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ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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martedì, 31 luglio 2007

«Abbiamo scelto di vivere liberi...»

di Giovanni Pesce

su Liberazione del 28/07/2007

Il suo racconto del giorno della Liberazione a Milano e di quel ghigno che fa la differenza tra chi lotta per la libertà e chi per l'oppressione(??.Punti di domanda miei.M.T.)

Da viale Romagna si raggiunge Piazzale Loreto lungo un rettilineo fino in via Porpora e si svolta a sinistra. Dappertutto cordoni di repubblichini: militi dietro militi, sempre più fitti, sempre più lugubri. In Piazzale Loreto urla folla sconvolta e sbigottita. Si respira ancora l'odore acre della polvere da sparo. I corpi massacrati sono quasi irriconoscibili. I briganti neri, pallidi, nervosi, torturano il fucile mitragliatore ancora caldo, parlano ad alta voce, eccitatissimi per aver sparato l'intero caricatore.
Sbarbatelli feroci, vicino a delinquenti della vecchia guardia avvezzi al sangue ed ai massacri, ostentano un atteggiamento di sfida volgendo le spalle alle vittime, il ceffo alla folla. Ad un tratto irrompe un plotone di repubblichini, facendosi largo a spinte e a colpi di calcio di fucile e andando a schierarsi vicino ai caduti.
"Via via, circolate", urlano. Spontaneamente il popolo è accorso verso i suoi morti. Ora la folla, ricacciata, viene premuta fra i cordoni dei tedeschi e dei fascisti. Urla di donne, fischi, imprecazioni. "La pagheranno!".
I repubblichini, impauriti, puntano i mitra sulla folla. Dall'angolo della piazza scorgo lo schieramento fascista accanto ai nostri morti. Potrei sparare agevolmente se i fascisti aprissero il fuoco. In quel momento, fendendo la calca, si fa largo una donna: avanza tranquilla, tenendo alto un mazzo di fiori; raggiunge le prime file, vicino al cordone dei repubblichini, come se non vedesse le facce livide e sbigottite degli assassini; percorre adagio gli ultimi passi.
Scorgo da lontano quella scena incredibile, un volto mite incorniciato da capelli bianchi, un mazzo di fiori che sfila davanti alle canne agitate dei fucili mitragliatori. I fascisti rimangono annichiliti da quella sfida inerme, dall'improvviso silenzio della folla. La donna si china, depone i fiori, poi si lascia inghiottire dalla folla. Comincia cosi un corteo muto, nato come da un improvviso accordo senza parole.
Altre donne giungono con altri fiori passando davanti ai militi per deporli vicino ai caduti. Chi ha le mani vuote si ferma un attimo vicino alle salme martoriate. Per ogni mazzo di fiori ci sono cento persone che sostano riverenti.
Si odono distintamente i rumori attutiti dei passi e si colgono i timbri alti delle voci. Accanto a me uno bisbiglia: "Vede quello li sulla sinistra? Tentava di scappare. Appena era sceso dal camion si era diretto di corsa verso una via laterale. Credevamo che ce l'avrebbe fatta. Era già lontano. L'hanno riportato indietro che zoppicava, ferito ad una gamba. L'hanno spinto accanto agli altri, già schierati, in attesa."
L'ultimo volto che vedo, abbandonando la piazza, è quello di un repubblichino, che ride istericamente. Quel riso indica l'infinita distanza che ci separa. Siamo gente di un pianeta diverso. Anche noi combattiamo una dura lotta, in cui si dà e si riceve la morte. Ma ne sentiamo tutto l'umano dolore, l'angosciosa necessità. In noi non è, non ci può essere nulla di simile a quello sguardo, a quella irrisione di fronte alla morte.
Loro ridono. Hanno appena ucciso 15 uomini e si sentono allegri. Contro quel riso osceno noi combattiamo. Esso taglia nettamente il mondo: da un lato la barbarie, dall'altro la civiltà. I cordoni di repubblichini sono sempre fitti. Ad ogni passaggio, ad ogni posto di blocco, mi imbatto nella loro insolenza, nella loro spavalda vigliaccheria: mitra ostentati, bombe a mano al cinturone, facce feroci, lugubri camicie nere.
Ancora una volta, come in Spagna di fronte alla spietata ferocia degli ufficialetti nazisti, si rivelano i due mondi in antitesi, i due modi opposti di concepire la vita.
Noi abbiamo scelto di vivere liberi, gli altri di uccidere, di opprimere, costringendoci a nostra volta ad accettare la guerra, a sparare e ad uccidere. Siamo costretti a combattere senza uniforme, a nasconderci, a colpire di sorpresa. Preferiremmo combattere con le nostre bandiere spiegate, felici di conoscere il vero nome del compagno che sta al nostro fianco. La scelta non dipende da noi, ma dal nemico che espone i corpi degli uccisi e definisce l'assassinio "un esempio."
La belva ormai incalzata da ogni parte, si difende col terrore.
Mi rifugio in casa. Mi raggiunge nel pomeriggio una staffetta. I repubblichini hanno sparato in aria per allontanare la folla che sfilava davanti ai caduti. Il giorno successivo alla Vanzetti, alla Graziosi, alle Trafilerie, alla Motomeccanica, alla O.M. ecc., gli operai abbandonano il lavoro in segno di protesta; alla Pirelli le maestranze si riuniscono in silenzio. Ora tocca a noi.
Nella medesima notte prepariamo otto bombe ad alto potenziale. Il tecnico, abituato ad un lavoro di precisione, esprime le sue preoccupazioni, ma si piega alle necessità. Il giorno dopo, all'alba, io, Narva e Sandra ci troviamo nella chiesa di via Copernico per la consegna dell'esplosivo. Il parroco si accinge a celebrare la prima messa, avanzando silenziosamente dalla sacrestia. Nella chiesa, deserta, regna un silenzio profondo, una pace incredibile. Arriva il tecnico con le borse. Il prete assiste alle consegne, immobile fra i chierichetti. Comprende? Non so.
Usciamo. Accompagno le ragazze all'appuntamento con Conti e Giuseppe, per l'ultimo scambio delle borse.
"Vi proteggerò le spalle, " dico, " calma e sangue freddo. Non ci sarà nessuna sorpresa."
I due gappisti con la calma e la sicurezza di professionisti, depositano le bombe, si eclissano in una viuzza scambiandosi un rapido cenno di saluto. Una, due, tre esplosioni scuotono l'aria, infrangono i vetri. Il ritrovo ufficiali del comando tedesco è devastato come un campo di battaglia. Abbiamo disposto le cariche in modo che gli esplosivi deflagrassero prima sulle finestre e successivamente all'uscita del circolo.
Il giorno dopo il Feldmaresciallo Kesserling invita le forze dipendenti ad agire con maggiore energia nei confronti dei sabotatori da impiccarsi sulle pubbliche piazze; il comandante della piazza di Milano anticipa il coprifuoco alle 22. Il nemico si rende conto che l'arma del terrore gli si ritorce contro. Dobbiamo insistere. Azzini e Bosetti attaccano il comando repubblichino nella sede dove convergono i lavoratori italiani da inviare in Germania. Il mattino del 14 agosto un alto ufficiale tedesco e due subalterni mentre discutono in un ufficio del Palazzo di Giustizia vengono uccisi con una "sipe" lanciata da una finestra.
Nei corridoi, tedeschi e fascisti fuggono in preda al panico. Il coprifuoco non ci ferma: il 16 agosto ancora Azzini e Bosetti giustiziano uno squadrista, ufficiale della milizia e delatore di partigiani e, due giorni dopo un'altra squadra abbatte un ufficiale delle SS a Porta Volta.
"La pagheranno!" era la parola d'ordine del popolo e la nostra.
Brano tratto da "Senza tregua. La guerra dei Gap" (Feltrinelli, prima edizione 1967)

 

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lunedì, 30 luglio 2007

SULLA VIOLENZA RIVOLUZIONARIA

Vi proponiamo un intervento di Gianfranco La Grassa (“Spigolature” www.ripensaremarx.it) che spiega, in quattro pagine molto intense,  l’importanza e la decisività della violenza rivoluzionaria (nella sua puntualità spazio-temporale) quando questa si fa matrice di una spinta sociale soverchiante, volta al sovvertimento generalizzato delle strutture della vecchia società.

