“All'ordine facite ammuina, chi sta a prua vada a poppa e chi sta a poppa vada a prua; chi sta a destra vada a sinistra e chi sta a sinistra vada a destra; chi sta sottocoperta salga, e chi sta sul ponte scenda, passando tutti per la stessa scala; chi non ha niente da fare, si dia da fare qua e là.”
Ecco come descrivere al meglio il bailamme inscenato dalla destra e dalla sinistra istituzionali ogni qual volta si tratta di mettere a punto un’iniziativa politica o economica degna di tale nome. Appena scattano i rimbrotti dell’UE o del FMI tutti s’affrettano, sudaticci, ad affollare il ponte della nave, a dimostrare che loro lavorano per riportare l’Italia nel solco tracciato dagli organismi internazionali, i quali dicono sempre la stessa cosa: tagliare! Tagliare! Tagliare! E il coro degli asini di casa nostra ripete all’unisono che taglieranno tutto pur di restare fedeli alle leggi imperiture dell’economia mondiale. Ma da questi due schieramenti, che si fanno acerrimi nemici solo quando devono accaparrarsi le cadreghe e i benefici che derivano dall’occupazione delle cariche pubbliche, non potrà mai venire nulla di buono.
Per questi loschi avvoltoi lo stesso sostantivo “politica” ha da tempo smesso il suo originario riferimento etimologico al buon governo della polis per indossare le stanche vesti dell’azzuffata quotidiana attraverso la quale viene dissimulata una diversità di obiettivi che non esiste affatto. Questi due schieramenti continuano a farsi portatori di istanze ideologiche diverse (neoliberismo a destra e neokeynesismo a sinistra, con sfumature pseudostatalistiche nella cosiddetta ala estrema), efficacemente descritte da Gianfranco
Naturalmente lo scenario di oggi è molto diverso da quello del Regno di Napoli (che non arrivò mai a tali livelli di putrescenza) e gli “ammuinamenti” non hanno più la natura di quelli richiesti dalla Real Marina del Regno delle Due Sicilie alla ciurmaglia pelandrona che si affaccendava solo durante le ispezioni ordinate dalle Alte Autorità del Regno.
Abbiamo più volte detto chi comanda oggi nel “pauvre pays” e cioè quel connubio nefasto che vede legate Grande Finanza e Industria Decotta, le quali grazie all’incapacità delle nostre classi politiche possono permettersi di fare il cattivo e il cattivissimo tempo in tutte le italiche questioni. Oggi questi gruppi dominanti si servono della sinistra per concretare il loro saccheggio ai danni del paese, ma non hanno ancora abbandonato il sogno di un grande calderone moderato dove potersi muovere con più maestria limitando quella rissosità (derivante dalla eterogeneità delle coalizioni che sino ad oggi si sono alternate al governo) che spesso fa venire a galla i loro turpi piani.
Così ogni occasione è buona per inscenare un movimento di superficie che non smuove di un acca la palude di problemi nella quale l’Italia si trova invischiata, anzi c’è un peggioramento costante che sfaglia le basi d’argilla sulle quali il paese è costretto a vacillare da più di un quindicennio.
Dalla riforma elettorale, ai pacs-dico, all’immigrazione, sino alla riforma del sistema previdenziale è tutto un correre alla rinfusa per dare la sensazione del movimento mentre la barca affonda implacabilmente.
Adesso si ritorna a parlare dell’extragettito fiscale e di altri 4 mld di euro che il governo avrebbe a disposizione per fare “qualcosa”, ma già i cani da guardia degli organismi monetari e bancari che siedono nell’esecutivo di Centro-Sinistra, mettono le mani avanti sostenendo che non dovranno esserci rincari nella spesa pubblica.
Tutto questo nonostante il capo del governo, a giugno, aveva sostenuto che i conti pubblici erano finalmente indirizzati sulla strada che porta all’appianamento, tanto da lasciar credere agli allocchi della sinistra radicale che l’agognata apertura del portafoglio a favore dei settori sociali più deboli fosse questione di pochi mesi. Ora, invece, si torna a parlare di una spesa sociale che cresce e di una evasione che “azzanna” lo Stato. In realtà, fa tutto parte di quel gioco al massacro, ordito dai nostri governanti, per fomentare la solita guerra tra poveri. Infatti, se la spesa cresce, come dicono lorsignori, i settori svantaggiati possono mettersi l’anima in pace perché non potranno avere nulla di più dello zero che hanno fin qui ricevuto. Nel frattempo continuerà la stretta sul mondo delle partite IVA e delle piccole imprese, responsabili di non contribuire abbastanza alle spese della casta e dei suoi padroni della GF e ID.
Come si può ben comprendere, anche quest’ultima caccia al “tesoretto” l’hanno già vinta Montezemolo e soci, con buona pace della ditta Bertinotti & Figli.
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IRAQ: FALLIMENTO DEL GOVERNO MALIKI, BALCANIZZAZIONE GARANTITA...( di Günther Deschner fonte voxnr.) Trad. G.P.
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Già quando il Presidente americano George W. Bush, nel gennaio
La metà del gabinetto iracheno è in dissenso.
Il 7 agosto 2007, i cinque ministri del movimento secolare "alleanza per il Iraq", dell'ex primo ministro di transizione Ayad Allawi, hanno annunciato, a loro volta, che non parteciperanno più alle sessioni del gabinetto. Questa decisione ha effetto immediato.
