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ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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martedì, 31 ottobre 2006

LA TRIPLICE ALLEANZA (GOVERNO-SINDACATI-PARTITI)

Mi riallaccio al precedente articolo di Mauro Tozzato per “pepare” ancora di più la questione della Finanziaria, ribattezzata dagli infausti ex compagni rifondaroli la manovra degli “anche i ricchi piangano”.

A conti fatti, questa finanziaria toglie e distribuisce briciole sia agli strati medio-alti che a quelli più bassi, anche se viene presentata con una pomposità "protagorica".

Di fatti, per nascondere menzogne sesquipedali, fioccano i discorsi antilogici con i quali il centro-sinistra deve ribattere alle accuse di tartassare gli italiani senza alcun reale beneficio per i ceti sociali che si vanta di rappresentare.

Un piccolo esempio, hanno urlato per settimane che avrebbero punito i proprietari dei SUV, gente ricca, ovviamente, per la quale non mi dorrei nemmeno un istante. Dopo aver creato il polverone si è fatto un passo indietro, come del resto è sempre accaduto sin da quando il governo si è insediato, la tecnica è quella di sparare 100 per avere 10 (da qualcun altro), in ossequio ad una logica di diversione continua. Come dicevo, salta la tassa sui SUV ed aumenta il bollo per tutte le auto con cavalli superiori a 130. Adesso, non credo che in questa fascia ci siano i paurosi capitalisti che avrebbero dovuto versare lacrime amare. Ma è solo un aspetto infinitesimale del problema complessivo. Prendiamo l’aumento delle tasse per i lavoratori autonomi. Alcuni di questi sono benestanti altri decisamente no e sono paragonabili a lavoratori dipendenti “dissimulati”. C’è però un aspetto che li accomuna e li rende egualmente “tartassabili”, ovvero, il fatto che si tratta di categorie professionali scarsamente sindacalizzate e sindacalizzabili da parte della “mafia” confederale. Tanto basta per svelare il primo perno di quella alleanza tra blocchi sociali della quale parlava ieri Gianfranco La Grassa. Dunque, il primo polo, quello che controlla un corposo blocco sociale, è quello sindacal-confederale (lavoratori dipendenti e i pensionati). Il polo opposto, anche questo ampiamente favorito dalla manovra finanziaria è quello delle banche (SanIntesa in primis), delle assicurazioni, e dal settore industriale della precedente rivoluzione industriale (leggi il settore auto in mano alla Fiat). Da qui comprendiamo che l’alleanza in questo momento preponderante è tra apparati che controllano grandi blocchi sociali eterogenei e contrapposti, i quali, oggi, non senza difficoltà, tentano di fare fronda per una spremitura  che lambirà alcuni segmenti sociali interni al loro confine ma che garantirà una stretta a teneglia su tutto ciò che a loro sta “in mezzo”.

Diciamo “ciò che sta in mezzo” proprio perché non vogliamo parlare di ceto medio, il quale, come bene dice La Grassa, è un concetto spazzatura utile solo a confondere le acque e a rendere inintelligibili le “sfumatore” che segmentano e stratificano questa “terra di mezzo”.

Tuttavia, non si tratta semplicemente della solita alleanza tra apparati socialdemocratici e apparati del Grande Capitale. In questa congiuntura di vacche magre le grandi imprese stanno attirando tutte le risorse necessarie alla propria sopravvivenza nella speranza (speriamo vana) che la predominanza del paese al quale sono attualmente legate (USA) ritorni più salda e garantisca loro un bivacco più riparato. In realtà, l’andamento economico statunitense è lungi dal prefigurare una ripresa vigorosa (la quale renderebbe più copiose le briciole concesse alla finanza e all’industria dei paesi controllati e ad essa fedeli, come è appunto l’Italia), i problemi che gli Usa stanno attraversando sono molteplici, e sono tanto di tipo economico che di tipo politico. I potentati italiani si sono indirizzati verso questa strategia (di corto respiro) che potremmo definire del temporeggiamento che implica il compattamento intorno a sé del blocco sociale costituito dagli strati medio-bassi (controllati da apparati organici alla cornice sistemica, come i sindacati o i partiti della sinistra) già abbondantemente “strizzati” in questi ultimi decenni. Siccome non c’era più succo in questi limoni, si è virato direttamente contro i cosiddetti ceti medi, più o meno risparmiati in questo stesso periodo. Certo è che operazioni di questo tipo richiedono un ben rodato schermo ideologico che faccia apparire tutto più confuso (per questo oggi si avvalora, tanto da destra quanto da sinistra, la solfa sulla neo-statalizzazione che, antilogicamente, viene descritta o come la via dell’equa redistribuzione delle risorse da parte di un organo neutrale (centro-sinistra) o come la restaurazione di un ordine sociale ormai “passato in giudicato”(cento-destra)). Chiaramente non si tratta né dell’una né dell’altra cosa.

