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lunedì, 30 aprile 2007

ITALIANITA´ E MERCATO: LE DUE GRANDI BUFALE

di G. La Grassa

 

Sembra infine conclusa la telenovela della Telecom; il che non esclude ulteriori novità e magari, fra qualche anno, qualche altra "spiritosa invensiòn" da parte di un capitalismo sempre più imbroglione e parassitario. Comunque, questa conclusione piace soprattutto al capitale finanziario che si situa nei dintorni di Intesa (Bazoli) con le sue servili propaggini governative guidate al momento dal "maggiordomo" Prodi.

Vediamo la situazione formale. Telecom era controllata da Olimpia (Pirelli-Tronchetti 80% e Benetton 20%) con il 18% del capitale azionario dell´azienda telefonica. Adesso, dopo il perfezionamento della compravendita, Olimpia si trasformerà in Telco che sarà sempre il gruppo di controllo della Telecom con il 23,6% delle azioni (al 18% di Olimpia si aggiungono le quote di Mediobanca e Generali che fanno parte degli acquirenti). A questo punto Telco avrà i seguenti azionisti: la spagnola Telefonica (che due-tre mesi fa era stata ostacolata dal Governo Prodi nei suoi contatti per acquistare o comunque "partecipare" ampiamente Telecom) con il 42,3% azionario. Questo è interessante: la spagnola accetta la quota di minoranza dopo che, appunto, il Governo si era opposto a che si accordasse direttamente con Tronchetti. Telefonica accetta inoltre di avere nella governance solo 2 posti su 15 (c´è chi parla di 3 su 19). Non è riportato con chiarezza sui giornali, ma ho sentito al TG3 che entro tre anni gli spagnoli hanno facoltà di andarsene. A me pare proprio - a meno di non credere ad un´impresa dedita alla beneficenza dopo che la "politica" italiana (su "suggerimento" dei padroni finanziari) le aveva impedito di concludere una sua autonoma trattativa con la Telecom - che Telefonica speri solo di avere eventualmente fra qualche anno una buona uscita superiore ai 2,82 euro per azione che sborserà oggi. Per il momento, ha avanzato la richiesta di nominare amministratore delegato della Telecom Marco De Benedetti (figlio del più noto "Ingegnere"), che lo era già stato all´epoca di Gnutti e Colaninno e in questo momento è alto dirigente (per la sezione europea) del Carlyle Group, un nome che è tutto un programma (di finanza americana fortemente collegata alla politica e alla ricerca e industria militari, ecc.).

La maggioranza della Telco spetta alla cordata detta italiana: Generali (28,1%), Mediobanca 10,7%), Intesa (10,7%; non ci si lasci ingannare dalle percentuali; questa banca è la vera vincitrice per il momento), Benetton (8,2%). Si lascia intendere che, nei prossimi anni, potrebbero essere ammessi nell´Olimpo dei controllori di Telecom Colaninno e magari perfino la Fininvest (Berlusconi). Questa è l´acciughina - non so se reale o sventolata per raggiro - che, assieme al più corposo affievolirsi delle manovre giudiziarie contro il leader dell´opposizione, fanno presagire il tentativo di ammorbidirlo sempre più (gli ultimi suoi "giri di valzer" non sono stati tanto leggeri e mascherati) in modo da lasciar infine spazio all´operazione di "raggruppamento al centro" (con qualche appendice di sinistra per controllare meglio l´opposizione sociale, in particolare sindacale), che la nostra GFeID insegue da quando Berlusconi le rovinò i piani entrando in politica dopo l´annientamento giudiziario del vecchio regime DC-PSI ("mani pulite"); e anche su questo si può scrivere molto, ma molto ne ho già scritto e comunque questa non è la sede adatta.

Nel gruppo italiano, la quota azionaria maggiore è quella delle Generali, ma solo nominalmente tale società deterrà nella Telco un potere superiore alle altre italiane. Interessanti, in effetti, le dichiarazioni di Bernheim - presidente francese della società assicurativa, recentemente nominato vicepresidente della Intesa-San Paolo (chiaro il gioco, no?) - che qualcuno ha paragonato ad una "pistola fumante", quindi ad una quasi "flagranza di delitto". Tale presidente transalpino ha rivelato di aver recentemente parlato con Padoa-Schioppa e di avergli assicurato la disponibilità dell´Istituto "se c´è un interesse nazionale, per tutelare l´italianità di Telecom. Spero anche che lei [il suddetto ministro] abbia lo stesso interesse perché le Generali restino italiane, se malauguratamente ci fosse da difendere anche la loro italianità". Un francese così preoccupato dell´italianità sia di Telecom che di Generali è credibile tanto quanto ci avesse raccontato di aver partecipato ad un party di "extraterrestri". E ha addirittura aggiunto di aver manifestato contrarietà al decreto Bersani - non a tutto, esclusivamente a quella parte che aveva liberalizzato i mandati agenziali - perché, secondo lui, favorirebbero le assicurazioni Axa (francesi). In serata sono arrivate le solite "puntuali smentite" di Padoa-Schioppa e le precisazioni di Bernheim (che non ha però smentito nulla di essenziale), alle quali può credere solo un imbecille. E´ in ogni caso del tutto evidente che il francese Presidente (Generali) e Vicepresidente (Intesa-San Paolo) si sta dimostrando una buona pedina del gioco di Bazoli-Passera (Intesa); e quindi "cinguetta" con l´attuale Governo servo di quella finanza.

 

Vogliamo, sia pure come semplici ipotesi iniziali, trarre qualche conclusione dall´affaire? Innanzitutto, la paventata e sbandierata vendita all´At&t (e all´American Movil) si rivela una pura manovra di Tronchetti per sfuggire alla morsa governativa, tesa a favorire Intesa & C. - intenzionata a comprargli per due soldi la Telecom - minacciando anche, con il famoso piano Rovati e le pressioni dell´Authority, di scorporare la rete fissa (e banda larga, TV via cavo ecc.) onde svalorizzare l´azienda. Certamente, Tronchetti non poteva pensare di recuperare quanto speso (4,2 euro ad azione nell´acquisto da Gnutti-Colaninno), ma comunque riceve il prezzo su cui non voleva più arretrare. Egli non aveva affatto il coraggio di opporsi recisamente ai piani di Intesa-Governo, ma voleva non essere proprio stracciato. Nulla esclude che l´At&t fosse a conoscenza di qualcosa, perché si è ritirata senza tante storie. Rilevo, di passaggio, che il suddetto scorporo della rete fissa è sempre in campo e servirà ancora per qualche nuova manovra cui assisteremo in futuro.

Tornando al presente, è più che probabile che Telefonica - dato che l´establishment italiano non ce l´avrebbe fatta a tirare fuori subito tanti soldi - funzioni soprattutto da supporto dell´operazione detta "di difesa dell´italianità". A parte i possibili futuri vantaggi economici per l´azienda spagnola (uscire eventualmente entro tre anni con qualche plusvalenza), ci sono grandi probabilità, pur se non si è certo agito alla luce del Sole, di connivenze tra i governi italiano e spagnolo, con chissà quali partecipazioni agli utili per Telefonica e forse altre imprese (finanziarie) al momento non visibili (probabilmente non lo saranno mai). Certamente, non è credibile che una azienda - dopo che il governo italiano (per conto della grande finanza che lo indirizza) le ha impedito di stipulare direttamente con Tronchetti accordi più stringenti - accetti di partecipare alla Telecom in posizione subordinata (42% nella Telco, società di controllo della telefonica italiana, e 2-3 membri della governance su 15-19, a parte questa richiesta in merito all´ad, che vedremo come andrà a finire). Una cosa è chiarissima: non c´è alcun piano industriale dietro l´acquisizione di Telecom. La Telefonica, anche ammesso, come sembra, che sia una azienda "tecnologicamente sana e avanzata", non apporterà un bel nulla. Quanto alla cordata italiana - banche, assicurazioni, Benetton (Autostrade e maglieria) che del resto è rimasta "dentro" per favorire Intesa e Governo, non far tirare loro fuori altri soldi per essere liquidata, nella speranza di ottenere in futuro maggiore indulgenza per le operazioni con la Abertis (spagnola non a caso) o altre - non ha alcuna esperienza né avanzamento tecnico-scientifico nello specifico campo delle telecomunicazioni. C´è all´orizzonte la Fininvest (cioè Mediaset), ma scommetto che si tratta di quegli orizzonti che restano sempre alla stessa distanza man mano che ci si incammina verso di loro; e poi, è veramente un´azienda tecnologicamente avanzata? Lasciamo perdere!