Con questo nuovo dissenso, sono attualmente diciassette i ministri, ossia la metà del gabinetto, che hanno lasciato definitivamente o parzialmente il "governo d'unione nazionale". Nessuno non può negare, ormai, che il governo al-Maliki va verso il baratro, e ad alta velocità. Anche in Parlamento, non si trova più nessuno slancio: solo un quarto dei parlamentari autoproclamati si è affaticato a preparare le leggi ritenute più necessarie al paese ma ecco che a tutti i deputati si è appena assegnato un congedo a lungo termine, non previsto. Non si riuniranno più entro il 4 settembre. Nulla permette di prevedere che la "legge sul petrolio", molto contestata, passerà dinanzi a questo Parlamento. Affinché non si rimproveri loro "di vendere all'asta le ricchezze nazionali" a potenze straniere, il governo, nel suo progetto di legge, ha escluso effetti potenziali dalla nuova legge sui ventisette campi pétroliferi ancora in sfruttamento. Il diritto di sfruttare gli altri sessantacinque, che sono nuovi e non sono stati ancora messi in opera, sarà venduto a consorzi internazionali. Al di fuori della "zona verde", il paese è sottosopra. Attentati dinamitardi, attentati suicidi si moltiplicano: la spirale di morte non cessa di abbracciare il paese. La situazione generale in materia di sicurezza si è un po' modificata, ma non è certamente migliorata. Un ufficiale superiore dell'esercito americano in Iraq, il Tenente-generale Raymond Odierno, ha appena dichiarato che, in quest'ultime settimane, gli sciiti sono stati responsabili di quasi i tre quarti di tutti gli attentati commessi contro le truppe americane. Certamente, un buono numero di insorti sunniti è stato cacciato da Bagdad dall' "offensiva di sicurezza" ed ha ripiegato in altre regioni, ma il loro posto è stato preso, ormai, dai combattenti sciiti. L'efficacia delle forze di sicurezza irachene lascia a desiderare, mentre la loro costituzione è una condizione imperativa affinchè gli Stati Uniti acconsentano ad evacuare le loro truppe. Gli Stati Uniti avevano fornito a queste forze irachene circa 200.000 cannoni d'attacco e pistole. Queste armi sono scomparse senza lasciare alcuna traccia. Le autorità americane temono che siano nelle mani degli insorti o di bande criminali. Le realtà dell’ Iraq di oggi, al quale deve applicarsi la "nuova strategia" di Bush, risulta di giorno in giorno più violenta e caotica. Il fallimento del governo al-Maliki mostra, ancora una volta, che L’ Iraq, de facto, si è frammentato in molti centri regionali di potere. Il potere politico, poliziesco ed economico, infatti, è passato dal centro alle periferie regionali o locali, secondo fenditure etniche, religiose e tribali. Il governo di Bagdad non è che un attore politico fra molti altri. I kurdi al Nord, gli sciiti al Sud non cessano di consolidare le loro autonomie. Il frazionamento della società e del mondo politico iracheni ha per effetto che non c’è una sola guerra civile che fa rabbia, ma tutta una gamma di guerre civili. Insurrezioni e lotte per la divisione del potere si svolgono secondo divisioni mutevoli, che comportano coinvolgono tutte le forze vive della società. Questo crollo generale ha anche per risultato che la sensazione di un'appartenenza comune ad un Iraq unitario, sensazione già molto debole d'altra parte, sta scomparendo completamente.
L'Iran, l'Arabia Saudita e
Altri fattori di destabilizzazione dell’ Iraq si manifesteranno certamente entro la fine del 2007: il federalismo appare ormai come la sola uscita possibile per i kurdi e per un numero crescente di sciiti. Il dibattito in corso sulla divisione ed il controllo delle risorse petrolifere e gazifere, la questione dello statuto di Kirkuk ("Kerkûk" in lingua kurda), che, secondo la costituzione, deve essere regolato alla fine del 2007 da un referendum popolare, è altrettante questioni esplosive in sé, sintomi di crolli futuri." In tale contesto, i più potenti vicini dell’ Iraq, come l'Iran, l'Arabia Saudita e
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STATALISMO VERSUS CLIENTELISMO di G.
Ho sostenuto più volte che il “comunismo” (quello che si pretendeva tale nel ‘900) è stato statalista (in qualche modo, dunque, lassalliano) più che marxista. Statalista sia nella sua versione hard, stalinista, con l’industrializzazione a tappe forzate e la pianificazione rigorosamente centralizzata che assegnava un ruolo del tutto subordinato al management dei grandi Kombinat, un grigio apparato burocratico esecutore di ordini, lontano mille miglia da quell’atteggiamento innovativo degli imprenditori che ha dato il là all’impetuoso sviluppo delle forze produttive nel capitalismo “occidentale”; sia nella versione soft, togliattiana, della “via italiana al socialismo”, che sembrava più adatta ad un paese ormai avviato verso i gradini medio-alti dello sviluppo industriale, in cui largo posto veniva assegnato alla piccola-media attività produttiva, subordinata però all’orientamento impresso dalla grande impresa “pubblica” dell’IRI (istituto creato dal fascismo) in funzione (presunta) antimonopolio “privato”, con cui non si intendeva tuttavia entrare in urto aperto e irriducibile, poiché si cercava di attuare una politica bifronte di scontro a volte acuto, ma anche di sotterranea composizione dello stesso, con vasti ambienti sociali cattolici che – mediante il controllo dei settori economici (industrie e praticamente tutte le grandi banche) di tipo “pubblico” – “ricamavano” un morbido conflitto (condito di continui aiuti statali) con i grandi monopoli privati, nel mentre praticavano il loro finto solidarismo mediante concreto sostegno fornito ad un fitto reticolo di attività “medio-piccole” (in specie agricolo-industriali e commerciali), base essenziale di un maggioritario consenso elettorale.
Sarebbe tutta da riscrivere la storia del comunismo novecentesco, smascherando infine la duplice finzione – cui crederono però milioni e milioni di subordinati – della “costruzione del socialismo” dall’alto o della graduale presa del potere da parte delle masse (quindi dal basso) per via elettorale e pacifica. Da quelle finzioni – perseguite però in buona fede anche da molti dirigenti – sono derivati sia il crollo del “socialismo reale” che la “grande abiura” del piciismo italiano e la sua subitanea trasformazione in apparato politico di servizio del più arretrato capitalismo finanziario e industriale nostrano (operazione “mani pulite” e seguenti), salvando quei pezzi di democristianeria che hanno accettato una funzione subordinata di “supplemento d’anima” di stampo solidaristico-religioso, ormai marcio e corrotto, coltivato dunque senza più un briciolo di onestà. Non è qui il luogo di fare questa storia, che ha avuto – ma molti decenni fa – una sua grandezza, pur se non aveva nulla a che fare né con il socialismo e tanto meno con il comunismo, né con lo spirito “caritatevole” cristiano. Qui mi interessa soltanto rilevare che il processo ha ormai creato quelle che l’ex piciista Macaluso – già “migliorista” e riformista, della corrente del PCI detta “amendoliana”, ma personaggio che merita comunque stima e rispetto insieme a pochi altri della “vecchia guardia” (sia pure di vario orientamento) – ha ben individuato come “due oligarchie” (di derivazione piciista e diccista) ormai in panne e vicine al fallimento.
