Forse si ricorderà l’articolo scritto qualche mese orsono (Ladri! Ladri! Ladri!) sul tentativo ordito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dall’INPDAP per dare avvio al prelievo automatico di uno 0,15% sull'importo lordo delle pensioni degli ex-dipendenti pubblici che percepiscono più di 599 euro al mese. All’epoca, avevamo messo in guardia da questa manovra “truffaldina” atta alla sottrazione di denaro ai pensionati con la scusa di fornire agli stessi un servizio, mai richiesto, di agevolazione sui mutui ipotecari edilizi concessi dalla cassa di Gestione Unitaria delle Prestazioni Creditizie e Sociali dell’IPDAP stesso. Si trattava (e si tratta) in realtà di una trappola a “scopo estorsivo” perché, in primo luogo, i vantaggi promessi non sono realmente tali considerato che l’Istituto Nazionale di Previdenza dei Dipendenti della Pubblica Amministrazione antepone alla concessione del credito la compilazione graduatorie annuali per l’accesso ai suddetti benefici che scontano tempi di attesa giurassici. In secondo luogo, e qui sta il vero inganno, i pensionati che non vogliono aderire all’iniziativa devono comunicare, per tempo, la loro volontà altrimenti agisce la regola (imposta da chi e sulla base di quale legge?) del silenzio-assenso.
Bene, sembra che ieri siano partiti i primi depliants “postatarget” dell’Istituto in questione. Secondo quanto riferisce Giancarlo Lehner sul Giornale di ieri i depliants, dalla copertina accattivante, non sono proprio il massimo della trasparenza tant’è che molti pensionati potrebbero avere grosse difficoltà a compilare il modulo di non adesione: “Sulla copertina c'è un nonno inconsapevole che ride beato insieme alla sua nipotina; la didascalia detta: «I servizi Inpdap non hanno età / Guida per chi è in pensione». Tuttavia, non si tratta affatto di una guida, bensì di una cattiva azione a danno del nonno ridente e inconsapevole. All'interno, firmata da tal Giuseppina Santiapichi, nientemeno che direttore generale dell'Inpdap, si legge una letterina tesa a promuovere l'iscrizione «volontaria» alla Gestione unitaria.
Ancora una volta le istituzioni di questo paese, guidate dalla “cosca” di centro-sinistra, si “preoccupano” del nostro futuro frugandoci nelle tasche. Imporre la regola del silenzio-assenso, quando si tratta di categorie deboli come i pensionati, vuol dire essere totalmente in malafede. I pensionati più anziani sono generalmente afflitti da mille problemi fisici, dalle difficoltà motorie ai problemi di vista, così che finiranno per rassegnarsi all’ennesimo balzello senza protestare più di tanto, mentre “lorsignori” potranno dire di aver raggiunto gli scopi preventivati.
ARRIVEDERCI A LUNEDI'
[Ndr, con questo articolo di La Grassa chiudiamo la settimana e ci aggiorniamo a lunedì 1°ottobre poichè il gruppo che lavora intorno al blog ha fissato due giornate per discutere di questioni politiche ed organizzative]
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Certo è incredibile che non si possa prendere a pedatone il più arrogante e odioso personaggio che abbia calcato le scene governative italiane di tutti i tempi; cioè Visco (“con il Fisco al naso”). E non se ne può più di questa meschina figura dalla faccia di tolla, cioè l’(im)Prodi che dice e non dice (non oggi ma domani) su tutto; in questo momento sulla tassazione delle cosiddette rendite – cioè i modesti risparmi di milioni di persone in Italia – per non perdere Dini e tirare a campare con danni gravissimi per il paese.
Ma non è questo il fatto del giorno da commentare; meglio riferirne uno che dimostra come: a) questa sinistra sia una accolita di semplici servi e complici dei “padroni” (mi si passi la terminologia un po’ arcaica); b) quelli di questi ultimi che hanno in mano il paese siano i più parassiti di tutti, rappresentino una malattia lunga e grave che porta alla morte tra molte sofferenze. Tale gruppo di “padroni” ha al vertice il “Trio infernale”, cioè Intesa, Unicredit e il “gruppo Fiat” (non necessariamente d’accordo fra loro, anzi….); quest’ultimo è dall’inizio del secolo scorso che imperversa nel nostro paese, e ha acquisito “meriti speciali” (di sanguisuga) dopo la caduta del fascismo. E’ su quest’ultimo che oggi vorrei dire due paroline.
Tutti sanno che, dopo la lotta tra Romiti e Ghidella, finita con la piena sconfitta del secondo (interessato alla Fiat auto e contrario alla “diversificazione” delle attività aziendali con eccessivo spazio concesso a quelle meramente finanziarie), la grande impresa attraversò un periodo di falsa floridezza, in cui persino una pattuglia di cretini di “estrema sinistra” (non a caso “operaisti”; con purtroppo l’aggiunta, per brevissimo tempo, del sottoscritto, non mi tiro indietro), già adoratori del “toyotismo” (o ohnismo, da Ohno allora “boss” della casa automobilistica giapponese), si mise ad inneggiare alle “grandi tecnologie avanzate” utilizzate dalla casa torinese, tipo il robogate o il Lam, ecc. Finì, come tutti sappiamo, con
Qualche dubbio permane, tuttavia, dato che, anche dopo questo miracolo (di prima è bene nemmeno parlarne, perché ci vorrebbe un libro di centinaia di pagine per illustrare i favori fatti alla Fiat da maggioranze ed opposizioni), il membro più prestigioso del “Trio infernale” non ha fatto altro che chiedere favori su favori (in bei soldini) allo Stato: dai prepensionamenti (di 2000 lavoratori sui 50 anni), in gran parte finanziati dal settore “pubblico”, alla nuova rottamazione e via dicendo. Recentemente, tale impresa ha lanciato in pompa magna la “novità del XXI secolo”, la nuova 500 (fatta in Polonia e che sembra avere qualche difficoltà in Cina, mercato assai ambito), mentre non pare andare per niente bene la vettura (la nuova Bravo? Se sbaglio macchina mi si scusi) fatta in Brasile.
Negli ultimissimi tempi – dopo aver pienamente appoggiato il centrosinistra alle elezioni, così come ha fatto l’intero gruppo Rcs (editoriale di Mieli sul Corriere dell’8 marzo 2006) – il “gruppo Fiat” ha deciso di imitare la sua accozzaglia politica preferita, sceneggiando almeno due posizioni diversificate (tipo sinistra “moderata” e quella “estrema”). Montezemolo, anche per cercare di far eleggere uno dei “suoi uomini” (o donna) presidente di Confindustria, critica il Governo soprattutto sulle tasse, cercando così di recuperare le piccolo-medie imprese, che cominciano ad accorgersi di quanto siano parassiti i grandi capitalisti controllori del centrosinistra al governo. “Marpionne”, invece, blandisce quest’ultimo, cercando perfino consensi presso i “radicali” e i sindacalisti. Ecco la più perfetta commedia delle parti, con divisione dei ruoli e dei compiti.
