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ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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giovedì, 29 novembre 2007

L’ “Alfa” di Giordano e l’ “Omega” del PRC di A. Berlendis

Dal sito dell’ ‘Espresso’ veniamo a conoscenza di questo fatterello “In testa un’Alfa 159 nuova fiammante con poliziotti in borghese. Poi una Lancia Thesis con lampeggiante blu e paletta rossa “Servizio di Stato”. Infine un’altra Alfa 159 con poliziotti. Alle 18 e 40 di venerdì 7 settembre gli automobilisti nell’area di servizio Reggello sull’Autostrada del Sole si sono incuriositi pensando che fosse arrivato il presidente della Repubblica in cerca di un panino Camogli. Invece era solo il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, diretto a Bologna per un dibattito alla Festa dell’Unità. Con una certa fretta : dopo breve sosta, l’aggressivo corteo è ripartito a tutto lampeggiante, sorpassando sulla corsia di emergenza i chilometri di coda che come ogni giorno affliggevano il tratto dell’Autosole tra Incisa e Firenze. A Giordano non piacciono nuove autostrade e terze corsie. Ecco perché : per la sua auto blu il traffico è sempre scorrevole.” T. M.  Falce e paletta <http://www.spreconi.it/2007/09/falce-e-paletta.html>

 

E’ probabile che avesse un ‘vincolo sociale’ da rispettare anche in quel caso … esattamente come ieri …

 

Possiamo malevolmente pensare che correva  per partecipare a dibattito sulla precarietà ?

 

Magari per spiegare  come mai alla Camera durante la votazione  della Legge 196 ( denominata Pacchetto Treu) del 1997 i 26 deputati del PRC (tutti quelli presenti in aula) votarono a favore del provvedimento che introdusse il precariato. Secondo il  Sole 24 ore 1 febbraio 2001 “Il "pacchetto Treu" è stato effettivamente il miglior prodotto dell'Ulivo in questa materia. Non soltanto per l'introduzione (meglio tardi che mai) del lavoro interinale, ma anche per altre disposizioni in materia di assunzioni a termine”. A onor del vero il PRC dovrebbe rivendicare il merito per cui il lavoro interinale, precedentemente vietato dalla Legge n. 1369 del 1960 (Divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro), entrò a far parte dell'ordinamento italiano del lavoro con il pacchetto Treu.

 

Oppure voleva denunciare il falso bipolarismo elettorale impiegando le parole di Cirino Pomicino,  secondo cui la “proposta di Veltroni, e la larga eco favorevole che ha raccolto, sono la pietra tombale su quel bipolarismo elettorale che ha costretto in questi anni ogni schieramento ad accogliere tutto e il contrario di tutto. E l’attuale maggioranza di governo ne è la più plateale conferma.

Quel sistema fu sostenuto agli inizi degli anni Novanta da un malefico intreccio di potere tra alcuni grandi organi di informazione e da una parte del cosiddetto salotto buono del capitalismo italiano, che tutto era tranne che buono, come hanno poi dimostrato i fallimenti aziendali di molti suoi protagonisti.” (‘Non bisogna aver paura del proporzionale di Walter ‘ Geronimo  lunedì 12 novembre 2007)

 

Oppure  voleva rivelare come Prodi  aveva risanato i conti dell’IRI citando come fonte il Sole 24 ORE del 12 novembre 2007-11-15  secondo il quale “Romano Prodi si vanta di aver risanato l’IRI, ma in realtà ha imputato a riserva (cioè le ha accantonate per proteggere il capitale sociale - ndr) le perdite della siderurgia, perdendo come negli anni precedenti.”

Per cui è comprensibile che per Cuccia  affermò che “E’ imbarazzante scegliere Prodi e Berlusconi ” : una comprensione del lagrassiano ‘gioco degli specchi’, rimasto così oscuro alla sinistra radicale.

 

O ,collocandosi in una dimensione storica, voleva denunciare non genericamente la Confindustria, ma come la Fiat si era mossa nel periodo di ricostruzione capitalistica post 1945, per procedere poi analogamente nel richiedere assistenza al suo Stato ?

 

In fatti accadde che il commissario unico per la Fiat, rappresentante del Partito Socialista Italiano, nominato dall’amministrazione militare alleata, rilasciò le seguenti dichiarazioni che furono raccolte da ‘La nuova Stampa’  il 19 gennaio 1946 :  “Il commissario della  Fiat invoca lo sblocco dei licenziamenti,  finanziamenti da parte del governo entro 8 o 10 giorni al massimo e facilitazioni per il commercio con l’estero.”

 

Non siamo in grado di conoscere quale di queste ipotetiche opzioni avrà scelto.

 

Prima che scatti il penultimatum che il segretario del PRC ha intimato (si fa per dire,… o meglio, solo per dire…) al governo, chissà se scioglierà il  vincolo  del segreto (politico) professionale e rivelerà i veri motivi per cui per la ventitreesima volta ha consentito di tenere in vita un esecutivo espressione, con la formula lagrassiana,  della Grande Finanza e Industria Decotta. 

FOGNA E BORDELLO COMUNISTA MODELLO di G.P.