Oggi, negli ambienti che fecero parte del PCI (e magari sostengono adesso di non essere mai stati comunisti, alla guisa del fatuo farfallone a nome Veltroni) o anche del PSI (si pensi al “tristo” personaggio che è Bertinotti, altro vanesio alla ricerca di notorietà “istituzionale”), non esiste più lo statalismo di un tempo. Quest’ultimo, lo ribadisco, non aveva nulla a che fare con la costruzione del socialismo né con una possibile via pacifica e parlamentare allo stesso obiettivo; era invece il prodromo dell’involuzione e del totale fallimento dell’idea di Marx e poi di Lenin di una possibile rivoluzione operaia o proletaria in grado di mettere fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Tuttavia, quello statalismo ha comunque cambiato il mondo, consentendo la creazione di una forte potenza opposta al capitalismo “occidentale” (da me denominato formazione dei funzionari del capitale) e favorendo così il grande movimento di “decolonizzazione” e le intense e vaste lotte di liberazione nazionale, con il completo sconvolgimento della carta geopolitica globale. La fase attuale di “impero” statunitense, con tuttavia il manifestarsi di precisi sintomi di passaggio ad una nuova fase “imperialistica” (policentrica), è figlia dei grandi sconvolgimenti del XX secolo che è stato quello detto del “comunismo”, e che andrebbe invece definito, magari con un minimo di esagerazione, dello statalismo. Quest’ultimo è in rotta dappertutto, perfino nei tanto sopravvalutati “paesi nordici” (europei). Sembra che le sue ultime, ormai logore, vestigia sussistano in Italia; tanto è vero che gli ignoranti del centro-destra – in particolare il loro leader – sostengono che oggi in Italia predominano i comunisti.
Se Berlusconi non capisce gran che, è però necessario ricordare che questa sua incomprensione è il “duplicato” di quella di coloro che hanno compiuto la “grande abiura”. Anch’essi hanno preso per comunismo una esasperata forma di statalismo (tipo URSS); partendo da tale svarione, blaterano sulla sempre esistita differenza del PCI rispetto a tale forma, e sul fatto che l’hanno oggi completamente abbandonata, salvo alcuni residui che ancora si dedicano alla mistificazione conservando la mera denominazione di “comunisti”. Se gli eredi (pur traditori) e i fintoni del “comunismo” fanno confusione tra questo e lo statalismo, perché pretendono che l’avversario ci capisca qualcosa?
In realtà, oggi non esiste più nemmeno in Italia un vero statalismo; esiste il clientelismo attraverso lo Stato, che è cosa ben diversa. Tutti gli ideologi imbroglioni del capitalismo, di destra o di sinistra che siano, pretendono che quest’organo “supremo” sia al servizio della collettività, al di sopra delle varie parti in eventuale conflitto, di cui esso si fa mediatore contemperando gli interessi di tutti. In realtà, ognuna di queste parti in conflitto (per nulla eventuale, ma sempre attuale, anche se più o meno acuto) cerca di influenzare lo Stato affinché agisca secondo le sue interessate preferenze. Le varie organizzazioni (partiti, sindacati, lobbies, ecc.), che agiscono nella sfera politica, mirano ad accaparrarsi il consenso di determinati strati e comparti sociali al fine di usare “in proprio” i vari apparati “pubblici”. Neoliberismo e neostatalismo (che tende a paludarsi, teoricamente, da keynesismo) sono una “commedia delle parti” in conflitto per orientare quest’ultimo al proprio successo.
Tuttavia, il degrado politico è ormai tale che i gruppi dirigenti delle varie organizzazioni, che si battono fra loro nella sfera politica, nemmeno tentano di rappresentare gli interessi complessivi di dati raggruppamenti sociali – molto spesso interrelati trasversalmente tra loro – tipo quelli grande-imprenditoriali (finanziari e industriali); o il lavoro detto autonomo e quello dipendente (salariato) o le varie fasce interne sia all’uno che all’altro; o i “risparmiatori” e i “consumatori”; e via elencando. In realtà, salvo che per quel che riguarda i più potenti, ma più arretrati, grandi gruppi finanziari e industriali – che impongono, sia pure da dietro le quinte, le loro direttive – i gruppi dirigenti dei vari organismi (partiti) attivi in politica si tengono in stretto contatto solo con i loro sodali alla testa delle associazioni di rappresentanza (“sindacale”) dei vari raggruppamenti sociali. La politica non ha quindi più alcun orientamento di base; non dico ideologico, riguardante i valori comuni a vasti insiemi di questi raggruppamenti, ma nemmeno di difesa di interessi caratterizzati in senso corporativo. Al di sotto dei grandi gruppi finanziari e industriali, effettivi dominanti, esistono solo svariati gruppetti di personaggi corrotti, legati ai “rappresentati” da rapporti di “clientela”, che assomigliano molto a quelli mafiosi che pur tutti dicono di voler sconfiggere (ma non possono farlo perché sono dello stesso genere e natura).
Il preteso neoliberismo finge di appoggiare la libera iniziativa dei “soggetti” produttivi. Questi non hanno però nulla a che vedere con il “macellaio di Smith”, al cui “egoismo” i consumatori avrebbero dovuto affidarsi per essere riforniti della carne migliore. Il mercato è dominato dalle grandi concentrazioni economiche. Al loro interno, i gruppi più arretrati e parassitari – che hanno bisogno, come del resto da sempre nel nostro paese, di attingere alle “casse dello Stato” – hanno deciso di far rappresentare i loro interessi nella sfera “pubblica” allo schieramento detto di centrosinistra (anche questa è pratica in uso da decenni). Il neoliberismo della destra ha quindi solo lo scopo di contrastare tale scelta, cercando di sobillare – ma senza mai il coraggio di guidare uno scontro aperto – i settori più sensibili alle prevaricazioni degli apparati pubblici, settori che sono quelli del lavoro sedicente autonomo. L’agitazione antifiscale è uno dei mezzi in primo piano in questo momento, anche perché appare “giusta” nell’attuale fase di ulteriore disfacimento di tutti i (carenti da sempre) settori che dovrebbero fornire servizi adeguati: sanità, poste, ferrovie e rete di trasporti in genere, uffici dell’amministrazione pubblica (sia centrale che locale), ecc. In effetti, diventa sempre meno comprensibile perché si debbano pagare sempre più “oboli” allo Stato, quando questo non fornisce alcunché di “pregiato” e utile.
La recita delle parti in commedia è tuttavia molto più comica (e irritante) “a sinistra”. Se il giorno di Capodanno venissero registrate le diverse dichiarazioni delle sue innumerevoli componenti, si risparmierebbe poi tempo (e denaro per annunciatori, corrispondenti e giornalisti vari), trasmettendole di tanto in tanto durante l’anno. La parte “moderata e riformista” dello schieramento afferma che è ora di finirla con i ricatti delle “estreme”, che bisogna riconquistare i settori “produttivi” piccolo-imprenditoriali (e le partite IVA) con riduzioni fiscali e altro, tuttavia liberalizzando tali settori per favorire i consumatori. Le “estreme” minacciano a loro volta “la crisi” se non si rispetta il programma (quello delle “non so quante centinaia” di pagine, tirato da tutte le parti), rilanciando inoltre il “pubblico” (quindi il neostatalismo, a volte appunto mascherato da neokeynesismo) e facendo pressoché esclusivamente gli interessi “dei lavoratori” (che sembrano essere solo quelli dipendenti e salariati, e del più basso livello; tutti gli altri non lavorano).