Sabato scorso l’ad “fiatino” è andato a Bari al convegno organizzato dalla rivista Industria, di pretta area prodiana, e ha fatto il suo show in favore del capitalismo nostrano di tipo “solidaristico” (ha detto proprio così!), mentre ha criticato quello anglosassone, così liberista e duro verso i lavoratori. Il credente, e dunque “beato in quanto povero di spirito”, Fassino ha subito cercato la via per il “Regno dei Cieli” con una intervista al Corriere (di Domenica scorsa), in cui ha più che lodato ed elogiato “Marpionne” in quanto capitalista “buono” (del resto l’aveva già detto mesi fa uno che se ne intende: Bertinotti). In genere, tutta la sinistra apprezza vivamente l’ad della Fiat, il “mago del miracolo” (mi sembrava però che gli operai, visti qualche tempo fa a Mirafiori mentre insultavano i segretari confederali, non avessero la stessa opinione bertinottiana e fassiniana).
In perfetta concomitanza con le “solidaristiche” affermazioni baresi, “Marpionne” ha riproposto quanto già era in piedi da qualche mese: se si vuole rilanciare e sviluppare la produzione della Lancia Y a Termini Imerese (sventolando la solita “acciughina” dell’incremento o almeno mantenimento dei posti di lavoro), è necessario che lo Stato (cioè il Governo “amico” di centrosinistra) dimostri il suo spirito “solidaristico” sganciando una bella manciata di “sghei” (la “mobilità lunga”, tanto per ricordarlo, già costa sul miliardo di euro). Il Governo “amico”, pronto (e prono), ha subito annunciato che darebbe 250 milioni a fondo perduto (cioè regalati; sempre per “solidarietà”).
Adesso è meglio scherzare, tanto non siamo in grado di cambiare le cose; fosse al governo il centrodestra (come in Sicilia), malgrado tutte le sviolinate fatte ai piccolo-medi imprenditori e al lavoro autonomo, la scusa della “occupazione”, pur di favorire
Cerchiamo solo di trarne qualche lezione, “a futura memoria”. Intanto, è ben difficile non nutrire seri dubbi sul “miracolo” Fiat, poiché altrimenti non si comprende questa continua questua allo Stato.
Alcuni punti vanno tenuti presenti. Non si toglie il potere ai gruppi dominanti economico-finanziari, in sella da un’intera epoca, se non attraverso l’azione – eufemisticamente, definiamola “energica” – di agenti politici “autonomi” rispetto ai gruppi dominanti in oggetto. Salvo però che non si sia in grado di veramente sollecitare le “energie” della maggior parte del popolo, il togliere potere a questi gruppi dominanti non significa riuscire a farli uscire immediatamente di scena; debbono invece essere colpiti i suoi agenti politici: questi, sì, vanno buttati fuori dal palcoscenico. I gruppi dominanti, insomma, perderebbero potere (sul governo della “cosa pubblica”) in quanto sarebbero battute e disperse le loro truppe politiche ed esautorati i generali che le comandano. In secondo luogo, gli agenti del “rinnovamento” – a meno che non siano “quelli dell’ottobre
In ogni caso, non si tratta di favorire il capitalismo “buono” contro quello “cattivo”. Simili idiozie sono solo affermate dagli opportunisti, venduti e mascalzoni detti “di sinistra”; perché la sinistra ha avuto in tutta la sua storia questa funzione di far credere alla riformabilità del capitalismo; nel senso di renderlo per sempre umano, solidaristico, antiliberista e dedito al Welfare per “tutto il popolo”. I gruppi dominanti capitalistici sono solo efficienti o inefficienti; sanno fare profitti (estrarre plusvalore e trattenerlo per loro) o scaricare le loro perdite sulla collettività lavoratrice (sul plusvalore estratto a tutti i suoi componenti); sanno utilizzare i mezzi finanziari per lo sviluppo tecnico-scientifico e dei settori di punta, innovativi, o invece se ne servono per farli apparentemente crescere su se stessi, con ciò provocando appunto i fallimenti (e le “esplosioni delle bolle”) con devastazioni che servono a rastrellare il “pluslavoro” della maggioranza della popolazione; sanno darsi una certa autonomia – alla guisa della listiana “industria nascente” contro gli interessi dei capitalisti inglesi, predominanti in quell’epoca – oppure si pongono al servizio di altri predominanti (come fecero, sempre per rifarsi a quell’esempio storico, gli schiavisti piantatori di cotone del sud degli USA e gli Juncker tedeschi nei confronti dei capitalisti inglesi).
Detto in termini più chiari, bisogna togliere il potere politico alla GFeID e al “Trio infernale”, scompaginando le loro truppe politiche, in particolare quelle di sinistra, le più prone ai loro voleri; per di più in grado di organizzare – cosa che non può fare, strutturalmente, la destra – la commedia delle parti (“riformisti” e “radicali”) che tanto serve ai loro interessi, protraendo una situazione di degrado politico e di putrefazione sociale che ha ormai del pericoloso. Nuovi gruppi di agenti politici – non so quali, sia chiaro, sto parlando in termini di necessità per sopravvivere, non di esistenza delle condizioni necessarie a sopravvivere – debbono prendere il davanti della scena, piegando ben bene il capitale finanziario a nuovi progetti; dando nel contempo forte impulso ad aziende – si tratta di esempi – tipo Finmeccanica, Eni, Enel, forse Fincantieri, ecc. Il fatto che si tratti di imprese ancora – solo in parte – “pubbliche” non è per nulla la questione decisiva; anzi tale condizione rende i loro vertici dirigenti troppo “accomodanti” verso il Governo della GFeID e del “Trio infernale”. Bisogna rafforzare questi vertici, se del caso mutarli, renderli in ogni caso più autonomi e liberi da “lacci e laccioli”, affinché siano in grado di svolgere fino in fondo il loro mestiere non solidaristico, ma di netto e vivacissimo impulso impresso allo sviluppo e ammodernamento scientifico-tecnico del sistema-paese Italia. Tutto lì.
Spero di essere stato fin troppo chiaro; c’è molto da dire in proposito, ma non si cuoce l’intero “maiale” se non mettendolo allo spiedo a rosolare assai lentamente e con “cura amorevole”. Molti lati della questione andranno presi in considerazione. Assolutamente no, tuttavia, la discussione sul capitalismo buono o cattivo, riformabile o meno, a misura d’uomo o troppo affamato di profitti, solidaristico o liberista, e via cianciando. I “buoni sentimenti” sono compito del Papa – e in lui non mi danno fastidio in quanto ne riconosco la valenza apertamente ideologica pur se pretende di essere ideale (in ogni caso afferma dei “valori”) – ma diventano fastidiosi, e di puro inganno mascalzonesco e cialtrone, quando si rivolgono a chi lavora in una organizzazione economica che deve in ogni caso produrre, non sostituire la famiglia o altre “ideali comunità” (di facciata comunque).