Noi lo avevamo detto. Ormai non serve più Marx, qui ci vuole Freud per psicoanalizzare questi cialtroni. Da falce e martello a “fogna e bordello” il passo è stato breve, giusto il tempo di mandare Bertinotti a presiedere la camera. I leaders della cosiddetta sinistra radicale sembrano tanti casi clinici messi uno accanto all’altro a riprova che la patologia c’è davvero e si chiama “schizofrenia cronica del comunistardo di governo”. L’analisi eziologica non è roba da scienziati, si tratta della solita foia che prende alla testa quando di mezzo ci vanno prebende, auto blu e stipendi da nababbi.
Basta leggere le dichiarazioni di uno qualunque di questi animali da parlamento per rendersi conto della gravità della situazione. Prendiamone uno a caso e per cortesia di genere cominciamo da Manuela Palermi, la “pasionaria” che voleva schiaffeggiare Turigliatto per essersi astenuto sulla mozione del Ministro D’Alema riguardo il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan (a proposito si sarà finalmente capito che ci fa l'esercito italiano laggiù?). Dice la senatrice: “Potremmo anche decidere di votarlo [il ddl sul welfare] ma un minuto dopo il voto cambia tutto, i rapporti non saranno più come prima”. E perché dopo? Prima si aderisce alla sodomizzazione dei lavoratori e poi si minaccia l’arrivo dei carrarmati. La diagnosi è di quelle facili: dissociazione mentale accompagnata da masochismo acuto. Molto meno certo è il decorso clinico della malattia che dipenderà dagli elettori del suo partito, con la speranza che questi possano abbreviare le sue crisi di coscienza praticandole l’eutanasia politica. Ma proseguiamo col florilegio di cazzate di questa gentaglia che ha perso totalmente la bussola passando all’insigne Franco Giordano segretario del Prc: “Il PRC voterà a favore della fiducia sul ddl per rispetto al vincolo(?) di maggioranza e considerando le conseguenze(?) di un eventuale voto contrario” ma “a questo punto c’è un vero e proprio riposizionamento strategico e a gennaio si dovrà aprire una nuova fase con una verifica politico-parlamentare”. Mi chiedo se è davvero così difficile salvare almeno la faccia ed evitare lo sdoppiamento psichico magari, che so, non sostenendo la fiducia messa come un ricatto da Prodi? Il governo cadrà e la maggioranza andrà in frantumi ma almeno il partito di Bertinotti potrebbe conservare un barlume di dignità da spendere nel prossimo futuro. Giordano, ovviamente, non riesce a comprendere nemmeno un principio tattico così banale figuriamoci se può essere l’artefice di un “ri-posizionamento strategico”.
Dovrebbe ormai essere chiaro che l’aborto semantico-politico chiamato sinistra di lotta e di governo è arrivato definitivamente al capolinea. Di ultimatum in ultimatum si era capito che l’unica prospettiva politica di questi lestofanti era lo scranno parlamentare dal quale promettevano, senza convinzione e sapendo di mentire spudoratamente, di far saltare la "diligenza" della Confindustria. Ed invece l’unica cosa che hanno fatto saltare è stata la pazienza e i nervi degli italiani ingannati dal governo Prodi e da un clima economico-politico sempre più asfittico.
Il richiamo alla disciplina di partito da parte di Giordano, per salvare il culo ad un burocrate di Stato come Prodi (appoggiato dai poteri più parassitari del capitalismo italiano) è la vera ciliegina sulla torta. Persino quel rospo di Dini si fa grande alle spalle di questi “quaquaraqua” concedendosi  dichiarazioni di sberleffo per una vittoria ottenuta con due soli parlamentari al seguito. Del resto Dini ha avuto ciò che voleva, il protocollo di luglio è intonso, anche le virgole sono al loro posto, mentre i comunisti hanno sbattuto, per l’ennesima volta, il sedere per terra.
Riesco persino a tollerare il sarcasmo di Cossiga su questa vicenda, trattandosi di un personaggio di una certa caratura politica , ma farsi prendere per i fondelli da un “nano” come Dini, nato con le arterie rinsecchite, mi pare davvero troppo. Com’è possibile che nel gruppo dirigente di Rc o del Pdci non ci sia più nessuno che riesca a mantenere la posizione eretta? Non sarà che la postura a 90° è l’atteggiamento preferito dai comunisti del XXI secolo?
Mi servirebbe un manuale d’insulti per coprire di vergogna questi mentecatti. Mentre il paese va letteralmente a rotoli i sedicenti radicali di sinistra riescono appena a convocare una segreteria urgente per riaffermare, dopo qualche finta titubanza, la loro inettitudine sotto forma di resa. Quanti milioni di persone avevano portato in piazza il 20 ottobre? Adesso vadano pure a spiegare al loro popolo che era tutto uno scherzo, una goliardata per tenere su il morale della truppa. Avevano promesso fuoco e fiamme sulla faccenda del welfare ma alla prima minaccia si sono defilati per paura di perdere il posto. Speriamo di essere all’ultimo atto di questa pagliacciata che trasborda in tutti i partiti dell’arco costituzionale. Quando questo governo tirerà le cuoia non ci sarà nessuno a rimpiangerlo, ci auguriamo solo che la sua caduta sia accompagnata da un terremoto che spazzi via tutto il marciume e gli ammassi di immondizia che coprono  l’orizzonte agli italiani. 

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MANDIAMOLI A LAVORARE :


Sull'Espresso di qualche settimana fa c'era un articoletto che spiega che recentemente il Parlamento ha votato all'UNANIMITA' e senza astenuti (ma và?!) un aumento di stipendio per i parlamentari  pari a circa 1.135,00 EURO al mese.

Inoltre la mozione è stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali.



STIPENDIO Euro 19.150,00 AL MESE

 
STIPENDIO BASE circa Euro 9.980,00 al mese


PORTABORSE circa Euro 4.030,00 al mese (generalmente parente o familiare)

RIMBORSO SPESE AFFITTO circa Euro 2.900,00 al mese

INDENNITA' DI CARICA (da Euro 335,00 circa a Euro 6.455,00)

 

 

(nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per Euro 1.472.000,00).
Intascano uno STIPENDIO e hanno diritto alla PENSIONE dopo 35 mesi in parlamento mentre obbligano i cittadini a 35 anni di contributi (per ora!!!)

Circa Euro 103.000,00 li incassano con il RIMBORSO SPESE ELETTORALI (in violazione alla legge sul finanziamento ai partiti), più i privilegi per quelli che sono stati Presidenti della Repubblica, del Senato o della Camera.
(Es: la sig.ra Pivetti ha a disposizione e gratis un ufficio, una segretaria, l'auto blu ed una scorta sempre al suo servizio)

La classe politica ha causato al paese un DANNO di 1 MILIARDO e 255 MILIONI di EURO.

La sola camera dei deputati costa al cittadino Euro 2.215,00 al MINUTO !!

Far circolare....... si sta promovendo un referendum per  l'abolizione dei privilegi di tutti i parlamentari............ queste informazioni possono  essere lette solo attraverso Internet in quanto quasi tutti i mass-media rifiutano di  portarle a conoscenza degli italiani......