La violenza, quando assume i caratteri della propulsione trasformatrice, dice La Grassa, è energia che travolge, con la sua onda d’urto (se opportunamente direzionata) il sistema (capitalistico)  facendone deflagrare le basi sociali, politiche, culturali; la violenza è la fiamma che alimenta la distruzione creatrice, il ground zero dell’ordine “nuovo” che celebra la sua vittoria sulle macerie di quello appena crollato.

Qui sta la differenza fondamentale tra rivoluzione dentro il capitale (laddove la puntualità energetica, ugualmente definibile come rivoluzionaria, è finalizzata a “rivitalizzare” il sistema attraverso salti “ri-modulanti” e rotture “riordinatrici”, messe in atto dai settori più avanzati della “conservazione sistemica”, quindi da quei gruppi dominanti capitalistici pur sempre interni al sistema ma che si fanno portatori di superiori e differenziati rapporti di forza; insomma ciò che con un ossimoro potremmo definire le forze del cambiamento-non-cambiamento che vogliono rinnovare le forme del dominio e non abolirle) e rivoluzione contro il capitale (laddove, invece, l’energia rivoluzionaria investe, sopprimendole, tutte le strutture e le sovrastrutture della formazione sociale sulle quali si era fondato, sino a quel momento, l’esercizio del potere da parte di tali gruppi dominanti). La Grassa apre il suo intervento con una frase di Lenin, tratta da Stato e Rivoluzione, che fa l’epitome esatta di quello che accade oggi al pensiero dei grandi rivoluzionari quando questi vengono “neutralizzati” dalle forze del potere ideologico costituito: “accade oggi alla dottrina di Marx quello che è spesso accaduto nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione. Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore […] Ma dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a “consolazione” e mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria […]”.

Più chiaro di così Lenin non poteva essere e la manovra odierna per “servire” Marx in salsa “movimentista”, in quanto teorico anticipatore della globalizzazione, o, peggio ancora, come messia delle moltitudini desideranti post-moderne che hanno la pretesa di abolire il valore di scambio semplicemente aggirando le casse delle grandi catene commerciali, testimoniano dei numerosi tentativi per svuotare di senso il pensiero rivoluzionario e renderlo così inoffensivo. Del resto, dato che oggi la dittatura del capitale ha potuto indossare le candide vesti della “Repubblica democratica”, dato che il suo involucro politico copre perfettamente la sua natura dispotica, si può bene concedere ai dominati un po’ di messianesimo celebrativo e magari anche qualche spadone con la guaina ben incollata alla lama, che dà il senso (ma solo il senso) di una possibile reazione. Ma  nella violenza, intesa come forza che tenta la trasformazione sociale, non può esserci “vergogna”, anzi! In essa sbocciano finalmente i fiori di un superiore “slancio morale e intellettuale” da parte delle classi subalterne le quali, attraverso l’esercizio della violenza rivoluzionaria, dimostrano a sè stesse la non inevitabilità del “mondo-così-com’è” e la possibilità di poter incidere nello spazio-tempo del cambiamento storico. Questo è il nostro auspicio, questa la volontà politica che anima il nostro lavoro di anticapitalisti. 

G.P.

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 15:40 | link | commenti (4)
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LE SENSAZIONI DI UNO “SPROVVEDUTO” di G. La Grassa

 

Non sono un tecnico, non analizzo bilanci societari perché non ne ho la competenza e perché chi ce l’ha, ha anche di solito una serie di soffiate e notizie ad altri non concesse. Ho però ogni tanto delle sensazioni, “me lo dice la mia mammella sinistra”. Da tanto tempo non credo al miracolo Fiat e al mago Marchionne (da alcuni soprannominato Marpionne). Mi è sembrato strano che una impresa miracolata continui a chiedere prepensionamenti, rottamazioni e quant’altro. Mi è parso curioso il comportamento dell’ad (Fresco) che precedette l’attuale; fu liquidato in buona parte con titoli Fiat e si affrettò a venderli. Così tanto inetto da non sapere leggere e capire i bilanci dell’azienda? Da non intuire le possibilità di un miracolo, poi compiuto in un batter d’occhio dal suo successore?

La scorsa settimana, finalmente, i primi scricchiolii del miracolo in questione. Non tanto per il calo del titolo in Borsa; gli andirivieni dei prezzi in questo “sacro luogo” del capitalismo indicano soltanto giochi speculativi (tra rialzisti e ribassisti), almeno fino a quando non si verifichi un crack (Cirio e Parmalat dovrebbero aver insegnato qualcosa). Ci sono però tre grandi banche che hanno declassato il titolo: la ben nota Goldman Sachs (“Lei si che se ne intende”: di pastrocchi, con le decine di hedge fund che possiede, alcuni dei quali già le sono saltati), la Ubs e la WestLB. La Fiat può consolarsi con i giudizi della JP Morgan, ma fino ad un certo punto. Non mi sono mai fidato del rating di certe istituzioni finanziarie, so che hanno un significato politico che va oltre quello puramente economico-finanziario; questo tuttavia fa risaltare ancor più la debolezza della Fiat, non attenua per nulla il significato del declassamento. Del resto, proprio la Goldman e altre del genere dettero semmai rating positivo fino a pochissimi mesi prima del fallimento delle appena citate Cirio e Parmalat.

Mi insospettisce anche la difesa d’ufficio della Fiat da parte del Foglio, di cui penso bene per come è fatto e per la competenza di chi ci scrive, malissimo invece per i suoi rapporti con settori portanti dell’establishment italiano (proprio quelli più succubi degli USA e di Israele). Tale giornale ha cercato di sostenere che le suddette società finanziarie hanno emesso giudizi negativi solo perché Marchionne è stato così serio da non esaltare certi successi dell’azienda. Non ci si era affatto accorti di questa “timidezza” e sobrietà di “Marpionne” alla presentazione della 500, trionfo del cattivo gusto pubblicitario e dell’enfasi italiota.

 

Penso che lo scricchiolio corrisponda alla realtà, ma la solita sensazione mi suggerisce che la resa dei conti per la Fiat non è ancora dietro l’angolo. Non si può ragionare in termini solo economici, che sono i più facilmente truccabili. La “signora Fiat” è ormai sfiorita, ma si è ben bene imbellettata, ha la grande stampa e altri media (e tutta la politica, di destra come di sinistra) a proprio favore; per cui tiene ancora duro e cerca di trovare infine un buon partito per marito; se non ci riesce in un congruo periodo di tempo, però, la vecchiaia imporrà le sue regole e resterà zitella. Affinché qualcuno non venga indotto in errore da questa metafora, chiarisco che il buon marito non è un’altra impresa (questa sarebbe semmai uno “zio ricco”, magari “d’America”); è invece quel regime che la Fiat, assieme agli altri della GFeID, cerca di instaurare da quindici anni al posto del precedente annientato da “mani pulite”. Un nuovo regime meno costoso e centrato sui rinnegati del PCI, ormai comprati al 100% e proni ai suoi voleri, anche perché sempre ricattabili a causa del loro passato. D’altronde questi rinnegati, malgrado l’infinita serie di rotture “a sinistra”, hanno sempre controllato le frange dette “estreme” e le hanno ogni volta corrotte con buoni posticini, oltre che minacciando di far loro perdere le piccole quote del mercato elettorale così importanti per vendersi meglio. Ogni volta che una frangia si stacca “a sinistra”, comincia a dire che però non si può fare il gioco della destra (anzi di Berlusconi), si deve restare vicini “alle masse” (quali è un mistero!), e così continua ad appoggiare lo sporco gioco della sinistra detta moderata e della GFeID che è alle spalle di quest’ultima.