Accade alla realtà di presentarsi, prima facie, semanticamente invertita. Di fatti, è un’unica voce quella che, dalle bocche del circo mediatico ufficiale, alza i suoi alti lai contro l’antipolitica trionfante tra le italiche popolazioni, sempre più sfinite dall’infingardaggine e dal ladrocinio della cosiddetta “Casta” o “Cosca”. In verità, se il termine politica indica, nel suo significato etimologico, l’interesse e la cura per le cose e i fatti della polis è ovvio che l’antipolitica è meglio rappresentata da chi si fa gli affaracci propri perpetrando odiosi appannaggi mentre tutto intorno è una valle di lacrime senza fine.
Mastella, ieri a Ballarò, si sentiva crocefisso da accuse infamanti (tra le quali l’aver pagato appartamenti in zone metropolitane a prezzi popolar-parlamentari o quella di aver utilizzato aerei di stato per portare a spasso il figliuolo)e tirava verso di sé
Un esempio varrà a chiarire come si è sostenuta finora l’azienda torinese. Pare, di fatti, che solo negli anni ’90 quest’ultima abbia ricevuto dallo Stato trasferimenti “pubblici” pari ai dividendi distribuiti ai propri azionisti “privati”. Tradotto significa che siamo noi italiani a pagare le operazioni della Fiat, soprattutto quando la stessa sbaglia i propri investimenti.
Allora ha ragione Ribecchi, urge una "lotta di casta" senza quartiere che spazzi via al più presto tutto il marciume politico ed economico di questa Italia sempre più depressa.
Sempre più, mi sembra, si palesa quanto nel blog si va scrivendo da tempo: la situazione (politica ed economica) esistente nel nostro paese è estremamente fragile ed instabile. In pratica, non esiste più quello che normalmente si intende per politica: né il Governo né coloro che dovrebbero gestirla e svilupparla hanno la possibilità di riconquistare un minimo di credibilità e di fiducia presso i cittadini, salvo che per qualche autentico tifoso – quindi insensato come lo sono i tifosi – di questo o quello schieramento. Il Governo e le forze che lo sostengono si dimostrano privi di qualsiasi idea e capacità di decisione effettivamente autonoma, indipendente, su una qualsiasi materia: interna e internazionale. Indubbiamente, veder durare questa “maggioranza” è un autentico tormento; si capisce immediatamente che, continuando così, si va incontro a uno sfacelo assai pericoloso. Tuttavia, non si può non constatare che il possibile ricambio di tale maggioranza non risolverebbe alcunché, perché avremmo al governo altri incapaci, altrettanto arroganti e senza idee che servano a qualcosa di più della pura gestione e conservazione di posizioni di potere per conto di altri. Non è assolutamente vero quello che sostengono i cosiddetti “compagni”, e cioè che si è costretti ad appoggiare gli sciamannati attualmente al governo in quanto rappresenterebbero il “meno peggio”; sarebbe altrettanto assurdo però sostenere l’esatto contrario. E’ proprio la convinzione che esista un “meno peggio” – da chiunque venga coltivata – a portarci verso il “sempre peggio”.
Vorrei commentare brevemente due-tre notizie di questi ultimi giorni, poiché sono una (certo minore) dimostrazione di quanto appena detto in merito all’equivalenza (non eguaglianza) delle posizioni dei politici “destri” e “sinistri” per quanto concerne la loro protervia, il disprezzo della popolazione e persino la mancanza di semplice senso dell’opportunità. Finalmente, sembra si riesca ad ottenere il trasferimento del magistrato di Catanzaro che indaga, fra le altre, su faccende legate alla (s)vendita dell’Italtel alla Siemens, in cui avrebbe potuto venire implicato, o almeno “toccato”, l’attuale Premier (all’epoca, presidente dell’IRI di cui faceva parte l’azienda italiana venduta). Chi legge il blog – e anche chi conosce qualche mio scritto – sa bene che cosa penso di certa magistratura e dell’operazione “mani pulite” dei primi anni novanta. Odio pure il regolamento dei conti giudiziario anziché politico; ho infatti sempre provato disgusto per l’atteggiamento, veramente ottuso e cupamente fazioso, di chi ha sempre sperato di poter liquidare un Berlusconi – ritenuto un “ladro”, senza tener conto della nutritissima schiera di imprenditori finanziari e industriali, che hanno fatto del capitalismo italiano una accozzaglia di bande “come nella Chicago degli anni ‘20” (frase ormai ben nota) – mediante l’azione mirata di magistrati conniventi con la sinistra.
Detto tutto questo, mi sembra atteggiamento miope, oltre che da “impuniti”, quello di servirsi di una serie di motivazioni di pura forma legale per impedire al magistrato di Catanzaro di mettere in luce un comportamento, che ha leso interessi economici – e non solo tali – del paese. In ogni caso, come già per le telefonate tra Consorte e i leader diessini, anch’essi di fatto salvati con escamotages di pura forma, è proprio di “cattivo gusto” rimuovere chi sta indagando su fatti non inventati, anche se non ancora indicatori della precisa colpevolezza di “potenti” personaggi in merito alla vicenda appena sopra accennata. Tuttavia, si è avuta nei confronti del ministro Mastella una inusitata solidarietà perfettamente bipartisan. E non si faccia finta di essere garantisti; si tratta proprio di un riflesso di complice difesa da parte di quella che è adesso invalso l’uso di denominare “la Casta”, i cui membri non accettano che a qualcuno venga in testa di metterli sotto i riflettori di una inchiesta, magari “a rischio” di sollevare il coperchio rispetto a poco chiare operazioni che potrebbe aver fatto uno qualsiasi di loro. La mentalità da “compagni di merenda”, l’insofferenza di fronte a domande relative al loro comportamento non limpido, sono le stesse in ogni personaggio di questo squallidissimo ceto politico, come aveva già messo in luce anche la sua abitudine ad essere ampiamente favorito nell’acquisto o affitto di case, nell’aumentarsi stipendi, rimborsi viaggi, pagamento di consulenti, vari altri privilegi in merito a innumerevoli servizi (trasporti, ristorazione, ecc.) che gli appartenenti alla “Casta” riservano a sé e a collaboratori o magari “amici”.
Personalmente, non ho grande trasporto per Grillo (non sto parlando del comico ma del “tribuno”) – per il semplice motivo che, anche se in buona fede, non credo che la sua “agitazione” vada nel senso giusto – ma certamente questi personaggi della politica sono il peggio che si possa immaginare per gestire gli “affari” di un qualsiasi paese. E non ha veramente alcuna importanza che vada al governo la destra o invece la sinistra. Per cui, anch’io non sopporto più la faccia di Prodi, non ne posso più di Padoa-Schioppa e Visco, mi fanno venire la nausea tutti i governanti al gran completo; ciononostante, non sono particolarmente interessato alla “caduta del Governo” e a “nuove elezioni” che porterebbero “altri mostri” al posto di quelli attuali. E’ necessario che maturino le condizioni per qualche svolta un po’ più radicale, pur se non so al momento predirne i lineamenti; senza tener poi conto che i tempi della “maturazione” sono tali da trasformarla in vero e proprio processo di putrefazione della società italiana e del suo arretrato sistema economico.