Poiché si tratta di opportunisti e menefreghisti, solo dediti a piccoli interessi personali, alle loro roboanti dichiarazioni non segue null’altro; “tutti insieme appassionatamente” sono abbarbicati ai loro seggi governativi e parlamentari e si “divertono” a spartirsi ogni posticino di qualche potere negli apparati della sfera “pubblica”, usando però la nobilitante espressione inglese (americana): spoil system. Quando occorre, intervengono poi l’ineffabile “Monty” (degno figlio, “spirituale”, di suo padre) e altri dirigenti di associazioni di categoria, dalla parte dei centrosinistri moderati; mentre a favore delle altre componenti di tale schieramento intervengono i dirigenti sindacali, ma con largo ventaglio di posizioni: cislini e uillini un po’ più “centristi”, cigiellini più “radicali”, metalmeccanici del tutto “estremisti”.
Questa ormai tediosa commedia, cui partecipa in posizione attualmente nettamente subordinata (e “di rimessa”) anche il centrodestra, è appunto ammantata dalle grandi opzioni liberiste o invece stataliste (dette keynesiane), ma si tratta invece di semplice clientelismo, di politica spicciola e miserabile, che lascia imperversare gli interessi parassitari, succhiatori di ogni linfa vitale della società, che fanno capo a quella che ho spesso denominata GFeID (grande finanza e industria decotta), guidata (non completamente ma in parte non indifferente) dal “Trio Infernale”; formato, lasciando da parte i nomi delle persone e andando a quello delle società, da Fiat, Intesa e Unicredit. Non certo unite fra loro, tutto il contrario; ma che recitano anch’esse bene la commedia delle parti, per cui gli interessi dell’intero paese sono per il momento scambiati con i (sostituiti dai) loro.
Come si possa uscire da un situazione così pericolosa e disastrata non lo so. Oggi è di moda sostenere che le grandi democrazie occidentali sono spesso nate da rivoluzioni innescate dalla lotta antifiscale. A parte l’azzardo del paragone tra l’Inghilterra del ‘600 e
Per intanto, esercitiamoci nel famoso “pernacchio” eduardesco all’indirizzo di tutti i cantori del neoliberismo e del neostatalismo: il primo sta al liberismo autentico come il secondo sta allo statalismo del “comunismo” novecentesco.
CARACAS “LANCIA”
di Humberto Márquez (*) trad. dallo spagnolo di G.P.
Il governo del Venezuela ha cercato di blindarsi questo martedì dinanzi allo scandalo della valigia con quasi 800.000 dollari sequestrata ad uno sconosciuto passeggero a Buenos Aires 10 giorni fa, ribadendo le tesi che obbedisce alla cospirazione di Washington, ma si tratta di un affare privato che non implica alcun funzionario.
Si tratta di un'imboscata mediatica per screditare il presidente (Hugo) Chávez, dice alla candidatura di Cristina Kirchner - che ha lanciato questo martedì la sua formula presidenziale- ed al paladino della lotta anti-corruzione che è il presidente (argentino) Néstor Kirchner '', il cancelliere venezuelano Nicolás Maduro. “Poiché stiamo facendo fronte al potere della CIA (Central Intelligence Agency degli Stati Uniti), del Pentagono, alle cospirazioni che questi montano sempre, ad uno gli viene il sospetto che dietro tutto questo ci possa essere un'imboscata, ha aggiunto il cancelliere, ribadendo un'argomentazione che aveva brandito lo stesso Chávez dopo la sua visita in Argentina. L’origine del problema può essere ''nel nervosismo che
All’alba del 4 agosto è arrivato all’aeroparco Jorge Newbury di Buenos Aires un piccolo aereo noleggiato da Enarsa, l'impresa statale argentina dell’energia, al suo ritorno da un viaggio espresso da Caracas che è costato tra gli 80.000 e 100.000 dollari con gli esecutivi argentini che lo hanno affittato, più alcuni passeggeri venezuelani. Si trattava dei dirigenti dell’impresa petrolifera statale del Venezuela (Pdvsa) ai quali si aggiungeva il figlio del vicepresidente della corporazione venezuelana e di un passeggero la cui credenziale era soltanto di essere amico di Guido Antonini. Nella dogana di Buenos Aires, le guardie hanno trovato in una borsa di Antonini 790.550 dollari, quasi 80 volte il massimo permesso dalle leggi per essere trasportato senza dichiarazione fuori dal Venezuela ed anche per essere ammesso in Argentina. Antonini si è presentato come componente della delegazione che due giorni dopo avrebbe fatto visita all'Argentina con il presidente Chávez.
Tale motivazione gli avrebbe permesso di recuperare almeno 400.000 dollari, ma Antonini è ripartito, senza richiedere il denaro, e tre giorni dopo era in Uruguay, da dove sarebbe poi tornato negli Stati Uniti, paese dove risiede. Nelle sue prime dichiarazioni, Chávez ha aggirato le domande sulla valigia, e lo stesso hanno fatto i ministri della sua comitiva, mentre il procuratore generale venezuelano, Isaias Rodriguez, all'inizio non ha trovato ragioni per fare ricerche. Dopo che Chávez è partito dall'Argentina, il 7 agosto, il governo di Kirchner ha allontanato il funzionario di contatto con il Pdvsa, Claudio Uberti, e i ministri Julio de Vido (pianificazione) ed Alberto Fernandez (capo del gabinetto) ed ha chiesto al Venezuela ''un gesto equivalente”, che però non si è prodotto. Dopo che Chávez e Kirchner si sono riuniti nuovamente in Bolivia il 10 agosto, il Venezuela ha preso un’iniziativa, con un comunicato di Pdvsa per informare su ciò che stava accadendo, ed il pubblico ministero ha accettato di aprire un’indagine, ma senza spostare nessun funzionario. Il ministro dell’interno, Pedro Carreño, ha detto lunedì che lo Stato venezuelano non può essere responsabilizzato e che il problema della valigia è un'azione di responsabilità penale individuale, qualora Antonini ha violato la legge. Mentre, il procuratore argentino che fa ricerche sul caso, María Luz Rivas Diez, ha sollecitato la cattura internazionale di Antonini e non ha respinto la richiesta d’arresto per Uberti.