L’unico a non stare – fino ad un certo punto – al gioco, per suoi squisiti motivi personali, è stato Berlusconi; in questo modo, ci ha salvato in passato, per gli “imperscrutabili” e tortuosi percorsi della “Storia”, dal nuovo regime che questo marcio e fallimentare establishment italiano voleva (e vuole) sostituire a quello pre-“mani pulite”. Ecco spiegato il mistero dell’accanimento antiberlusconiano dei “magnifici quattro”: Corriere, Repubblica, Stampa, Sole24ore (pur se ognuno per suo conto e per conto di certi spezzoni del suddetto establishment che si guardano in cagnesco fra loro). Ecco spiegato il “sinistrismo” (molto snob) di un personaggio come Furio Colombo, già rappresentante (non nel senso basso del termine, sia chiaro) della Fiat negli USA, diventato ad un certo punto direttore del giornale fondato da Gramsci. Ecco però anche spiegato il moderatismo “pirlesco” e da avanspettacolo di Berlusconi, che tenta e ritenta da allora di farsi accettare in qualche modo onde giungere ad un “onorevole” (solo per lui) compromesso con i “poteri forti”. Tutto il baraccone Italia di questi ultimi anni dipende da questo vizio d’origine.

 

Per inciso: ho perso i dati (e la fonte degli stessi), comunque negli ultimi tempi sono aumentati vertiginosamente gli utili bancari e diminuiti quelli industriali. Adesso però le cose sono in via di cambiamento. Certe sinecure bancarie (come la commissione di massimo scoperto e altre) sono azzerate (lo saranno veramente? Comunque lo dovrebbero, ma non si deve credere a nulla di quanto dicono e promettono questi saltimbanchi). Il mercato immobiliare è fermo (con possibile tendenza al calo nel prossimo futuro), i tassi crescono (con difficoltà via via maggiori per la grande quantità di persone che hanno contratto mutui immobiliari a tasso variabile). Finora, le banche speravano di far fronte a tali difficoltà con un’orgia di operazioni sui derivati (vere scommesse da superenalotto per chi non tiene il banco), ma sembra infine iniziata la rivolta delle piccole-medie imprese, le più fregate in questi giochi, con possibile valanga di ricorsi giudiziari.  

Perché ho fatto questo inciso? Perché in questi ultimi anni, la GFeID è stata guidata dal sistema bancario, che dopo gli sconquassi del risiko ben noto del 2005 (con tutte le code giudiziarie ancora molto in voga in questi giorni), ha portato a termine le tanto glorificate – tanto quanto il miracolo Fiat e il lancio della 500 (prodotta in Polonia; sic!) – fusioni Intesa-San Paolo e Unicredit-Capitalia. Si nota benissimo che prosegue sordamente la conflittualità tra questi due colossi, mentre altri Istituti (vedi MPS ad es.) scalpitano per trovare qualche partner adatto all’uopo. In tutto questo, non è ancora chiara, perché sempre in bilico, la funzione che assumeranno negli attuali difficilissimi equilibri Mediobanca e Generali.

Comunque, al fine di semplificare, diciamo che la GFeID italiana è attualmente guidata da un trio (non omogeneo e con interessi non coincidenti): Intesa, Unicredit e Fiat. Quest’ultima è sostanzialmente “cotta” (non credo affatto al miracolo, lo ripeterò fino alla noia) e ha fretta. Ma anche le altre due debbono stare molto attente a passi falsi (politici, altro che semplicemente economici e finanziari!), pur avendo alle spalle la finanza americana (e la politica di quel paese; quindi diciamo: il suo complesso finanziario-politico), che non è certo un monolite; è attraversata invece, come ogni altra struttura dei gruppi dominanti di tipo capitalistico, dal reciproco conflitto strategico per la supremazia. Il giudizio declassante della Goldman – come quello benevolo della JP Morgan – rientreranno sicuramente in oscuri giochi che non possiamo decifrare con sicurezza (almeno io non lo posso). Da questo punto di vista, è dunque realistico pensare che quel giudizio non attiene ad un pura valutazione economica del “miracolo” Fiat; questo non mi induce però affatto a credere a “Marpionne” e alle sue stregonerie (trucchi di bilancio o altro che siano). Capisco solo che ormai il tempo per l’operazione politica tentata dalla GFeID (con le “tre punte” già considerate) si sta troppo allungando e i dominanti, anche quelli più potenti posti oltreatlantico, cominciano a scalpitare.

 

Il gioco politico, da me più volte illustrato e che, lo ripeto, dura da quindici anni (da “mani pulite”), ha come obiettivo quello di installare un nuovo regime di centrosinistra meno costoso (le tangenti e molto altro) e ancor più malleabile al potere nostrano – con sopra di sé quello (non omogeneo e compatto) del paese centrale – di quanto non fosse il regime Dc-Psi. La minor costosità, dopo così tanto tempo, rimarrà un sogno; basta vedere quant’è corrotto il “regime campano” per avere un’idea del fatto che i rinnegati piciisti non sono meno magnoni dei vecchi diccì; e quelli di “estrema sinistra”, che tengono loro bordone nell’attuale maggioranza, hanno pretese smodate per non mollare la baracca.

Certi elevati costi, quindi, la GFeID dovrà comunque sopportarli; anche perché – sempre “grazie” a Berlusca che ne inventa di tutti i colori, e a momenti vinceva elezioni su cui la GFeID credeva di andare a nozze, tanto da sporcarsi le mani con l’editto Mieli dell’8 marzo 2006 a favore del centrosinistra – bisogna ormai intrallazzare con l’Udc, con An o almeno suoi pezzi, con la Lega o almeno suoi pezzi, ecc. Costi elevati e una confusione e marciume del diavolo stanno perciò provocando la famosa antipolitica, il qualunquismo. Eppure, non si può al momento mettere termine al pantano (governo Prodi) poiché i pezzi del puzzle si rifiutano di andare docilmente al loro posto. Eppure debbono, per la “gloria” della GFeID e delle sue tre punte (e del complesso finanziario-politico americano che ormai freme, e si divide anch’esso perché non riesce a raccapezzarcisi più con questi infidi e pasticcioni italiani). Se i pezzi andassero a posto, la GFeID, e soprattutto la “cotta” Fiat, metterebbero le mani, tramite i loro “fidi” del nuovo regime di centrosinistra, sulle casse dello Stato. Così potrebbero nutrirsi a piene mani alle spalle del sedicente “ceto medio” (il lavoro autonomo) e, in buona parte, anche di quello dipendente. Le due superbanche attenuerebbero (forse) i loro contrasti, la Fiat darebbe finalmente corso al vero miracolo: una sorta di irizzazione senza più bisogno di dichiarare la statalizzazione dell’azienda, come fu invece obbligato a fare il fascismo con le imprese “cotte” (tipo la Fiat attuale) di quell’epoca. L’azienda di “quella famiglia” resterebbe privata e farebbe finta di aver vinto la scommessa dell’indecente 500 (e della nuova Bravo che è già ora un fallimento quasi conclamato). Potrebbe perfino, se “quella famiglia” non fosse tanto micragnosa e poco “signorile”, fare bella figura concedendo aumenti salariali (ma minimi per carità!) agli operai polacchi.