In questa operazione la Grande Impresa non poteva avere una sponda nella destra, sia perché quest’ultima ha come suo tradizionale bacino elettorale il ceto medio, sia perché occorreva coinvolgere in questa apparente “robinhoodata” quei blocchi sociali vessati  dalla perdita di tutte quelle garanzie sociali conseguenti alla fine del Welfare State. Chi, allora meglio dei Sindacati (con la loro retorica “lavoristico-dipendente” e “pensionistica)” e dei partiti della Sinistra abituati ad un linguaggio redistributivo socialisteggiante, poteva svolgere tale compito? Per chi conosce la logica del Divide et Impera, sa bene quanto valgano gli atavici dissapori (tra lavoro autonomo e lavoro dipendente) da portare al parossismo quando vi è necessità.

Suffraghiamo tali ipotesi teoriche con la prosaicità dei fatti. I vantaggi previsti per la grande impresa non sono mai stati messi in discussione (Montezemolo avrà il suo bollo gratis per 3 anni e le banche apriranno conti correnti a tutti quelli che dovranno pagare un professionista) i vantaggi per i ceti medio-bassi si risolvono in pochi euro all’anno che non cambiano la vita a nessuno. Sotto i 35 mila euro ci sarà un risparmio che si aggira sui 53 centesimi al giorno, da suddividere sui vari componenti della famiglia. Questa sarebbe l’equa redistribuzione delle risorse annunciata dalla coalizione di centro-sinistra e da quella faccia di bronzo di Prodi?

Ma se il Governo prende per dare così poco dove finirà tutto il resto? Le facce del “padronato sindacale” dicono molto. Montezemolo, invece, per quanto abbia ottenuto (più o meno) quello che voleva non è così ridanciano. I piccoli e medi imprenditori, da lui più volte ingannati, cominciano a scendere in piazza. Se il governo non tiene occorrerà trovare presto una soluzione che allarghi di più il compromesso ma che, al contempo, potrebbe finire per annacquare il progetto originario. La Grosse Koalition potrebbe essere la soluzione più veloce ma non è detto che alla lunga si riveli quella migliore. Staremo a vedere.

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 15:25 | link | commenti (2)
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PER UN PUGNO DI EURO (di Mauro Tozzato)

Se guardiamo alle prospettive riguardanti le prossime modifiche della finanziaria 2007 anche La Grassa può apparire, per certi versi, troppo ottimista: <<D’altra parte, dopo aver sgrassato il presunto ceto medio, prima o poi si dovrà arrivare anche al lavoro dipendente, e perfino ai suoi strati medio-bassi, di cui ridurre infine il salario differito (pensioni) e quello “indiretto” (assistenza sanitaria). Ma ogni cosa a suo tempo!>>

In effetti se guardiamo e guarderemo all’IRPEF nazionale, grazie anche alla “clausola di salvaguardia”, i lavoratori dipendenti e i pensionati recupereranno qualche euro rispetto all’anno scorso, però i tagli agli enti locali ( con relativo aumento di ICI, TIA ecc.), l’aumento dell’IRPEF comunale e regionale, la truffa ormai svelata dell’inesistente (per i lavoratori) cuneo fiscale, il mancato “annoso” recupero del fiscal drag, stringeranno al collo il lavoro dipendente medio-basso già da adesso.

Per quanto riguarda il salario differito, ci rendiamo conto  (sì penso che ce ne rendiamo conto!! Ma come mai non urliamo?) che per avere comunque una pensione miserabile la maggior parte dei lavoratori dovrà rinunciare al TFR ? Ci ritroveremo a 65 anni con un “trattamento di quiescenza”

pari mediamente al 60% di quello attuale e senza nemmeno un centesimo di quella liquidazione che magari in un momento critico della nostra vita ci permetteva , almeno parzialmente, di rimediare a qualche problema, di far quadrare qualche conto.

Ma allora anche i toni che dovremmo usare nei confronti di questo governo (di questa frazione dei dominanti) dovrebbe essere più duro di quello di La Grassa che già scandalizza qualche anima pia!?

Definire prioritario l’obiettivo dello sviluppo del sistema-paese italiano può creare disorientamento

in una visione schematica, bisognosa di un ancoraggio immediato, ma riprendendo la tesi di Ilic

durante la Grande Guerra, apparentemente opposta,  è necessario comprendere che la crescita delle contraddizioni nello sviluppo geoeconomico internazionale dipende dall’aumento del dislivello, in forma improvvisa, tra le varie tendenze egemoniche.

