Pubblichiamo sul blog (cliccare a fianco) un intervista a Costanzo Preve, a cura di Gianluca Amodio e Gianni Petrosillo (e con la gentile collaborazione di Elianna Zirpoli). Le motivazioni che ci hanno spinto ad effettuare questa intervista sono molteplici, a cominciare dalla messa al bando del filosofo torinese da parte della cosiddetta sinistra marxista, la quale ha fatto presto a liquidarlo in quanto revisionista (nel migliore dei casi) o persino fascista (nel peggiore dei casi). E’ indubitabile che esiste una crescente divaricazione tra le nostre posizioni e quelle di Preve, ma ciò non è sufficiente ad escludere dal dibattito, politico e filosofico, una persona che tanto ha dato, e tanto continua a dare, al rinnovamento del pensiero marxista, contro l’imbalsamazione messa in atto dalla Scolastica Marxista Imperante, quest’ultima fortemente ancorata a categorie che non spiegano più nulla dell’attuale sistema capitalistico ma che forniscono una sicura carriera accademica.
Il merito di Preve è stato quello di non sottrarsi alle nostre domande, a volte anche un po’ “irriverenti”, almeno per quel che ha riguardato le sue ultime scelte editoriali. A nostro avviso i luoghi del dibattito filosofico e politico non sono mai neutri e scegliere una platea piuttosto che un’altra può avere delle conseguenze nefaste (strumentalizzazioni e operazioni di “riverginizzazione” di personaggi un po’ loschi), o al minimo, può determinare la dispersione di idee giuste (e di forze) le quali, se seminate su un campo più “fertile”, hanno maggiore possibilità di attecchimento (del resto, come dirà lui stesso in questa intervista, il dibattito tra “consanguinei” o tra "viciniori" è certo più proficuo). E’ nostra convinzione che il problema non stia nella decisione di pubblicare o meno un saggio con le Edizioni del Veltro o Settimo Sigillo (delle cui buone intenzioni non dubitiamo affatto) come ha fatto Costanzo Preve, quanto piuttosto quello di scegliere il campo più ricco di humus, al fine rompere certe incrostazioni e liberare il marxismo dai suoi veri detrattori (come al solito i nemici peggiori “marciano nelle nostre stesse scarpe”). E non è un caso che la cosiddetta sinistra comunista fa qui orecchie da mercante mentre gli ex-destri hanno almeno il merito di essersi rivelati più ricettivi. C’è, là fuori, una sinistra “pseudo-purista” che pur lanciando parole d’ordine velleitarie raccoglie innumerevoli consensi (grazie a “violenti” militanti ammaestrati e “ricchi” committenti istituzionali che li foraggiano), e che ha come compito precipuo quello d’impedire la coagulazione, su nuove basi, di forze realmente antisistemiche, finalmente riunite intorno ad un pensiero (di matrice marxista) capace di rinnovarsi. Concediamo, perciò, due attenuanti a Preve: 1) l’ostracismo impostogli dalle tradizionali case editrici di sinistra, le quali gli hanno preferito il più letterario (nonché più “monetizzabile”) “Clan Negri” 2) L’aver creduto, sulla base di un ragionamento tutt’altro che errato, che essendo ormai divenute destra e sinistra due immagini speculari di una stessa logica sistemica, da qualche parte occorreva pur incominciare per infrangere lo "specchio". E’ stata sicuramente la strada più breve che si potesse intraprendere per rompere il silenzio, ma questa scelta non è stata priva di conseguenze per lui.
Inoltre, c’è sempre la rete, per cui quando Preve lo vorrà potrà inviarci le sue riflessioni o i suoi discorsi filosofici (che restano quanto di meglio ci sia oggi in circolazione) e noi saremo lietissimi di pubblicarglieli. Lo prenda come un investimento, visto che la sistematizzazione di tutto quello che scriverà potrà sempre avvenire in futuro, c'è ancora molta gente intelligente in giro.
Detto questo, vi lasciamo a questa lunga intervista (un quasi saggio) ricchissima di spunti di riflessione che, sicuramente, aprirà un interessante dibattito.
Gianni Petrosillo.
PERCHÉ LE VIOLAZIONI E I CRIMINI DEI DIRITTI UMANI CONTINUANO IN IRAQ
(di Muhamad T.Al-Daraji, Presidente Monitoring of Human Rights in Iraq)
Forse qualcuno si domanderà come mai, nonostante esistano molte leggi internazionali sui diritti umani, i crimini e le violazioni degli stessi continuino ancora oggi. Per comprendere i veri motivi, prenderemo in considerazione la situazione dei diritti umani in Iraq al fine di fornire maggiori esempi pratici su come liquidare e distruggere la pace e la giustizia nel mondo nonostante le leggi internazionali sui diritti umani.