 

Da quanto detto fin qui, si capisce nettamente che tutto il discorso intorno al mercato è una vera, colossale, bufala. Il gioco è stato, com´è sempre, politico. Solo che alcuni dell´opposizione vorrebbero far credere che è stato condotto dal governo Prodi, che questi è il "grande manovratore". Altra presa in giro. Il gioco è politico nel senso che le grandi concentrazioni finanziarie - o anche le industrie (del resto subordinate alla finanza) di settori dell´epoca che fu - non si attengono alle regole che gli economisti, scadenti guitti imbonitori vendutisi ai dominanti, raccontano sui giornali dell´establishment. E´ la GFeID a fare le regole, ma le fa mediante il "potere" politico che controlla al 100% (in quest´ambito non conta la proprietà azionaria, ci sono ben altri sistemi di controllo, più nascosti e più seri, persuasivi e pervasivi). Quando i politici ricoprono un complesso reticolo di posticini importanti e lucrosi in varie società, o possiedono essi stessi certe società mediante mogli, parenti, semplici "amici" e fiduciari, "consiglieri personali", ecc., non possono non funzionare al servizio dei grandi interessi finanziari e/o di industrie decotte, altrimenti fanno una brutta fine (o impiccati sotto qualche ponte o "suicidati" in qualche desolata brughiera; o come minimo implicati in scandaletti vari, con una magistratura molto severa in certi casi).

Oltre al mercato, l´altra grande bufala è quella dell´italianità. Non a caso essa è stata tirata in ballo dai membri della GFeID, e dal loro personale di servizio politico (di sinistra), a fasi alterne. Il problema è che dietro l´Intesa (in quanto punta dell´iceberg di una galassia di altri poteri finanziari) funzionano pezzi importanti della finanza americana tipo la solita Goldman o la Carlyle, ecc. Ma non è che altri pezzi di quella stessa finanza stiano fermi; è tutto un movimento che, di volta in volta, vede aperte aggressioni e pesanti pressioni tra gruppi vari (anche per mettere i loro uomini in posti chiave delle istituzioni di dati paesi da controllare) e poi nuove trattative per giungere a compromessi, ma possibilmente da posizioni di maggior forza. Troppo spesso si fa l´errore di considerare certi paesi come qualcosa di unitario. Ad es. gli USA sono sempre trattati quale paese preminente e superpotenza imperialistica. Il che è vero in un certo senso, guardando all´"essenza" del problema. Tuttavia, anche gli "accidenti" sono di interesse altissimo, quasi quanto le "essenze". La Goldman e la Carlyle sono ovviamente collegate agli USA, e la loro storia è intessuta di rapporti (di pressione lobbistica) bipartisan con amministrazioni democratiche e repubblicane di quel paese. Tuttavia, i loro interessi non si identificano con quelli USA; anche perché non si identificano nemmeno fra loro, che sono, di volta in volta, alleate o nemiche, sfruttando la potenza del loro paese e nel contempo intrallazzando con vari altri paesi per ottenere utili e cointeressenze non sempre apprezzate dal Governo in quel momento in carica nel loro paese; e soprattutto non apprezzate dai loro concorrenti che influenzano sia altri pezzi dell´establishment statunitense sia altri governi o partiti politici in varie parti del mondo, stabilendo le loro molteplici influenze mediante alleanze varie, intervallate però da scontri e lotte acute, con i gruppi dominanti finanziario-industriali di questi altri paesi, gruppi a loro volta in conflitto fra loro. Ecc. ecc.

Se consideriamo che vi sono alcune centinaia di grandi imprese finanziarie e industriali statunitensi in alleanza-lotta fra loro - e le grandissime, enormi, concentrazioni finanziarie sono almeno 10-15, forse anche più - si capisce bene quanto è complicato seguire il loro gioco attorcigliato e cangiante. Ad es., "mani pulite", in quanto manovra di ricambio del regime DC-PSI in Italia - dopo il crollo del muro e la dissoluzione dell´URSS (prima non ci si poteva nemmeno pensare) - è stata condotta da precisi gruppi finanziario-industriali italiani, ma dietro input di influenti "ambienti" sia finanziari che politici statunitensi (ma non per conto degli USA in quanto paese complessivo). Se Berlusconi ha potuto avere successo quale granello di sabbia nei disegni di coloro che volevano cambiare regime in Italia, ciò è stato solo in parte dovuto a condizioni interne: gruppi economico-politici scontenti dell´operazione ed elettorato DC-PSI disorientato e incazzato. E´ ovvio che qualche aiuto, e non dei minori, gli è venuto da "altri ambienti" americani. Questa è la politica strettamente intrecciata all´economia, alla faccia del "libero mercato"!

 

Con ogni probabilità, la questione Telecom non è chiusa, pur se Tronchetti ne esce definitivamente. Tuttavia, è stato compiuto un passo verso quella "dittatura finanziaria" di cui ho parlato spesso nel blog. Il gruppo più pericoloso per la sedicente "democrazia" italiana è quello che fa capo all´Intesa & C. con il suo referente politico nell´attuale Governo. Tutti i pasticci e pasticcetti che stanno combinando le sinistre "alternative", in fase di scomposizione e ricomposizione a pezzi e bocconi, servono a disorientare i critici del capitalismo fissando la loro attenzione sul palcoscenico, dove si sta svolgendo una recita della peggior specie, mentre i veri giochi si fanno altrove. Questa la colpa di una simile sinistra: alcuni sono in buona fede, ma allora non capiscono più nulla di ciò che afferrava perfino un qualsiasi piciista marxistoide degli anni ´50 e ´60; altri sono semplicemente degli emeriti figli di puttana, solo interessati alla "melina" mediante cui conquistano minimi poteri e prebende anche le ultime ruote del carro di una politica gangsteristica come quella italiana ("siamo nella Chicago degli anni venti" ha detto recentemente l´ex presidente della Telecom, uomo che se ne intende!).

I principali gruppi di "sinistra" sperano di poter ricostituire una sorta di centrosinistra - dopo l´ormai probabilissima "riclassificazione", cioè sconquasso, del centrodestra - abbastanza simile a quello che ha guidato per tanti decenni il nostro paese. Torneremo sul problema. Qui ricordo solo che la situazione è del tutto differente. Negli anni ´60 vi fu il grande boom italiano e la trasformazione del paese da agrario-industriale a industriale-agrario fino a diventare una delle prime (sesta-settima) potenza economica mondiale. Si svilupparono i settori d´avanguardia della "rivoluzione fordista", con l´auto in testa. Per di più, il sistema mondiale era bloccato in una situazione di equilibrio tra le due superpotenze; primo e secondo mondo conobbero un periodo di sostanziale pace - salvo l´Ungheria nel 1956 e la Cecoslovacchia nel 1968, sommovimenti schiacciati con relativa facilità - mentre tutto il caos si "riversò" nel terzo mondo, terreno di confronto/scontro tra le superpotenze e di grandi movimenti di liberazione nazionale.

Oggi esiste una sola superpotenza, ma proprio tale fatto sta portando il mondo ad una situazione di disordine globale. In termini storici (che non sono quelli della nostra vita biologica) è sempre più vicina - questa non è soltanto una mia previsione - l´entrata in una nuova epoca policentrica, dove lo scontro (non necessariamente nelle stesse forme del `900) tra più paesi capitalistici, divenuti "grandi potenze", sarà sempre più acuto e avvierà sconvolgimenti profondi anche nelle aree avanzate del sistema capitalistico. L´Italia, al di là delle "ripresine" (profetizzate ogni anno), cui spera ogni anno di agganciarsi, basa il suo sviluppo (stentato) sui tentativi di rilancio di vecchi settori della passata rivoluzione industriale (ancora l´auto, ecc.), mentre è sempre più in affanno in quelli nuovi e praticamente nullo nell´ambito della ricerca scientifico-tecnica d´avanguardia. Quanto al potere, necessario a mantenere un minimo di proprie sfere di influenza, grandi risate dovrebbero seppellire i nostri politici, in particolare i nostri ministri degli esteri. Si sta cercando di trovare - con tatticuzze diverse che cercano di annusare i cambiamenti possibili delle strategie imperiali del paese che ci comanda - un posto di aurea mediocrità (e di nicchia) nella sfera d´influenza di quest´ultimo.