Ma non sembra proprio esserci l’“impianto” necessario a favorire questi giochi. Berlusconi fa di tutto in fondo per favorirli – non volontariamente, solo oggettivamente per pirlaggine o magari per altri “motivi” (si pensi all’ultima trovata del voto garantista sulle richieste della “Clementina”, come se il problema fosse soprattutto penale, tipo quelli che hanno fatto “patire” a lui, e non invece principalmente politico) – ma non basta. Sembra esserci necessità di almeno altri 4-5 anni di pantano e marcescenza continua, come nell’ultimo anno ma in via di accelerazione esponenziale. Entro uno-due anni possono solo inventarsi il Pd e Veltroni (che già rischia di “bruciarsi” nell’espace d’un matin). Non basta affatto, a meno che Berlusconi non abbia un “coccolone” o non lo eliminino con un attentato (magari “islamico”; sarebbe una “divertente” nemesi storica per un filoamericano e filosionista come lui).

 

Dubito che il paese possa reggere 4-5 anni di questa melma montante. Non si vede all’orizzonte nessun “potere forte” (di quelli veri, non l’attuale banda Bassotti con un finto contraltare di centrodestra come minimo patetico) che li spazzi via tramite un’azione di pulizia radicale, fin nei minimi angolini. Tuttavia, malgrado non sia per nulla sicura una autentica catastrofe, l’inettitudine e incapacità di realistica valutazione delle situazioni, dimostrate da queste classi dirigenti (sia economiche che politiche, e anche culturali), stanno veramente superando quelle di ogni altra fase storica del nostro paese. Mi pare difficile – anche se in Italia può accadere di tutto – che si riesca a tirare avanti altri 4-5 anni in questo “cesso”.

D’altra parte, ci sono grandi imprese italiane – formalmente ancora in larga parte “pubbliche”, ma che da tale condizione sono solo danneggiate a causa di quello stormo di voracissime “cavallette” che sono i nostri politicanti – dotate di notevolissime potenzialità; il grave è che esse si inchinano e scendono a compromessi con le cavallette di cui sopra, e dunque con la GFeID. E’ evidente che, dopo l’assassinio di Mattei, certi settori decisivi (i loro apparati manageriali) non hanno saputo più risollevarsi: politicamente e quindi strategicamente, intendo dire. Per decenni, abbiamo dovuto subire lo sciacallaggio di aziende tipo Fiat: ricordiamoci della “qualità totale”, del Robogate, del Lam (incensati in specie da sciocchi ultrasinistri della corrente detta operaista), che hanno preceduto il sostanziale fallimento dell’impresa. Schivato adesso, formalmente, mediante altri trucchi e con la speranza di quello strano tipo di “irizzazione” (privatistica) di cui ho detto. Occorrerebbe l’avvento della da me definita terza forza, di cui certi “compagni” – tutti persi dietro alla “Lanterna magica” del conflitto capitale/lavoro o imperialismo USA/masse diseredate islamiche o sudamericane – non hanno capito molto. Se questa arrivasse e facesse una politica di potenziamento dei settori di punta, strategici, se pubblicizzasse, appoggiasse e ampliasse i recenti ottimi successi della Finmeccanica (con il governo americano e con la Sukhoj russa) e dell’Eni (con la Gazprom) – mettendo in condizioni di non nuocere la GFeID (e le sue tre punte: Intesa, Unicredit e la “cotta” Fiat) – avremmo ben altre prospettive come sistema-paese. Ne riparleremo in un prossimo futuro. Per il momento, tutto tace e siamo nella palta; “avantindré, avantindré, che bel divertimento!”. A presto

 

LE SPERANZE RISORGONO di G. La Grassa

 

Ci sono nuovi ottimi motivi per sperare che il Parlamento dica no all’utilizzazione delle intercettazioni telefoniche, chiesta dal gip Forleo, dando così ulteriore spinta alla sedicente antipolitica; in realtà a un “sano odio” per questa politica (al gran completo). D’Alema e Fassino non hanno affatto detto si, come titolavano i giornali di disinformazione, bensì si sono rimessi al buon cuore dei loro sodali in quelle due accolite di vampiri che sono Senato e Camera dei Deputati. Il “cavalier nero”, forse in effetti acciaccato e vecchio (un po’ rimbambito lo sembra), vuol costringere i “suoi”, per rifritte questioni di principio, a votare no; finalmente sollevando un’ondata di sdegno e incredulità tra i suoi elettori, di cui si fa portavoce nientepopodimenoche Il Giornale (il suo direttore in testa), mentre Libero sta tra lo sdegnato e l’irridente. Tutto questo quando la grande stampa, quella che ha invitato a votare per il centrosinistra (e che ha pubblicato ogni notizia di processi e indagini sul Berluskaz) censura rigorosamente la smentita di quel Giuffrida che lo voleva implicato con la mafia (e le cui dichiarazioni erano alla base della “documentazione” dei vari Travaglio, Luttazzi, Santoro, ecc.). Il più giustizialista di tutti (in altri tempi), Violante, tuona che il Parlamento deve addirittura votare una mozione di censura contro la Forleo; alcuni della Rosa nel pugno pretendono che sia quanto meno riscritta l’“irrispettosa” richiesta di autorizzazione.

Bene, la politica si sputtana sempre più. Mi è molto piaciuto un fax di uno dei destri in rivolta, che afferma essere probabilmente inevitabile una “rivoluzione, o borghese o proletaria”. Usa un linguaggio un po’ vecchio, sembra Giordano o Diliberto; ma il succo è quello che spesso sintetizzo io con “rivoluzione o dentro o contro il capitale”). Non dico che si verificherà sicuramente questo, in ogni caso lieto, evento. Continuo a non udire nemmeno il vagito di una qualche terza forza; inoltre, non siamo usciti da poco da una grande guerra e non siamo ancora dentro una crisi come quella del 1929-33. E’ però interessante che cominci a diffondersi lo scoramento sulla possibilità di salvarsi dal pantano finché perdurano gli attuali schieramenti, dell’una e dell’altra parte. Il suddetto rimbambito (almeno alle apparenze) continua a sfornare dati di sondaggi a lui favorevoli in modo strepitoso (ma che non illustrano come il centrodestra sia ormai spaccato in quattro pezzi, ognuno dei quali presenta ulteriori spaccature) e, con quell’ebete sorriso stampato al centro del troncone inferiore di quello che normalmente è un viso, afferma che tanto la maggioranza imploderà per conto suo. Sparando tale cazzata, dimostra: 1) che non ha capito di quali vermi sia composto il centrosinistra; vermi che nel pantano navigano (stando magari fermi) meravigliosamente bene (evidentemente crede sul serio che si tratti di comunisti, i quali in effetti – quelli veri, non gli imbroglioni oggi “indossatori” di quel nome – non erano vermi); 2) che non ha nessuna idea in testa per essere alternativo allo schieramento governativo. Come quest’ultimo continua a chiamare a raccolta i suoi “fedeli” (coglioni) con lo spauracchio del ritorno di Berlusconi (e altro non sa fare), così quest’ultimo continua a chiamare a raccolta i “liberali” contro immaginarie dittature comuniste.