1. Il governo americano e quello britannico hanno iniziato la guerra in Iraq occupando questo paese senza chiedere l'autorizzazione della comunità internazionale, come il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ed hanno addotto false motivazioni (vedi la questione delle armi di distruzione di massa presenti in Iraq o l’inesistente legame con Al-Qaeda). In seguito a questa occupazione, i governi americano e britannico hanno chiesto di acquisire una posizione legale in Iraq che è stata rifiutata dalla Comunità internazionale con il segretario generale delle Nazioni Unite. Questo significa che l’America e la Gran Bretagna non solo non hanno rispettato la comunità internazionale ma hanno anche deciso di invadere, mettere a soqquadro e distruggere un altro paese con azioni criminali. La prima risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stata di ammettere le truppe americane e britanniche come truppe di occupazione in Iraq sotto l’autorità internazionale, ma senza una delegazione delle nazioni Unite in Iraq (UNAMI), che verificasse, de visu, quello che realmente accadeva. Per questo la situazione non è cambiata molto.
2. Per impedire che la comunità internazionale sapesse di più sulla situazione dei diritti umani in Iraq sotto l’occupazione, i governi americano e britannico hanno smesso di redigere rapporti speciali sui diritti umani in Iraq, dopo aver scritto l’ultimo rapporto alla Alta Commissione sui diritti umani il 7 luglio 2004. Il principale motivo che ci ha spinto a costruire la nostra rete (MHRI,) insieme ad altre organizzazioni irachene, è quello di denunciare la reale situazione in Iraq per far in modo che la comunità internazionale non si sottragga ai suoi compiti. L’UNAMI ha iniziato a rilasciare rapporti periodici dopo il nostro primo rapporto per completare la missione di rapporti speciali sui diritti umani in Iraq. C’è però una differenza: l’ufficio dei diritti umani di UNAMI non ha la stessa autorità del Consiglio di Sicurezza o delle Nazioni Unite di fermare queste violazioni e questi crimini, in base all’autorità delle leggi internazionali o agli accordi internazionali sui diritti umani. Ha invece solo la possibilità di rendere noto al mondo la situazione, ma non di innescare meccanismi legali che possano garantire il rispetto diritti umani in Iraq.
3. Sotto il nome di forze di raccolta e autorità internazionale, il deputato americano Mr. Poul Brimer ha stabilito nuove leggi in Iraq per impedire che i tribunali iracheni potessero giudicare i soldati che hanno commesso violazioni o crimini sui diritti umani contro il popolo iracheno. Ciò vuol dire cambiare ed impedire il ruolo delle leggi irachene, significa adottare soluzioni illegali contro gli Accordi di Ginevra che vietano l’occupazione dei paesi per mutare le leggi dei paesi occupati. Pertanto, i soldati americani hanno sistematicamente continuato le violazioni e i crimini sui diritti umani in Iraq. Mr. Brimer non ha risolto la questione dell’esercito e del sistema di sicurezza iracheno che lascia i confini del paese aperti e le armi libere di circolare. In questo modo, sono spalancate le porte a gruppi di criminali che perpetrano crimini e violazioni sotto il controllo e l’accordo delle forze di occupazione.
4. La mancanza e l’incapacità della Nazioni Unite e della Commissione Internazionale di fermare i chiari crimini di guerra come quello nella città di Hadith o le torture nella prigione di Abu-Ghaib o, ancora, l’uso di armi non convenzionali nella città di Fallujah, è dovuta al fatto che i meccanismi di protezione dei diritti umani sono controllati dagli Stati interni alla Alta Commissione per i diritti umani e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
5. Sotto occupazione, il governo iracheno non protegge i diritti umani e ha rifiutato di sottoscrivere accordi con il tribunale penale internazionale (ICCN) o accordi contro le torture, al solo fine di proteggere i gruppi criminali delle milizie dei partiti politici interni all’Iraq.
Dopo tutti questi passi volti a distruggere ogni ruolo della legge in Iraq, si continua a sotenere che la violenza proviene dal popolo iracheno, che ci sono problemi etnici e che i disordini e gli omicidi sono causati da gruppi settari, tuttavia, allo stesso tempo, viene respinta ogni indagine giudiziaria su questi omicidi. Questo significa che essi non solo proteggono questi omicidi, ma che addirittura vi prendono parte.