E´ sicuro che l´oro diverrà argento poi alluminio e piombo e infine fango. Forse passerà ancora qualche anno poiché i processi storici sono vischiosi e le nuove potenze, in grado di instaurare un autentico policentrismo, sono ancora in gestazione faticosa. Tuttavia, il nostro declino sembra ben assicurato. Avremo ancora convulsioni politiche come quelle, ridicole, cui stiamo assistendo a sinistra e a destra. Nasceranno però infine, nei tempi dovuti, quelle forze che ho indicato come rivoluzionarie dentro e contro il capitale. Comunque, non anticipiamo; seguiamo il decorso dei processi passin passino.

 

30 aprile

 

PS Come altre volte, si pubblica qui sotto un articolo di Porro su Il Giornale, estremamente preciso nell´indicare la sintesi dell´affaire Telecom. In particolare, si comprende bene che se quest´ultimo fosse stato condotto secondo le regole del "libero mercato" (esistenti solo nell´ideologia dei liberisti, cui appartiene certo anche Porro), Alierta (capo della Telefonica) sarebbe un puro "pirla". E´ ovvio che dietro ci stanno patti segreti (e scellerati) non conosciuti dai "poveri mortali" come noi. Tutto l´articolo, al di là della suddetta ideologia, è da leggere con attenzione. Ben sapendo che molti sono dei cattivi lettori, mi permetto di citare le ultime venti righe dell´articolo (che non lo riassumono, sia chiaro):

"Prodi non aveva la palla di vetro, poche settimane fa, quando in un´intervista sosteneva che c´era la possibilità di un socio europeo per Telecom. E Alierta non è un frescone che paga di più per contare di meno. Entrambi sanno che il film girato ieri è una farsa. I giochi veri partono ora. E in questo gioco di relazioni incrociate quel che conta non sono i quattrini del mercato ma gli `amici di´. Il presidente delle Generali, dall´alto della sua storia di grandi poteri, si è permesso nei giorni scorsi di codificare questo principio, dicendo: Generali (contro gli interessi immediati dei suoi azionisti, diciamo noi) farà la sua parte nel mantenere l´italianità di Telecom (soddisfare la volontà del Governo, diciamo noi) e si aspetta (dal governo, se no da chi?) che altrettanto venga fatto se la sua indipendenza venisse messa in discussione (una scalata da parte di uno straniero?). Bernheim sa bene da consumato politico e da abile assicuratore che la sua partecipazione in Telecom è il giusto premio per una polizza stipulata con il governo Prodi. Bel mercato".

Come ho rilevato nel mio scritto, l´opposizione cerca di far credere che Prodi diriga le varie operazioni di cui è semplice esecutore ("maggiordomo") per conto di Intesa e dintorni con, dietro, pezzi da novanta della finanza americana del tipo di quelli da me citati. A parte questa "timidezza" (da filoamericano), Porro scrive il suo articolo con estrema chiarezza (basta una piccola chiave di decodificazione, ma proprio piccola). Che dire del resto dei sinistri (se ne è avuto un assaggio nel dibattito, tenuto da Ferrara, tra Giavazzi e Brancaccio, uno dei tipici sinistri d´oggi). Non capiscono un accidenti di strategia e, non so se in buona fede, fanno finta di credere che questa "bella operazione" ha difeso l´italianità (e, naturalmente, i "posti di lavoro"). Che la Telecom sia in mano - e continuerà ad esserlo con "questi" acquirenti - di gente che non capisce nulla di telecomunicazioni, uno dei settori non certo irrilevanti della moderna rivoluzione industriale, non interessa nulla a simili sinistri del piffero. Veramente, la sinistra sta sempre più dimostrando, nelle sue varie anime, di essere una malattia mortale per questo paese. Andrebbe semplicemente annientata, non esiste ormai altra via di uscita. Per ricominciare, sarebbe indispensabile disinfestarla in modo integrale, senza residui.  

 

Ecco chi ci guadagna dall'affare Telecom (fonte Il Giornale)
di Nicola Porro

Prendete un vostro amico facoltoso, ma un po' frescone. Portatelo ad un concessionario della Porsche. Fategli vedere il modello che a voi piace: colore, optional, e tipo di impianto radio. Non lesinate su nulla, e non contrattate sul prezzo. Ditegli che non potrà mai guidarla. E poi fategli prendere il libretto di assegni per staccare un check con molti zeri. Uscite con la Carrera comprata con i soldi del vostro amico, fate accomodare la vostra fidanzata nel posto accanto, e l'amico piazzatelo nelle due poltroncine dietro con le gambe un po' rattrappite. Difficile immaginare una situazione più improbabile.

Eppure la finanza italiana ha provato che compratori di Porsche a totale beneficio di altri esistono. Eccome. Senza scomodare Milton Friedman, verrebbe comodo dire che il nostro capitalismo è pieno zeppo di pasti a sbafo. La vicenda Telecom fa al caso nostro. Gli spagnoli di Telefonica hanno preso il loro libretto di assegni e hanno staccato un check da 2,3 miliardi di euro per comprarsi il 42,3% di una finanziaria, Telco, che al suo interno ha un quarto del capitale Telecom. Gli italiani hanno più o meno messo 900 milioni di euro, invece, per essere maggioranza assoluta di Telco. In più gli italiani hanno detto ai cuginetti: «Ueh, il porschino lo guidiamo noi». Neanche il Ranzani da Cantù sarebbe così esplicito: agli spagnoli solo due consiglieri su 19; presidente e amministratore delegato di Telecom di nomina italiana. E non è finita. Gli avvocati si sono inventati due azioni di tipo diverso: quelle piene di diritti verranno acquistate dagli italiani con una valorizzazione di circa 2,6 euro. E quelle di serie B (senza prelazione e con scarso potere in termini di decisioni di vertice) vengono comprate dagli spagnoli, ma a tre euro. Ricapitoliamo: gli spagnoli comprano una fetta di Telecom pagandola un prezzo unitario superiore agli italiani, ma per contare di meno.

Ma non è ancora finita: gli spagnoli non pensassero mica di fare i conquistadores a via Negri. In fondo hanno comprato il 42,3 per cento di una finanziaria (Telco) che ha il 23,6 per cento di Telecom, mica si sono portati a casa tutto. E dunque Telecom è esplicitamente libera di poter fare accordi industriali in giro per il mondo anche con operatori che non siamo Telefonica. Difficile però accreditare la tesi secondo la quale Cesar Alierta, il numero uno di Telefonica, sia un incapace di intendere e di volere: è un signore che si occupa di 200 milioni di clienti in giro per il mondo e su un fatturato da 51 miliardi tira fuori un margine lordo di 21. Insomma i suoi calcoli fino ad oggi ha dimostrato di saperli fare bene.

C'è qualcosa che non ci stanno raccontando. I termini dell'accordo, fino a prova contraria sono come ve li abbiamo appena descritti. Ma c'è una variabile politica che potrebbe rimettere le cose al posto giusto e spiegarci così l'arcano spagnolo. Intanto una considerazione di merito. L'esecutivo, molto interessato alle sorti di Telecom, sponsorizzando l'operazione così come si è conclusa ha «comprato tempo». Anche quel frescone dell'amico del porschista capirebbe che Telecom Italia non può avere un assetto azionario stabile imperniato su Telefonica paralizzata con le due braccia legate dietro alla schiena ed una pattuglia di banche che va d'accordo su poco. La soluzione trovata è temporanea. Intanto ci si è liberati di Marco Tronchetti: un proprietario per la verità piuttosto scomodo per la politica perché si era messo in testa di vendere la Telecom a chi gli piaceva e paresse. Si può così riportare a Roma il pallino del controllo di Telecom. È questa la golden share degli spagnoli. Alierta, molto introdotto con il leader spagnolo Zapatero, sa bene che Prodi proprio in Spagna ha ottenuto per l'Enel la possibilità di fare un grande acquisto che si chiama Endesa. Grazie all'aiuto di Zapatero, l'Enel ha conquistato Endesa fino a quel momento destinata ai tedeschi di Eon. Siano pure di serie B le azioni degli spagnoli, al momento opportuno daranno i loro frutti: come minimo una posizione speciale in Brasile dove Telefonica e Telecom si contendono il primato nei cellulari.