Nessuno dei due schieramenti ha la minima idea del “che fare”. Se non viene presto questa “rivoluzione, borghese o proletaria” (in realtà nessuna delle due, ma solo una bella “spazzolata” di questa massa di incapaci e succhiasangue), andremo in completa cancrena. Mi dispiace per un “amico”, che si agita quando mi sente invocare il “grande chirurgo”, ma c’è un detto popolare fra i più belli ed incisivi che avverte: “il medico pietoso fa la piaga purulenta”. Il bisturi, a volte, ci vuole. Possibile che nessuno si ricordi più quei bei (e “maschi”) western, in cui John Wayne a un altro (o un altro a John Wayne), con un bel coltellaccio sterilizzato alla viva fiamma, toglieva una pallottola dalla spalla o dalla coscia (o polpaccio) e poi cauterizzava la ferita con una bella brace ardente? E non parliamo di quel che accadeva se il protagonista veniva morso da un serpente! Così ci vuole (cioè ci vorrebbe) ormai in questo paese. Sono rimasto il solo a provare disgusto e voglia di “distruzione”, con equanime ribrezzo e disprezzo, quando vedo una facciazza di sinistra o di destra (e dei “nuovi centristi” amati da Montezemolo e la GFeID) spuntare in TV? A me sembra invece di cominciare ad avvertire tanti “buoni sentimenti” attorno a me. Non sarà però breve l’agonia!

 

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domenica, 29 luglio 2007

AGGIORNAMENTI SUL SITO
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venerdì, 27 luglio 2007

RAPIDE RIFLESSIONI SULLO SCONTRO DS-FORLEO di Claudio Lanti Direttore della Velina Azzurra

 

Il post PCI ha vissuto in passato altri due momenti di tensione giudiziaria, superandoli con facilità. La prima volta fu il compagno Greganti  a troncare seccamente il discorso assumendo per se stesso ogni responsabilità. La seconda volta fu la stessa procura di Milano a liberarsi della fastidiosa sostituta Tiziana  Parenti, meteora oggi dimenticata, espellendola dal proprio corpo. 

 

Il caso Forleo  riassume i  due casi precedenti ma appare molto più problematico. Se da un lato Clementina Forleo appare essere solo una nuova Tiziana Parenti, d’altro lato per assumere il ruolo di Greganti, il post PCI ha dovuto mettere in campo i suoi  due nomi più grossi:  Napolitano  e Violante. Vedremo subito che cosa ciò significa.

 

Stavolta le contestazioni  vanno direttamente ai capi DS  e sono di contenuto assai più rilevante rispetto alle magre tangenti sugli appalti alle coop scoperte nel 1992-93.  Il coinvolgimento dei capi DS nelle scalate bancarie  di Consorte e altri è una questione strategica che si trascina  tenacemente  dall’estate 2005, quando per la prima volta il salottino Mieli-Montezemolo, erede del salotto Cuccia-Agnelli,  dichiarò guerra  al post PCI.    Dietro le scalate, la vera faccia nascosta del problema sono le  colossali plusvalenze che si presume siano state dirottate dalla rivendita di Telecom Italia da Colaninno a Tronchetti Provera. L’armadio che si vorrebbe  aprire -o che si  finge di voler aprire-   è quello.

 

L’obiettivo di questa pressione che dura da due anni è facilmente individuabile: è lo smantellamento del vecchio gruppo di comando del post PCI per permettere all’uomo nuovo Walter Veltroni di conquistare senza ostacoli il Partito Democratico.  I tempi parlamentari  dell’autorizzazione a procedere sembrano coincidere con  i tempi costituendi del PD.

 

Il vecchio gruppo di comando  ha risposto che non intende  lasciarsi bonificare. Ma ha dovuto gettare in campo tutte le sue forze residue: Napolitano e Violante rappresentano le  ultime divisioni di elite, la Guardia imperiale  lanciata a difesa della fortezza.  Attenzione: Napolitano ebbe un ruolo strategico come presidente della Camera nella distruzione dei partiti di Tangentopoli. E Violante, sappiamo bene che  il “piccolo Viscinski” (così lo chiamò Cossiga e lui non lo querelò)  è tuttora il guardiano  dell’arca dell’alleanza del post PCI con la magistratura.

 

Napolitano e Violante, dunque,  con tutta la loro capacità rappresentativa,  si sono fatti garanti della  legittimità di posizione di D’Alema, Fassino, Bersani, etc.  Hanno annunciato in pratica che l’autorizzazione a procedere  verrà negata e  proclamato che il partito non si discute: esso è innocente per definizione, è escluso  in partenza da qualsiasi  sospetto. La sua patente di onestà e moralità è garantita dallo stesso esercizio del potere. 

 

Berlusconi, ormai in concorrenza stretta con Fini, si è subito aggregato.  Voterà anche lui  contro l’autorizzazione a procedere, confermando il suo ruolo di ascaro della sinistra conservatrice.  

 

A questo punto sarebbe facile tentazione dire che il re è nudo oppure che il nemico è ormai arrivato  in contatto con la fortezza assediata.  Ma in realtà  all’esterno delle torri c’è solo il caos: non esiste un soggetto politico nemico o alternativo.   Il dramma è che il  potere organizzato continua a indebolirsi, clamorosamente.   Ma, nel Paese svuotato di energie e motivazioni,  non esistono forze capaci di approfittarne. 

 

Che cosa accadrà allora? L’unico dato certo è che da un lato il “sistema” continuerà  a collassare e dall’altro che, per tenersi in piedi,  sarà spinto a ridurre ulteriormente gli spazi di opposizione mirando sempre più -con l’ausilio dei mezzi d’informazione-  all’equiparazione tra  dissenso ed eversione. L’interrogativo da porsi è se avrà almeno la forza necessaria per la repressione.

 

 

 

 

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ATTUALITA' DI GRAMSCI di A. Berlendis

Contro la vuota retorica celebrativa e la triste curvatura opportunistica dell’anniversario gramsciano ed al, forse ancora maggiore, silenzio, suggerisco alcuni (tra i molti possibili) spunti di carattere metodologico ma non solo, attingendoli dall’elaborazione gramsciana.

 

1.il presidente del Consiglio è l’uomo di fiducia della classe proprietaria; alla sua scelta collaborano le grandi banche, i grandi industriali, i grandi proprietari terrieri, lo stato maggiore; egli si prepara la maggioranza parlamentare, con la frode, con la corruzione …

La classe dominante italiana non ha neppure avuto l’ipocrisia di mascherare la sua dittatura…

Così Gramsci (articolo Lo Stato italiano 7 febbraio 1920 su l’Ordine nuovo) analizzava  la figura del capo del Governo : un esempio di metodologia di analisi strutturale.

 

Definiva inoltre i poteri forti   dell’epoca, come l’ “insieme delle forze organizzate dallo Stato e dai privati per tutelare il dominio politico ed economico delle classi dirigenti. Quaderni dal carcere pg 1620      

 

Questo, perché si  interrogava, da un punto di vista di rivoluzionario contro il capitale, riguardo la formazione sociale particolare italiana di quella determinata congiuntura storico-politica, ponendosi domande del   tipo :  “Che cos’è lo Stato italiano ? E perché è quello che è ? Quali forze economiche e quali forze politiche sono alla sua base  ?

 

2. A fronte della difficoltà di decifrazione da parte della politologia corrente delle funzioni dello Stato (inteso come un tutto, in quanto garante dell’interesse generale), e di quelle dei partiti (intesi come portatori di interessi particolari), Gramsci sostenne che : “La scienza borghese ha dato …le più diverse e confuse definizioni del concetto di ‘partito’.

E’ assai raro che un qualche rappresentante del mondo borghese abbia osato affrontare la quistione e dire francamente che ogni partito è l’organizzazione di lotta di una determinata classe sociale.