Dopo tutto questo si vuole discutere sui tanti errori commessi in Iraq dalle truppe americane ma senza alcuna intenzione di correggere questi errori in base alle leggi (internazionali o locali), tanto meno, su queste fondamenta ,si potrà mai instaurare un sistema democratico o la protezione dei diritti umani del proprio popolo.
Lettera a Romano Prodi
MR ROMANO PRODI
Primo Ministro dell'Italia
Una chiamata nella giustizia di appoggio per le persone dell'Iraq
Stampa e fonti mediatiche stanno riportando su una base quotidiana la situazione della mancanza di sicurezza e le violazioni massicce di diritti umani in Iraq.
La popolazione dell'Iraq continua ad essere vittima di uccisioni settarie, bande criminali ed azioni terroriste
Milizie e squadroni della morte continuano ad operare in impunità totale talvolta in collusione con le forze di sicurezza e con il supporto dei partiti politici.
La Missione dell'Assistenza delle Nazioni Unito in Iraq - l'Ufficio dei Diritti umani (UNAMI-HRO) ha valutato che il numero di uccisioni è di almeno 100 persone al giorno
Questo riflette un genocidio settario condotto da milizie criminali e terroriste
Il risultato di questa violenza è il numero totale delle persone dell'Iraq evacuate che ha raggiunto la quota di 1,200,000
UNAMI HRO ha registrato, per il periodo di luglio-agosto 2006, che più di 300,000 persone furono evacuate dopo l'esplosione del sacrario di Samarra nel febbraio 2006
Eccellenza, tutti gli sforzi condotti per fermare le evacuazioni e la violenza settaria sono falliti.
Tutte queste informazioni riflettono la situazione di insicurezza dell’ Iraq e le violazioni quotidiane dei diritti umani che mettono in guardia su un futuro catastrofico per questo paese e per la regione intera.
Il Governo italiano ha dichiarato molte volte il suo impegno per assistere le persone irachene e promuovere il ruolo della legge nel paese, per questo Vi rivolgiamo questo appello per intraprendere i passi seguenti in concordanza alle convenzioni internazionali al fine proteggere i diritti umani in Iraq.
1. Coordinare, coi colleghi europei nel Consiglio di Sicurezza, l’adozione di una soluzione per lo stabilimento di un tribunale criminale ed internazionale per l’ Iraq, col compito di indagare tutti i crimini contro l’umanità commessi in Iraq e processare i responsabili
2. Sostenere il lavoro dell'ONU in Iraq attraverso una diffusione dei diritti politici e umani affidati all’ UNAMI per aumentare la protezione di diritti umani nel paese
3. Esortare il Governo iracheno a ratificare le convenzioni internazionali rilevanti che proteggono i diritti umani come la Convenzione Contro Tortura (CAT); divulgare i risultati delle precedenti indagini delle grandi violazioni dei diritti umani, come quelli commessi nel bunker di detenzione in Al Jadiriya; invitare i Rapporteur dell'ONU a visitare l'Iraq e sostenere la loro visita nel paese.
4. Chiamare il Consiglio di Sicurezza per ristabilire la posizione di coloro che redigono i Rapporti Speciali sui Diritti umani in Iraq.
IL MERCATO DELLE BANCHE (commento di G. La Grassa ad un articolo apparso ieri sul "Giornale")
Con questo articolo di Festa (leggere più giù, NDR) sono in netto disaccordo su alcuni punti non irrilevanti. Intanto sulle continue sviolinate circa la bravura di Iozzo come tecnico, nonché sulla “impeccabile” gestione delle Generali, ecc. Che si tratti di bravi contabili e/o amministratori, che “conoscano il loro mestiere”, che navighino agevolmente tra grafici e tabelle, che a furia di stare in quell’ambiente ne conoscano le metodologie (e i trucchi), e via dicendo, non è motivo sufficiente per ritenerli adatti a ruoli che esigerebbero pure capacità strategiche lungimiranti, di ampia portata. Altrimenti, ci troviamo sempre nella situazione di lodare i tecnici al Governo tipo Padoa-Schioppa – e, all’inizio, lo stesso Festa e altri, pur di diverso orientamento, si profusero in lodi di quest’ultimo – salvo poi restare sorpresi della sua pochezza, per non usare termini più duri e precisi nell’indicare i suoi meschini, gretti orientamenti, incapaci di vedere qualche cm. oltre il proprio naso. E’ ormai da ripristinare con urgenza, riferendosi a questi manager d’“alto livello”, la ben nota definizione: “idioti con alto quoziente di intelligenza”. Buoni per gli interessi di singoli gruppi di potere economico-finanziario, ma esiziali per le popolazioni dei paesi da essi governati.