Il blitz con cui sono stati liberati due agenti dei servizi segreti italiani in Afghanistan non mi sembra particolarmente ben riuscito. I due agenti sono rimasti feriti (uno a rischio di vita), uno dei due accompagnatori afgani è morto (e l’altro ferito). Intanto, è disgustoso l’atteggiamento razzistico per cui i due “inferiori” non vengono quasi mai nominati, salvo che incidentalmente e solo da pochi commentatori. Questa volta però tutti – quelli che se ne stanno comodamente a casa a non rischiare nulla – hanno inneggiato alle virtù “militari” e “maschie” del Governo, che ha dato senza esitazioni il nullaosta al blitz, perché con “i terroristi non si tratta”. Si è protratta la schifosa ipocrisia per cui le truppe di occupazione sono laggiù per salvare la democrazia (come in Irak!) e per aiutare la popolazione (liberando il maggior numero possibile dei suoi componenti dalla “sofferta” permanenza in questa “valle di lacrime”). Alla TV ho sentito qualcuno (di destra come di sinistra) che ammetteva qualche cattiveria in più negli “altri”, mentre noi italiani (sempre “brava gente”) siamo in quel paese solo per una sorta di volontariato umanitario.
Non è il caso di inveire, anche perché non manca molto tempo alla punizione esemplare degli “occidentali” in quelle lande e, in tempi non secolari, nel limitrofo Pakistan (vero perno del non lontanissimo cambio di equilibri geopolitici mondiali). E’ solo da rilevare come ancora una volta, al di là delle differenze di tono, destra e sinistra siano assolutamente concordi nel lavoro di servaggio (agli USA) da compiere. Divertente (si fa per dire), in modo del tutto particolare, il ventaglio di “variazioni sul tema” messo in mostra dalla cosiddetta sinistra. Prodi e diessini indistinguibili dalle destre; la sinistra democratica del tutto comprensiva verso le esigenze del blitz; Rifondazione su posizioni di mediazione; i “comunisti” (che desolazione questa insistenza a denominarsi ancora così) che chiedono il ritiro delle truppe invece di dimostrarsi minimamente credibili, ritirandosi dal Governo e, soprattutto, votandogli contro e facendolo cadere sulla politica estera di marcato e ipocritamente ammorbidito (non però in questa occasione) asservimento alla Nato, cioè agli USA.
Ormai, la commedia delle parti di questa sinistra è la più manifesta delle vergogne da cui è affetta la politica italiana. Siamo al suo abituale comportamento opportunista e nel contempo “patriottico”; come nel lontano 1914, quando il mondo si avviò alla tragedia mentre oggi siamo ancora alla farsa (pur sempre tragica, però, con morti veri). Tanto vale che la maschera venga gettata del tutto; ma per questo occorrerebbe eliminare al gran completo il quadro politico esistente in questo paese da barzelletta. Per il momento non si vede all’orizzonte la soluzione necessaria. Però .… spesso nella storia le precipitazioni avvengono velocemente e quasi mai previste.
Altro “fatto” di politica estera che non riguarda, in tal caso, la sola Italia, bensì il quadro mondiale. Dopo una preparazione di mesi, in gran segreto e con poche notizie, gli israeliani hanno effettuato il loro ennesimo blitz (assassino) sulla Siria per distruggere un (vero o presunto?) sito atomico (o di preparazione in tal senso?). Ammesso che la notizia sia vera (e sembra proprio così), nessuno, nemmeno la Siria stessa, ha protestato in senso forte e con precisione di notizie circa l’accaduto. I giornali italiani, che hanno raccontato l’evento (nel senso dell’operazione appena citata), erano molto soddisfatti all’idea di tecnici nordcoreani sepolti sotto le macerie del bombardamento assieme ai loro “assistiti” siriani. I “superuomini” israeliani – i veri robot dell’immaginazione cinematografica di un Crichton – hanno eliminato un po’ di “subumani” asiatici e arabi. Passano i secoli, ma la mentalità colonialista dei “nostri” è sempreverde.
Tutti si dimostrano soddisfatti, in particolare, perché il non fare chiasso sull’evento in questione dimostrerebbe che tutti gli Stati (comprese Russia e Cina) sono d’accordo nella lotta al terrorismo e agli “Stati canaglia”, quindi in definitiva all’estremismo islamico, il nuovo Diavolo presentato al “pubblico occidentale” per distrarlo dalle reali crisi e devastazioni che il capitalismo mondiale sta nuovamente preparando “accuratamente”. La “distrazione” durerà ancora per un certo periodo di tempo – non però lungo in termini storici – ma va detto fin da oggi che l’interpretazione dell’impunita aggressione israeliana, e del silenzio che l’avvolge, non è quella che ne danno i commentatori superficiali e insieme canaglieschi (e lo sono ancora una volta tutti, da destra a sinistra).
Ci stiamo avviando, forse perfino con qualche accelerazione rispetto a quanto si poteva pensare fino a poco tempo fa, verso quella che definisco epoca policentrica, termine più generale che comunque ricomprende in sé la conflittualità meglio conosciuta come interimperialistica. Non esiste attualmente nemmeno il più piccolo barlume di quella che veniva definita lotta di classe; il più banale e generico conflitto capitale/lavoro è una questione di semplice competizione (più o meno aspra) redistributiva, da un secolo caratteristica dei capitalismi avanzati, man mano che questi – a partire dal primo fra essi: l’Inghilterra – hanno attraversato lo stadio agrario-industriale per addivenire a quello industriale-agrario e oggi terziario-industriale. E’ molto probabile che sia troppo generico definire con un unico termine – capitalistico – tutti i vari paesi che si vanno via via aggiungendo alla lista di quelli in sviluppo, lungo i cammini segnati dall’organizzazione economica per imprese e dalla competizione tra queste nel mercato; sarà prima o poi necessario distinguere fasi diverse di quello che un tempo fu definito “il progresso della formazione economica della società” (moderna in particolare).
E’ tuttavia sufficientemente ben definita la struttura delle relazioni internazionali – all’interno della formazione sociale globale – se si pone in luce la lotta tra “grandi potenze” per la suddivisione delle varie sfere d’influenza (e del mercato mondiale, delle aree di investimento, ecc.). Tale lotta conosce diverse fasi (o epoche): in alcune si manifesta la netta prevalenza di una delle “grandi potenze”, in altre ci si riavvia ad un nuovamente “equilibrato” scontro tra di esse per la supremazia. Va comunque rilevato che la “storia” scritta in termini geopolitici è stata tutto sommato, finora, un po’ più precisa di quella spiegata dalle ideologie interessate alla “struttura di classe” e alla lotta tra le classi. Il marxismo ha creduto di poter sopperire a tale carenza, fornendo infine lo “strumento” – non solo d’analisi teorica ma di condotta pratica – per l’emancipazione dei dominati dai dominanti; oggi, tuttavia, guardando indietro e facendo un appena sommario bilancio di un secolo di conflitti, ci accorgiamo che in definitiva la lotta per tale emancipazione è stata una “via traversa” della “Storia” per portare all’affermazione, in una serie di paesi (come appena considerato, tutti genericamente definiti capitalistici), di nuove classi dominanti di tipo particolare che, ancora una volta, si identificano con la “marcia” delle varie formazioni particolari (paesi in genere) trattati quali interi in reciproca lotta (“geopolitica”) nell’arena mondiale, occupata dalla formazione sociale globale.