Questa semplice verità,…, non può essere riconosciuta dagli scrittori borghesi per la stessa ragione per cui evitano di chiamare col proprio nome l’essenza del parlamentarismo…  Per sua stessa natura, il regime borghese è costretto a presentare alla pubblica opinione e anche a sé stesso come organi di pacificazione, di armonia, di collaborazione, tutta una serie di istituzioni che sono invece dirette alla sopraffazione della classe operaia. “ ‘Il rivoluzionario qualificato’ pg 98

 

L’attributo di  partito non è qui circoscritto alle  espressioni politiche organizzate  dei gruppi sociali (eterogenei), non è limitata alle definizioni (ideologiche) giuridiche per cui lo Stato si connota come organo al di sopra delle parti (sociali, e loro espressioni politiche,cioè i partiti), ma individua gli apparati di Stato (governo, parlamento, magistratura,esercito, servizi segreti…) come parti del e in conflitto tra loro, sempre dissimulate dalla facciata di neutralità istituzionale.

 

3. Ieri le forze di auto-denominatesi ‘sinistra radicale’ hanno  simultaneamente votato la mozione di approvazione della politica estera italiana e criticato   l’accordo sul Welfare.

Deve,a mio avviso, far riflettere la lucida descrizione dell’ascesa nell’orbita governativa che Gramsci fece delle sinistre dell’epoca : “le nuove consorterie che muovono alla conquista del potere [piccole quote di nicchie di potere, rispetto alle ‘sinistre’ della coalizione del governo attuale—Aggiunta mia] sono costrette a tenere un contegno equivoco per non perdere il contatto con le masse che finora le hanno spinte avanti e che si tratta di far entrare in modo organico nell’orbita dello Stato.

E’ questo il motivo che obbliga queste nuove consorterie—la classe dirigente della socialdemocrazia di domani—ad avere due volti e due programmi : uno che deve servire ad illudere la massa che li sostiene e a farle credere che, nella nuova forma dell’azione parlamentare positiva, della partecipazione al governo, dell’astensione dal voto, ecc., vive ancora la vecchia sostanza della ribellione allo Stato oppressore, e un altro, quello che esprime le intenzioni, o propositi, l’animo reale della nuova classe di oppressori e sfruttatori.

La necessità di mentire : ecco il marchio della socialdemocrazia, e popolari e socialisti lo ostentano con eguale ripugnante improntitudine.” ‘Il processo alla crisi’ Ordine nuovo 13 febbraio 1922

 

4. Chiudo  con una indicazione gramsciana circa l’atteggiamento  da assumere nell’agire : “Volete che chi è stato fino a  ieri uno schiavo diventi un uomo ? Incominciate a trattarlo  sempre come un uomo. E il più grande passo in avanti sarà già fatto.” Il rivoluzionario qualificato’ Pg 27

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giovedì, 26 luglio 2007

MAHMOUD ABBAS ROVINA IL SUO POPOLO

Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, ha chiesto al primo ministro israeliano Ehud Olmert di chiudere i rubinetti del combustibile che fa marciare la centrale elettrica di Gaza al fine d’imporre una mancanza di corrente elettrica nei relativi distretti, aumentando così le difficoltà di Hamas nel controllo di tutta la zona. Secondo il presidente dell’AP, a Gaza si sta sostenendo il terrorismo per cui sarebbe opportuno accerchiare e fiaccare, con operazioni di disturbo, i sostenitori di Hamas. L’obiettivo dell’AP resta quello di recuperare il controllo dell’area,  inesorabilmente persa in seguito ad una breve battaglia con i sostenitori di Hamas. Dopo l’arresto del Direttore Generale della compagnia elettrica, accusato di corruzione, Abbas ha pensato bene di scagliarsi contro Hamas (la quale, non dimentichiamolo, oggi rappresenta legittimamente la maggioranza dei palestinesi) facendosi aiutare dai nemici di sempre e accreditandosi quale quisling fiduciario degli israeliani e dei loro alleati statunitensi.

Israele fornisce quotidianamente alla centrale elettrica di Gaza 360.000 litri di combustibile per alimentare una stazione da 60-Megawatt che soddisfa il 30% dei bisogni elettrici della città. Questa centrale elettrica è già stata bombardata nello scorso giugno dagli aerei dell’ IOF. Il presidente dell’AP sta facendo di tutto per presentarsi al mondo come il solo interlocutore serio che può contribuire alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese, e lo sta facendo svendendo la gloriosa resistenza opposta, in tutti questi anni, dai palestinesi contro l’invasore israeliano. Abbas è un bandito già solo per questo, poiché accettando di dividere il suo popolo per questioni di potere personale e servendo su un vassoio d’argento agli israeliani la riuscita della solita strategia del divide et impera (quella per la quale gli americani si sono rivelati maestri indiscussi nei molti teatri di guerra accesi dopo l’undici settembre, data in cui è iniziata la fantomatica guerra contro il terrorismo internazionale) finirà per portare i palestinesi ad una guerra fratricida che ne sfilaccerà definitivamente il tessuto sociale aprendo ferite difficili da rimarginare. Naturalmente, tutto l’occidente civilizzato si è schierato con Abbas e con Israele, nonostante Hamas abbia ottenuto una schiacciante vittoria elettorale che ne ha legittimato l’esercizio del potere esecutivo. Ma la democrazia è solo l’involucro migliore per garantire ai dominanti l’esercizio del proprio potere dispotico e quando questo involucro si rivela non adatto all’uso può ben essere rimesso in discussione. Persino il solito doppiogiochista D’Alema aveva abbozzato un’apertura verso Hamas che è subito rientrata non appena la comunità internazionale e la lobby israeliana hanno accusato il ministro degli esteri di appoggiare dei criminali. Il bombardatore del Kossovo, nonché teorizzatore della difesa integrata, è subito ritornato nei ranghi, reinterpretando le sue stesse parole e spiegando a noi comuni mortali che in realtà lui intendeva dire ben altro. Olmert sta approfittando della situazione per nuove aperture nei confronti di Abbas e per recuperare consensi interni dopo il fallimento dell’aggressione al Libano. Al presidente dell’AP, il primo ministro israeliano avrebbe promesso la creazione di uno stato palestinese (i cui principi di nascita saranno sostanzialmente stabiliti da Israele stesso) sul 90% della Cisgiordania e della striscia di Gaza.  Ma più che sui territori è appunto sui principi del futuro ordinamento statale che si stanno concentrando gli sforzi israeliani. Quest’ultimi vogliono imporre all’AP la forma-stato più adatta a consolidare i futuri rapporti con Tel Aviv. Dalla natura istituzionale, alla struttura economica fino agli accordi doganali, tutto dovrà passare al vaglio del governo israeliano. Certo, i piani israeliani non saranno facili da realizzarsi perché i paesi arabi viciniori non intendono favorire accordi in tal senso. L’Arabia Saudita, che ha spesso sfruttato la questione palestinese per proprio tornaconto, ha già fatto un passo indietro mentre gli americani stanno esplicitamente chiedendo ad Israele di proseguire il dialogo con il solo Abbas e senza coinvolgere altri paesi che potrebbero avere ogni interesse a far precipitare il momento favorevole

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mercoledì, 25 luglio 2007

GARANTISMO PELOSO di G. La Grassa

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P.S. Leggo oggi sulla stampa dichiarazioni di Bondi e Cicchitto che sembrano correggere quelle di ieri. Anche il Presidente della Camera ha fatto dichiarazioni “apprezzabili”, e Fassino sembra piegarsi all’inevitabilità di votare per l’autorizzazione all’utilizzazione delle intercettazioni. Peccato! D’altra parte, per quanto scadente sia questo ceto politico, non si può pretendere che siano tutti dei “bamba”. Resta comunque ancora qualche speranza, tenendo conto dell’ispezione a tempo di record ordinata da Mastella e delle “dubbie” frasi pronunciate dal presdelarep. Il mondo politico non ha ancora preso una posizione precisa. Tuttavia, ammetto che sarebbe troppo bello veder votare insieme Ds e FI contro l’autorizzazione (e rimanere magari anche in minoranza). Ormai all’autunno.  