Altro punto su cui dissento nettamente è sulla semplice “perplessità” circa il fatto che Iozzo diventi presidente di un istituto “pubblico” (Cdp), restando eventualmente vicepresidente della futura concentrazione finanziaria nata da Intesa e San Paolo. Non c’è alcuna perplessità possibile: la proposta di Grande Stevens rivela solo chiaramente che, come sostengo da sempre e affermo anche nel mio ultimo scritto (qui allegato), pubblico e privato sono soltanto pure differenze giuridiche di un potere capitalistico che si dispiega in tutta la sua ampiezza e nella conflittualità tra i suoi agenti portatori. Il fatto che – questo era il piano Rovati che in realtà, così si è letto da più parti, sembra promanasse dal duo Costamagna-Tononi, fino a pochi mesi fa uomini ai vertici della Goldman Sachs e il secondo attuale viceministro dell’economia – tramite la Cdp ci si volesse impadronire della Telecom, per poi aprire la strada alla SanIntesa e alle Fondazioni bancarie (si leggano gli attuali multiformi ruoli di Guzzetti), segnala con estrema chiarezza non la semplice “confusione” di pubblico e privato, ma la loro assoluta complementarietà e intercambiabilità. Basta con la presa in giro (pura ideologia manipolatoria) di questo osceno formalismo tipico di tutte le epoche del dominio capitalistico.
A parte tale dissenso, le notizie (esatte) riportate nell’articolo di Festa servono da rafforzamento e corroborazione di quanto scrivo nel saggetto (cliccare sul bottone "multimedia" del blog, NDR) sulla “fine storica” di destra e sinistra, questa duplice malattia dello spirito e del corpo della nostra società.
IL MERCATO DELLE BANCHE ( Fonte "Il Giornale")
di Lodovico Festa
La scelta di Alfonso Iozzo come presidente della Cassa depositi e prestiti non manca di intelligenza strategica: si è individuato un banchiere di valore ed esperienza, molto utile all'istituzione che dovrà guidare. Semmai suscita perplessità la proposta fatta da Franzo Grande Stevens, grande vecchio della Fiat e presidente della Compagnia San Paolo (socio chiave della banca San Paolo), che il neopresidente della Cdp mantenga anche la carica di vicepresidente della futura banca Intesa-San Paolo. Nella «Cassa» già svolge di fatto un ruolo centrale Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, altro «grande socio» della futura Intesa-San Paolo, aggiungere altri «espliciti» legami tra un'istituzione semi pubblica e una banca privata, sarebbe imbarazzante. Peraltro la storia di questi ultimi sei mesi di nuovo prodismo sono tutti segnati dal protagonismo di Intesa (presto Intesa-San Paolo) e dei suoi uomini. Sia dal punto di vista degli affari: la fusione tra Intesa e San Paolo, subito seguita da quella tra Bpu e Banca Lombarda, grande protetta di Giovanni Bazoli. Sia dal punto di vista delle nomine: Corrado Faissola, presidente della Banca Lombarda, diventa presidente dell'Abi (l'associazione di rappresentanza delle banche italiane), Vittorio Conti, responsabile della direzione del risk management di Intesa, viene nominato commissario Consob, infine la scelta di Iozzo.
Bazoli ha spiegato in una chilometrica intervista sul Corriere della Sera del 15 ottobre che secondo lui le grandi «reti» dovrebbero tornare in mano pubblica: insomma un po' la filosofia dell'appuntino di Angelo Rovati a Marco Tronchetti Provera. Mano pubblica significa di fatto, naturalmente, dilatazione dell'intervento della Cassa depositi e prestiti che magari potrebbe poi trovare utili convergenze con la «nuova banca per lo sviluppo» (definizione di Romano Prodi) che sarà Intesa-San Paolo: secondo il modello pubblico-privato inaugurato in Lombardia dove il presidente della controllata dalla provincia di Milano autostrada Serravalle è Giampio Bracchi, anche vicepresidente di Intesa, mentre alla Pedemontana c'è Marco Vitale, vecchio amico di Bazoli.