Nel primo Novecento la guerra creò questo “sbalzo di pressione arteriosa”, oggi forse saranno alcuni paesi a creare “pietre d’inciampo”, lacerazioni nelle sfere d’influenza, redistribuzione delle quote di mercato mondiali.

 

                    30.10.2006  

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 06:37 | link | commenti
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lunedì, 30 ottobre 2006

LA POLITICA DEI BLOCCHI SOCIALI (di Gianfranco La Grassa)

Quello che è accaduto giorni fa al Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) sembra in effetti abbastanza paradigmatico, nelle sue manifestazioni di “superficie”, dei blocchi sociali che si cerca di costituire in Italia, per opera del divide et impera utilizzato dai gruppi dominanti onde mantenere la loro ormai logora e frusta egemonia. Il Cnel emette ogni anno un parere, del tutto consultivo e ineffettuale, sulla finanziaria. Il parere deve però essere espresso all’unanimità (immagino sia solo per ormai consolidata consuetudine). Resta il fatto che quest’anno, tale organismo non ha potuto emettere il parere in questione per l’impossibilità di raggiungere un qualsiasi compromesso tra le varie categorie chiamate a formularlo. Da una parte, favorevoli, Confindustria (che rappresenta ormai solo i vertici delle grandi imprese) e i tre sindacati confederali; dall’altra, nettamente ostili, le maggiori associazioni degli esercenti e commercianti, degli artigiani, della piccola e media industria, dei liberi professionisti, dei coltivatori diretti, del mondo della cooperazione, più alcune sigle sindacali minori dei lavoratori dipendenti.

In effetti, malgrado i contorcimenti di Montezemolo – che sente salire il malcontento della sua base, ma non vuol certo essere irriconoscente verso il regalino che gli ha fatto il Governo con la “mobilità lunga” – la grande imprenditoria continua ad essere tutto sommato favorevole al Governo. Non parliamo dei poteri finanziari; sia Bazoli (Intesa) che Profumo (Unicredit) – fra loro in attrito, basti pensare allo scontro in occasione della nomina del Presidente dell’Abi, dove ha prevalso il candidato del primo – hanno dato un giudizio positivo sulla finanziaria e perfino su un maggiore interventismo statale (sembra strano, ma non lo è). L’organo principale di questi vertici del potere economico, il Corriere (e anche il Sole24ore), si contorce anch’esso; ma, appena può – vedi il ridicolo tentativo di distogliere l’attenzione dalle malefatte di Prodi con il presunto spionaggio a suo sfavore (in cui sono coinvolti, oltre a tutta la famiglia Berlusconi, anche personaggi come Ferilli, Totti, soubrette varie e perfino la povera Moana Pozzi morta da quel tempo) – si scatena nel tentativo di coinvolgere l’opposizione in una sorta di Watergate all’amatriciana. In fondo, non scordiamoci che Mieli, nell’editoriale del Corriere dell’8 marzo 2006, indicò di votare per il centrosinistra; e solo per un pelo (24.000 voti) non gli portò sfiga.

Si delinea quindi una situazione che, mutatis mutandis, sembra quella indicata tanti anni fa dal mio Maestro Bettelheim in riferimento alla struttura sociale, stabilizzatasi in URSS nel ventennio brezneviano, che fu la prima responsabile del tracollo del paese, già avvenuto prima del crollo del regime “socialista”. Teniamo conto che in Italia non esiste la completa proprietà statale con annessa pianificazione, e che anzi, negli ultimi quindici anni, sono state portate avanti privatizzazioni (totali o parziali) di enti pubblici; ma il puro cambiamento di forma della proprietà non implica il passaggio da presunti interessi collettivi a quelli privati, poiché sempre si tratta di grosse concentrazioni di potere sostanzialmente parassitario in entrambi i casi. Il vero fatto è che il grande potere imprenditoriale (qui privato, in URSS formalmente “pubblico”) – un grande potere decotto e bisognoso di continuo aiuto statale; e ciò la dice lunga sul battage con il quale ci vogliono far credere che la Fiat è ormai una impresa risanata, d’avanguardia (lo è come all’epoca della “qualità totale”, del just in time, del “magazzino zero”, tutte balle, di cui si innamorarono gli operaisti alla Revelli & C., che prepararono il crollo dell’azienda) – si allea con gli apparati burocratici dei lavoratori dipendenti, una minoranza di sindacalizzati rispetto alla massa dei salariati, al fine di chiudere in una tenaglia il sedicente ceto medio.