 

Chi mi ha letto un poco sa che ho sempre ritenuto “mani pulite” (fin dal 1994 quando scrissi assieme a Preve Il teatro dell’assurdo) una pura operazione politica mirata al ricambio di un regime (Dc-Psi) con un altro (centrato sui rinnegati del Pci), operazione diretta da potenti centri industriali e finanziari italiani eterodiretti (cioè “estero”diretti dagli USA) e dai cui esiti nefasti ci salvò Berlusconi, certamente solo per difendere i suoi interessi e di alcuni pochi altri; interessi minoritari nell’establishment italiano (e per nulla rappresentati nel “salotto buono” degli Agnelli & C.). Il “cavaliere nero” sfruttò abilmente per i suoi scopi la rabbia degli elettori diccì e piesseì restati senza referente politico.

Tuttavia, non mi sono mai sognato di dire che la Procura di Milano (e qualche altra al seguito) abbia perseguitato degli innocenti. Ci sono state delle evidenti esagerazioni (le assoluzioni, dopo anni e anni di processo, sono state un po’ troppe), ma le colpe di buona parte dei perseguiti “legalmente” sussistevano. Quello che ho sostenuto è che non si è voluto fare opera di chiarificazione politica – et pour cause direbbero i francesi – preferendo scatenare un’ondata giustizialista, dopo aver avuto, dai potenti centri di cui sopra, semaforo verde al fine di far intervenire il potere giudiziario, fino a quel momento pressoché inerte perché sarebbe stato bacchettato con durezza se avesse tentato – prima del crollo del socialismo reale e della dissoluzione dell’“Impero del Male” – di scardinare il potere democristiano in Italia, “portaerei” della Nato confinante con il suddetto Impero.

Oggi, il potere giudiziario, nella persona della Forleo, ritiene di dover procedere contro politici che all’epoca di “mani pulite” erano dalla parte giustizialista e che, per suo merito, sono ascesi a braccio politico preferito della banda industrial-finanziaria di cui già detto. Le colpe di questi politici sono, a mio giudizio, quelle normali in una “democrazia” capitalistica (perché non si rileggono le mirabili pagine di Balzac sulla Francia della prima metà del secolo XIX? Anche se i personaggi oggi inquisiti non hanno certo la statura del balzachiano arrivista Rastignac); si tratta di semplice e banale attività lobbistica a favore di determinati centri di interesse economico. Consorte sostiene che lui mai li “disturbava”, che erano sempre loro a telefonargli. Può essere, comunque non erano telefonate da semplici “curiosi”; e lui chiedeva loro di intervenire con qualche aiutino presso precisi (e nominati nelle telefonate) personaggi del mondo finanziario-industriale. In tutto questo nulla di strano per una “democrazia” capitalistica (cioè degli affari); l’importante è che non si raccontino panzane sull’alta moralità degli indagati.

La loro è l’abituale e solita moralità di chi si interessa di questioni economiche nell’ambito di un sistema capitalistico. Ho fatto parte di questo mondo, durante gli anni della mia “iniziazione alla vita”; e non si trattava di un mondo piccolo-capitalistico. Conosco anche bene i rapporti con i Ministeri e con parlamentari vari (di tutte le parti politiche, ivi comprese quelle dell’opposizione “più dura”). Non è che si possa venire a raccontarmi “palle mostruose” sull’argomento. Il fatto è che, per gli stessi fatti, la fai franca – e questa è la normalità – per la maggior parte del tempo o anche per sempre (alla maggioranza degli affaristi e dei “loro” politici di riferimento è questo che capita); poi, una bella volta – e magari non per ragioni di “giustizia”, ma per un altro “tipo” di manovre – ci caschi dentro.

 

Scusate, ma è quanto avviene anche per altri motivi e in altri campi. Pensate all’antitrust. Solo i cretini non sanno delle mostruose centralizzazioni di capitale che hanno caratterizzato ogni fase dello sviluppo della nostra società. Ciononostante, esistono dappertutto la legge e gli organismi antitrust; e funzionano con particolare severità (si fa per dire) negli USA, centro del capitalismo mondiale e di tutte le maggiori imprese multinazionali. E’ solo una mascheratura, una ipocrisia? Certo, questo aspetto è fondamentale, poiché l’ipocrisia e la pura apparenza fanno parte delle norme decisive per il “buon andamento” degli affari capitalistici (in specie nei paesi “democratici”). Ma abbiamo anche a che fare con regole che debbono essere mantenute e rispettate; sono leve da manovrare appena ciò sia necessario.

Innanzitutto, per dare ogni tanto l’impressione che il mercato è controllato e che quindi vi si fanno affari onesti (egoistici ma tanto “per bene” e per “il bene di tutti”; rispettando la menzognera ideologia di quel micragnoso di Adam Smith con il suo “macellaio che, per suo interesse, ci fornisce la buona carne”). In fondo, si tratta dello stesso motivo per cui si fanno ogni tanto retate di prostitute o sequestri di droga. E’ la solita ripetitiva lotta tra “ladri e carabinieri”, il sale della suddetta “democrazia”; di fatto è il degrado, tipico di questa nostra meschina società, dell’eterna lotta tra Bene e Male, che ha tutt’altro spessore e tradizione storico-culturale. Ma l’antitrust non esiste solo per questo. Tanto per andare di brutto sul concreto e sull’attuale, serve anche a favorire – con l’assenza di intervento – le fusioni tra Intesa e San Paolo (gli “amici” di Prodi) o Unicredit e Capitalia (gli “amici” dei diesse) nel mentre si pretende che l’Eni si separi dalla sua rete di distribuzione onde indebolirla; e meno male che la nostra azienda ha messo a segno dei “bei colpi” con la Gazprom, la Sonatrach, ecc. Parleremo fra non molto di questi fatti; intanto pensateci sopra: come mai questo diverso comportamento del nostro Antitrust?

 

Scusate ancora questa digressione, che era necessaria onde meglio chiarire i motivi che muovono la magistratura. Ogni tanto si deve incappare nelle sue reti, altrimenti sembra che in questa “democrazia” si agisca come nel Far West americano durante la prima conquista (per sterminare gli indiani era necessaria una certa “libertà” d’azione, ma dopo, tra bianchi, si è enfatizzata la smithiana “mano invisibile”; ma quanto odioso e meschino doveva essere questo tanto, troppo – perfino da Marx – osannato economista “classico” inglese!). Inoltre, la magistratura, come tutte le altre istituzioni di “contrappeso democratico”, può servire quando non ci sono altri mezzi per far fuori un avversario. Ovviamente, non mi perito ad emettere giudizi sul comportamento della Forleo; stando alle forze che le si sono mosse contro – non solo gli interessati e la parte politica cui appartengono (con appoggio della più “alta carica” che è uno dei loro) ma anche gli avversari di FI, con dichiarazioni di Bondi e Cicchitto, talmente stolti da non rendersi conto che le pesanti dichiarazioni rilasciate diventano una conferma della “coda di paglia” del loro leader – sembra però di dover concludere per l’interpretazione secondo cui ogni tanto è necessario “ci scappi” la retata. E se non la lasci seguire il suo corso, sveli subito la sostanza del formalismo – politico, giudiziario, economico-mercantile, ecc. – della società “democratica” capitalistica.