Oggi, sta riprendendo vigore lo scontro – per il momento soprattutto economico e politico – tra alcuni di questi interi; in particolare, per il momento almeno, tra USA, Russia e Cina, con altri outsiders (fra i quali, non sembra proprio esserci alcun paese di una Europa “in pappe”). Il “terrorismo” e altri “fatterelli strani” vanno valutati e sempre meglio analizzati alla luce di tale crescente conflitto, tendenzialmente policentrico; tutti dovuti, in specie, alla ancora netta prevalenza militare – e buona anche in termini di avanzamento della ricerca scientifico-tecnica – degli Stati Uniti, che non possono certo essere affrontati negli stessi termini del confronto tra “potenze” a cavallo tra otto e novecento (per questo tendo a utilizzare prevalentemente la denominazione di policentrismo piuttosto che quella classica di imperialismo).
E’ però interesse dei dominanti “occidentali” – dei “padroni” statunitensi e dei “dipendenti” europeo-giapponesi – porre al primo posto l’antagonismo tra popoli e culture (e religioni), proprio per nascondere il fattore centrale rappresentato dal loro sordo, ma sempre più cogente, scontro con nuove potenze (di tipologia capitalistica). In questo compito sono purtroppo aiutati da quei rimasugli marxisteggianti (e comunistoidi), ancorati tuttora a forme sempre più sbiadite e pasticciate di terzomondismo; d’altronde, ancora più confusionari e del tutto negativi sono quelli cristallizzati nella fideistica credenza del conflitto capitale/lavoro (interno al capitalismo avanzato e di tipologia nettamente distributiva) in quanto “contraddizione antagonistica principale” dell’epoca. E’ ora di dire con estrema chiarezza che si dovrà certo riprendere quella che fu detta un tempo “analisi di classe”, utilizzando però una teoria, solo derivata dal marxismo, assai più affinata e sgrossata da molteplici tesi ormai smentite dai fatti. Nel frattempo, si deve tener nel massimo conto la lotta (geopolitica) tra paesi, aree socioeconomiche (oltre che culturali) specifiche, insomma tra interi; dando nel contempo rilevanza adeguata ai riflessi di tale lotta all’interno di questi ultimi, ma con particolare riguardo al conflitto tra gruppi dominanti: alcuni più dipendenti, altri meno o niente, rispetto ai centrali odierni (quelli USA).
Per quanto riguarda tali compiti, nulla di buono può venire dagli schieramenti definiti ormai stancamente, per pigra abitudine, destra e sinistra; ben sapendo che nell’ambito di quest’ultima, come sua ala (minoritaria) detta “estrema”, si colloca da tempo la frangia tuttora autodefinientesi “comunista”, quando non ha più nulla a che vedere con tale tradizione, che fu sempre caratterizzata dalla lotta aperta e senza quartiere contro l’opportunismo della sinistra, considerata, giustamente, una forza di totale appoggio al capitalismo nelle sue forme classico-“occidentali”. Fra l’altro, un tempo tale sinistra fu blandamente riformista, mentre è oggi schifosamente reazionaria e ipocrita in ogni suo atteggiamento di pura copertura – sceneggiata da ideologi solo assetati di servile e meschino potere – dei dominanti effettivi.
Queste le “minori” riflessioni suggeritemi dai “fatti del giorno”, che ribadiscono la totale inutilità del pendolarismo governativo tra due schieramenti di arroganti, incapaci, ipocriti, membri della cosiddetta “Casta”; si tratta di mignatte attaccate al corpo della società italiana, che ne minano le basi di una convivenza minimamente civile. Non esiste il destr-sinistr, bensì una grande infezione dalla quale sarebbe necessario guarire presto, prima del tracollo finale. Aggiungo, per evitare equivoci, che la guarigione non sta nel “centro” con appendice di “sinistra moderata”, predicato da certi ambienti confindustriali e finanziari, la parte peggiore e più malata del capitalismo italiano (e non solo). E’ un processo complessivo e assai vigoroso quello che dovrebbe mettersi in moto per ottenere la guarigione. Per quanto di assai difficile realizzazione, è a questa prospettiva che si deve guardare, smettendola con i rigurgiti del passato, che è ormai morto e deve essere infine sepolto. Si deve dire basta, non ne possiamo più, a destra e sinistra, ma anche ai residui marxistoidi e comunisteggianti che si pongono come semplice appendice della sinistra; sono i meno pericolosi, ma comunque sempre tanto perniciosi e da seppellire anch’essi.
Intervista ad Ali Fayad, membro dell'ufficio politico di Hezbollah, di Chris Den Hond, Mireille Court e Nicolas Qualander. Tradotto dell'Arabo da Adnane Ben Youssef (fonte vox-nr, trad. dal francese di G.P.)
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Nell'agosto 2007, esattamente un anno dopo la vittoria della resistenza libanese sull'esercito israeliano, abbiamo incontrato Ali Fayad, membro dell'ufficio politico di Hezbollah e presidente del centro di studi e di ricerca, legato ad Hezbollah. Questo centro è situato a Beyrouth sud, sobborgo shiita. Ali Fayad è anche professore alla facoltà libanese di scienze politiche.