TUTTI ESENTASSE
                   +

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mercoledì, 28 novembre 2007

AFGHANISTAN: PICCOLO DOSSIER SU CIO’ CHE GLI ITALIANI NON DEVONO SAPERE

(a cura di G. La Grassa e A. Berlendis)

Nel pezzo scritto ieri sera per il blog, avevo preannunciato l’inserimento di un articolo di poco meno di un mese fa apparso, a quanto ne so, soltanto sul Sole24ore (almeno per quanto riguarda la grande stampa di carattere nazionale). Quanto alla TV, non credo proprio che abbia mai dato le notizie qui riportate. Un nostro “bloggista” ha poi “scovato” altri due articoli che non hanno certo avuto diffusione. Non sono notizie “di giornata”, ma ritengo utile che siano conosciute più largamente, perché indicano con estrema chiarezza quale tipo di “missione di pace” sia quella condotta in Afghanistan, anche dalle nostre truppe. Ed è vero che tali notizie sono nascoste perfino dalla sinistra detta “estrema”, che fa la “pacifista” e, per salvarsi l’anima”, chiede il ritiro delle truppe, ma non fa mai cadere un governo di ipocriti e mentitori, al servizio dei guerrafondai imperialisti USA. Adesso, per l’ennesima volta, ci si dichiara pronti a votare a favore di questo governo, ma con “verifica a gennaio”. Che cialtroni! Mai visto individui più marci di così. Ma tanto sanno di poter fare di tutto con quella parte della popolazione italiana (la peggiore e più corrotta) che continua a sostenerli e votarli. A questo punto, le socialdemocrazie del 1914 erano di un candore abbagliante di fronte a questo ciarpame che ha solo l’apparenza dell’umano. Ma pagheranno, oh se pagheranno! Purtroppo, non saremo noi a farli pagare; non importa, purché paghino!!

 

Soldati italiani in battaglia

di Gianandrea Gaiani   da Il Sole 24 Ore del 31/10/2007

Afghanistan. Offensiva dei taiebani nella provincia di Farah, sotto il comando del generale Macor

 

I talebani sono penetrati in forze nel settore dell'Afghanistan occidentale presidiato dalle truppe Nato sotto il comando italiano. Lunedì, circa 400 jihadisti provenienti dalla provincia meridionale di Helmand sono entrati nel distretto di Gulistan, nella provincia di Farah, la più calda tra le quattro assegnate al Comando regionale Ovest della Nato, guidato dal generale degli alpini Fausto Màcor.

Secondo quanto riferito dal capo della polizia di Gulistan, Abdul Rehman Sarjang, i talebani si sono uniti ai guerriglieri locali per prendere il controllo del capoluogo dove «hanno sparato contro la popolazione uccidendo sette persone». Un portavoce dei talebani, Yousuf Ahmadi, ha confermato la conquista del distretto abitato da circa 55mila persone, per l'8o% di etnia pashtun e per il resto tagiki.

Sarjang ha dichiarato che i suoi agenti hanno subito tre caduti, ma hanno ucciso o ferito oltre una ventina di talebani prima di ripiegare di fronte alla superiorità numerica del nemico. «Abbiamo dovuto effettuare una ritirata tattica», ma l'ufficiale ha confermato che truppe afghane e della Nato stanno combattendo per «riprendere il controllo totale del distretto». Un'affermazione che confermerebbe il coinvolgimento delle truppe italiane schierate a Farah insieme a 200 militari americani del Provincial reconstruction team e a un reparto di Berretti verdi, forze speciali che dipendono però dal comando di Enduring Freedom.


Proprio per contrastare la penetrazione talebana, il comando italiano ha dislocato fin dall'anno scorso a Farah un centinaio di fanti della Forza di reazione rapida e alcuni distaccamenti di incursori. Nessuna fonte ufficiale italiana ha fornito notizie sulle operazioni in corso. Secondo indiscrezioni le truppe italiane per il momento non parteciperebbero direttamente agli scontri, ma fornirebbero supporto a un battaglione dell'esercito afghano e ai reparti di polizia impegnati nei combattimenti.

I mezzi in dotazione comprendono tre elicotteri da trasporto CH-47, due velivoli teleguidati da ricognizione Predator (in grado di mantenere per lungo tempo una sorveglianza capillare del territorio) e cinque elicotteri da combattimento Mangusta (due recentemente spostati dall'aeroporto di Herat alla base di Farah).

Se i dati forniti dalla polizia verranno confermati, quella in corso nel Gulistan è la più grande offensiva talebana nel settore a comando italiano. Per questo pare improbabile che le truppe italiane e alleate non vengano coinvolte nei combattimenti tenendo conto della debolezza delle truppe governative e che i consiglieri militari italiani e americani addestrano e accompagnano in azione i battaglioni afghani.

Il distretto del Gulistan era già stato occupato dai talebani che ne vennero cacciati dopo aspri combattimenti nel settembre 2005, in base alla tattica che prevede di assumere il controllo di un distretto per poi ritirarsi all'arrivo dei rinforzi alleati. Con l'esclusione di Musa Qala, a Helmand, ormai da un anno in mano agli uomini del mullah Omar.

MISTERI AFGHANI

Analisi Difesa anno 8 numero 82  del  27 novembre 2007

Editoriale

di Gianandrea Gaiani

14 novembre - E’ proprio vero che il genio italico non conosce confini. Anche negli angoli più remoti del mondo sappiamo imporci per la nostra capacità di integrarci con le popolazioni locali, superandole spesso per capacità nelle loro caratteristiche peculiari. Tutti sanno che l’Afghanistan è una terra misteriosa ma pochi si sono accorti che dopo cinque anni di missione a Kabul e a Herat noi italiani siamo riusciti ad essere più misteriosi degli afgani soprattutto quando si tratta di raccontare le operazioni belliche. Una vecchia regola della comunicazione ci ricorda che “più si parla più aumentano le probabilità di dire sciocchezze” ma a volte anche il silenzio rischia di coprire di ridicolo specie quando si tratta del silenzio delle istituzioni. I misteri afgani o i misteri italiani in Afghanistan cominciano ad essere molti, a nostro avviso troppi per un paese democratico.