Adesso voglio proprio vedere il casino che combineranno questi politici del c…. Quelli della prima Repubblica, con Andreotti in testa, si rassegnarono al fatto (e fato) che un ciclo storico si era chiuso con la fine del socialismo reale (quanto scuro in volto era il suddetto democristiano, il più lucido di tutti, quando commentava sconsolato tale fine, e come rivalutava pienamente Togliatti e perfino in parte Stalin; sapeva che cosa significava per lui e gli altri quella svolta storica). I politici attuali faranno di tutto per resistere, privi di ogni consapevolezza che, scalpitando e insabbiando, faranno una fine assai più brutta. Mi dispiace per loro: il “rito democratico” capitalistico ha bisogno di qualche testa, anche importante, ogni tanto; altrimenti la menzogna ideologica si sbriciola e appaiono le reali laide fattezze (da teschio brulicante di vermi) del capitalismo. Quello italiano odierno (della ben nota a chi mi legge GFeID) è particolarmente disgustoso; se questi zombies vogliono tirare avanti ancora qualche anno, lascino agire senza intralci la Forleo, poiché essa lavora per loro pur senza saperlo, lavora affinché il “popolo” creda ancora per qualche tempo al rispetto della “legalità democratica”. 

Personalmente, quindi, mi auguro che il Parlamento non conceda alcuna autorizzazione, che il Presdelarep, il ministro Mastella e il governo intero, le forze parlamentari, gli stessi organismi dirigenti dei magistrati, brighino per insabbiare tutto; il verminaio di questa “democrazia” cadaverica potrebbe forse apparire allora in tutti i suoi lineamenti da film horror. Non ci si illuda per carità: non è alle viste nessun socialismo, nessuna società particolarmente giusta, nessun passaggio di potere al popolo o nelle “sue vicinanze”. Tuttavia, c’è capitalismo e capitalismo, c’è “democrazia” e “democrazia”. Questa sedicente seconda Repubblica italiana è ormai in metastasi. Un’asportazione chirurgica delle cellule cancerogene non guarirà completamente l’organismo – finché ci sarà capitalismo, sarà sempre malato o malaticcio – ma consente uno standard di vita (non in senso materiale) che ha qualche grado di sopportabilità in più.

 

Ultima piccola notazione. Anch’io, come gran parte del mondo politico e la “più alta carica”, ho in un primo momento pensato che la Forleo fosse stata troppo precipitosa nel quasi emettere una sentenza di condanna nell’atto di richiesta al parlamento di poter utilizzare le telefonate intercettate. In realtà sono adesso convinto che stavo sbagliando, e con me gli altri. Che l’interessamento telefonico dei politici sia catalogabile quale pura curiosità è assolutamente da escludere. O ha semplice rilevanza politica (secondo quanto sopra esposto) o ha anche rilevanza penale, se si ritiene che esso abbia costituito grave turbativa a causa della conoscenza di operazioni finanziarie di rilevante portata (le scalate bancarie), che hanno consentito operazioni scorrette tese a danneggiare migliaia di invece ignari risparmiatori. Evidentemente, il magistrato propende per questa seconda ipotesi; d’altronde, in base alla prima, non avrebbe potuto richiedere alcuna autorizzazione ad utilizzare le intercettazioni. Di conseguenza, per effettuare la richiesta, non poteva esimersi dal manifestare determinate convinzioni in proposito; non quindi per condannare in anticipo, ma semplicemente per far comprendere la necessità dell’utilizzazione di quel materiale nel corso delle indagini e poi, eventualmente, del processo.

Il vero fatto è che gran parte della “casta” – soprattutto di sinistra con importanti propaggini nella destra, e con le massime cariche dello Stato a suo favore – non vuol essere toccata. Essa ha i nervi talmente scoperti (e la coda di paglia) che ha frainteso le motivazioni della richiesta; e ha reagito scompostamente anche a costo di svelare le vere fattezze della “democrazia” capitalistica. Ed io spero che insista in questa protervia da “impuniti”. E’ il miglior modo per darle qualche scossa che, a questo punto, investirà anche le massime cariche dello Stato (a meno che non si ritirino in buon ordine). Così non ci sarebbero altre pareti (di cartongesso!) dietro cui nascondere le vergogne del ceto politico di questa “democrazia” non solo falsa (questo lo è in ogni caso), ma anche tanto malata ormai.

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SUL CONCETTO DI NATURA UMANA di M. Tozzato

 

Gli ultimi interventi di Petrosillo, La Grassa e D’Attanasio trattano di questioni così importanti che tornare a discorsi filosofici, o quasi, parrebbe una scelta fuori luogo però è  la stessa teoria, su cui fondiamo le nostre considerazioni,  a  richiedere che ci si reinterroghi continuamente sui presupposti delle nostre analisi fattuali. Il problema della natura umana, o come dice Preve dell’”ente naturale generico” è certamente un concetto filosofico ma è anche una nozione su cui si fondano ricostruzioni ideologiche, fortemente indirizzate, atte a diffondere una visione mistificata, basata su presupposti inconsci, della nostra visione della condizione socio-culturale della società.

La mediocre operazione che Bertinotti e i suoi compari stanno portando avanti con la rivista “Alternative per il Socialismo” - per tentare di contrabbandare discorsi vuoti e fumosi per  una operazione di fondazione teorica del nuovo soggetto “ammucchiata” che la “sinistra radicale governativa” si sta preparando a costituire - è una dimostrazione di “cattivissimo” uso ideologico di termini di origine filosofica che vengono così a ritrovarsi particolarmente denigrati al di là della loro autentica consistenza teorica ed epistemologica. A tale proposito ho trovato interessante una discussione tra il linguista Noam Chomsky e lo storico delle idee e “archeologo” delle scienze umane Michel Foucault , tenutasi in Olanda nel 1971, e pubblicata nel 2005 dalla “DeriveApprodi” col titolo di “Della natura umana. Invariante biologico e potere politico”. All’inizio Chomsky pone una questione sicuramente problematica. Si tratta di <<affrontare un problema scientifico in linea di principio ragionevolmente chiaro e ben circoscritto: dar conto della differenza tra la quantità di dati offerta al bambino, piuttosto esigua in effetti, anzi non solo esigua ma anche di bassa qualità, e la conoscenza, molto articolata, altamente sistematica e profondamente organizzata, che non si sa bene come, il bambino ricava da questi dati.>> La risposta che egli stesso , in prima istanza dà, viene riassunta in questa maniera:<<occorre assumere che sia il singolo parlante a fornire un grande contributo, straordinario in effetti, alla struttura e agli schemi generali e forse anche al contenuto specifico della conoscenza che ogni parlante ricava dalla propria esperienza linguistica, esperienza che, di per sé, è limitata e priva di ordine.>> La conclusione del discorso porta Chomsky a <<sostenere che un elemento fondamentale della natura umana è costituito proprio da questa conoscenza istintiva o, se si vuole, da quell’insieme di schemi innati che ci dà la possibilità di ricavare una conoscenza complessa e intricata a partire da dati estremamente limitati.>> La risposta di Foucault pone l’accento sulla non-scientificità del concetto di natura umana: << E’ vero che diffido un po’ del concetto di natura umana, per la seguente ragione: credo che i concetti e i termini di cui una scienza può servirsi non abbiano tutti lo stesso grado di elaborazione. E in genere non hanno la stessa funzione né lo stesso tipo di uso possibile all’interno del discorso scientifico.[…] Allo stesso tempo, vi sono elementi che svolgono un ruolo nel discorso e nelle regole interne alla pratica del ragionamento. Ma esistono anche concetti periferici attraverso i quali la pratica scientifica si definisce […] Per un periodo ben preciso, in biologia il concetto di vita ha svolto questa funzione.>> Sviluppando un ragionamento per analogia Foucault continua tirando infine le conclusioni:<<Mi sembra che il concetto di natura umana sia dello stesso genere. Non è studiando la natura umana che i linguisti hanno scoperto le leggi della mutazione consonantica o Freud i principi dell’analisi dei sogni o gli antropologi culturali la struttura dei miti. Mi sembra che all’interno della storia della conoscenza il concetto di natura umana abbia svolto essenzialmente il ruolo dell’indicatore epistemologico, p