È anche notevole, poi, che tutti coloro che si oppongono un po' troppo a questa neostrategia pubblico-privato finiscano nei guai e sempre per l'azione attiva del governo Prodi: prima il gruppo Autostrade dei Benetton a cui è stata ostacolata la fusione con gli spagnoli di Abertis, poi Telecom Italia di Tronchetti grazie al clamoroso attacco svolto dall'asse Rovati-Prodi. Per non parlare della Rcs, dove l'ottimo giornalista economico Massimo Mucchetti, grande amico di Bazoli, ha fatto brillare l'ultima mina sotto la peraltro dissestata direzione di Paolo Mieli, proponendo come soluzione per la proprietà del Corriere della Sera esattamente la stessa fondazione che Bazoli, in un altro chilometrico intervento ospitato questo autunno dalle pagine del quotidiano di via Solferino, aveva avanzato. Il modello sarebbe quello catto-progressista oggi in vigore al Monde. Se si considera, infine, che tutte le vicende bazolian-intesian-sanpaoline s'intrecciano anche con quelle del colosso finanziario Generali (della cui impeccabile gestione peraltro non si può che dire bene), socio fondamentale della nuova Intesa-San Paolo e insieme «controllata» via Mediobanca da Capitalia e Unicredit, si ha un'idea dell'accrocchio di potere che esiste in Italia e di come dentro questo accrocchio il prodismo cerchi con molta rozzezza e altrettanta determinazione di imprimere il suo segno. Il che spaventa non solo per la trama di potere ma anche per il destino di un gruppo così qualificato come quello Intesa-San Paolo. Quando nel 1996 Prodi si esercitò nei suoi soliti intrighi politico-affaristici a sostegno del gruppo Fiat (dalla inevitabile rottamazione al tentativo di regalare Telecom Italia a Ifi-Ifil, fino alla guerra alla Mediobanca di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi), l'allora premier riuscì quasi a portare il gruppo torinese sull'orlo del fallimento. Perché alla fine la concorrenza fa bene a tutti: anche alle banche. Non solo ai tassisti, ai farmacisti e a tutti «i piccoli» con cui se la prendono i vari Pierluigi Bersani & co._
FINITI STORICAMENTE, MA ZOMBIES ANCORA PERICOLOSI A LUNGO (G. La Grassa)
INTRODUZIONE (di Ripensaremarx)
Pubblichiamo sul blog (cliccare qui a fianco) un elaborato di Gianfranco La Grassa che si potrebbe considerare una continuazione di analisi politica rispetto a quanto da lui già scritto nel suo recente saggio “Il gioco degli specchi” (EditricErmes, 2006 Potenza). Chi ha avuto la fortuna di leggere questo pamphlet, sa bene quanto la disamina lagrassiana della situazione politica, sia italiana che internazionale, sia stata confermata dall’evoluzione che i fatti hanno avuto in questi ultimi mesi. Ovviamente, il tutto è merito di un impianto teorico capace di cogliere la direzionalità, per quanto tendenziale, delle cose “del mondo”, almeno sul breve periodo. La Grassa, anzi, si è rivelato persino un ottimista rispetto allo sfacelo attuato dal Centro-Sinistra in questi primi 6 mesi di (mal)governo. I fatti sono alla portata di tutti per cui, a meno di non essere ancora affetti da masochismo fideistico identitario, li si può valutare con la dovuta “serenità”. La funzione del Centro-Sinistra - a partire dai suoi stretti legami con l’apparato finanziario-industriale nostrano, riunito intorno al Patto di sindacato di RCS (a sua volta legato, in posizione di subdominanza, alla finanza del paese centrale (USA)) - si è presto manifestata nell’azione “panzeristica” intrapresa dal governo, contro il cosiddetto “ceto medio” (tutta la finanziaria è diretta allo “sgrassamento” di questa parte “socio-economica” che di medio, tuttavia, non ha proprio nulla), ed è divenuta palese nel consolidamento dell’alleanza tra apparati sindacali e industriali, al fine di una “redistribuzione” del reddito verso i vertici della “classe” subdominante di cui sopra. Non è un caso che già alla prima uscita da Ministro dell’Economia, Padoa-Schioppa si è scagliato contro il rapporto deficit/Pil, al fine di giustificare un “necessario” taglio delle spese, soprattutto su pensioni e sanità (taglio che arriverà copioso, non dubitatene), ma non prima di aver messo in atto l’altrettanto “necessario" “gasamento” dei lavoratori autonomi e parasubordinati.
Tale difficile compito poteva essere compiuto solo da quegli apparati politico-sindacali che controllano il blocco sociale del “lavoro dipendente”, da sempre astioso (anche per motivi culturali) nei confronti dei “bottegai”. Chi stolto non è, comprende immediatamente che la strategia del Divide et Impera, attuata dal Governo, ha come obiettivo precipuo lo “schiacciamento” di tale ceto (il quale resterà sempre più isolato, anche nelle sue estemporanee proteste) al fine di rastrellare quante più risorse possibili e con queste puntellare il gruppo delle grandi imprese decotte italiane (le quali stanno dietro tutta l’ “operazione” in questione). Ovviamente, ciò non sarà sufficiente a salvarle dall’imputridimento economico nel quale sono invischiate, a quel punto la mannaia finirà nuovamente sui lavoratori dipendenti.