Il mistero del blitz - A quasi un mese e mezzo dal blitz del 24 settembre che portò alla liberazione dei due agenti del SISMI catturati dai talebani, nulla è stato finora chiarito. Il maresciallo Lorenzo D’Auria pare sia deceduto in seguito alle ferite provocate dagli incursori britannici dello Special Boat Service. Pare, perché di certo nulla è stato detto da nessuna fonte ufficiale. Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, in Parlamento ha ammesso di non disporre dei dettagli sull’operazione mentre secondo Massimo Brutti, vice presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi che ha ascoltato l’ammiraglio Bruno Branciforte, “il SISMI non ha elementi diretti su come si è svolto il blitz”. Possibile che né il ministro né i servizi d’intelligence sappiano raccontarci com’è andata quella vicenda ? Eppure l’operazione è stata condotta dal comando NATO di Herat, guidato dal generale italiano Fausto Macor, che ha attivato per il blitz la Task Force 45, l’unità di forze speciali italiane comandata da un ufficiale del 9° reggimento Col Moschin. Secondo quanto riferito da notizie d’agenzia, l’ammiraglio Branciforte avrebbe ammesso che alcuni italiani si trovavano sugli elicotteri quando è scattata l'operazione delle forze inglesi anche se il compagno di sventura di D’Auria ha riferito di aver visto solo “personale inglese”. Da quanto reso noto l’intelligence aveva scoperto l’edificio dove erano detenuti i due militari ma il governo non autorizzò il blitz notturno degli incursori italiani per non mettere in percolo i civili del villaggio. Azioni del genere vengono però preferibilmente condotte di notte. I civili dormono (anche se il Ramadan aumenta le attività notturne della popolazione), così come parte dei sequestratori e gli incursori devono attaccare bersagli fissi contando sul vantaggio offerto dai visori notturni dei quali i talebani sono privi. Fonti autorevoli hanno riferito che il via libera al raid arrivò da Roma troppo tardi, quando ormai in Afghanistan era l’alba. Ritardi dovuti alle accese discussioni su rischi e implicazioni politiche del blitz, complicati dalla trasferta a New York di Romano Prodi e Massimo D’Alema. Anche la dinamica dell’attacco suscita perplessità. I britannici, da forze di supporto, divennero protagonisti quando i mezzi con gli ostaggi partirono verso sud richiedendo un attacco immediato anche se il commilitone di D’Auria ha riferito che il blitz è scattato dopo due ore di viaggio. Gli incursori italiani entrarono nel covo ormai abbandonato dei talebani mentre i britannici attaccarono i due veicoli impiegando elicotteri e Land Rover in un attacco frontale necessario ma che ha esposto gli ostaggi. Strano poi che due italiani siano stati liberati da incursori britannici con un raid condotto all’interno del settore italiano e quando i nostri reparti speciali si trovavano in quell’area. Vuoi vedere che a Roma hanno preferito lasciare agli inglesi il lavoro sporco per avere meno rogne dai loro “alleati” ambientalisti e comunisti?

Il mistero dei mezzi “saltati in aria" - Intervenendo il 30 ottobre all’apertura dell'anno accademico della Scuola di Applicazione di Torino, il capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Fabrizio Castagnetti ha dichiarato alla stampa che “di questo passo rischiamo di non poter sostituire i mezzi che i talebani ci fanno saltare in aria”. Un commento schietto ai possibili tagli della legge Finanziaria sul Bilancio della Difesa ma l’espressione utilizzata induce a porsi una domanda. Quanti mezzi italiani sono stati fatti saltare in aria dai talebani ? La censura posta dal ministro Parisi sulle operazioni in Afghanistan non solo impedisce ai reporter di seguire sul campo le attività dei nostri militari ma ha anche ridotto quasi a zero il flusso d’informazioni fornite dagli uffici stampa di Kabul ed Herat. In base alle scarne notizie degli ultimi 12 mesi i mezzi distrutti dai talebani dovrebbero essere due blindati Puma, tre veicoli Lince e un fuoristrada di modello civile. L’affermazione del generale Castagnetti sembrerebbe però indicare che i mezzi andati perduti siano molti di più di una mezza dozzina dal momento che, se così non fosse, la loro sostituzione non costituirebbe un grave problema finanziario. Considerato che alcuni scontri a fuoco che hanno coinvolto i nostri soldati sono stati rivelati solo da fonti giornalistiche, è quasi certo che, in assenza di vittime italiane, molte azioni di combattimento non siano state rese note dal Ministero della Difesa. Veicoli e mezzi blindati potrebbero aver subito seri danni o essere stati distrutti da mine stradali, lanciarazzi talebani o colpi di mortaio e razzi sparati dentro le basi della NATO. Attacchi che potrebbero anche non aver provocato danni seri agli equipaggi. Considerato che i mezzi li paghiamo noi contribuenti, sarebbe utile sapere da fonti ufficiali come stanno le cose.

Il mistero della battaglia invisibile - I progressi della tecnologia militare italiana hanno raggiunto livelli portentosi nella prima decade di novembre. Ormai sono molti i paesi avanzati in grado di mettere in campo aerei e navi “stealth”, cioè invisibili ai radar. Noi italiani però operiamo con successo su scala ben più ampia rendendo invisibile una grande battaglia in corso ormai da quasi due settimane. Come vi raccontiamo nell’articolo di copertina oltre 700 talebani hanno conquistato a fine ottobre due distretti della provincia di Farah mettendone a ferro e fuoco un altro. Indiscrezioni e frammenti di notizie sono emerse da fonti afgane e internazionali ma dal comando di Herat e dal Ministero a Roma nessuno ha rilasciato commenti o dichiarazioni. Eppure laggiù sono i nostri soldati a combattere. O almeno dovrebbero visto che alcune fonti afgane rilevano accuse della popolazione che rimprovera i soldati alleati (cioè gli italiani) di non affiancare le truppe locali in combattimento. Un’affermazione infamante, che ha il sapore di un’accusa di codardia ma alla quale finora nessuno, in uniforme o in doppiopetto, ha risposto. Neppure uno scarno comunicato o un “stiamo ripiegando su posizioni prestabilite”, la formula usata dalla propaganda per edulcorare le sconfitte durante la seconda guerra mondiale. Anche la riconquista di uno dei due distretti perduti , il 9 novembre, è giunta da fonti locali confermate l'11 novembre da un interessante comunicato del comando della Combined Joint Task Force 82 che dal quartier generale di Bagram ha riferito della liberazione di Gulistan effettuata da truppe afgane, della NATO e di Enduring Freedom.

Circa 500 soldati italiani, afgani e americani hanno combattuto e vinto insieme. Ma Parisi e D'Alema non ci avevano detto che non ci sarebbero più state sovrapposizioni tra ISAF ed Enduring Freedom nel nostro settore ? Ricordiamo male o iI due ministri si erano addiruttura spinti a chiedere la chiusura della missione antiterrorismo americana ? Che sia questo il mistero da tenere segreto agli alleati di governo verdi e comunisti che certo mal digerirebbero la notizia che gli italiani in Afghanistan combattono al fianco degli amerikani? Sotto pressione, la Difesa ha risposto il 14 novembre all'interrogazione dell'onorevole Severino Galante (Pdci) ammettendo che nell'a prima decade di novembre militari italiani "in attività di ricognizione e supporto alle forze di sicurezza afgane hanno subito isolati attacchi da parte di elementi ostili" ed hanno risposto al fuoco"..