A ciò si aggiungano i signori Benetton che grazie alla loro permanenza nella trappola Telecom hanno permesso al fronte italiano di avere la maggioranza e di avere uno straccio di socio italiano che non sia una banca. E anche in questo caso c'è qualche strada che porta a Madrid: quella della fusione della società Autostrade, controllata dai Benetton, con gli spagnoli di Abertis fatta fallire proprio dal governo Prodi. Insomma su ben altre basi si può oggi riprendere il dossier. Prodi non aveva la palla di vetro, poche settimane fa, quando in un'intervista sosteneva che c'era la possibilità di un socio europeo per Telecom. E Alierta non è un frescone che paga di più per contare di meno. Entrambi sanno che il film girato fino a ieri è una farsa. I giochi veri partono ora. E in questo gioco di relazioni incrociate quel che conta non sono i quattrini del mercato ma gli «amici di».

Il presidente delle Generali, dall'alto della sua storia di grandi poteri, si è permesso nei giorni scorsi di codificare questo principio, dicendo: Generali (contro gli interessi immediati dei suoi azionisti, diciamo noi) farà la sua parte nel mantenere l'italianità di Telecom (soddisfare le volontà del governo, diciamo noi), e si aspetta (dal governo, se no da chi?) che altrettanto venga fatto se la sua indipendenza venisse messa in discussione (una scalata da parte di uno straniero?). Bernheim sa bene da consumato politico e da abile assicuratore che la sua partecipazione in Telecom è il giusto premio per una polizza stipulata con il governo Prodi. Bel mercato.

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 12:09 | link | commenti (1)
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domenica, 29 aprile 2007

QUALE STRATEGIA DI POTENZA PER IL PAKISTAN (II PARTE)

 

I problemi “etnolinguistici”

 

Sotto l’impulso dei mojahjirs, l’urdu è stato promosso al rango di lingua ufficiale, anche se l’inglese resta la lingua della elite dominante e quindi dello Stato. Sono stati, comunque, profusi molto sforzi per promuovere l’urdu a lingua principale di tutto il Pakistan. La Costituzione del 1973 stabilisce che la lingua ufficiale del Pakistan è l’urdu. Il Generale Zia, al potere dal ’77 al ’88, è stato, per sua parte, uno strenuo difensore dell’urdu imponendo il suo insegnamento fin dalle scuole materne. Questo ha creato forti tensioni linguistiche tra le diverse comunità che compongono il paese. L’identità culturale rivendicata dai Bengalesi illustra perfettamente la situazione nella quale si sono ritrovate tutte le etnie pakistane quando l’urdu fu proclamato lingua nazionale. Il Pakistan orientale aveva, ad esempio, proposto che la sua lingua, il bengalese, fosse scelta come lingua dell’insegnamento, della giustizia e dell’amministrazione per tutta la parte orientale. Del resto, guardando al peso che tale etnia ricopre (il 56,4% della popolazione dichiara che il bengalese è la sua lingua madre contro il 3,37% che dichiara di parlare l’urdu) tali rivendicazioni apparivano più che giustificate. Tuttavia, le istanze dei bengalesi furono presto rigettate in blocco dai dirigenti del nuovo Stato, con base a Karachi, per timore di perdere il potere. Queste diatribe linguistiche furono all’origine della nascita del movimento autonomista della lega di Awami e del suo leader S.M. Rehman. La Lega combatterà contro i poteri costituiti per i ben noti motivi di sottorappresentanza dell’etnia bengalese (nel governo, nelle forze armate, nella amministrazione) nonostante questa fosse accreditata tra le più numerose del Pakistan.. Nel 1971, dopo la repressione del movimento indipendentista bengalese sotto la spinta militare dell’esercito pakistano (in questo conflitto morirono da uno a tre milioni di persone), il Bangladesh riuscì ad acquisire l’indipendenza grazie all’intervento dell’India. Questa separazionetra le due anime del Pakistan è il simbolo del fallimento di un’unità nazionale basata sull’islam. I bengalesi, nonostante fossero anch’essi mussulmani, hanno voluto comunque affermare la loro appartenenza linguistica e culturale contro il potere centrale in mano ai pendjabi. L’idea originaria di un paese unito dalla religione ha fatto un vero e proprio buco nell’acqua perché le appartenenza etnolinguistiche hanno prevalso su quelle confessionali. Nel mosaico pakistano, dopo il 1971, i pendjabi rappresentavano il 56% della popolazione, i sindi il 17%, i pasthun il 16% e i beluci il 3%, senza contare le etnie dell’estremo nord tutte portatrici di altrettante lingue tribali. Tutte queste divisioni hanno fatto e continuano a fare del Pakistan un paese percorso da tensioni interne multiple. Questi conflitti minano la coerenza interna dello Stato e impongono di trovare nuove soluzioni per l’avvio di una vera politica di potenza.

 

Il Pakistan sullo scacchiere internazionale

 

Questo paese, creato praticamente ex-novo, cerca di assicurarsi la sopravvivenza dovendo fronteggiare un vicino davvero ostile come l’India. Già nel 1948 i due paesi si sono affrontati nella guerra del Cachemire. Quest’ultima si è conclusa con una divisione in due parti dello stesso Cachemire e con il tracciamento di una linea di confine (fortemente instabile) tra i duellanti. Nel mezzo della Guerra Fredda, il Pakistan divenne alleato degli USA nella speranza di preservare la sicurezza del paese. L’avvicinamento agli Usa iniziò già prima della decolonizzazione, con Jinnah il quale si era recato al consolato di Bombay per offrire i suoi servigi al governo degli Stati Uniti. Quest’alleanza si concretizzò nel 1954 con la firma di un accordo di mutuo sostegno di difesa che per il Pakistan significò, soprattutto, poter importare massicciamente armi statunitensi. Tuttavia, si è trattato di un accordo piuttosto ambiguo a causa d’interessi dirimenti tra la potenza mondiale e la nascente potenza regionale. Mentre il Pakistan tentava di premunirsi contro l’invadenza indiana, l’altra, gli USA; nella logica dei blocchi contrapposti, cercava di porre sotto la propria egemonia una serie di paesi che avrebbero potuto finire sotto l’ala sovietica.

Il Pakistan s’integrerà velocemente in due sistemi d’alleanze militari:

-         L’Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-Est che con la firma del patto di Manila nel settembre 1954 tenderà a formare un arco di protezione dalle Filippine fino al Pakistan medesimo. Quest’alleanza promossa dagli Usa aveva lo scopo di porre un freno allo sviluppo della potenza cinese in queste regioni

-         L’Organizzazione del Trattato Centrale che con la firma del patto di Bagdad va a raggruppare paesi mussulmani come la Turchia, l’Irak, l’Iran…quest’accordo permetteva agli USA di rafforzare una cintura di protezione contro l’avanzata sovietica verso il medioriente e l’Asia centrale.