Inoltre, come riferito ieri dal Ministro del Lavoro Damiano (DS), la legge Biagi resterà il sostrato dei futuri provvedimenti sull’occupazione, il che taglia le gambe anche all’ala sinistra della maggioranza di governo, la quale aveva polarizzato il malcontento dei precari proprio sul principio dell’abolizione di questa legge. Insomma nulla di nuovo sotto il cielo, almeno rispetto a quello che avevamo prospettato già all’indomani della vittoria del Centro-Sinistra. Se abbiamo sbagliato è stato solo per difetto.
Adesso vi lasciamo al corposo articolo di Gianfranco la Grassa.
MISTERO DELLA FEDE
Romano Prodi è uno che se ne intende di affari, di affari segreti (ricordate tutti gli intrecci finanziari suoi e di sua moglie?) e, perché no, anche di Servizi Segreti. Senza dar troppo adito ad un giornalista filosionista e filoamericano come Guzzanti (che sul Giornale di oggi scrive sui rapporti tra la sede sovietica della società Nomisma a Mosca e l’Istituto Plehanov, il quale in realtà sembra fosse solo una copertura della sezione economica del Kgb) mi pare di capire che Prodi sia uno che la sappia fin troppo lunga. A conferma di quanto detto basta guardare alle nomine governative dei vertici del Cesis, col Generale Giuseppe Cucchi, e del Sismi, dove va l’ammiraglio Branciforte, al posto del poco gradito Pollari. Le nomine, com’è noto, seguono la logica dello spoil system, ovvero il governo in carica ha il diritto di liberarsi dei vertici dell’haute administration in quota al precedente governo, al fine di sostituirli con i propri uomini di fiducia. Prodi, naturalmente, è uno che segue alla lettera la “common law” ed ha colto l’occasione per nominare il Generale Cucchi, (uomo del Comitato Scientifico di Nomisma SpA), a capo del Cesis. Sul sito di Nomisma si può pure leggere il suo C.V., che per correttezza d’informazione riporto:
Gen. Giuseppe Cucchi
Laureato in Giurisprudenza e Scienze Strategiche, ha studiato alla scuola di guerra italiana e francese e ha conseguito il Master in Public Administration ad Harvard. Ufficiale Generale con curriculum di studi e preparazione in vari paesi esteri è stato Direttore del Centro Militare di Studi Strategici, Consigliere Militare del Presidente del Consiglio, Rappresentante Militare italiano presso NATO, UEO ed UE ed è attualmente Consulente sui problemi NBCR al Dipartimento della Protezione Civile.
Insomma, Romano Prodi muove le sue pedine e cerca di consolidare il regime di centro-sinistra. Tanto più che il tempo a sua disposizione potrebbe essere non molto lungo.
Mi chiedo come fa uno come lui ad avere quella faccia da frate Trappista. Parla come un santo (almeno per il fastidioso tono di voce) e razzola come il peggiore dei lestofanti. Se Prodi ha intenzione di accontentare tutti quelli che lo hanno sostenuto credo che l’elenco sarà ancora lungo. Scorrendo sul sito di Nomisma si possono leggere i seguenti azionisti:
Teniamoli tutti a mente perché questi nomi torneranno sicuramente nel prossimo futuro (fusioni, consulenze, regali di stato, ecc. ecc.).
Nel frattempo, quel geniaccio di Tommaso Padoa-Schioppa ha ammesso che per metterci a posto con l’UE sarebbe bastata una manovra da 15 mld di euro. E allora perché ce ne scucite 33,4 mld? “Mistero della fede”, fede cieca ovviamente, come quella dei sostenitori del Centro-Sinistra.
“BRUCIANDO S’IMPARA”
Oh bello lo scuoter del capo
su verità incontestabili! (B. Brecht)
Non credo che bruciare bandiere o pupazzi raffiguranti soldati assassini sia una cosa utile. Ma ciò cambia le legittime ragioni di una protesta? L’assassino diventa meno assassino se la sua effige viene bruciata in piazza? E una bandiera bruciata, data in pasto al pubblico ludibrio, diviene davvero più onorevole in virtù di tale atto? (che resta, comunque, atto stolto e fatto da stolti).
Non credo proprio. Quella bandiera continuerà ad essere un simbolo di oppressione se rappresenta un paese oppressore.
Tutto questo mi ricorda una vecchia canzone di Gaber intitolata “Se fossi Dio” che, più o meno, diceva così del piccolo borghese violentatore di minorenni: “Speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo cara figlia! Così per i giornali diventa un bravo padre di famiglia”. Appunto. Precisamente.