Non esiste quest’ultimo, pura invenzione sociologica di un Sylos-Labini che, in una “comunità scientifica” così mediocre com’è quella italiana con riguardo alle scienze sociali ed economiche, sembrò un innovatore quando formulò questo concetto-ripostiglio, fatto apposta per avallare la falsa tesi della progressiva scomparsa degli operai, la formazione di un modello a botte per quanto concerne la distribuzione del reddito, ecc. In realtà, è pur sempre meno scorretto dividere il lavoro (non un fantomatico ceto medio, poiché si tratta pur sempre di gente che lavora) in autonomo e dipendente. Anche in tal caso, abbiamo concetti tendenzialmente ripostiglio, giacché una buona parte del lavoro detto autonomo, lo è solo formalmente, per le convenienze delle imprese che non lo vogliono assumere alle loro dipendenze e preferiscono pagarlo come si trattasse di prestazioni “professionali”. Anche gran parte dell’indotto – piccole imprese di subappalto, ecc. – è di tipo similare. In ogni caso, è molto meno peggio riferirsi alla divisione tra lavoro autonomo e dipendente, che almeno non tenta di nascondere l’evidenza: gran parte del primo non sta affatto “in mezzo”, non è ceto medio. Si tratta spesso di lavoratori con reddito più basso di molti dipendenti di un certo livello (non manageriale, sia chiaro); non sono tutti notai, farmacisti, avvocati o commercialisti di grido (che sono legati alla grande impresa).

Non c’è il modello a botte della distribuzione del reddito; e comunque, quando c’è, non è che il lavoro autonomo stia nella pancia della botte mentre quello dipendente sarebbe situato alla sua base. Quest’ultima idea è però propalata proprio dalla sinistra; e, in particolare, dalle sue frange dette “radicali”, che non hanno altro in testa se non lo sfruttamento del lavoro salariato, o l’intervento statale (sostenuto da Lassalle, nemico acerrimo di Marx) per ridistribuire il reddito “dal profitto al salario”, mentre spesso si tratta solo di redistribuzione, via fisco, dal reddito del lavoro autonomo a quello dipendente, con crescita dell’odio tra i due tipi di lavoratori (entrambi facenti parte dei dominati) a tutto beneficio delle maggiori concentrazioni di potere. Ecco spiegato il mistero della concertazione – da cui, anche nell’ultima finanziaria, sono state escluse le associazioni dei commercianti e delle piccolo-medie imprese (c.v.d.) – in quanto espressione dell’alleanza tra la grande imprenditoria industriale (decotta e permanentemente bisognosa di assistenza “pubblica”), con dietro i forti gruppi finanziario-assicurativi, e gli apparati verticistici dei sindacati, adusi da anni a manovrare la quota di lavoro sindacalizzata (in specie quella delle grandi imprese “concertative”) per condurla come gregge contro i “padroni”, che non sono mai i poteri realmente più forti e centralizzati, ma al massimo, e nemmeno sempre, quelli delle fasce medio-alte del lavoro autonomo (in tal caso, senza dubbio, realmente autonomo).

Non credo si debbano spendere parole per far capire che il personale politico – “chiamato” a servire gli interessi di questa alleanza, che punta sempre alla divisione dei ceti lavoratori da mettere gli uni contro gli altri per la propria maggior gloria (di potere) – è quello di centrosinistra, mentre l’altro schieramento si adegua al disegno, cercando la sua base elettorale e di manovra nel sedicente ceto medio (anche i destri lo denominano, ideologicamente, così), cioè nel lavoro autonomo; solo che non difende gli interessi dei suoi strati medio-bassi, bensì quelli degli strati medio-alti, ben dotati di ricchezza atta a finanziare gli apparati e le campagne elettorali dei politicanti del centro-destra. E così si va “allegramente” avanti, secondo il canovaccio di una commedia in cui prevalgono gli interessi delle grandi concentrazioni di potere finanziario-industriale che, in Italia, sono poi solo serve delle similari concentrazioni esistenti nel paese dominante, gli USA. Ecco quindi Montezemolo – pur oggi con cautela dato lo sfascio che stanno combinando gli incompetenti ministri finanziari del centrosinistra – tutto teso a turlupinare la sua base industriale e le altre categorie del lavoro autonomo; dietro di lui, le varie operazioni tipo SanIntesa e i progetti per tentare di costituire, via controllo della Telecom, un polo finanziario-politico-massmediatico di “quasi dittatura”; e dietro tutti l’ombra della “gloriosa” Goldman Sachs, che infiltra i suoi scherani dappertutto. Avete capito perché sembra strano che Bazoli e Profumo siano per l’interventismo statale, ma non lo è? In questo caso, lo Stato è solo lo scudo di tutte queste operazioni di potere tese a trovare un punto di equilibrio e accordo tra i vari potentati, che si guardano in cagnesco e si tirano coltellate alla schiena non appena possono.