Il mistero delle vittime civili - Il cittadino/contribuente italiano non deve sapere che è in corso la più massiccia offensiva talebana contro il settore presidiato dai nostri soldati, né che il 5 novembre è stata denunciata la morte di alcuni civili colpiti per errore dai bombardamenti aerei della NATO contro un gruppo di talebani nella provinciali Badghis. Un’area affidata alle truppe spagnole ma sotto il comando italiano. Vuoi vedere che anche gli italiani, dopo aver accusato gli anglo-americani di bombardare indiscriminatamente i civili, ordinano ai jet di colpire i talebani nonostante i rischi di provocare danni collaterali? Le vittime civili di Badghis, come sempre tutte da confermare, sarebbero due bambini, colpiti da bombe che avrebbero distrutto molte case. Anche su questo argomento tutto tace, anzi, tutti tacciono. Un silenzio che stride ancor di più notando che alle stesse domande rispondono senza difficoltà militari e politici afgani ai quali, di questo passo, dovremmo chiedere presto una mano per ripristinare la democrazia in Italia. L’aspetto più incredibile è la miopia e l’arroganza di una classe politica che zittisce e mortifica i militari mentre nega l’informazione all’opinione pubblica, senza rendersi conto che così facendo si sta scavando da sola la fossa. A quel funerale saranno in pochi a spargere lacrime.

 

Afghanistan, guerra sul fronte occidentale La provincia di Farah, sotto comando italiano, sta cadendo in mano ai talebani

 02.11.2007  http://www.peacereporter.net/

Si combatte ormai da cinque giorni sul fronte occidentale di Farah, provincia rientrante sotto il comando regionale italiano di Herat. L’esercito afgano, nonostante il supporto aereo della Nato, non riesce a fermare l’avanzata talebana partita all’inizio della settimana.

L’avanzata talebana verso ovest. Oltre settecento guerriglieri armati fino ai denti e dotati di decine di fuoristrada erano scesi lunedì dalle loro roccaforti sulle montagne di Musa Qala, nella provincia di Helmand, muovendo verso ovest e prendendo il controllo del distretto montano di Gulistan, nella parte orientale della provincia di Farah. Da lì, due giorni dopo, hanno proseguito la loro avanzata verso ovest, calando in forze nelle vallate del distretto di Bakwa. L’esercito governativo e la polizia afgana non hanno potuto fare altro che ripiegare e chiamare i rinforzi Nato arrivati sotto forma di cacciabombardieri e forze speciali – che in questa area comprendono alcune decine di incursori dell’esercito e della marina italiani. Qari Mohammad Yousuf, portavoce dei talebani, ha dichiarato che il loro obiettivo è prendere il controllo di tutta la provincia.

Trecento morti in una settimana. Il bilancio ufficiale dei combattimenti, che ora infuriano a poche decine di chilometri dal capoluogo provinciale, è finora di oltre venti militari afgani morti e di circa sessanta presunti talebani uccisi. Si parla anche di diverse vittime tra i civili, che il governo attribuisce però al fuoco talebano.

In contemporanea con l’avanzata verso ovest, dalle loro basi nell’Helmand settentrionale i talebani hanno scatenato altre offensive anche verso sud e verso est, attaccando il distretto di Nad Alì nella provincia di Helmand, quello di Arghandab nella provincia di Kandahar e quello di Baluch nella provincia di Uruzgan. Le forze Nato britanniche, canadesi e olandesi sono riuscite a respingere gli attacchi solo dopo violente battaglie nelle quali, secondo la Nato, sarebbero rimasti uccisi circa 180 presunti talebani e molti soldati afgani. Vittime che portano a quasi 300 i morti della sola ultima settimana di guerra in Afghanistan, e a oltre 6 mila quelli dall’inizio del 2007.

Enrico Piovesana

 

 

 

 

 

 

 

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 11:29 | link | commenti (6)
categorie: usa , afghanistan, guerra, , nato
martedì, 27 novembre 2007

MA CHE SQUALLORE, CHE MESCHINITA' di G. La Grassa'

Inserisco solo ora questo pezzo per rispetto al dolore (privato). Tuttavia non credo possano esservi dubbi che la mia indignazione non è minimamente rivolta contro chi rispetta degli ordini confacenti al suo ruolo, bensì contro chi “manda” e si nasconde dietro una ipocrisia difficilmente eguagliabile. Spero sia possibile inserire presto un articolo di un mese fa, pubblicato soltanto per quanto ci è noto dal Sole24ore (per questo ci era sfuggito), che di fatto – senza che il giornale ne avesse l’intenzione – getta ulteriore luce su tale ipocrisia.

 

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Malgrado non abbia più alcuna fiducia in questi figuri che infestano la TV e i giornali, il Parlamento, le lobbies finanziarie e industriali, ecc., penso che simili “tristi personaggi” abbiano proprio sceso, negli ultimi giorni, un ulteriore gradino nella loro meschinità. Avrei preferito non parlare dell’attentato in Afghanistan, per evitare di mettere le mani in tanta bassezza; mi è sembrato però vile non criticare il comportamento ufficiale tenuto nei confronti della morte dolorosa (che non mi lascia indifferente come essere umano) di chi in fondo eseguiva degli ordini. Inaccettabile è la retorica di bassa lega dei mandanti, e dunque effettivi colpevoli di quella morte.

 Ho dovuto sentire – e non nomino nemmeno chi l’ha detto, perché pretendo che i lettori abbiano udito queste menzogne diffuse a piene mani da “chi sta in alto” (con la massima ufficialità governativa) – che l’attentato del kamikaze afgano era contro il suo stesso popolo. La TV occidentale – non quella del “nemico” – ha mostrato decine e decine di soldati in pieno assetto militare, con non so quanti mezzi blindati e altro, mentre c’era nelle vicinanze, come sempre avviene (purtroppo) in casi del genere, un gruppo di “una quindicina di afgani” (tra virgolette perché cito quanto detto in TV ripetutamente), fra cui nove bambini. L’attentato era, per qualsiasi persona di buon senso, diretto contro un obiettivo militare, e i “curiosi” che spesso sono presenti ci hanno rimesso. C’è di più: tutti i TG hanno riportato, quasi con orgoglio, che i nostri soldati non sono stati colti di sorpresa, hanno visto avvicinarsi “il tipo” con vestiti rigonfi in modo sospetto, e l’hanno intercettato prima che giungesse laddove voleva colpire per procurare il massimo danno; di conseguenza, l’attentatore si è fatto esplodere prima del previsto e ciò ha contribuito ad investire con le schegge, ecc. soprattutto gli afgani che erano intorno (non certo in mezzo ai soldati, dove l’attentatore voleva giungere).