 

Ma  l’avvicinamento tra Pakistan e Usa è stato sempre mal visto dagli Stati arabi che non avevano voluto riconoscere il Pakistan. Questo paese, che aveva come ambizione quella di essere un grande rappresentante del mondo mussulmano, diverrà presto infrequentabile in virtù tali legami con gli Stati Uniti, nonostante fosse impegnato nel sostegno della causa palestinese. Nell’affare del Cachemire, i paesi arabi-mussulmani non sosteranno mai il Pakistan. Del resto l’India stessa, pur essendo esclusa dai trattati stipulati tra Pakistan e Usa, ha sempre mantenuto il suo statuto di “non allineata” non mostrando, nella sostanza, grande ostilità alla superpotenza statunitense. Nehru intrattenne rapporti privilegiati con Russia e Cina (riconoscendo immediatamente quest’ultimo paese dopo la rivoluzione comunista ed invitandolo alla conferenza di Bandung nel 1955). Ma la rapida disfatta dell’India contro la Cina, nell’ottobre 1962, segnò un’importante cambiamento di strategia. Il Pakistan ne approfittò per avvicinarsi alla Cina in funzione anti-indiana. Nel 1965 l’India e il Pakistan saranno di nuovo in guerra l’una contro l’altro ma la situazione del Cachemire non approderà a nessun cambiamento in seguito a tale conflitto. Nonostante il sostegno più volte proclamato dagli USA nei confronti del Pakistan, la prima stabilirà un embargo sulle armi a danno del pesete mussulmano. La terza guerra indo-pakistana segnerà la disfatta dell’esercito pakistano contro l’insurrezione del Pakistan Orientale (appoggiato dall’India) con il Bangladesh che riuscirà ad ottenere la tanto agognata indipendenza. Il Pakistan, ovviamente, non riconoscerà il Bangladesh per molti anni. Solo con gli accordi di Shimla del 1972, verrà annunciato il regolamento di tutti i conflitti con l’India, attraverso una serie di discussioni bilaterali. Si parlerà dello “Spirito di Shimla”. Più della disfatta dell’esercito pakistano in questa guerra, quello che verrà considerato come una vera e propria umiliazione sarà il tradimento americano e la cessazione del sostegno USA alle aspirazioni di questo paese. La strategia pakistana di avvicinamento agli Usa non aveva soddisfatto, e questo già a partire dal 1954, i pakistani più attenti. Tale strategia aveva permesso il riconoscimento repentino del nuovo Stato ma, in termini di alleanze militari, non aveva garantito nessun reale vantaggio contro l’india, né alcuna pressione internazionale efficace sulla vicenda del Cachemire. Tutto ciò stava compromettendo la solidarietà panislamica sottesa al rafforzamento del paese. L’arrivo al potere del carismatico ZulfuKar Ali Bhutto aprirà la via al cambiamento della strategia pakistana che riprenderà a virare verso il mondo islamico.

 

Il Pakistan: una potenza islamica?

 

All’indomani della secessione del Bangladesh, il Pakistan di Bhutto aveva messo in pratica una strategia di espansione e d’influenza in Asia centrale al fine dell’acquisizione di una migliore “profondità” strategica con lo scopo di creare una vasta zona panislamica di fronte all’India e all’Impero Sovietico. L’islam, parte integrante dell’identità nazionalistica pakistana, dal 1971 rappresenta lo strumento più performativo di tale strategia di potenza e fa da controllo e da sostegno ai principali gruppi jihadisti, i quali costituiscono l’arma più efficace della politica estera pakistana. L’avvicinamento agli altri paesi mussulmani iniziò con la quarta conferenza islamica del febbraio 1974 a Lahore. In seguito a tale iniziativa il Pakistan diverrà un paese “frequentabile” e il riconoscimento del Bangladesh ne sarà l’ennesima conferma. La strategia d’espansione islamica si rafforzerà sotto il regime del generale Zia. Quest’ultimo dopo aver preso il potere, il 5 luglio 1977, ed imposto la legge marziale, sposerà in pieno la necessità di uno Stato islamico forte in contrasto all’idea della costituzione di un mero Stato-nazione. Egli applicherà una violenta politica d’islamizzazione per riformare il paese: applicazione della sharia, giustizia ispirata al corano, sviluppo delle madrasse. La rivoluzione islamica in Iran e l’invasione dell’Afghanistan, da parte delle truppe sovietiche nel 1979, faranno del Pakistan il maggiore alleato degli USA nella regione, con conseguenti aiuti militari ed economici sempre più copiosi da parte di Washington. Il generale Zia non sarà più considerato come un paria e gli americani dimenticheranno persino l’economia della droga con la quale il Pakistan si garantiva enormi entrate economiche.

Il Pakistan riceverà 3,2 miliardi di dollari nel 1981 e più di 7,2 miliardi fino alla fine degli anni ’80. Nel 1981 esso riceverà, altresì, un prestito da 1,6 miliardi di dollari dal FMI e un sostegno finanziario dall’Arabia Saudita, la quale avvierà un vasto programma d’investimenti in tutto il Pakistan. In questo periodo si esacerberà anche la lotta d’influenza con l’Iran, quest’ultimo cercava di esportare la sua rivoluzione islamica facendosi forte del 20% della popolazione pakistana di confessione sciita. Ancora, in questa fase, inizierà la grande emigrazione di lavoratori pakistani verso i paesi arabi.

Tutti questi aiuti, in gran parte americani, favoriranno il potenziamento economico e militare del Pakistan. Con queste risorse verrà finanziata la guerriglia in Afghanistan ma verrà anche garantito il rafforzamento dell’esercito pakistano. Il Pakistan organizzerà, inoltre, l’esercito dei mujahidin, garantendosi il controllo di tutti i gruppi operanti in Afghanistan e favorendone, tra questi, i più radicali in assoluto (pashtun Hezbollah).

Durante la guerra afgana si formerà una rete islamica internazionale con sede in Arabia Saudita che parteciperà finanziariamente alla guerra santa (altri paesi fortemente coinvolti saranno la Giordania e lo Yemen). Dopo la morte del generale Zia (1988) e la caduta dell’impero sovietico, il Pakistan continuerà la sua politica afgana sostenendo anche i taliban, a partire dal 1994. Parallelamente tenterà di applicare la stessa strategia afgana nel Cachemire, sostenendo e finanziando i gruppi jiadisti lì presenti.

Adesso possiamo passare al ruolo specifico che l’ ISS (i Servizi Segreti pakistani) svolge nello sviluppo della politica estera di questo paese dalle mille contraddizioni. (continua…)

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venerdì, 27 aprile 2007

AUTOREFERENZA E SERVITU’ di G. La Grassa

 

Il nostro ceto politico è per un verso autoreferente, per un altro servo dei “poteri forti”. In effetti è servo – oserei dire oggettivamente tale – proprio perché autoreferente. La cartina di tornasole dell’assoluta inutilità, per il paese, di mantenere questa schiera di “magnoni” che sono i politici è data dall’attuale discussione sulla possibile nuova legge elettorale, con sbarramento o meno (e con diverse ipotesi di percentuali di sbarramento), e sul referendum che vogliono indire i sostenitori del bipartitismo al fine di stimolare il Parlamento a promuovere la legge in questione.

Personalmente, non sono minimamente interessato ad alcuna legge elettorale, non mi appassiona la diatriba, superficiale e futile, su bipartitismo o multipartitismo. I sostenitori del primo pontificano su quel bene fondamentale di una “democrazia avanzata” che sarebbe la governabilità; ci si dovrebbe dunque avviare verso la prospettiva di una alternanza tra due schieramenti soltanto, con forte premio di maggioranza per quello dei due che prenda anche un solo voto in più. I sostenitori del secondo ribattono che i partiti piccoli rispondono comunque a bisogni e interessi di porzioni dell’elettorato che altrimenti non verrebbero rappresentate e difese, con conseguente incremento dell’astensione dal voto e perciò grave lesione della democrazia.

Quest’ultima non è per nulla assicurata da nessuna di queste due posizioni (puramente formalistiche), poiché in entrambe è impossibile rintracciare una qualsiasi proposta politica seria che riguardi l’insieme del paese e non semplicemente qualche sua poco numerosa “corporazione”. L’unico reale interesse dei membri del nostro ceto politico è il proprio; non semplicemente per i posti di governo e di parlamentare (con i lauti stipendi che vengono pagati a queste nullità), ma soprattutto per il potere, quello detto di sottogoverno, che viene detenuto da chiunque sieda in Parlamento, da qualsiasi gruppetto sia comunque necessario alla conquista, e poi mantenimento, della maggioranza; non solo nel centro del potere statale, ma anche nelle amministrazioni locali.

I partiti piccoli non vogliono sbarramenti di sorta perché sparirebbero e i loro dirigenti non conterebbero perciò più molto; essi dovrebbero brigare – in specie individualmente (con minore forza contrattuale) – con le organizzazioni maggiori, e verrebbero al massimo cooptati (in numero limitato) solo piegandosi ai voleri dei vertici di tali più grossi organismi. Questi ultimi hanno ovviamente l’interesse esattamente contrario: non più sottostare al “ricatto” di partitini da “prefisso telefonico” (come suol dirsi), avere le mani libere per accordi tra “i grandi”, incamerare il maggior numero di voti possibile (tanto l’astensionismo non interessa il bipartitismo, anzi semplifica i compiti).