E’ anche ovvio che si continui a mantenere “viva” la discussione intorno ad un possibile sbocco neocentrista (vedi il “mitico” partito democratico) in grado di tagliare le “ali”: Lega da una parte, sinistra detta “radicale” dall’altra. Operazione questa che sarebbe comica, se non rappresentasse l’incombenza della tragedia finale per il nostro povero paese. Nel centrosinistra, la pantomima a tal proposito tocca vertici di indecenza mai raggiunti in Italia; nel centrodestra, ci sono due “burloni” quali Follini e Casini che recitano “due parti” in questa farsa, ai quali si aggiungono settori degli altri partiti (qualcuno sospetta che c’entri perfino Berlusconi, più o meno tiepidamente o forse con qualche convinzione perché magari si crede furbo). D’altra parte, dopo aver sgrassato il presunto ceto medio, prima o poi si dovrà arrivare anche al lavoro dipendente, e perfino ai suoi strati medio-bassi, di cui ridurre infine il “salario differito” (pensioni) e quello “indiretto” (assistenza sanitaria). Ma ogni cosa a suo tempo!

I “poveracci” come noi possono soltanto mantenere “dritta la barra” della critica. Esiste, al presente, un preciso nemico principale: la “santa” alleanza – minata comunque da molteplici contraddizioni e più debole di quanto non sembri – tra grande finanza (italoamericana), grandi imprese industriali che cercano l’assistenza statale, vertici di quegli apparati burocratici – di fatto statalizzati – che rispondono al nome di CGIL (55% della base rappresentato da pensionati), CISL, UIL. Il tutto condito con la rappresentanza del ceto politico professionale del centrosinistra (ex PCI, ex DC, ex PSI). Esiste inoltre una ben individuabile politica di questa alleanza da prendere di mira sistematicamente con la propria opera di demistificazione: la permanente attività volta a dividere il lavoro autonomo (trattato come fosse tutto ceto medio) da quello dipendente (messo in un fascio, senza distinguere i differenti strati di reddito, di status sociale, ecc., che lo compongono). Atteniamoci a queste poche idee “chiare e distinte”. E chiunque troviamo lungo questa strada – ivi compresi i bestioni di certa sinistra “estrema, estrema” – diciamo sempre quello che pensiamo.

La nostra posizione deve essere netta: per il momento questa è la situazione, ma non è affatto escluso che cambi poiché l’alleanza di cui si è qui parlato non è poi così forte. Se si verificheranno cambiamenti effettivi, verrà ovviamente a mutare il nostro indirizzo critico; al momento questa è la situazione, questo deve restare il nostro orientamento.

 

29 ottobre

 

PS Permettetemi un piccolo sfogo nei confronti di questo Premier che alcuni ancora si ostinano a considerare un economista (o magari lo è, ma allora il ludibrio investe tutta la categoria), mentre è solo un homo ridens. Ha affermato che il Pil italiano crescerà del 3% dal prossimo anno. Ieri sono stati forniti i dati circa i risultati del terzo trimestre negli USA; e sono, nel complesso, abbastanza negativi. La Germania raggiungerà (verbo al futuro come al solito) il “mitico” risultato di un 2,4% di crescita nel 2006; ma è già previsto che rallenterà l’anno prossimo, sia a causa del probabile raffreddamento dell’economia USA sia per “virtù” proprie, legate alle politiche “riformatrici” della Merkel (tutti “riformatori”!). Infine, Trichet (Banca Europea) ha già annunciato che alzerà ancora il tasso di sconto. Ma l’Italia, paese della liquefazione del sangue di San Gennaro, si metterà a correre dal prossimo anno.

E’ possibile che si debba ancora sopportare a lungo un clown per Primo Ministro? “Arridateme” Fiacca e Bagonghi, quelli del Circo Zoppè & Zamperla che vedevo da bambino; almeno regredirò, beato (e beota), all’infanzia! Il medico sostiene che sono stato male perché colpito da un virus intestinale. Questa è scienza, lo so; ma resto convinto che è stata “quella facciaccia”, che fanno continuamente vedere in TV, a procurarmi i tipici effetti di un virus intestinale. Libera nos a malo, Domine! Ti sei incazzato da morire per una semplice mela sbocconcellata; e adesso? Hai preso il valium? Andiamo, andiamo, sbrigati ad intervenire e fai un’“ira di Dio”.  