Segue da vicino le evoluzioni del movimento alter mondialista. - Quale è la principale conseguenza della vostra vittoria sull'esercito israeliano? La conseguenza immediata della vittoria della nostra resistenza sull'esercito israeliano, è stata l’aborto dei progetti americani in Medio Oriente. Condoleeza Rice che diceva che l'attacco israeliano avrebbe condotto ad un nuovo Medio Oriente, ha dovuto rivedere il suo copione. La vittoria di Hezbollah apre un'era nuova, non soltanto in Libano ma anche nella regione. Ciò che è emerso è un modello per quelli che rifiutano questa supremazia americana, l'occupazione israeliana e la sovranità delle istituzioni internazionali come l'ONU. È anche un rifiuto della propaganda americana che dice che la guerra americana contro di noi è una guerra per la difesa della libertà e della democrazia. Questo non è vero. La nostra vittoria è la vittoria di tutti i dannati della terra, dal Venezuela, all’ America Latina, al mondo arabo, alla Palestina, all’Iraq, al Libano, a tutti questi si dice: "i popoli sono capaci di vincere le grandi potenze, anche se armate fino ai denti." - Hezbollah, è una resistenza religiosa? Quale è la vostra identità? Innanzitutto, ci si considera come un movimento di liberazione nazionale e si agisce per liberare le nostre terre occupate da Israele. Siamo un movimento di liberazione che prova a difendere il Libano delle aggressioni israeliane per le quali soffriamo da oltre 50 anni. Siamo un movimento di liberazione e di resistenza nazionale con una dimensione iniziale umanista e in seguito nazionalistica ed islamica. Facciamo parte di questa grande "ouma islamica" e vengono considerati i dolori di questo mondo islamico oppresso. Facciamo parte del mondo arabo che soffre per gli effetti dell'occupazione israeliana. Dunque in primis, siamo un movimento di liberazione nazionale, umanista, arabo ed islamico. In secondo luogo, aspiriamo a creare uno Stato libanese liberato dai calcoli e dalle appartenenze comunitaristiche. Uno Stato nel quale i cittadini sono uguali dinanzi alla legge, indipendentemente dalla loro religione o dalla loro Comunità o dalla loro appartenenza politica. Vogliamo uno Stato democratico, uno Stato di diritto ed istituzionale, uno Stato di giustizia sociale e uno Stato che è capace di difendere la sovranità del suo territorio e la vita dei cittadini. Non cerchiamo di creare un governo religioso. Il Libano è una società diversa, ci sono cristiani e musulmani. I musulmani ed i cristiani si dividono in molte correnti. Contiamo 18 Comunità in Libano, è una società plurale. Abbiamo bisogno di un Libano che sia un modello per il nostro mondo islamico. Vogliamo mostrare che si è capaci di vivere insieme con Comunità diverse. - Quale relazione mantenete con la sinistra? I marxisti qui in Libano sono i nostri alleati. La parte comunista libanese e la sinistra in generale sono i nostri alleati. Abbiamo una differenza ideologica, noi abbiamo le nostre convinzioni e così loro. Si diverge su questo punto ma date le attuali vicende del nostro paese, si tratta di una divergenza che non è importante. Per noi, la questione principale è oggi: sei pro o contro gli americani? Sei con gli oppressi del mondo o no? Rifiuti la dominazione del mondo e l'aumento della breccia tra ricchi e poveri o no? Rifiutiamo che la divisione odierna sia una divisione ideologica o religiosa, che l'opposizione sia realizzata tra cristiani e musulmani, o tra marxisti e credenti. La questione oggi è di sapere chi è con il dominio americano e chi è contro, chi è con la resistenza e chi è contro, chi è con l'occupazione e chi è contro, chi rifiuta la mondializzazione selvaggia e chi l’approva. In piena onestà, dico: i marxisti resistenti si trovano nella nostra stessa trincea ed i musulmani non resistenti come i takfiristes o quelli che si alleano con le potenze mondiali sono invece molto lontani da noi. Abbiamo una specificità shiita soltanto in termini di composizione sociale. Questa composizione ha le sue ragioni religiose ed è legata alla storia del paese. Ma la nostra resistenza non è religiosa, è nazionale. Il nostro progetto politico è un progetto nazionale patriottico per eccellenza. Non si fa differenza tra una regione o un'altra, che sia sunnita o shiita. Economicamente, abbiamo riserve sulle politiche della privatizzazione e chiediamo studi più approfonditi per evitare un aumento dei prezzi. Siamo per un ruolo forte dello Stato nella gestione dell'economia del Libano. Ripeto e ridico che il nostro programma politico ed economico è un progetto anti-neoliberale. Ho letto il programma del partito comunista ed ho osservato che non ci sono grandi differenze tra la loro visione politica e la nostra. Non posso chiamare il nostro programma politico un programma marxista o socialista. Secondo i criteri occidentali, si può dire che la nostra visione del mondo è vicina a quella della socialdemocrazia, dunque per un regime capitalista libero, ma con un ruolo forte dello Stato come regolatore dell'equilibrio con il mercato. Rifiutiamo le privatizzazioni e la riduzione del ruolo dello Stato. - Quale è la relazione tra lo Hezbollah e l'Iran? Inizialmente, non abbiamo raccolto istanze da alcun partito al di fuori del Libano, ma ciò non ci impedisce di essere alleati dell'Iran. L'Iran è in una posizione guida nello scontro con il colonialismo mondiale per la dominazione del mondo. Gli iraniani con il popolo libanese da 25 anni. Quando gli Israeliani distruggono le nostre case, le nostre fabbriche, le nostre regioni, sono gli iraniani che ci aiutano a ricostruirli. Se vai nel sud Libano ora, vedrai come gli iraniani contribuiscono a ricostruire i ponti, le strade, gli ospedali. Osservate gli Usa. Sostengono gli Israeliani con qualsiasi tipo di armi e gli aiuti militari americani per Israele quest'anno hanno superato i 3 miliardi di dollari. Perché dunque la nostra alleanza con l'Iran sarebbe negativa quando l'Iran ci dà aiuti sociali, economici ed educativi e di sviluppo? L'Iran è un amico del Libano, è un amico di tutto il popolo libanese e di Hezbollah. Ma ciò non è in contraddizione con il fatto che siamo un partito indipendente. Decidiamo noi la nostra politica. Gli interessi nazionali libanesi guidano le nostre decisioni. - Quale è l'importanza della Tv Al Manar per la vostra lotta? Al Manar è un'istituzione civile di sostegno alla resistenza. Nella nostra società, non occorre mai sottovalutare l'importanza ed il valore dei mass media. Al Manar è diventata in quest'ultimi anni la seconda rete araba. Da questo punto di vista, Al Manar contribuisce alla nostra lotta e svolge un ruolo importante e basilare per difendere la resistenza. Questo spiega probabilmente le decisioni nord americane di classificare Al Manar come un'istituzione terroristica. - Quale è la vostra posizione sulla Palestina? Penso che la geografia palestinese e le possibilità economiche per
Come precedentemente promesso pubblichiamo sul blog l’articolo di Slavoj Zizek “Né Pepsi Né Coca. La scelta di Lenin” dal quale aveva preso le mosse Gianfranco
Vorrei ricordare che la frase pronunciata dal rivoluzionario Russo è del 1922, (mentre ancora subito dopo il ’17 Lenin aveva acconsentito a che i menscevichi e i S.R. continuassero ad esprimere sulla stampa le loro opinioni, almeno finché si fossero limitati alla lotta ideologica senza entrare in combutta con le forze reazionarie), in quel periodo i bolscevichi erano riusciti a rendere più stabile il controllo sullo Stato (soprattutto agli alti livelli, dove le cose, a detta di Lenin, funzionavo “benino” grazie all’azione dei bolscevichi della vecchia guardia, membri del partito forgiatisi prima della presa del potere) e a fiaccare i tentativi diretti delle guardie bianche appoggiate dalle forze imperialiste europee. Ma ciò che più preoccupava Lenin in questa fase era la difficoltà a modificare, in senso socialista, i rapporti sociali della costituenda formazione sovietica. Difatti, si erano verificate infiltrazioni borghesi in tutti i settori, dalle campagne (dove i contadini ricchi continuavano a perpetrare il proprio potere su quelli più poveri), alle industrie (dove furono richiamati gli specialisti borghesi della produzione) ai diversi livelli degli apparati statali dove molti ex funzionari zaristi avevano ripreso il loro posto dandosi “una spruzzata di comunismo”, fino all’esercito (dove l’antiburocratico Trotzky si era nuovamente affidato agli ex-generali zaristi che avevano riprodotto la disciplina militarista del periodo precedente). A tal uopo sarà utile riportare ciò che scriveva un ex cadetto emigrato, Ustrjalov, proveniente dalle file delle guardie bianche di Kolcak, il quale pubblicò a Praga una raccolta di scritti dal titolo “Cambiamento di corso” a proposito della nuova situazione che andava determinandosi (siamo proprio nel ’22) “I bolscevichi giungeranno al comune Stato borghese e noi dobbiamo sostenerli. La storia segue vie diverse.”