Pdvsa non allontanerà dipendenti in occasione di questo caso, perché ''il pubblico ministero ha designato già due procuratori per le investigazioni e sono loro che hanno la competenza per applicare sanzioni di questo tipo", ha detto martedì il ministro dell’energia e presidente di Pdvsa, Rafaël Ramirez. ''Quest'incidente, che è accaduto due giorni prima che arrivassimo in Argentina, lo hanno voluto trasformare in un caso giornalistico, per montare un linciaggio mediatico contro il governo di Hugo Chávez '', ha detto Ramirez.' “E’ stata Globovisión (emittente Venezuelana antigovernativa) e qualche televisione argentina, ha aggiunto. Stampa, radio e televisione dei due paesi ripetono domande come: perché Enarsa affitta un volo così tanto costoso alla vigilia della visita di Chávez? Come e perché Antonini salì sull’aereo? Che andava a fare in Argentina? Quale è l'origine ed il fine di quella valigia? Ci potevano essere ulteriori passeggeri e borse con denaro? Eccetera, eccetera, eccetera. ''Fino a quando si prolungherà il silenzio venezuelano sull'episodio scandaloso della valigia con gli 800.000 dollari?'', ha chiesto, ad esempio, Eleazar Diaz Rangel, che simpatizza per Chávez e dirige il giornale più popolare del paese, Ultimas noticias. Teodoro Petkoff capo della sinistra e direttore del giornale antigovernativo Tal Cual, ha detto che Antonini ha viaggiato in Argentina 12 volte quest’anno. ''Quante borse uguali avrà contrabbandato?'', è stato chiesto. La stampa argentina, quella venezuelana ed anche quella dello Stato americano della Florida mettono i propri riflettori sull’enigmatico Antonini, un venezuelano che vive negli Stati Uniti, amante delle automobili da corsa, occupante di un condominio lussuoso a Miami e di cui ogni giorno, quasi ogni ora, si scoprono nuovi affari con il Venezuela ed i suoi partner commerciali del Cono sudamericano. ''Se è vero allora che
(*) Periodista IPS. Venezuela.
[1]G.P., Per quanto la politica chaveziana sia molto più vicina al populismo che non al socialismo, l’azione del governo venezuelano va comunque appoggiata in funzione antiamericana ed al fine di favorire l’affermarsi di un nuovo policentrismo, contro il mondo unipolare attuale. Certo non ci scandalizziamo per certe azioni fuori dalla legalità, ma vorremmo ricordare che qui stiamo parlando del Venezuela, uno di quei paesi che gli Usa considerano alla stregua del proprio giardino di casa. Solo gli stolti possono pensare che
ATTRAVERSO IL TUNNEL DI ROKI GLI AMERICANI SI AVVICINANO ALLE FRONTIERE RUSSE, traduzione di G.P. (fonte: Geostrategie, 21 agosto)
Proponendo un'osservazione internazionale sul tunnel di Roki, gli Stati Uniti intendono affermare la loro presenza vicino alle frontiere russe, ha dichiarato, venerdì, Boris Tchotchiev, copresidente per l'Ossezia meridionale della Commissione di controllo misto (CCM). "Capiamo soltanto che la principale preoccupazione degli Stati Uniti consiste precisamente nell’affermare, con il pretesto di controllare il tunnel di Roki, la propria presenza vicino alle frontiere a sud della Russia", ha detto Tchotchiev, che commenta la dichiarazione dell'ambasciata americana a Tbilissi. L'ambasciata degli Stati Uniti in Georgia propone, in particolare, di instaurare un monitoraggio internazionale sul tunnel di Roki, sulla frontiera russo-georgiana, sostenendola, in particolare, con "l'incidente del missile" nella zona del conflitto osséto-georgiano. Il copresidente del CCM per l'Ossezia meridionale ha sottolineato che il tunnel di Roki non faceva parte della zona del conflitto e non era quindi sotto controllo delle forze collettive di mantenimento della pace della Comunità degli stati indipendenti (CSI), prima che si arrivasse a parlare di qualunque controllo internazionale. Boris Tchotchiev è persuaso che attraverso
Il copresidente del CCM per l'Ossezia meridionale ha ricordato che il tunnel di Roki era controllato dalla Russia a Nord e dall'Ossezia meridionale a Sud. "Abbiamo spiegato a John Teft (ambasciatore degli Stati Uniti in Georgia) che il controllo da parte dell'Ossezia meridionale della porta sud del tunnel di Roki è effettuato sulla base delle norme del diritto internazionale, le quali prevedono il diritto delle nazioni e dei popoli all'autodeterminazione, come pure sulla base dell'insieme degli atti legislativi e delle norme del diritto internazionale che erano in vigore al momento della proclamazione dell'indipendenza nazionale della repubblica dell'Ossezia meridionale all'inizio degli anni 1990", sottolinea Tchotchiev. Secondo quest'ultimo, gli Stati Uniti vogliono far credere alla Comunità internazionale che qualcosa di "non convenzionale" sarebbe trasportato attraverso il tunnel di Roki e provano anche a creare l'illusione che
Le autorità georgiane sostengono che il 6 agosto scorso un aereo russo avrebbe fatto irruzione nello spazio aereo della Georgia ed avrebbe tirato un missile contro un radar intorno alla città di Gori. Sempre secondo Tbilissi, questo missile sarebbe caduto nella zona del villaggio di Tsiteloubani senza comunque scoppiare. Lo stato maggiore generale delle forze militari della Federazione Russa smentisce formalmente il fatto di qualsiasi volo di apparecchi russi al momento indicato nello spazio aereo attiguo al territorio della Georgia.
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MOSCA INTENDE ESPORTARE ALCUNI ARMAMENTI VERSO IL MEDIO ORIENTE (Geostrategie, 21 agosto)
Preoccupati dell’aumento dell'influenza iraniana, gli Stati Uniti si preparano a consegnare ai loro alleati in Medio Oriente una fornitura di armi per più di 60 miliardi di dollari. Questi progetti permetteranno alla Russia di aumentare anche le sue consegne di armi nella regione, sebbene in proporzioni meno importanti. Da qui a dieci anni, gli Stati Uniti forniranno 30 miliardi di dollari in armamenti ad Israele e 13 miliardi all’Egitto. Washington prevede anche di vendere all'Arabia Saudita armamenti per una somma totale di 20 miliardi di dollari (tra cui nuovi missili aria-aria e bombe guidate JDAM).
I più grandi contratti firmati dalla Russia riportano cifre molto meno elevate: quello del 2006 che riguarda le consegne di aerei, di sommergibili, di serbatoi, di sistemi di armi terra-aria e di altre attrezzature all'Algeria è valutato intorno ai 7,5 miliardi di dollari, mentre il programma di cooperazione militare con l'India per dieci anni, approvato nel 2001, pesa 10 miliardi.