    

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venerdì, 27 ottobre 2006

SPIONI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!* (piccola aggiunta)

Prodi ha trovato il “caso” che lo salverà dalle difficoltà del suo governo e dalle magre figure che ha fatto in questi mesi. Tutto finirà per perdere di peso (dal caso Rovati alla finanziaria che scontenta tutti) perché lui e la sua signora erano spiati.  Così, grazie all’aiuto del “giannizzero” Visco sono partiti i controlli degli uomini del Gico, il reparto scelto della guardia di finanza che verificherà l’entità e la gravità dei fatti. Peccato che tra gli spiati non ci fosse solo lui, ma, trasversalmente, personaggi politici (e non solo) di destra e di sinistra. Tuttavia, non è questo che ci interessa. Secondo un documento della Ue, che pubblichiamo sotto, la dichiarazione dei redditi di Prodi è cristallina, così come tutte le sue attività di consulenza (quindi già il fatto che sia pubblica e visibile a chiunque semplicemente cliccando sul  link  dovrebbe far sgonfiare questa messa in scena http://ec.europa.eu/archives/commission_1999_2004/prodi/president/info12081999_it.htm).

Il dubbio che ci viene è, però, di altra natura. Non vi pare che ci sia un piccolo conflitto di interessi quando un consulente Goldman Sachs divenuto presidente IRI, per quanto ex, decida della vendita alla Unilever della Bertolli, allorchè la nota merchant bank (dalla quale lui ha preso parecchi “danè”) ne è l’advisor? E, soprattutto, perché la sinistra ha come leader un campione degli affari che ha lavorato per Goldman Sachs International, General Electric e la Pacific Telesis International. Cari rifondaroli ma voi i ricchi non dovevate farli piangere, oppure ci sono i ricchi buoni e quelli cattivi? Comunque, leggete il documento sotto e fate le vostre valutazioni.

*Piccola aggiunta consigliatami da La Grassa. Occorre non dimenticare che la magistratura viene spesso in soccorso dei "poteri forti consolidati" che ruotano attorno al centro sinistra. Nella ormai famigerata stagione dei furbetti del quartierino, a luglio dello scorso anno, Fiorani aveva già in mano il controllo della Banca Antoveneta (contesa anche dagli olandesi della Abn-Ambro). All'inizio di agosto Fiorani si trovava, invece, sotto inchiesta da parte della magistratura, con le azioni Antoveneta sequestrate, e dopo poco, sarà costretto alle dimissioni da tutte le sue cariche nel gruppo Banca Popolare di Lodi. La Abn-Ambro riuscirà nell'impresa (ormai disperata) di scalare la banca italiana. Vogliamo, allora, insinuare qualche altro dubbio: Mario Draghi, quando si dimise da direttore generale del Tesoro e da responsabile delle privatizzazioni, divenne vice presidente  Goldman Sachs International. In quel periodo, la merchant bank svolse  il ruolo di avisor di Abn-Ambro. Si può dire, alla fine, che il clima generale era davvero poco favorevole ai neofiti della finanza di "quartiere", mentre qualcuno affondava gli altri ricevevano promozioni di gran prestigio.

Attività professionali svolte da Romano Prodi nei periodi in cui non rivestiva incarichi pubblici

12.08.1999

Alcune fonti di informazione hanno fatto riferimento alla proprietà di una società di consulenza a responsabilità limitata (la ASE Analisi e Studi Economici s.r.l.) da parte di Romano Prodi e di sua moglie Flavia Franzoni Prodi.

Secondo tali fonti, Romano Prodi avrebbe presentato dichiarazioni dei redditi incomplete in quanto nei primi anni novanta avrebbe ricevuto, tramite la ASE, un milione e 400.000 sterline dalle società Goldman Sachs e Unilever. I pagamenti ipotizzati sono stati collegati alla privatizzazione di Cirio-Bertolli-De Rica avvenuta nel 1993, anno in cui Prodi era presidente dell’IRI, sulla base del fatto che la Goldman Sachs ha svolto un ruolo centrale come consulente nella vendita e che la Unilever vi figura fra i principali beneficiari.

A Romano Prodi è stato addebitato anche il fatto di aver omesso di dichiarare la proprietà della ASE nei suoi due mandati alla presidenza dell’IRI (in due riprese, dal 1982 al 1989 e dal maggio 1993 all’aprile 1994) e nel periodo in cui ha ricoperto la carica di Presidente del Consiglio dei ministri (dal maggio 1996 all’ottobre 1998).

Questi addebiti sono privi di ogni fondamento. Tuttavia, nello spirito della più totale trasparenza, Romano Prodi ha deciso di rendere pubbliche le seguenti informazioni.