Si fa un gran rumore mediatico per coprire le vere ragioni che hanno animato le manifestazioni di sabato scorso. A mio modo di vedere, se non fosse stato per le bandiere o per i fantocci bruciati ci si sarebbe attaccati agli slogan (quei cani di giornalisti di Studio Aperto hanno detto di avere registrato slogan infamanti contro le forze militari italiane, ma più ripetevano: “Li sentite in sottofondo, 10-100-1000 Nassirya”? Più non si sentiva un bel nulla, se si esclude la voce della conduttrice del Tg che ripeteva: “sì, sì li sento!”). Ma gli organizzatori della manifestazione non si dolgano troppo e non perdano tempo a scovare i piromani, tanto i media trovano sempre un modo per "pervertire" il volere popolare, a prescidere da questi idioti. Eccovi un argomento buono per tutte le stagioni e usato già tante volte: l’ingratitudine della sinistra antioccidentale ed antisemita che preferisce i mussulmani della sharia rispetto agli americani (gli affossatori della dittatura nazi-fascista) dei diritti umanitari e delle libertà civili. A qusto punto, anche Hiroshima e Nagasaki, perdono di "portata" di fronte a tanta "bontà".
In qualunque forma si protesti, i giornali (che hanno i propri padroni) e i giornalisti (che hanno le loro cucce) racconteranno sempre e solo quel che fa più sensazione o quel che più conviene raccontare. Per questo, come diceva Gaber (stessa canzone): “con i giornalisti come cogli, cogli sempre bene”.
Un po’ di manipolazione e un po’ di società dello spettacolo, è questo il loro lavoro. Del resto i compagni, “figli di prometeo” ed autori dell’infausto gesto, già sapevano quel che sarebbe accaduto il giorno dopo. Ed è per questo che lo hanno fatto. Tutti qui a parlare di loro.
Vorrei chiedervi solo un favore. Va bene dare l’alibi alla stampa di sistema. Ma darlo a Bertinotti proprio non mi va giù. Il Grande Vecchio del Comunismo Riformato (CR) sulla manifestazione ha detto solo due parole. Ovviamente, non erano una chiosa negativa alle stragi israeliane contro i palestinesi, ma un’invettiva contro gli slogan e contro gli “idioti” che bruciano le bandiere. Gli avete tolto le castagne dal fuoco.
CAMPO ANTIMPERIALISTA (di F. D'Attanasio)
Sicuramente è ammirevole la dedizione ma soprattutto il coraggio dei compagni del Campo Antimperialista, difatti da alcuni anni devono subire, diciamo così, l’attenzione “morbosa” degli organi giudiziari e polizieschi a causa delle proprie posizioni politiche, essendo stati accusati più di una volta di appoggiare il terrorismo internazionale; niente a che vedere con certi altri antimperialisti solo parolai i quali sfruttano certe categorie politiche per tutt’altri scopi, per tenersi ben stretti la propria “nicchia” elettorale fatta di persone che non vogliono proprio rassegnarsi alla vera e propria debacle, non solo politica, ma anche morale di cui si son resi “protagonisti” i propri “eroi”. Come dice M. Tozzato nel suo articolo “QUALE (ANTI)IMPERIALISMO IN CRISI?”, sono tante le posizioni che emergono in seno al panorama mondiale delle forze antimperialiste, diversità che discendono appunto non solo dalle condizioni concrete sociali complessive che contraddistinguono le varie zone del mondo ma anche da una certa debolezza teorica. Quel che manca forse è proprio (come dice giustamente La Grassa) una teoria generale dello sviluppo ineguale dei capitalismi (e non del capitalismo) che faccia, diciamo così, da “sintesi”, che tenga insieme in maniera organica e logica appunto “le categorie, concetti, schemi e mappe di lettura” per formarne così un corpo (teorico) unico e ben articolato che non sia una mera giustapposizione. E’ comunque al di là di tutto mi sembra abbastanza utopico e senza nessun fondamento scientifico lavorare per un fronte antimperialista mondiale, pensare che i popoli che maggiormente subiscono le conseguenze delle aggressioni imperialiste (soprattutto americane), che poi sono anche (aspetto molto importante da non trascurare) quelli che vivono nelle condizioni più arretrate, possano in qualche modo unirsi tutti insieme per sconfiggere il nemico comune, derivi più da un atteggiamento morale di appoggio incondizionato ai “dannati della Terra” che da un’attenta analisi socio-economica e da un’approfondita valutazione politica. I popoli del mondo vivono nel turbine dello sviluppo capitalistico, di questa formazione sociale (avente comunque connotati differenti nelle varie zone del mondo, quindi sarebbe più corretto parlare di formazioni sociali, in quanto caratterizzati da diverse classi e strutture di rapporti sociali, seppur basati su una organizzazione produttiva fondamentalmente privata, mercantile e quindi tesa alla valorizzazione del capitale) che continua a “sbaragliare” letteralmente, dall’inizio del proprio avvento, tutti gli altri modi di produzione. Il capitale, come ci ricorda Marx, è soprattutto una potenza sociale, cioè un sistema sociale perfettamente integrato, altamente dinamico che oltre ad assicurare elevati ritmi produttivi modifica costantemente i rapporti sociali (pur rimanendo nell’alveo dell’impulso alla valorizzazione), ha dato un’accelerazione, mai vista prima nella storia, al progresso tecnologico e scientifico, ha quindi liberato l’uomo dal fardello di tanti tabù, credenze e paure che ne tenevano imbrigliati la creatività e l’insieme di tutte le potenzialità, aprendo così orizzonti di accrescimento culturali prima inimmaginabili.