SULLA “RIVA” DEL CAPITALISMO BUONO di G.P.
Secondo il giornalista dell’espresso Massimo Riva c’è qualcosa che non va nel nostro capitalismo. La colpa sarebbe di alcuni esponenti illustri, tanto politici che dell’alta finanza, i quali si comporterebbero, diciamo così, in maniera poco ortodossa. Naturalmente, il giornalista fa appello alla sana economia di mercato, alla libera mano smithiana che dovrebbe ricondurre ogni cosa al suo “naturale” equilibrio, a quella “panacea” (la solita ideologia “mercatistica” che copre la reale natura del conflitto tra dominanti) che crea i giusti anticorpi contro i giochi sporchi e le collusioni finanziario-politiche che danneggiano il paese. Riva parte dagli scandali più evidenti degli ultimi tempi per la sua invettiva e tira fuori il crack Parmalat nonché, en passant l’affaire Antonveneta-BPI e poi quello Unipol-BNL. Riva si chiede come mai in Italia ci siano tante mele marce e, soprattutto, perchè, nonostante la magistratura rivolga spesso le sue “premure” contro le alte sfere del potere, quando le magagne riguardano i “monarchi” dell’economia o della politica tutto finisce sotto la sabbia. E già, vallo a chiedere a Prodi o a D’Alema o a Fassino. Come mai…
Ma con chi ce l’ha davvero Riva? A cosa è dovuta questa requisitoria contro una parte del capitalismo italiano, quello più truffaldino che non rispetterebbe le regole del gioco? Il giornalista la prende alla lontana, ma l’oggetto della sua indignazione non è puramente sistemico quanto piuttosto riconducibile a certi uomini in carne ed ossa, a quelle personificazioni incastonate nei ruoli e nelle funzioni che il sistema costantemente riproduce. Forse Fazio? Il giornalista lo chiama in causa perché era il deus ex machina delle scalate ordite dai furbetti del quartierino, ma in qualche modo costui ha già pagato le sue nefandezze con la discesa dalle scale di Palazzo Koch. Ovvio che il problema non è affatto l’ex governatore di Bankitalia, né i vari Fiorani, Consorte e compagni di merende vari. Tutti i protagonisti di quella sfortunata stagione ribattezzata dei “furbetti del quartierino” secondo le parole di uno dei suoi protagonisti, hanno più o meno pagato il loro scotto con l’allontanamento dalle cariche prestigiose prima ricoperte (proprio tutti non direi, visto che i politici sfiorati da questi fattacci sono ben saldi al loro posto). Riva tira in ballo tutti questi personaggi solo perché gli serve una pietra di paragone per parlare di un altro pezzo da novanta, quello che al contrario dei Fazio o dei Consorte è ancora in voga. Chi? Geronzi, naturalmente. A Riva pare non andare a genio il fatto che uno degli accusati per il crak Parmalat sia arrivato nel posto più alto di Piazzetta Cuccia. E sì, perché alla testa di Mediobanca è arrivato uno che più che un banchiere bisognerebbe definire un “bancarottiere”. Difatti, oltre a quel prestito da 50 milioni a Callisto Tanzi, in momento in cui l’impresa parmense era ai suoi ultimi rantoli, c’è questo “scaldaletto” della Italcase, per il quale il padrone di Capitalia ha ricevuto due interdizioni temporanee dalle attività da parte della magistratura. Certo Riva ha ragione a scandalizzarsi, ma che ci vuoi fare non tutti sono uguali nelle avversità, ubi major minor cessat, direbbero i latini. Ma le catilinarie proferite da Riva, con tanta fatua apprensione per le sorti del nostro capitalismo, le ho già sentite da qualche altra parte e con le stesse motivazioni. Ciò che più preoccupa il giornalista dell’Espresso è: “che l'uomo seduto al vertice dell'istituto di Piazzetta Cuccia ha ricevuto tanto importante investitura da una compagine di azionisti nella quale figura una parte sostanziosa del gotha finanziario nazionale: gruppi quali Pirelli, Pesenti, Ligresti, Mediolanum oltre che, naturalmente, Unicredit e Capitalia. Né meno rilevante è l'elenco pur sommario delle società partecipate da Mediobanca sulle quali dalla sua poltrona Cesare Geronzi è in grado di esercitare un'ampia gamma di condizionamenti. Innanzi tutto, il gigante assicurativo-bancario delle Generali, ma poi anche l'impresa editrice del 'Corriere della Sera' e
Come Riva può ben vedere ha già trovato chi potrà appoggiare la sua battaglia per un capitalismo più sano...
UN “MONDO IMMAGINARIO” di G.
Siano due “complessi di uomini” (A e B), fra loro avversari, dislocati su due terreni pianeggianti tra i quali si interpone un’altura. Immaginiamo che il complesso A sia il blocco sociale egemonizzato dai dominanti, gerarchicamente strutturato con un vertice (lo “Stato Maggiore”), ai cui diretti ordini sono posti dati gruppi (i politici) che controllano i movimenti degli strati inferiori (le “truppe”), mentre altri gruppi (gli ideologi) li aizzano contro il nemico con menzogne varie. Il complesso B è il blocco dei dominati, quasi per nulla strutturato e privo di un vero comando da parte di un gruppo egemone. Dalla massa informe “emergono” alcuni individui privi di personalità indipendente ed energica, che si spingono periodicamente nel campo avverso per spiarne le forme di organizzazione e l’ideologia mistificatrice, e che tornano tentando di applicarle (malamente) nel loro “campo”.
Il conflitto tra A e B è sempre latente, talvolta scoppia con maggior virulenza. Da A partono, per ordine del vertice, manipoli di “sottoposti” (“soldati” e gradi di comando inferiori) che aggirano l’altura e ingaggiano lo scontro con quelli di B, costringendoli a suddividersi a loro volta in drappelli che, inseguendo gli assalitori, si disperdono senza ordine sul loro territorio. I loro movimenti sono quindi subordinati a quelli degli assalitori, i quali seguono gli orientamenti strategici stabiliti dallo “Stato Maggiore” e tradotti in comandi dai gradi gerarchici superiori di A., orientamenti che mandano allo sbaraglio sempre nuovi manipoli di “sottoposti”, e tuttavia aumentano il numero di questi inviati contemporaneamente nel corso della stessa ondata, onde costringere quelli di B a dividersi anch’essi in drappelli sempre più piccoli.