Di fronte a queste tendenze, colte dagli stessi cadetti, qualsiasi debolezza o concessione nei confronti della “democrazia delle opinioni” avrebbe significato il rafforzamento delle forze reazionarie e la fine dell’esperienza rivoluzionaria. I menscevichi e i S.R. avrebbero potuto impegnarsi, insieme ai bolscevichi, nell’opera di trasformazione dei rapporti sociali borghesi che usciti dalla porta rientravano dalla finestra a causa della situazione economica, ed invece sostenevano che la rivoluzione “si era spinta troppo oltre”. Lenin era stato molto duro non solo con i menscevichi e i S.R. ma aveva combattuto, anche all’interno del partito, le correnti che deviavano dall’obiettivo fondamentale del rafforzamento del potere sovietico proprio quando le forze reazionarie penetravano nello Stato e nello stesso partito. Al X congresso del partito, nel 1920, al gruppo della “opposizione operaia” che perorava la sindacalizzazione dello Stato e una lotta alle tendenze burocraticistiche dell’organizzazione bolscevica, Lenin dice espressamente: “Abbiamo passato molto tempo a discutere e debbo dire che ora è molto meglio far “discutere i fucili” anziché con le tesi presentateci dall’opposizione. Adesso non ci vuole opposizione, compagni, non è il momento! O da questa parte, o dall’altra, con un fucile e non con l’opposizione. Ciò dipende dalla situazione oggettiva, non prendetevela con nessuno”. C’è da dire che Lenin riconosceva comunque al gruppo della “opposizione operaia”(del quale faceva parte anche
Dunque, concludendo, ha perfettamente ragione
Con questo commento vi lascio all’interessante articolo di Zizek.
NE’ PEPSI NE’ COCA.
Vladimir Ilic Lenin è morto il 21 gennaio 1924, ottanta anni fa, e ci chiediamo se l'imbarazzato silenzio che circonda il suo nome non significhi che è morto due volte, che è morta anche la sua eredità. Effettivamente la sua insensibilità nei confronti delle libertà personali è estranea alla nostra sensibilità liberale e tollerante. Chi oggi non si sente rabbrividire al ricordo delle parole con cui Lenin liquidò la critica che i menscevichi e i socialisti rivoluzionari facevano del potere bolscevico nel 1922? «In verità, le prediche che fanno i menscevichi e i socialisti rivoluzionari rivelano la loro vera natura: "la rivoluzione si è spinta troppo oltre(...)". Ma allora noi replichiamo: permetteteci di mettervi di fronte a un plotone di esecuzione per aver detto queste parole. O vi astenete dall'esprimere le vostre opinioni oppure, se insistete ad esprimerle pubblicamente nelle circostanze attuali, in un momento in cui la nostra posizione è di gran lunga più difficile di quando le guardie bianche ci attaccavano apertamente, non potete biasimare altri che voi stessi se noi vi trattiamo alla stessa stregua degli elementi peggiori e più perniciosi delle guardie bianche». Questo atteggiamento sprezzante nei confronti del concetto liberale della libertà spiega la cattiva reputazione di cui Lenin gode fra i liberali. La loro tesi si basa soprattutto sul rifiuto della classica contrapposizione marxista-leninista tra libertà «formale» e libertà «reale»: come non si stancano di ribadire anche i liberali di sinistra del calibro di Claude Lefort, la libertà è intrinsecamente «formale», per cui la «libertà reale» equivale all'assenza di libertà. Lenin è ricordato soprattutto per la sua famosa risposta: «Libertà - sì, ma per chi? Per fare cosa?». Per lui, nel caso appena citato dei menscevichi, la loro «libertà» di criticare il governo bolscevico equivaleva in effetti alla «libertà» di minare alle basi il governo dei lavoratori e dei contadini, a favore della controrivoluzione ...
Oggi come oggi, dopo la terrificante esperienza del socialismo reale, non è forse più che evidente in che cosa consiste l'errore di questo ragionamento? In primo luogo, esso riduce una costellazione storica a una situazione chiusa, in cui le conseguenze «oggettive» degli atti di una persona sono completamente determinate («indipendentemente dalle vostre intenzioni, quello che voi adesso state facendo serve oggettivamente a ....»). In secondo luogo, il suo «oggettivismo» apparente ne copre l'opposto soggettivismo: sono io a decidere il significato oggettivo delle tue azioni, dato che sono io a definire il contesto di una situazione: ad esempio, se io considero il mio potere l'espressione immediata del potere della classe operaia, chiunque si oppone a me è «oggettivamente» un nemico della classe operaia.
Ma è proprio questa la conclusione del discorso? In che modo funziona di fatto la libertà nelle democrazie liberali? Per quanto la presidenza di Bill Clinton rappresenti alla perfezione la terza via della (ex) sinistra odierna subalterna al ricatto ideologico della destra, il suo programma di riforme dell'assistenza sanitaria costituirebbe comunque, nelle condizioni di oggi, un atto fondato sul rifiuto dell'ideologia imperante del taglio della spesa pubblica: in un certo senso, Clinton avrebbe «fatto l'impossibile». Non c'è da stupirsi, quindi, che tale programma sia fallito: il suo fallimento - forse l'unico evento significativo, ancorché negativo, della presidenza di Bill Clinton - conferma una volta di più la forza materiale del concetto ideologico di «libera scelta». Sebbene la grande maggioranza della cosiddetta «gente comune» non fosse adeguatamente informata in merito al programma di riforma, la lobby medica (due volte più forte dell'infame lobby degli armamenti!) riuscì a inculcare nell'opinione pubblica l'idea fondamentale che, con l'assistenza medica universale, si sarebbe in qualche modo minacciata la libera scelta in questioni attinenti alla medicina.