1. Dichiarazioni dei redditi di Romano Prodi e della ASE

Tutti i redditi risultanti dalle attività professionali di Romano Prodi sono stati debitamente dichiarati alle autorità fiscali nazionali. I redditi derivanti da attività che prevedevano ricerche economiche particolari sono passati attraverso la ASE (a cui Prodi fatturava le proprie prestazioni) e quindi dichiarati dalla ASE stessa (si veda la Tabella 1). I redditi collegati alle attività personali di Romano Prodi come membro di comitati consultivi, come economista che prestava opera di consulenza alla ASE, come autore o in ogni altra forma individuale, sono stati inseriti direttamente da Romano Prodi nelle sue dichiarazioni dei redditi personali (si veda la Tabella 2).

2. Le attività professionali di Romano Prodi

Romano Prodi è stato nominato Presidente dell’IRI per la seconda volta nel maggio 1993. Lo stesso giorno in cui ha assunto l’incarico, Prodi ha interrotto tutta la sua attività professionale e si è dimesso da tutti i comitati consultivi. Inoltre, ha bloccato ogni attività di consulenza svolta dalla ASE.

Nel 1995, Romano Prodi ha deciso di entrare in politica. Come conseguenza, prima di assumere qualsiasi incarico pubblico e benché non fosse richiesto dalla legge, ha deciso di abbandonare di nuovo qualsiasi attività professionale, sia direttamente che tramite la ASE.

Da quella data, le attività della ASE si sono limitate alla raccolta dei pagamenti dovuti per attività precedenti.

3. La società ASE

La società è stata fondata il 15 febbraio 1990 dalla FIN. GI. Srl. L’11 ottobre 1990 Romano Prodi e Flavia Franzoni Prodi hanno acquistato quote per l’intero capitale della società. La decisione formale di mettere il liquidazione la ASE è stata presa il 12 dicembre 1997.

Prodi ha utilizzato la società per gestire in modo razionale il lavoro di consulenza suo e di sua moglie nei periodi in cui non rivestiva incarichi pubblici. Il fatto che si siano registrati degli incassi mentre Prodi rivestiva incarichi pubblici si deve esclusivamente a ritardi di pagamento. Nei periodi in cui era Presidente dell’IRI o Presidente del Consiglio, Romano Prodi non ha svolto alcuna attività di consulenza o di ricerca.

Le spese della società sono consistite essenzialmente nell’acquisto di un ufficio a Bologna tramite un contratto di leasing e in corrispettivi per consulenze prestate da terzi. Inoltre, Romano Prodi e la signora Franzoni hanno fatturato il loro lavoro individuale all’impresa. I pagamenti percepiti dalla ASE hanno naturalmente concorso alla formazione del loro reddito personale e come tali sono stati soggetti alle normali imposte.

In risposta alle illazioni giornalistiche e in seguito all’inchiesta condotta dalla Polizia Tributaria sull’impresa, le autorità giudiziarie hanno concluso che le attività di Romano Prodi e della società sono state condotte nella più completa regolarità.

Le Tabelle 3 e 4 comprendono altre informazioni particolareggiate sulla ASE. Esse dimostrano che alcuni organi di informazione hanno gonfiato oltre misura le cifre relative alle consulenze prestate dalla società nel 1991, nel 1992 e nel 1993.

4. I clienti della ASE

La ASE ha fornito consulenza a diversi clienti. Fra i più importanti figurano la Goldman Sachs International, la General Electric e la Pacific Telesis International. L’Unilever non è mai stata cliente della ASE (si veda la Tabella 5).

5. Dichiarazione di proprietà della ASE

Il fatto che i coniugi Prodi fossero proprietari della ASE è di pubblico dominio in quanto, secondo la legislazione italiana, i dati relativi alla proprietà di quote in società a responsabilità limitata sono pubblici. Questi dati vengono notificati al Registro delle imprese e da esso registrati e possono essere consultati da qualsiasi parte interessata.

Quando Romano Prodi è stato nominato Presidente dell’IRI e, in seguito, Presidente del Consiglio, egli era tenuto, ai sensi della legislazione in vigore, a fornire annualmente tutte le informazioni relative ai cambiamenti del suo stato patrimoniale e ai redditi percepiti. Poiché l’entità della sua partecipazione nella ASE è rimasta inalterata e poiché la società non ha prodotto alcun reddito per Romano Prodi come socio fino al 1997, non è mai stato necessario dichiarare la proprietà della ASE. In quegli anni (si veda la Tabella 3) la società non ha distribuito i profitti ai soci ma li ha reinvestiti nelle riserve societarie al fine di costituire una base finanziaria per le sue attività future.

6. Romano Prodi come "advisory director" della Unilever

A decorrere dal 2 maggio 1990, Romano Prodi è stato nominato "advisory director" ("direttore consultivo") di Unilever NV e Unilever PLC.

