto di un “bell’evento”, non faceva certo onore al comunismo, c’era da discuterne e da rivedere qualcosa di più che semplici bucce. Però senza cedere di un pollice di fronte a chi continuava ad essere per il rafforzamento del capitalismo e imperialismo, di fronte a chi aveva organizzato il colpo di Stato in Guatemala (contro Arbenz) e stava già sostituendo la Francia in Indocina (come si chiamava allora); la quale Francia (con l’Inghilterra) approfittò, non a caso, dei fatti d’Ungheria per tentare di abbattere Nasser e riappropriarsi di Suez. Nessuna insensibilità di fronte ai morti ungheresi; ma per i guatemaltechi o gli indocinesi o gli egiziani, nessun pensiero? E al di là del pensiero dei morti, era accettabile che il capitalismo tentasse di annullare la storia iniziata con l’ottobre del ’17? Non poteva essere questa la scelta di un comunista; e non rinnego nulla di quella scelta.
Dopo, per quanto mi riguarda (e, con me, moltissimi altri), è iniziato un processo (lungo) di ripensamento, mediante il quale mi sono convinto (come, appunto, moltissimi altri) che il “campo socialista” non era garanzia di alcuna avanzata verso il socialismo e comunismo (anzi!). E infine – ma tramite una serie di ragionamenti assai lunghi che non posso qui certo esporre – non fui scontento della fine di tale campo nel 1989. Però con molte titubanze, e conscio che le valutazioni fatte avevano larghi margini di incertezza. Non si trattava certo di rimpiangere il comunismo (mai esistito nemmeno nelle intenzioni) dei paesi investiti dal “crollo del muro”; quest’ultimo poteva invece forse contribuire alla nascita di una radicalmente nuova opposizione al capitalismo e imperialismo, pur se con l’iniziale dilagare della potenza statunitense, l’unica rimasta. Ed infatti, da quel momento in poi, abbiamo avuto un’aggressione americana dopo l’altra, di cui le tappe soltanto più note sono Irak, Jugoslavia, Afghanistan. Si è perfino verificato l’arretramento delle conquiste sociali, del Welfare, qui da noi, nel cosiddetto “capitalismo renano”.
Il possibile effetto positivo del 1989 – una drastica riformulazione della teoria e prassi anticapitalistiche – non mi sembra sia stato minimamente sfruttato; per colpa di comunisti e marxisti dell’epoca “di Marco Cacco”. Mentre i suoi effetti negativi sono tuttora in pieno dispiegamento. Ciò malgrado, non mi pento del favore con cui, tra vantaggi e svantaggi, accolsi quel crollo improvviso (e inglorioso) del falso socialismo (e comunismo). Volerlo nel 1956 mi sembra però assai peggio che demenziale; e in tal senso continuo a giudicare coloro che approfittarono dei fatti d’Ungheria per rinnegare la loro scelta comunista, di cui si erano già pentiti, aspettando solo l’occasione propizia. Così come i rinnegati diessini d’oggi: aspettavano solo l’occasione del “crollo del muro”. Smaniavano per potersi rifare una verginità. Quindi anche per me, il gesto di Napolitano – il portare la corona sulla tomba di Nagy – è assai ambiguo; ma non perché, come pretendono i destri (ottusi reazionari), avrebbe dovuto essere accompagnato da chissà quale altro discorso di abiura e condanna del comunismo; ma perché semmai sarebbe stato necessario chiarire che è un puro gesto di umana pietas, senza alcuna valutazione politica solo positiva (e anticomunista) di un evento, tramite cui i reazionari volevano semplicemente poter dilagare in tutto il mondo, come hanno fatto dopo il 1989.
Questo cumulo di ipocrisie, di rinnegamenti, di abiure multiple e composite, ecc. dovrebbe spingerci a voltare pagina. Il vecchio comunismo è ormai questo impasto tremendo di viltà, di tradimenti, di copertura della propria miserabilità e doppiezza; la sinistra fa a gara con la destra a chi è più disgustoso nel servire il capitalismo e, soprattutto, il peggiore dei capitalismi, quello che promana dagli USA. Approfittiamo del crollo del falso comunismo, cui abbiamo creduto per fin troppo tempo, e mettiamoci al lavoro. Tutto andrà riclassificato e trasformato; basta con destra-sinistra, comunismo-anticomunismo, fascismo-antifascismo, antisemitismo e tutte le altre fandonie ideologiche che un ceto dominante, con i suoi sicari politici, contrabbanda per mantenere un potere sempre più marcio, fatto di infamie, inganni, protervia e uccisioni in massa con “metodi d’alta tecnologia”. Eccidi di una enormità tale da rappresentare un multiplo di quelli (presunti) perpetrati da (presunti) comunisti; e compiuti da ominicchi che hanno soltanto il terrore di perdere i loro privilegi, il loro potere di sfruttamento globale, ecc. Nessuna visione strategica di ampio respiro, nessuna ideologia di “alta levatura” per quanto sviante onde celare un dominio; non c’è alcuna aquila tra questi capitalisti odierni, solo gallinacci starnazzanti, ma pericolosi e in vena di uccidere.
PS Ho sentito gli odierni (serali) TG e non posso non fare un’aggiunta. Il Presidente della Repubblica si rammarica per il morto italiano in un attentato in Afghanistan, ma afferma che è “un costo che deve essere messo in conto” nella “lotta per la libertà”. Cominciamo a parlare come Bush; dobbiamo difenderci dal terrorismo; chi muore per combatterlo (perché inviato da comandi militari e politici a combatterlo) è ipso facto un eroe da “piangere”, ma con la coscienza che si tratta di un “costo necessario” (mai che muoia uno di quelli che hanno inviato i soldati; quelli che “stanno sopra” li “piangono” e li “onorano”). Manca poco e troveremo di nuovo scritto : “vissuto è assai chi per la Patria muore”.
Di fronte al fatto luttuoso sono ricominciate le manfrine tra sinistra moderata e radicale (la destra non fa notizia, non desta sorprese). Il TG5 ha chiesto a Bertinotti se è d’accordo con la sua parte politica che chiede il ritiro anche dall’Afghanistan. La risposta, la metto tra virgolette perché queste sono per l’essenziale le sue parole, anche se non esattamente le stesse: “ho una carica istituzionale che non mi consente di emettere un giudizio sulle richieste di una parte politica. Comunque, essendo la guerra orribile [e qui ha fatto un gesto d’orrore che sembrava imparato all’Actor’s Studio, famosa scuola americana di recitazione], spero che il Governo continui nella sua azione di pace, così ben iniziata con la missione in Libano”. Avete capito? Non ha detto “ben iniziata con il ritiro dall’Irak”; no, le missioni di pace del Governo che più piacciono a Bertinotti, che ha in orrore la guerra, sono le spedizioni militari in territori stranieri.
Gli amici mi dicono di star calmo, di sviluppare freddamente i miei ragionamenti, perché gli insulti nuocciono alla presa degli stessi sui lettori. Essendo assonnato, posso seguire il loro consiglio; chiedo però: quando uno sente (e vede) un “essere”, del genere di questo “rivoluzionario da salotto” salito agli alti scranni delle S.I. (Sacre Istituzioni), pronunziare la frase che ho appena riportato, avrebbe o no tutte le ragioni di perdere la calma e di insolentirlo? Siamo uomini o quegli animaletti “che non incespicano mai” (quelli sicuramente non si indignano). Mi fermo qui.
26-27 settembre