 

Come ben si capisce, non vi è alcun interesse a difendere, in un senso o nell’altro, questa sedicente democrazia: quella della “governabilità” e dell’alternanza tra due “bande” di parassiti contrarie ed eguali (contrarie nel contendersi i posti chiave del magna magna, eguali nel magnare a quattro palmenti); o invece quella della “esatta” rappresentanza di tutte le bande, anche di quelle piccole, da “quartiere” o perfino da “isolato”. Data l’assoluta nullità di queste bande, grosse e piccole, per quanto riguarda una politica vantaggiosa alla società nel suo complesso – invece che a loro stesse e a quelle economiche – il loro gioco si svolge sulla scena di un teatro, i cui spettatori sono molto distratti, sbadigliano annoiati, gettando di quando in quando un’occhiata verso il luogo da cui provengono rumori confusi, un calpestio di tavolacci, ma dove talvolta gli attori si presentano con costumi curiosi e pittoreschi. Tra “Grande Fratello” e i talk show, da una parte, e “Porta a porta” o “Ballarò”, ecc., dall’altra, la differenza è minima; tutto può servire a far seguire una trasmissione a spettatori semi-assopiti, quando questi non hanno nulla di meglio da fare.

Il vero gioco pesante si svolge dietro le quinte tra i gruppi economico-finanziari. E’ però un gioco non visibile, che lascia qua e là qualche traccia labile e non tanto facile da decifrare. Talvolta però, se si sta bene attenti, qualcosa si riesce ad afferrare. Sicuramente si capisce, in linea generale, che oggi siamo nelle mani di autentiche gang economico-finanziarie particolarmente parassitarie, e generalmente succubi di altri giochi ancora più vasti in svolgimento fuori d’Italia. Le gang in questione sono però costrette, per ottenere certi fini, a dover influenzare i teatranti (politici) in scena. Debbono quindi co-interessarli ai loro giochi economici e nel contempo accettare, pur se con insofferenza (spesso non mascherata), i miseri giochetti dei politicanti tesi alla spartizione del bottino loro spettante per la gestione della sfera politico-istituzionale, che ovviamente non può non invadere anche quella economica.

Ecco allora che si crea il grande pasticcio odierno. Le cosche economiche curano i loro interessi, molto seri (per loro) e che incidono pesantemente sulla vita di tutti noi, tendendo a dirottare verso se stesse (ma contendendosela) la maggior quantità possibile della torta nazionale prodotta. In questa azione, non possono non associare quelle politiche; cercando però di farlo rivolgendosi a individui o piccoli gruppi delle stesse, in modo da mantenere a loro favore la più alta forza di contrattazione. Quanto più parassitari sono gli agenti economici – privi di quella propulsione innovativa tipica degli imprenditori soltanto secondo la edulcorata visione di certi economisti (intellettuali pagati per raccontare fandonie) –  tanto più essi si sforzano di decomporre e ricomporre, secondo il loro vantaggio (possibilità maggiori di controllo e orientamento), gli schieramenti politici. Gli appartenenti a questi ultimi – in quanto servi privi della consistenza strategica di cui sono a volte portatori i vertici politici in ben altre società che la nostra – si lasciano blandire, comprare, cercano di partecipare alle briciole del bottino accumulato dai gruppi economici; nel contempo, sanno che debbono gestire pacchetti di voti nel “mercato elettorale”, per cui compiono incredibili e ignobili giravolte, acrobazie, passi doppi e tripli, che infastidiscono e innervosiscono tali gruppi.

A questo punto, i parassiti economici – quelli che denomino GFeID e che confliggono sordamente fra loro, avendo così bisogno di accaparrarsi quote sempre maggiori delle risorse nazionali – vedono la via di uscita nella creazione del cosiddetto “grande centro”, che si formi però mediante accordo tra grandi bande politiche, eliminando quelle piccole. Ecco perché tali parassiti inneggiano ad una legge elettorale che consenta il bipartitismo, al limite con le soglie di sbarramento per i partitini. Tuttavia, poi, essi premono per un ammorbidimento del conflitto fra i partiti maggiori (mentre si fanno le scarpe fra loro) onde spingerli verso un’area di minore conflittualità e di sopportazione reciproca. Per loro l’ideale sarebbe un centro “sdoppiato”, una nuova “figura geometrica”, che è poi quella in uso nelle “grandi democrazie liberali” anglosassoni. Due partiti che attraggono l’attenzione della metà di popolazione votante con finte diatribe, e con mutamenti tattici della politica perseguita fatti passare per strategici, in modo che – sia con il governo dell’uno sia con quello dell’altro – le medesime gang economiche, pur accapigliandosi per la spartizione del bottino (sottratto alla popolazione), possono orientare la politica economica nazionale.

 

Interessante è il fatto, di cui è sintomo l’articolo di Besana riportato nel blog, che lo scontro attualmente in atto non è ancora facilmente componibile (e per fortuna!). Al momento, c’è evidentemente troppa conflittualità tra le bande economiche, troppo alto è il prezzo del loro parassitismo da far pagare ad ampi strati di cosiddetti ceti medi; confusa è la lotta anche a causa dell’intrecciarsi di scaramucce o battaglie più ampie tra concentrazioni finanziarie (e politiche) situate altrove ma di cui la nostra GFeID è in sostanza succube. In una situazione del genere si aprono squarci “di verità” promananti proprio dalla stampa, dagli agenti economici e politici, ecc. che si trovano in posizione di relativa inferiorità e che cercano di rovesciare la situazione.

Quando mezzo secolo fa mi situavo nei “ridotti” del PCI, era patrimonio dei comunisti la capacità di interrogare la stampa e le fonti economico-politiche più “reazionarie” – quelle che stavano per soccombere davanti all’avanzata del capitalismo maggiormente dinamico – per cogliere sprazzi di “verità” (parziali e certo deformate) sugli interessi in gioco tra le classi dominanti. Oggi la situazione è rovesciata, ma simile. Spieghiamoci. Il controllo che proviene da ambienti “stranieri” (in specie USA) devasta il nostro paese, territorio di scontro. Le forze economiche in conflitto sono tutte fondamentalmente “reazionarie”, parassite, arretrate; alcune sono però al presente afflitte da maggior debolezza. Non è detto che un domani queste ultime non possano rovesciare la situazione, ma attualmente stanno “sotto”. Quindi dobbiamo seguire attentamente le “denunce” e le “critiche” lanciate dalla stampa e dai “portavoce” che rappresentano, anche se non omogeneamente e coerentemente, i settori momentaneamente in svantaggio. Per questo ritengo utile proprio la lettura dei giornali che gli sciocchi faziosi considererebbero come appestati perché non quelli dei loro “beniamini”. Malgrado tanti limiti che si sono evidenziati con il tempo, bisogna ben dire che il PCI fu una grande scuola di politica; la sinistra d’oggi sforna soltanto intelligenze “guaste”.

 

27 aprile  

 

 [NDR] Ecco la parte dell’articolo di Besana alla quale fa riferimento G. La Grassa:

 

LA PALUDE UTILE AI POTERI FORTI (fonte: Libero)

 

Se Marini, in margine all’assise dei suoi, apre ai fratelli separati dell’opposizione, vuol dire che le danze sono cominciate; Tabacci ha preso nota. Anche l’apertura della Telecom al Cavaliere è un segnale, di che cosa lo sapremo presto. Grande fautore dell’ipotesi terzista è il Corrierone di Paolo Mieli, che del cerchiobottismo ha fatto uno stile elegante, mettendo in bella copia i desiderata espressi dal patto di sindacato che controlla via Solforino. C’è una tiritera, ormai venuta a noia, che vertici confindustriali e baroni della finanza amano ripetere: i politici, dicono, dovrebbero smettere di litigare e concentrarsi sulle cose che servono all’Italia (cioè a loro stessi). Altro non è se non un’implicata richiesta di favori, di solito prontamente ottenuti alla faccia del contribuente trapelato, vedi mobilità lunga alla Fiat. Non si comprende tuttavia la ragione per la quale gli opposti schieramenti dovrebbero venir meno alla loro funzione prima, che è quella di rappresentare idee, opinioni e interessi contrastanti; senza conflitto ritualizzato nella dialettica parlamentare, non c’è democrazia. Per i poteri forti, sarebbe indubbiamente più comodo interloquire con un unico blocco d’ordine, votato all’ubbidienza e prono all’agenda Gavazzi. Speravano che l’attuale Governo servisse alla bisogna, ma non s’è dimostrato abbastanza affidabile; per salvare almeno  le apparenze, qualche mezzo contentino ai suoi elettori l’ha dovuto pur dare.