Quando la suddivisione del blocco B ha raggiunto il suo massimo – e i suoi vari drappelli, sempre più minuscoli e quasi individuali, si muovono a casaccio nel territorio e non hanno altro scopo se non quello di inseguire i manipoli di A – lo “Stato Maggiore”, con i suoi gruppi di organizzatori (politici) e orientatori (ideologi), si muove e va ad occupare, non osservato e quindi non contrastato, l’altura da cui domina l’intero territorio: quello del suo campo come quello del campo avverso. A questo punto, la strategia di A viene meglio studiata, seguita nei suoi effetti e resa perciò più efficace. Si continua comunque a mandare allo sbaraglio i vari manipoli, sempre più numerosi nel corso di ogni successiva ondata. Avendo però adesso, dall’alto, una migliore visione dell’insieme dei movimenti, si mira ad ottenere, se possibile, risultati più tangibili e permanenti; il numero di manipoli spediti da A – dopo la loro crescita solo apparentemente incontrollata, tesa a suddividere il nemico e a disperderlo sul suo territorio – dovrebbe diminuire per effetto dell’invio “al macello” di quelli minori (“partite IVA”). La tendenza è alla formazione (“finte liberalizzazioni”) di alcuni presidi di una certa grandezza (centri di distribuzione all’ingrosso e supermarket), che il complesso di B attornia invece con drappelli sempre più sminuzzati (“consumatori atomizzati”), in movimento disordinato, mentre quelli fra loro che “emergono” (politici e sindacalisti “di sinistra”) vengono attratti e coinvolti nelle avvolgenti manovre del nemico.
La situazione sembra a questo punto del tutto sotto il controllo del vertice di A. Si riscontrano tuttavia alcuni elementi di debolezza, che potrebbero anche essere sfruttati da un avversario più accorto. Intanto l’altura non ha un unico cocuzzolo; ve n’è un certo numero di diversa altezza. Evidentemente, i vari gruppi di vertice (i “generali dello Stato Maggiore”) cercano di prendersi le posizioni migliori; esiste quindi fra loro una conflittualità quanto meno latente ma non per questo meno forte e carica di acredine. Il fianco dell’altura che guarda verso il territorio di B non è particolarmente scosceso; anzi è un declivio relativamente dolce, oltre che boscoso e per nulla affatto roccioso. I manipoli di A mandati allo sbaraglio non sono stati sterminati; i loro componenti sono soltanto dispersi nel territorio di B, sono quindi in contatto con i componenti del blocco dei dominati. Essi però provengono dal territorio di A, hanno quindi una qualche conoscenza, non certo dello “Stato Maggiore”, ma comunque degli “ufficiali e sottufficiali” (alcuni dei quali sono anzi con loro); e sono pieni di rancore per il trattamento subito.
Quelli appena elencati sono tutti elementi potenzialmente favorevoli a B. Tuttavia, questo blocco ha permesso al vertice di A di conquistare l’altura, senza nemmeno accorgersi delle manovre diversive attuate dall’avversario – molto meglio organizzato e con più mezzi – prima ancora dell’ascesa. E’ evidente che il blocco B manca di “emergenti” abili, capaci di agire adeguatamente; per di più questi suoi “emergenti” si staccano via via dal grosso (ammasso informe malgrado certe parvenze tipo “sindacalizzazione”), andando a spiare l’avversario nel suo territorio: non però per contrastarlo, solo per ammirarlo ed essere conquistati alla sua causa, imitando non la sua organizzazione e la sua strategia ma solo il comportamento dei suoi capi e le loro modalità di vita, così superiori e “raffinate” rispetto a quelle della “truppa” e del “basso comando”.
E’ a questi fattori di debolezza che B deve porre rimedio. Lo si può con prediche buoniste che vorrebbero dimostrare la (solo presunta scioccamente) maggiore umanità dei componenti di B? Si deve sperare in una loro ribellione “istintiva”, “naturale”, contro le soperchierie dello “Stato Maggiore” di A? Si deve puntare sulla loro contrapposizione diretta ad A, per di più trattando con sospetto e livore i componenti di quest’ultimo blocco ormai sparsi sul proprio territorio, rendendo così nemici dei potenziali alleati? Si debbono fare prediche su possibili attacchi frontali (in salita) contro lo “Stato Maggiore” posto sull’altura? O ancor peggio, seguendo i propri “emergenti” conquistati alle modalità di vita degli strati superiori del nemico, si deve aggirare l’altura dove ormai è situato il “cervello strategico” di quest’ultimo (pur se il vertice è sordamente diviso al suo interno), per scontrarsi violentemente e senz’ordine alcuno con la truppa di A, che è appunto organizzata e orientata dal “comando supremo” collocato in posizione sopraelevata e di ampia visuale?
Domande retoriche, cui una mente sensata non può che dare risposta negativa. Occorre una nuova strutturazione del blocco B con le giuste dosi di gerarchia, con l’esclusione dei suoi “emergenti” ormai affascinati dalle modalità di vita dei “reparti alti” di A. E’ indispensabile inviare osservatori sull’altura, non sensibili alle lusinghe dello “Stato Maggiore” e capaci invece di “soffiare sul fuoco”, allo scopo di acuire i contrasti fra i suoi “comandanti” per il posizionamento sui migliori cocuzzoli. Il loro conflitto, esplodendo più chiaramente, metterebbe in sofferenza e disorienterebbe la “truppa” (con anche alcuni gradi minori di comando) situata nel territorio di A; dal disorientamento nascerebbe la delusione ed il senso critico nei confronti delle menzogne con cui il vertice egemonizza il blocco dislocato in tale territorio. Se poi vi si aggiungesse una migliore capacità di assimilazione dei componenti i manipoli di A – inviati allo sbaraglio dal loro vertice nel territorio B, sulla cui superficie essi si sono ormai sparpagliati – verrebbero incrementate le possibilità di “accerchiamento” del vertice sull’altura.
Per tutto questo, debbono però verificarsi eventi nuovi, che ristrutturano completamente il blocco B ed eliminano i suoi “emergenti” ormai caduti nelle reti dell’avversario. E qualche altra cosa ancora, su cui non mi soffermo ora per non allungare oltre il discorso. Tanto si tratta di un “discorso immaginario” che ho raccontato qui a mo’ di simpatica favola. Resterà sempre tale?
UNA SEMPLICE “SCIOCCHEZZUOLA” di G.
Leggo su Indipendenza la recensione di Bontempelli ad un libro di Latouche sulla decrescita. Lungi da me mettermi a fare le pulci alla recensione su argomenti che mi interessano così relativamente. A mo’ di vacanza, mi fisso su un solo punto che mi sembra abbastanza indicativo di un modo di pensare. Scrive il recensore, su stimolo evidente di Latouche, che decrescita non significa la scelta di diminuire il nostro tenore di vita. Come esempio, tira fuori quello di uno che desidera mangiare ciliegie. Le può mangiare egualmente; basta che, invece di consumare quelle turche importate, si fornisca dagli agricoltori del proprio distretto agricolo. Si risparmiano, così facendo, i costi di trasporto dalla Turchia (costi comprensivi di quelli del combustibile a ciò necessario, che Bontempelli considera invece aggiuntivi a quelli di trasporto); in questo modo, il Pil decresce, ma il consumatore è egualmente soddisfatto.