Dopo averci fornito questa cronaca, abbiamo inteso Premier e ministri, e tutti i giornalisti ecc., dirci che il sacrificio del nostro soldato (per cui provo vero dolore, non quello di questi individui che se ne stanno comodi a casa loro con sulle labbra il famoso motto: “armiamoci e partite”) ha salvato delle vite afgane (su “una quindicina” ne sono morti nove; e su nove bambini, sei) che sarebbero stati il reale obiettivo del kamikaze. Si può essere così spudorati e anche un po’ ridicoli?

Sono certo che nemmeno nel 1914 e 1939 (e per l’Italia, rispettivamente, 1915 e 1940) si sia giunti a simili menzogne così miserevoli e farsesche. Si saranno certo intesi discorsi incendiari, pieni di ultranazionalismo, di odio per “il nemico” (ognuno è sempre “l’infedele” per l’altro), e via dicendo; ma un cumulo di stupidità, del tipo di quelle raccontate “ufficialmente” da chi “comanda” e che milioni di sciocchi (ormai senza più orientamento alcuno) continuano a votare e a seguire, appassionandosi alle loro beghe “da pollaio” – come se fossimo in una fiction televisiva e la morte non avesse colpito realmente uno di noi – non credo, lo ripeto, si sia mai udito finora.

 

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Allarghiamo il discorso. Simili “impuniti”, che ci ammanniscono storielle del genere (basate sulla falsità che i “terroristi” afgani vogliono aggredire il loro popolo), sono gli stessi che servono, in modo ormai sconcio (da destra a sinistra), i peggiori padroni immaginabili: gli americani. Questo “meraviglioso” popolo (della “dichiarazione dei diritti dell’uomo”; alte e belle parole, senza dubbio, di cui si sono però infine impadroniti degli ipocriti che pensano e agiscono in modo esattamente contrario) – quello che ha una “democrazia matura” fondata sul bipartitismo, cui noi aneliamo ardentemente, cosicché anche da noi, finalmente, meno della metà andrà a votare senza più disturbare i manovratori – ha quasi sempre affidato il comando a massacratori della più bell’acqua. Hanno cominciato con lo sterminare i “nativi”, tanto per portare loro la “democrazia” e il “progresso”, e continuano ancor oggi in questa  “civile esportazione”. E chi li attacca, e attacca i loro servi sciocchi, attacca in realtà – secondo questi nani intellettuali e morali – il suo stesso popolo, che notoriamente agogna a questa democrazia e a questa loro libertà, a questi costumi moderni.

Questi “civili e democratici” americani sono proprio quelli che hanno teorizzato – altro che gli afgani o gli iracheni, mentitori e (finti) smemorati che non siete altro! – il massacro delle popolazioni come mezzo per demoralizzare “il nemico”. Quanti milioni di morti (e quanti italiani!) nei bombardamenti di città “nemiche” nella seconda guerra mondiale? Bombardamenti in cui è stato usato di tutto, fino alla bomba atomica. Ci si ricorda ancora di Londra, ma poi, “con gli interessi”, di Dresda? E delle infinite altre città? Ripeto: milioni di civili sterminati. Perfino nel mio “modesto” Veneto, abbiamo avuto il “bel” massacro del venerdì santo del 1944 a Treviso dove non sussisteva nemmeno mezzo obiettivo militare (e sono in grado di ricordarlo, non per sentito dire); e Padova e non so quante altre città; perfino nella piccola Conegliano, vi furono un bel po’ di bombardamenti “a tappeto” con decine di morti. E di notte, arrivava “Pippo”, che sganciava a caso nei centri abitati (o anche talvolta in campagna) tanto per far sentire (ai civili!) che la morte era sempre “a portata di mano”.

Avete mai letto perché per l’“esperimento” atomico fu scelta Hiroshima? Erano tre le candidate all’eccidio di massa, ma si lasciò decidere al tempo atmosferico. In ogni caso, erano tutte città di qualche centinaio di migliaia di abitanti. Qualcuno aveva proposto Tokyo, ma i più obiettarono che, dato l’ancora “basso” potenziale di quella bomba (oggi non vi sarebbe alcun problema!), si poteva al massimo distruggere (e ammazzare) un quinto di quella grande città, forse meno. Invece, una città di media portata sarebbe stata “cancellata dalla carta geografica” (proprio così si disse!); si sarebbe quindi raggiunto il massimo impatto psicologico sulla popolazione civile. Questo – pur se voi, nella smania di servire, volete ricordare solo quello che vi fa comodo (e che fa comodo ai vostri alleati-padroni e ai loro sicari) mentre dimenticate, e volete far dimenticare, quanto copre di infamia il “civile” occidente – era il bel modo di ragionare di coloro che istituirono il Tribunale di Norimberga per i “crimini contro l’umanità”.

Siete in “servizio permanente attivo” di coloro che hanno sterminato milioni di esseri umani, dai cosiddetti “pellerossa” fino ai più “recenti” afgani e iracheni; eseguite gli ordini di massacratori che hanno preteso di fare giustizia istituendo quel Tribunale per cercare di asservire meglio tutti i popoli, ma non hanno mai accettato di farsi giudicare da un identico tribunale per i loro crimini contro le popolazioni inermi. Siete proni di fronte a chi usa ancora mandare centinaia di persone alla pena detta capitale, senza che mai si siano visti, nel “braccio della morte”, gli “alti dirigenti” che hanno commesso colossali eccidi di massa, secondi a nessuno! E, malgrado siate così servili verso simile “gente di rispetto”, pretendete di farvi belli, di giocare agli eroi, alla fermezza di fronte al “terrorismo” (anche i nazisti mettevano i famosi cartelli “Achtung banditen” nelle zone partigiane!). Diceva Totò: “ma mi faccia il piacere!”. Così diciamo a voi, che avete “una faccia di tolla” da non credere. Siete inguaribilmente ipocriti, e la vostra “essenza umana” è largamente guasta, ormai praticamente inservibile.

 

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Non ho voluto, com’è d’uso, mettere le mani avanti prima di iniziare il discorso. Lo dico adesso: anch’io sono pronto a piangere – certo idealmente, perché non vi è alcun legame affettivo reale – il militare morto in Afghanistan; e qualsiasi altro dovesse morire in qualsiasi altra parte del mondo. Non c’è, questo è ovvio, alcun uomo innocente; solo gli animali lo sono perché non hanno scelta tra innocenza e colpa. Tuttavia, come accade quasi sempre – salvo rare occasioni tipo rivoluzione inglese o francese o sovietica, ecc. – ci rimette la vita chi ha meno colpe. I mandanti, i reali colpevoli, se ne stanno a casa, al calduccio, a parlare di cose, futili e miserabili, come il “partito del popolo della libertà” o quello “democratico” o la “cosa rossa” o invece “bianca”, la “class action”, il protocollo sul welfare, la legge Biagi e la flessibilità del lavoro, i sussidi statali alle grandi imprese, quale tipo di governance dare alle banche o quali “regole di onorabilità” stabilire affinché una banda finanziario-industriale ne possa far fuori un’altra, e via blaterando.