A questo punto tocchiamo il centro nervoso dell'ideologia liberale: la libertà di scelta, questione di cruciale importanza nelle nostre «società del rischio» - come le definisce Ulrich Beck - in cui l'ideologia dominante tenta di «venderci» quella stessa insicurezza che è provocata dallo smantellamento dello stato sociale, spacciandola per l'opportunità di nuove libertà. Dovete cambiare lavoro ogni anno, facendo affidamento su contratti a breve termine invece che su un lavoro stabile a lungo termine? Perché non vedere in questo la liberazione dai vincoli di un lavoro fisso, la chance di reinventare continuamente la propria vita, di prendere consapevolezza di sé e di realizzare i potenziali latenti della propria personalità? Non potete più fare affidamento sui sistemi pensionistici e mutualistici tradizionali, per cui dovete scegliere una copertura integrativa e pagare di tasca vostra? Perché non percepire in questo un'ulteriore possibilità di scelta: una vita migliore adesso, o una maggiore sicurezza a lungo termine? E se vivete con angoscia un frangente del genere, l'ideologo post-moderno o della «seconda modernità» vi accuserà immediatamente di essere incapace di assumere la libertà completa, di «rifuggire dalla libertà», in un'immatura adesione alle vecchie forme di stabilità. Meglio ancora, se questo si iscrive nell' ideologia del soggetto inteso come individualità psicologica, gravida di capacità e tendenze naturali, ciascuno interpreterà automaticamente tutti questi mutamenti come risultati della propria personalità, e non come conseguenza del fatto di essere sballottato come un fuscello dalle forze del mercato.
Fenomeni come questi rendono più che mai necessario oggi riaffermare la contrapposizione fra libertà «formale» e libertà «reale», in un senso nuovo e più preciso. Consideriamo la situazione dei paesi dell'Est europeo intorno al 1990, quando il socialismo reale stava crollando. All'improvviso, la gente si è trovata catapultata in una situazione di «libertà di scelta politica»senza che le venisse posta la domanda fondamentale: quale tipo di nuovo ordine desiderava realmente? Prima le si disse che stava entrando nella terra promessa della libertà politica; subito dopo, la si informò del fatto che questa libertà comportava privatizzazioni selvagge, lo smantellamento della sicurezza sociale, ecc. ecc.. La gente ha ancora libertà di scelta, se vuole, può tirarsi indietro; ma no, i nostri eroici concittadini dell'Est europeo non volevano deludere i loro maestri occidentali, e quindi hanno perseverato stoicamente nella scelta che non avevano mai compiuto, convincendosi che era loro dovere comportarsi da soggetti maturi, consapevoli che la libertà ha il suo prezzo ...
A questo punto si dovrebbe rischiare di reintrodurre la contrapposizione leninista tra libertà «formale» e libertà «reale»: il nocciolo di verità nella caustica replica di Lenin ai suoi critici menscevichi è che la scelta veramente libera è una scelta in cui io non mi limito a scegliere tra due o più alternative all'interno di un insieme prestabilito di coordinate, ma scelgo invece di modificare quell'insieme stesso di coordinate. L'intoppo nella «transizione» dal socialismo reale al capitalismo è stato che la gente non ha mai avuto la possibilità di scegliere l'ad quem di tale transizione: all'improvviso si è vista catapultata (alla lettera) in una situazione nuova, in cui si trovava di fronte ad un nuovo insieme di scelte prestabilite (puro liberalismo, nazionalismo conservatore ....).
È questo il senso delle ossessive tirate di Lenin contro la libertà «formale», in questo consiste il loro «nocciolo razionale» che vale la pena di salvare ancora oggi. Quando Lenin sottolinea che la democrazia «pura» non esiste, che noi dovremmo sempre chiederci a chi giova la libertà specifica presa in considerazione, qual è il suo ruolo nella lotta di classe, Lenin mira per l'appunto a salvaguardare la possibilità di una vera scelta radicale. In questo consiste, in ultima analisi, la distinzione tra libertà «formale» e libertà «reale»: la libertà «formale» è la libertà di scelta all'interno delle coordinate dei rapporti di potere esistenti, mentre la libertà «reale» designa un intervento che mina alle basi queste stesse coordinate. In sintesi, Lenin non intende limitare la libertà di scelta, bensì conservare la scelta fondamentale. Quando si domanda quale sia il ruolo di una libertà all'interno della lotta di classe, quello che ci chiede è per l'appunto questo: questa libertà contribuisce alla scelta rivoluzionaria fondamentale, oppure la limita?
Lo spettacolo televisivo più popolare degli ultimi anni in Francia, con indici di ascolto altissimi, che hanno addirittura doppiato il successo dei reality shows tipo Il Grande Fratello, è stato C'est mon choix su France 3. Si tratta di un talk show che ospita ogni volta una persona che ha effettuato una scelta particolare, determinante per tutta la sua vita: uno che ha deciso di non indossare mai biancheria intima, un altro che cerca continuamente di trovare un partner sessuale più adeguato per il padre e la madre, e così via. I comportamenti stravaganti sono ammessi, addirittura incoraggiati, ma con l'esclusione esplicita delle scelte che possono disturbare il pubblico : ad esempio, una persona che scelga di essere e agire da razzista è esclusa a priori. Non si può immaginare un esempio più calzante di quello che la «libertà di scelta» rappresenta realmente nelle nostre società liberali. Possiamo continuare ad effettuare le nostre piccole scelte, a «reinventare noi stessi» compiutamente, a patto che queste scelte non incidano veramente sull'equilibrio sociale e ideologico generale. Per fare una cosa davvero di sinistra, C'est mon choix avrebbe dovuto concentrarsi per l'appunto sulle scelte «spiazzanti»: invitare come ospiti persone che fossero razzisti impegnati, cioè persone la cui scelta incide veramente, fa la differenza. È anche questo il motivo per cui, oggi come oggi, la «democrazia» è sempre più un falso problema, un concetto talmente screditato dal suo uso prevalente che, forse, si dovrebbe correre il rischio di abbandonarlo al nemico. Dove, come, da chi sono effettuate le decisioni chiave riguardanti i problemi sociali globali? Avvengono nello spazio pubblico, con la partecipazione impegnata della maggioranza? In caso di risposta affermativa, è di secondaria importanza vivere in uno stato a partito unico, o altro. In caso di risposta negativa, è di secondaria importanza che si viva in un sistema di democrazia parlamentare e di libertà delle scelte individuali.
Quanto alla disintegrazione del socialismo di stato venti anni fa, è doveroso non dimenticare che, approssimativamente nello stesso periodo, è stato inferto un colpo durissimo anche all'ideologia dello stato sociale delle socialdemocrazie occidentali, che ha cessato anch'essa di operare come immaginario coesivo delle passioni collettive. L'idea che «l'epoca dello stato sociale è tramontata» è ormai largamente acquisita e condivisa. L'elemento comune a queste due ideologie sconfitte è il concetto che l'umanità, in quanto soggetto collettivo, ha la capacità di limitare in qualche modo lo sviluppo storico-sociale anonimo ed impersonale, di guidarlo nella direzione desiderata. Attualmente, tale concetto viene sbrigativamente accantonato come «ideologico» e/o «totalitario»: di nuovo, si percepisce il processo sociale come dominato da un Fato anonimo, che trascende il controllo sociale. L'ascesa del capitalismo globale si presenta a noi nelle vesti del Fato, contro cui non è possibile combattere: o ci adattiamo, oppure la storia ci lascia indietro, ci travolge. L'unica cosa che si può fare è rendere il capitalismo globale quanto più umano possibile, combattere per un «capitalismo globale dal volto umano» (questo è, o piuttosto era, in ultima analisi, la terza via)
La nostra scelta politica fondamentale - essere socialdemocratico o cristiano-democratico in Germania, democratico e r