[trascrizione di Anna Chiara]

 

 

 

 

 

 

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giovedì, 26 aprile 2007

RAZIONALITA’ STRATEGICA E RAZIONALITA’ STRUMENTALE

 

Pubblichiamo sul nostro sito www.ripensaremarx.it un contributo teorico di Gianfranco la Grassa dal titolo “Razionalità strategica e razionalità strumentale”. Per chi già conosce la teoria lagrassiana saprà che si tratta dei due principali tipi di razionalità che attraversano la dinamica capitalistica. Mentre la razionalità strumentale agisce a livello di processi produttivi orientandoli al conseguimento di elevati livelli di performatività economica (combinazione ottimale dei fattori produttivi), la razionalità strategica è, invece, quel complesso di azioni orientate alla supremazia, così come sono messe in atto dagli agenti (gruppi) dominanti al fine di allargare il proprio campo d’azione e le aree d’influenza nelle quali si trovano ad operare. E’ ovvio che gli agenti strategici, per approntare le strategie più efficaci agli obiettivi preposti, necessitano di ingenti risorse; quest’ultime sono esitate dal processo produttivo (e dalla sua organizzazione razionale in termini di produttività del lavoro, realizzazione di nuovi output ecc.) nella forma di merci e, dunque, di denaro.

Tuttavia, ed è qui che agisce la mistificazione capitalistica, l’aspetto "strumentale" diviene narrazione ideologica che, ipetroficamente, invade ogni sfera sociale al fine di celare i reali obiettivi perseguiti dagli agenti strategici. Per tale ragione, anche il conflitto strategico resta coperto sotto la forma di questi rapporti “economicamente razionalizzati”. In realtà, una strategia per la “preminenza” è sempre qualcosa di molto più complesso che può comportare arretramenti o grandi balzi, azioni di diversione,  piccoli spostamenti con momentanee perdite di posizioni (e di postazioni) al solo fine di far abbassare la guardia al nemico e colpirlo così con più veemenza. Con l’occhio della massima profittabilità monetaria la “profondità” di queste manifestazioni non potrebbe essere assolutamente colta.

Per questo risulta indispensabile spezzare l’ideologia della razionalità strumentale, quest'ultima ci restituisce l’immagine di un mondo dove la struttura capitalistica risulta meramente “imbalsamata” su rapporti di dominazione/subordinazione verticalistici (la subordinazione del lavoro esecutivo a quello direttivo per il raggiungimento di sempre più elevati standard di profittabilità) ma che ci dice poco del moto autopropulsivo del capitalismo, del motore di tutta la sua dinamica: il conflitto strategico interdominanti (quello che consente al capitalismo di autorinnovarsi senza tendere mai ad una stagnazione irreversibile).

I cosiddetti anticapitalisti dovrebbero aprire un discorso su questi temi, uscire dalla "gabbia d’acciaio" del modo di produzione e ragionare sulla complessificazione della(e) formazione(i) sociale(i), tanto nella sua segmentazione in orizzontale (le diverse formazioni nelle quali si articola la formazione sociale globale) che nella sua stratificazione in verticale (confronto tra gruppi dominanti all’interno di ogni paese e crescente frammentazione sociale che ne consegue) . Ma ora vi lascio al discorso di La Grassa che parte da questi punti per andare “oltre”, verso la costruzione di un diverso indirizzo teorico più adatto a cogliere la palingenesi subita dalla formazione capitalistica, ormai pienamente post-borghese e post-proletaria.

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QUALE STRATEGIA DI POTENZA PER IL PAKISTAN? - I Parte - (liberamente tradotto da un articolo intitolato Quelle stratégie de puissance pour le Pakistan ? fonte www.infoguerre.com)

 

Dopo la suddivisione del 15 agosto 1947, è stato costituito un paese totalmente nuovo: il Pakistan. Questa parola fu inventata da un giovane del Pendjabi negli anni ’30: ciascuna lettera che compone la parola Pakistan fa riferimento alle varie province che compongono il paese (P=Punjab, A=Afghania, K=Kashmir, S=Sindh e TAN=BelucisTAN). All’epoca il paese era formato da due entità geografiche distinte: Il Pakistan occidentale e quello orientale (l’attuale Bangladesh).

Sin dalla sua creazione il Pakistan ha cercato di accedere allo statuto di potenza egemone divenendo un modello per tutto il mondo mussulmano. Malgrado i mezzi ridotti e gli antagonismi etnici, religiosi e linguistici, che hanno condotto a divisioni interne molto forti, il Pakistan è riuscito a divenire un attore di primo piano nello scacchiere geopolitico, sia dal punto di vista regionale che da quello mondiale. Inoltre è uno dei principali alleati degli USA nella guerra al “terrore islamico”. Ci si deve interrogare sulla natura di questo paese che è riuscito ad assurgere al ruolo di potenza regionale, se non addirittura mondiale, e che fa parte del club delle 8 potenze nucleari.

Qual è la strategia di potenza del Pakistan? E quali i fattori? Come si manifesta questa potenza? La sua alleanza con gli USA è tattica oppure solo opportunistica? (ed in quest’ultimo caso, deriva esclusivamente dal timore di non essere toccato dalla stessa sorte dei taliban in Afghanistan?).

 

Un paese in cerca della sua identità nazionale

 

Il padre fondatore del Pakistan, M. Alì Jinnah, sognava di creare uno stato forte che riposasse sul principio “una nazione, una cultura, una lingua”. Il Pakistan attuale è ancora molto lontano da tutto ciò ed è sottoposto a molte divisioni etniche, religiose e linguistiche. Queste fratture hanno reso complicato il processo di unificazione nazionale, impedendo al Pakistan di approntare una strategia di potenza duratura.

 

L’islam come vettore di unità nazionale

 

La lega mussulmana, costituita da mussulmani che erano emigrati dall’India chiamati “mohajirs”, ha sostenuto fortemente la nascita di questo paese. Il suo scopo era quello di proteggere i mussulmani indiani. Questi mohajirs, benché fossero una minoranza senza radicamento locale, a differenza dei pendjabi o dei bangladeshi, hanno permesso che lo Stato creato si cementasse sull’ideologia islamica. Era l’unico modo per superare tutti i contrasti etnici e culturali derivanti dal meltin pot pakistano. Tutti i presidenti succedutisi a Jinnah si sono, non a caso, richiamati all’islam. Sin dalla prima Costituzione del 1956 è stato stabilito che l’islam avrebbe dovuto essere il collante dell’unità nazionale. Il Generale Ayub Khan, il quale salì al potere nel 1958, fece scrivere nella Costituzione del 1962 che le leggi dello Stato non dovevano contraddire la sharia. Zulfukar Alì Bhutto pose i fondamenti di una vera politica d’islamizzazione nella Costituzione del 1973: venne sancita la corrispondenza tra ordine statale e ordine religioso a base islamica. Il Generale Zia, che rimpiazzò Bhutto nel ’77, mantenendo le redini del potere fino al 1988, mise in opera una politica d’islamizzazione ancora più forte. Nawaz Sharif, l’ultimo civile ad aver governato il Pakistan, fece introdurre un emendamento nella Costituzione pakistana secondo il quale lo Stato federale era tenuto ad applicare la sharia. Lo scopo di questi uomini era quello di dare al paese, attraverso l’islam, un’unità che oltrepassasse le differenze regionali.

Il Pakistan è un paese dove la maggioranza della popolazione è mussulmana, ma è altresì caratterizzato da una divisione fortissima tra sciiti e sunniti, ed all’interno degli stessi sunniti tra deobandi (riformisti) bareviti (tradizionalisti) e wahhabiti. I sunniti si considerano come i soli veri mussulmani ed hanno spesso cercato di far passare gli sciiti come non mussulmani.