Piango il militare morto perché eseguiva gli ordini – mi permetto di ricordare che il solito Tribunale di Norimberga (dei vincitori, privi di senso di giustizia e di onore) condannò anche chi eseguiva ordini, e sarebbe stato fucilato se non li avesse eseguiti – mentre i colpevoli dormono nel loro letto e saranno messi in una bara quando “Dio li chiamerà a sé” (certo che Dio, abituato com’è all’eternità, mi sembra un po’ lento nelle decisioni; speriamo prenda atto che sulla terra “scorre il tempo”, e ce ne ha concesso veramente troppo poco da vivere per riuscire a cogliere qualche volta un po’ di soddisfazione nel vedere pagare finalmente coloro che lo meritano). In ogni caso, non solo non mi rallegro, come faranno alcuni sciocchi, di quanto è avvenuto, ma massimamente mi auguro che possa non accadere più in futuro. Però sia chiaro che, nel contempo, non contesto a nessuno di volersi difendere dall’invasore e aggressore.

Non mi faccio incantare dai governi fantoccio e dai collaborazionisti. Altrimenti, perché abbiamo condannato la Repubblica di Vichy? Oltre a tutto, chi ha visto lo sconvolgente documentario di Marcel Ophüls, Le chagrin et la pitié (1971), sa bene che, anche in quel caso, ci hanno raccontato un cumulo di frottole retoriche, giacché una fetta non indifferente della popolazione francese (in specie in provincia) collaborava, più che volentieri, con l’occupante; eppure, giustamente, non ci siamo fatti confondere le idee da questo fatto, e abbiamo condannato sia il governo fantoccio sia questa (grossa) parte della popolazione francese. Perché allora i soliti “due pesi e due misure”? Iracheni e afgani hanno pieno diritto di difendersi e di cacciare l’occupante. Basta con questa indegna pantomima delle missioni di pace; addobbati come li vediamo tutti in TV; con tutti quei mezzi corazzati; con bombardamenti aerei micidiali? Questa è la “pace” della morte!

Senza dubbio alcuno, le principali responsabilità ricadono sulla dirigenza statunitense, e sui gruppi dominanti che pretendono di stendere il loro manto imperiale (per fortuna con ormai molti strappi) sul mondo intero. Subito dopo vengono però i “pulcinella” europei, e gli italiani in prima fila. I destri sono all’avanguardia, ma solo perché meno furbi e più rozzi e volgari nel loro insensato razzismo e odio “ancestrale” per chi si oppone. I sinistri sono più melliflui, vaselinosi, preteschi (posso dire “cattocomunisti”? Che, sia chiaro!, non sono né cattolici né comunisti, ma il peggio del peggio dell’ipocrisia che si è storicamente nascosta dietro queste etichette!!), varcando certamente, in quest’ultimo frangente, una soglia, salito un gradino verso il vertice dell’ignominia di tutti i mandanti, per di più restando servi sciocchi di durissimi padroni.

In conclusione: onore e commozione per chi è morto, rabbia e disgusto per chi manda a morire, per di più assoggettandosi agli interessi altrui. Altro che Patria! Siamo noi – che desideriamo un’altra Italia autonoma e di nuovo viva nel mondo, diretta da gruppi con idee e strategie proprie in testa – ad essere i veri “patrioti”. La “Casta” politica e le bande finanziario-industriali che la “orientano” sono formate da ominicchi piccoli di testa e curvi di schiena, sempre proni e striscianti di fronte agli arroganti e protervi; si levano solo, nella loro nana statura, contro i deboli e gli indifesi. Se esistesse una forza con dignità nazionale, caccerebbe questi individui e darebbe “un colpo di barra” ad una navicella Italia ormai in alto mare, sballottata dai marosi. Non viene chiesto l’impossibile: almeno il senso dell’onore e dei nostri interessi. 
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PUBBLICHIAMO ALCUNE PARTI DI UN ARTICOLO DEL GIORNALISTA DEL FOGLIO STEFANO CINGOLANI CHE FORNISCE UN RITRATTO ABBASTANZA FEDELE DI FRANCO BERNABE', NUOVO AD DI TELECOM

 

bernabè

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LE MANI DELLA FINANZA SULLA TELECOM (a cura di G. La Grassa)