Lo statuto sociale di Unilever prevede espressamente che gli "advisory directors" non abbiano potere di voto in alcuna delle riunioni del Consiglio di amministrazione alle quali partecipano.

Lo stesso statuto riassume così il ruolo degli "advisory directors": "fornire consulenza sugli affari industriali, politici, sociali, economici, finanziari e di altra natura di Unilever al Consiglio di amministrazione in generale e al Comitato speciale in particolare".

Quando Prodi faceva parte del gruppo degli "advisory directors"gli altri componenti erano Frits Fentener van Vlissingen, Sir Robert Haslam, Sir Brian Hayes, Dr François-Xavier Ortoli, Mr Donald Petersen, Dr Onno Ruding e il Dr Dieter Spethmann.

I redditi che Romano Prodi ha percepito dall’attività di "advisory director" di Unilever sono stati debitamente inseriti nelle sue dichiarazioni dei redditi dal 1990 al 1995 (si veda la Tabella 2). Il 20 maggio 1993, in seguito alla sua nomina come Presidente dell’IRI, Romano Prodi si è dimesso dalla posizione di "advisory director" di Unilever.

7. La privatizzazione di Cirio-Bertolli-De Rica

Nel maggio 1993, Romano Prodi è stato nominato per la seconda volta Presidente dell’IRI con il mandato di procedere a un vasto programma di privatizzazioni.

Nell’ottobre 1993, l’IRI ha venduto la Cirio-Bertolli-De Rica (CBD), un’impresa alimentare che operava nei settori dei pomodori, del latte e dell’olio, alla Fisvi.

La vendita si è svolta sulla base delle disposizioni contenute in una decisione formale del Comitato Interministeriale per la Politica Economica e seguendo una lunga procedura iniziata con un’offerta pubblica.

L’IRI era assistita da Wasserstein Perella. Pasfin e il Consiglio della Borsa Valori di Milano vennero incaricati della valutazione finanziaria della CBD.

Dopo aver acquistato la CBD dall’IRI, la Fisvi ha venduto separatamente alla Unilever il settore dell’olio, cioè la Bertolli.

Nell’acquisizione, la Unilever era assistita dalla Goldman Sachs.

In seguito agli addebiti formulati in alcuni articoli di stampa, le autorità giudiziarie italiane avviarono un’indagine formale sulla vendita della Cirio-Bertolli-De Rica da parte dell’IRI e sul ruolo svolto in essa da Romano Prodi.

Il 22 dicembre 1997, il giudice Eduardo Landi del Tribunale di Roma, Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, chiuse il procedimento dichiarando il non luogo a procedere nei confronti di Prodi perché "il fatto non sussiste". "Come è stato evidenziato dalla perizia collegiale", scrisse il giudice Landi, "non si è realizzato un danno per l’IRI o un profitto per la FI.SVI." in quanto il prezzo concordato era congruo. La vendita separata dei diversi settori della CBD (cioè olio, latte e pomodori) "in base alle offerte presentate, avrebbe portato ad un risultato economico peggiore per l’IRI rispetto a quello ottenuto". "L’IRI ha condotto l’operazione conformandosi alla "ratio" delle disposizioni normative, legali e regolamentari".

ANNEX

Table 1
ASE’s income statements

 

PROCEEDS

LIT

PRE-TAX PROFITS (LOSS)

INCOME TAXES

PATRIMONY TAXES

NET PROFIT (LOSS)

1990

199.811.100

41.653.860

20.353.000

 

21.300.860

1991

710.583.308

342.586.719

167.267.000

 

175.319.719

1992

754.500.554

393.640.279

202.092.000

2.435.000

189.113.279

1993

1.073.869.526

469.564.141

249.458.000

3.854.000

216.252.141

1994

656.812.385

197.329.878

123.943.000

5.476.000

67.910.878

1995

148.293.750

( 67.470.964)

5.905.000

5.374.000

( 78.749.964)

1996

-

(325.914.731)

-

2.890.000

( 328.804.731)

1997

-

394.090.543

135.790.000

2.029.000

256.271.543

1998

-

( 71.496.773)

-

 

( 71.496.773)

Table 2
Mr Prodi’s income statements, with details of income from Unilever

FISCAL

YEAR

TAXABLE

INCOME

NET

TAX

INCOME

FROM SELF-

EMPLOYED

WORK

ABROAD

INCOME

FROM

UNILEVER

(AS PART OF

SELF-

EMPLOYED

WORK

ABROAD).

1990

279.443.000

109.120.000

29.695.000

29.695.000

1991

270.252.000

103.992.000

52.802.000

39.865.000

1992

440.583.000

191.160.000

80.660.000

41.856.000

1993

509.403.000

227.217.000

58.430.000