 

Diversità di popolazioni e tensioni etniche  

 

Il Pakistan è una creazione dei mohajirs, letteralmente gli emigranti. Nel 1951 essi rappresentavano 1/5 della popolazione del Pakistan occidentale e circa il 2% di quello orientale, sono 7 milioni di persone in tutto. Già subito dopo la nascita del Pakistan, l’influenza dei mohajirs nella politica e nella società pakistane era superiore alla loro grandezza numerica. Forti della loro elite intellettuali e commerciali molti di loro si sono insediati nelle città del Sind, in particolare a Karachi. Questi hanno dominato lo Stato attraverso la lingua mussulmana, la funzione pubblica e le professioni liberali. Non da meno sono stati i pendjabi, per quanto quest’ultimi si fossero mostrati reticenti verso l’idea di costituire il Pakistan; i pendjabi hanno conservato il potere che già detenevano nelle province prima dell’indipendenza cercando di estenderlo al paese intero. Secondo il censimento del 1951 essi non rappresentavano che ¼ della popolazione ma formavano l’80% degli effettivi dell’esercito e occupavano il 55% dei posti amministrativi. I pendjabi occupano, inoltre, le terre più fertili del paese. Questo spiega come, accanto al gruppo dei mohajirs che detiene posizioni importanti nell’amministrazione e nel potere esecutivo, i pendjabi abbiano potuto avere un posto determinante nel Pakistan degli anni ’50. Questi due gruppi non hanno la stessa cultura politica e nutrono divergenze politiche, con interessi soci-economici profondamente dirimenti. Per la loro difficoltà d’integrazione culturale e sociale i mohajirs furono poco a poco esclusi dal potere. Questo declassamento fu sancito con il colpo di stato del 1958, da parte di un generale pendjabi, tale Ayub Khan. Dopo la secessione del 1971 del Pakistan orientale, i pendjabi sono divenuti circa il 69% della popolazione e sono iperrappresentati  anche nell’esercito dove occupano il 70% dei posti. Tuttavia, è un sindi, Z. Alì Bhutto, che succederà a capo dello Stato. Di fatto Bhutto concluderà con i pendjabi un accordo tacito per dividere la dominazione del paese tra pendjabi e sindi. Dopo la destituzione di Bhutto, con condanna a morte prontamente eseguita, il movimento nazionalista sindi conobbe una forte esacerbazione. Ma Zia, il successore di Bhutto, favorirà nuovamente i pendjabi a danno dei sindi. A questo seguirà una forte repressione del movimento sindi. Dopo una prima riappacificazione, i giochi politici porteranno al potere la figlia di Bhutto, la quale diverrà Primo Ministro. Questa alternanza incoraggerà i sindi a sottoporsi allo Stato pakistano abbandonando le velleità indipendentiste. Ma nel momento stesso in cui i sindi arretreranno, due altre minoranze, i beluci e i pashtun, attiveranno il loro nazionalismo.

Nel Belucistan, il movimento fu sottoposto ad una dura repressione militare che fece 5300 vittime. Il generale Zia giunse, tuttavia, a pacificare una parte dei nazionalisti liberando migliaia di prigionieri e amnistiando quelli rifugiatisi in Afghanistan. Il principale pomo della discordia  esistente tra beluci e potere centrale concerneva i diritti di sfruttamento dei giacimenti del gas. Una volta ancora i conflitti economici precedono quelli identitari. Ma il prammatismo crescente dei beluci, con le divisioni tra gli stessi leader autoctoni, le alleanze stringenti con i partiti nazionali e l’erosione del loro militarismo, hanno portato allo spegnimento del loro “foco” autonomista. Quanto alla comunità dei pashtun, invece, principalmente situata nella zona tribale, essa rivendica la creazione di uno Stato pahstun indipendente e la riunificazione con l’etnia pashtun afghana. Per questo c’è stato un problema di frontiere con l’Afghanistan, anche se queste rivendicazioni sembrano non essere più attuali. Tutti questi gruppi etnici difendono esclusivamente i loro interessi. Ciò determina molte tensioni che sfociano inevitabilmente nell’instabilità politica dell’intero Pakistan. (continua…)

 

 

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lunedì, 23 aprile 2007

TUTTO IL MOVIMENTO E´ SULLA SCENA di G. La Grassa

 E´ indubbio che la fondazione del (ancora futuro) Partito democratico ha rimescolato le carte della "politica"; tuttavia sulla scena di quello che Berlusconi chiamava un tempo "teatrino", e al quale lui stesso si è mirabilmente adattato con una serie di giravolte da acrobata (ormai settantenne però). Non sono in grado di descrivere ciò che potrà pensare il popolo italiano di tutto questo "agitarsi" del ceto politico; sia perché non esiste in senso proprio la categoria "popolo" in un paese a capitalismo avanzato, sia perché ho scarsa stima dell´intelligenza di molti comparti componenti l´insieme dei cittadini italiani, che non hanno mai avuto una vera tradizione di maturità e serietà, ma invece di mammismo, "fifoneria", servilismo verso i potenti, abitudine ad arrangiarsi in mille modi, ecc. (insomma le "virtù" così bene interpretate da Sordi in innumerevoli film). Dubito tuttavia che una persona di media intelligenza e di normale buon senso capisca qualcosa dei giochetti di queste forze politiche ormai del tutto autoreferenti, sia sulla destra che sulla sinistra (con i vari penosi tentativi di rivitalizzare il centro). L´unica speranza che tale piattume (e pattume) induce è quella di un non lontano "pensionamento" sia di Prodi che di Berlusconi, due guitti assai poco divertenti (nulla a che vedere con il glorioso avanspettacolo italiano, con i comici formatisi all´Ambra Jovinelli di Roma; ma ormai è troppo tardi per riaprirlo ed inviarvi i due suddetti ad apprendere il mestiere).

Quel che si muove dietro le quinte è al momento ancora più confuso; si capisce che si è acuita una certa lotta tra i vari gruppi della GFeID (grande finanza e industria decotta), ma i movimenti sono ondivaghi. Del resto, dietro di essi - un po´ in tutta Europa, ma in modo veramente pesante qui da noi - si muove il complesso finanziario-politico statunitense; e anche questo è scosso da contrasti interni, fenomenicamente sempre più evidenti ma non così chiari da consentire l´individuazione degli schieramenti; del resto ancora molto gelatinosi secondo tutte le apparenze. In questa situazione, chi si pone senza mezzi termini contro destra e sinistra (e senza alcuna propensione per il centro) dovrebbe seguire solo con un occhio le convulsioni di questi teatranti di fronte al "pubblico". Ci si deve sforzare di capire qualcosa in più - ed è certo compito improbo - delle mosse compiute dietro le quinte, soprattutto nelle (fra loro contrastanti) cabine di regia, che sembrano in effetti procedere "a vista", muovendo un po´ a casaccio i vari fili collegati a gambe e braccia dei "pupi" che si agitano sul davanti della scena.

Certo non sarà sempre facile contenere l´indignazione per una recita tanto scadente; qualche volta non ci si potrà esimere dal lanciare ortaggi e uova marce addosso a questi buffoni che non sanno nemmeno recitare una "sceneggiata"; piangono, si abbracciano, si accoltellano appena appena dietro il sipario, alzano gli occhi al cielo. Il tutto con plateali mosse da gigioni, da capocomici al "Teatro comunale" di Canicattì o Zagarolo (senza offesa per queste cittadine; si sa bene che vengono presi "a prestito" solo i loro nomi). Il più fatuo e leggero dei "figuranti" parla di vecchiette da assistere, di bambini cui dare una ciotola di riso (perché invece non li invita ad uno di quei luculliani ricevimenti dati all´Auditorium di Roma assieme a Romiti, Caltagirone, Geronzi, ecc.?). Tuttavia, ingerendo grandi quantitativi di emetici e gastroprotettori, è necessario dedicarsi di meno alle stronzate di questo teatrino pseudopolitico e assai di più ad analisi e previsioni di largo momento. E´ soprattutto necessario resistere agli ansiosi che vogliono avere subito qualcosa da fare, che debbono trovare un´organizzazione in cui inserirsi, che bramano avere dei capi che li guidino ad altre sconfitte umilianti dalle quali uscire "suonati" ed avere così la scusa di "tornare a casa" mogi mogi, elevando alte lamentele contro il "destino cinico e baro".

Riproporrò sempre, anche soltanto a cinque persone, di ricominciare