Un esempio è un esempio, e naturalmente è sempre semplificatore di una situazione. Qui, però, non c’è solo semplificazione (ammessa), ma alterazione del problema secondo un’ottica deformante. Coltivare e produrre ciliegie nell’adiacente distretto agricolo comporta dei costi (in materie prime, compreso il concime, e lavoro) che, anch’essi, incrementano il valore calcolato del reddito nazionale. Bisogna inoltre valutare se il terreno, il clima ecc. sono adatti all’uopo o se invece il costo di trasporto (sopra citato) non sia, in definitiva, inferiore al locale costo di produzione. Come esempio estremo si pensi a Lyssenko che voleva produrre arance in Siberia (per rendere “autosufficiente” l’URSS a tal riguardo). In definitiva, non è per nulla certo che, producendo le merci in loco, si soddisfi lo stesso consumo e nel contempo si verifichi una decrescita (che, nell’esempio fatto, mi sembra in definitiva identificata con una riduzione di costi). Si tenga ancora conto che eventuali forzature in termini di produzione in proprio potrebbero condurre ad esaurimento dei terreni, inquinamento di corsi d’acqua per via di concimi e altro, dell’atmosfera a causa dei combustibili usati dalle macchine per lavorare i campi e raccogliere i prodotti, ecc. Dove va a finire l’ambientalismo? Si deve dunque fare tutto a mano? Allora i consumatori, con la stessa spesa, potrebbero procurarsi forse un decimo delle ciliegie (turche) importate.
Mi sembra sarebbe meglio ragionare in termini di profitti ottenuti nei vari casi, nonché del potere e dell’influenza politica dei gruppi importatori rispetto ai semplici agricoltori (quasi sempre anch’essi dei piccoli o medi capitalisti). Si può arrivare egualmente ad una critica di certe politiche di importazione invece che di coltivazione nelle vicinanze, ma senza bisogno di invocare le “bellezze” della decrescita. Poi, mi si consenta di dire che si trascurano una serie di altri fattori non direttamente economici: per esempio l’inserimento in una Comunità come quella europea, che attua certe politiche e non solo in campo strettamente produttivo (ed economico in genere). Ci sono poi i rapporti bilaterali tra uno Stato e l’altro, che talvolta comportano tutta una serie di ulteriori “adattamenti” di convenienza reciproca, o magari di necessario cedimento dell’uno di fronte a più forti pressioni dell’altro, a sue “offerte che non si possono rifiutare”.
Ed è qui che, in modo particolare, “casca il palco” delle tesi della decrescita. Proprio l’esempio scelto (le ciliegie), nonché il ragionamento svolto, sono indicativi della loro ottica, che è quella del consumo. Esse si pongono “dal lato della domanda”, vorrebbero portare acqua alla critica del consumismo, della cultura che rende “atomizzati” gli individui nel capitalismo. Viene persa la grande lezione “classica” – ed in questo senso, solo in questo, Marx era un loro seguace – della produzione, del “punto di vista” di chi pone in essere le merci. Il difetto di tale impostazione stava nel suo economicismo, nell’avere affidato le sorti delle nostre decisioni – considerate strettamente dipendenti da quelle effettuate in campo economico – alle virtù dello “spontaneo” meccanismo che muove la “libera” concorrenza nel mercato. Dobbiamo certamente andare oltre l’economicismo, ma sempre con l’ottica della produzione. Tutti i blandi critici riformisti della nostra società – che pure talvolta fingono una terribile radicalità, proprio come gli ambientalisti e i “decrescenti” – pensano che, per andare oltre l’economicismo e contrastare il potere dei produttori (in genere monopolisti), sia sufficiente denunciare la loro capacità di condizionare e indirizzare i “poveri” consumatori (con la pubblicità, dunque i mass media, e via dicendo); una simile “contestazione” non va oltre quella già condotta da Joan Robinson e altri (keynesiani) ben oltre mezzo secolo fa.
E’ invece indispensabile puntare i riflettori sulla potenza intrinseca ad un conflitto di strategie per la supremazia (non soltanto economica, ma che ricomprende in definitiva anche quest’ultima); un conflitto che vede dunque in campo un complesso intreccio di agenti dominanti economici e politico-ideologici, da cui si deve iniziare a districarsi. Si obietterà che si tratta di potenza e conflitto intrinseci al sistema capitalistico, al sistema dei rapporti di dominio/subordinazione in questa società, ecc. Certamente; di grazia, in quale altro sistema crediamo di operare? E crediamo di uscire dal gioco tramite la semplice decrescita? O convincendo gli individui che dobbiamo battere il capitalismo perché le estati (o inverni) non sono mai stati così caldi da cent’anni (taluni sparano anche da 200 anni) a questa parte, perché si sciolgono i ghiacciai e dovremo infine ritirarci quanto meno in collina dato che le pianure saranno conquistate dal mare? Ecc. ecc. Cerchiamo di tornare alla vecchia “analisi di classe”, magari un po’ (molto) meno semplificata di quella di un tempo.
In un famoso convegno di scrittori all’inizio degli anni ’30, dopo essere stato zitto per ore ad ascoltare il loro inconcludente chiacchiericcio, Brecht andò sul palco e disse: “adesso cominciamo a parlare di rapporti di produzione”. Fu naturalmente guardato con smarrimento dai suoi ignari colleghi. Aggiorniamo pure la sua frase: parliamo dei rapporti di forza, dei conflitti tra capitalismi, delle possibilità di rinsaldare alcuni fronti di opposizione a tale forma di società. Non battendoci certamente per la mera distribuzione – come fanno i rancidi residuati “comunisti” e “marxisti” d’oggidì, con in testa il solo conflitto capitale/lavoro – bensì per la trasformazione, appunto, dei “rapporti di produzione”. Senza continui escamotages e giravolte nell’ambito della sfera della “domanda”. La critica anticapitalistica la smetta di cincischiare con il preteso “consumismo”, con il potere dei produttori (le multinazionali) di condizionare gli individui atomizzati; riaffronti invece i grandi problemi dell’uso della potenza, insiti negli scontri strategici interdominanti che cominciano a palesarsi con sempre maggior chiarezza, con molta più evidenza che nell’epoca della “guerra fredda” tra i “due campi”.