Il capitalismo ha altresì prodotto una grossa frammentazione in orizzontale oltre che una scala sociale gerarchica molto stratificata, livelli di sviluppo, come dicevo, molto differenti tra diverse aree del mondo; ciò costituisce, per gli antimperialisti, ulteriore fonte di difficoltà poiché mette (più in generale) in continuo rapporto di competitività gli individui, ma anche i popoli, quindi tende anche, fra l’altro, a separare le classi subalterne del mondo a più alto sviluppo da quelle appartenenti al mondo meno sviluppato o in via di sviluppo. Quindi è molto più sensato pensare, appunto nel vortice tumultuoso della lotta per la supremazia tra i vari spezzoni in cui si vanno a delineare, a livello internazionale, le classi dominanti (o anche forse meglio, decisori, come dice La Grassa), che i proletari più poveri siano, in un certo senso, “costretti” (ma difatti personalmente non vedo quale altra via potrebbero perseguire) ad allearsi con le proprie classi dominanti di riferimento per difendere la propria autonomia ed indipendenza dalle politiche aggressive imperialiste dei paesi più potenti (oltre che, aspetto non meno importante, per puntare ad un più alto sviluppo tecnologico-scientifico che abbia così ricadute significative sul proprio tenore materiale di vita), d’altro canto, specularmente, le classi dominate o non decisori, delle aree più sviluppate hanno lo stesso atteggiamento. Tutto ciò può essere meglio capito e accettato se si condivide, a mio avviso, l’impostazione teorica che ultimamente ha dato La Grassa alla sua analisi della formazione sociale capitalistica (e non del modo di produzione capitalistico, concetto diverso, elaborato da Marx ai suoi tempi e quindi adeguato alla società che fu), analisi che mette al centro (superando la stessa concezione del rapporto dialettico tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione) quale nucleo fondamentale concettuale i rapporti sociali ed in special modo quelli tra le varie frazioni della classe dominante. Quindi prendono il davanti della scena dell’attività di analisi, le strategie che questi ultimi producono e mettono in atto in tutti gli ambiti sociali allo scopo di prevalere e quindi predominare, discorso valido sia all’interno delle varie formazioni sociali nazionali e sia a livello della geo-politca cioè dei rapporti di potere internazionali. Il rapporto capitale-lavoro o più in generale il rapporto dominio-subordinazione risultano così sur-determinati, in quanto non principalmente significativi nel districare, seppur a grandi linee, la complessa matassa delle dinamiche sociali complessive, quindi sia i continui riassestamenti dei vari gruppi sociali all’interno della riproduzione sociale capitalistica, e sia le eventuali condizioni di possibilità di un rivoluzionamento radicale della stessa organizzazione sociale capitalistica.
Né tuttavia sinceramente penso che da esperienze politiche che stanno maturando in special modo in Sud America (penso in particolare al Venezuela di Chavez che, sottinteso, va senz’altro appoggiato tanto più si oppone all’imperialismo degli Stati Uniti e persegue una certa autonomia) possa nascere seriamente un nuovo socialismo (anche perché attualmente gli stessi Stati Uniti stanno trascurando questa zona del mondo in quanto più preoccupati nel prevenire le mire espansionistiche di paesi quali la Cina e l’Iran), penso al contrario che se tali paesi non riusciranno ad avviare una serio processo di sviluppo sostenuto, se non riusciranno ad assumere un ruolo internazionale rilevante in termini di potenza soprattutto politica-economica, finiranno letteralmente per essere travolti (con conseguenze catastrofiche sulle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione) dall’onda d&rsqu