Avendo nei giorni scorsi dato informazioni su vicende legate alle lotte tra gruppi dominanti in Italia (ma con partecipazione di "altri"), e in particolare su quel "nervo centrale" rappresentato da Telecom, riteniamo utile riportare questo comunicato apparso sull'Ansa, da cui emerge che la nomina di coloro che erano avversati ad esempio da Cirino Pomicino (con pesanti allusioni) è avvenuta tra contrasti ben evidenti e con il voto di solo 2 dei 4 membri della giunta delle nomine. Il membro tedesco ha sostenuto che non ha nulla di personale verso i nominati, ma che il tutto è avvenuto "al di fuori delle regole del mercato"; questo è quanto (ideologicamente) si dice in casi come questi. Facciamo rilevare che il compromesso, nato dal faccia a faccia tra Bazoli (Intesa) e Geronzi (ex Capitalia, ora Mediobanca), avviene dopo che il secondo ha avuto "noie" da parte della magistratura. Nel 2005, Fazio fu "defenestrato" sempre in seguito a "guai giudiziari". Adesso, sembra che Geronzi sia stato "convinto" al compromesso (voluto a quanto pare anche da certi ambienti francesi, e osteggiato invece da altri ambienti tedeschi) sempre con le stesse modalità (nulla più che una supposizione, ma non proprio peregrina). Continua la stessa azione che vide le manovre del 1993? Quando finiranno? Con una coltre di piombo sulla "democrazia italiana"? Seguiamo i fatti; altro che le cretinate di cui ci riempiono la testa con gli incontri di Veltroni, Fini, Bossi, Berlusconi e con Prodi che "punta i piedi". Nelle notizie come queste si trova la ragione vera della tremenda involuzione in corso in questo paese.
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TELECOM: DISSENSO RAMPL IN MEDIOBANCA, NO A METODO NOMINE
PRESIDENTE UNICREDIT SI ASTIENE; DIFFICILE COABITAZIONE BANCHE (ANSA) - MILANO, 26 NOV - È stato un percorso fino all'ultimo travagliato quello della scelta dei nuovi vertici di Telecom. Dopo un'attesa durata sette mesi e un accordo raggiunto solo alla fine della scorsa settimana anche il passaggio nel comitato nomine di Mediobanca non si è rivelato una pura formalità. A sorpresa, Dieter Rampl, rappresentate di Unicredit nell'organismo istituito all'interno del consiglio di sorveglianza di Piazzetta Cuccia, si è astenuto sulla designazione di Gabriele Galateri e di Franco Bernabè. Nulla di personale contro i due manager, chiamati rispettivamente a ricoprire gli incarichi di presidente e di amministratore delegato del gruppo telefonico. Il non voto del presidente del gruppo guidato da Alessandro Profumo, sarebbe stato motivato piuttosto - da quanto si è appreso - dal metodo usato per la scelta dei futuri vertici di Telecom. Al banchiere tedesco, abituato ad altri sistemi, più in linea col mercato, non sarebbero piaciute le modalità delle trattative condotte dai due soci di peso di Telco, Mediobanca e Intesa Sanpaolo, attraverso veti incrociati anche all'interno degli stessi istituti e sbloccate solo con un compromesso, dopo il faccia a faccia fra Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli, presidenti dei consigli di sorveglianza, rispettivamente, di Piazzetta Cuccia e del gruppo nato sull'asse Milano-Torino. Rampl forse non pretendeva che la ricerca fosse affidata a qualche cacciatore di teste ma avrebbe gradito senza dubbio un approccio più trasparente e gradito al mercato. La sua astensione, legata a una problema di pura governance, si inserisce peraltro in un questione di fondo di più ampia portata: quella relativa alle difficoltà, in un modello dualistico, adottato sia in Mediobanca che in Intesa Sanpaolo, ad affrontare scelte come quelle delle nomine di un partecipata del peso di Telecom. Fatto sta che il dissenso del banchiere tedesco, unito all'opportunità per il presidente di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, ex socio di riferimento di Telecom, di non esprimersi sui nuovi timonieri del gruppo, hanno fatto sì che il via libera pieno al nuovo assetto sia arrivato solo da due dei quattro componenti il comitato nomine: Geronzi e il finanziere francese Vincent Bollorè. (ANSA). MM 26-NOV-07 20:50 NNN
FINE DISPACCIO
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categorie: grande finanza
lunedì, 26 novembre 2007

PACIFISTI E GUERRAFONDAI di G.P.

La vicenda del militare italiano morto in Afghanistan riapre una questione annosa, quella della presenza dei nostri contingenti nelle zone calde dei conflitti internazionali. Qualsiasi valutazione sugli eventi di questa fase dovrebbe partire da un dato di fatto inequivocabile: il nostro paese va a traino di aggressioni imperiali che sono parte di una strategia militare complessiva, a guida Usa, per il controllo delle aree strategiche del globo.

Il problema, dunque, non è morale, perché la guerra è sempre “cattiva” e solo pochi pazzi potrebbero affermare il contrario. E’ devastante per i popoli che la subiscono, e tra questi, lo è ancor di più per le classi subalterne che ne pagano il prezzo più alto. Ma la guerra è anche un affare per molti soggetti. E non stiamo parlando delle solite industrie di armamenti e delle lobbies militari.

La guerra può diventare merce di scambio anche per movimenti ed organizzazioni che predicano il pacifismo a parole salvo ammansirsi quando giungono i finanziamenti governativi  per le iniziative a sostegno dei civili. In questa asserzione c’è tutto lo scoloramento delle bandiere arcobaleno e di quell’universo di sigle che dietro i drappi variopinti confonde gli “alti” scopi di riconciliazione del mondo con gli interessi di bottega.

Non vogliamo fare nomi ma tutti sanno, più o meno, che questi gruppi prendono soldi dai governi per cui, a parte le convocazioni rituali di piazza con le quali si garantisce la catarsi identitaria ai pochi allocchi che ci credono, difficilmente scelgono la strada della contrapposizione frontale con il potere esecutivo.

Il controsenso aumenta se al governo siedono moralizzatori di sinistra da sempre “vicini” ai problemi dei popoli vessati dalla guerra. Questi stessi pacifisti soccorsero D’Alema quando gli fu ordinato di bombardare la Jugoslavia ed ebbero in premio, per il loro silenzio, finanziamenti a pioggia per le successive missioni umanitarie. In quella occasione si concretò la paradossalità del massimo coordinamento tra carnefici e falsi soccorritori, i primi a rompere la testa agli jugoslavi e i secondi, molto amorevolmente, a portargli i cerotti. Addirittura, il governo D’Alema mise su una missione di aiuti in proprio, quella Arcobaleno, grandemente pubblicizzata da tv e giornali. Furono raccolte donazioni per milioni di euro, molti dei quali andarono nelle tasche dell’UCK, laddove nulla arrivò alla popolazione martoriata dai bombardamenti.

In questo momento così delicato i pacifisti sono addirittura spariti, si sente, di tanto in tanto, qualche dichiarazione “con molti se e molti ma”, tutto il contrario dell’ardore con il quale si contestavano le scelte guerrafondaie del governo Berlusconi. Nel programma dell’Unione, quello con il quale si chiese il voto agli elettori, era stato scritto che, per il futuro, il governo di centro-sinistra avrebbe lavorato al fine rafforzare il ruolo degli organismi internazionali (questi non sono mai stati così deboli e inutili quanto oggi). Oltre a ciò veniva caldeggiato il rientro dall’Irak. Già in questo episodio Prodi & c., nonostante gli annunci su un ritiro immediato, non si distanziarono affatto da Berlusconi e attesero la data fissata da costui per il rientro delle nostre truppe. Beffa delle beffe, il giorno dopo sentimmo i cespugli della coalizione e i soliti pacifisti ad intermittenza che si prendevano il merito di questa scelta “coraggiosa”.

Dell’Afghanistan, scenario molto più complicato, nel programma elettorale non veniva fatta parola ma la tendenza di fondo, dato il continuo civettare tra gruppi pacifisti e partiti di governo, lasciava presagire, perlomeno, che non ci sarebbero stati altri rifinanziamenti. Ed invece il parlamento, nel marzo e nell’agosto del 2007, approvò il rifinaziamento per ben due volte con gli pseudopacifisti di sinistra che si stracciarono le vesti e la coscienza perchè non potevano far tornare Berlusconi per alcune divergenze riguardanti la politica estera.

Oggi apprendiamo che i nostri uomini laggiù sono aumentati di 300 unità, in totale 2160 soldati (ai quali vanno aggiunti 25 uomini della missione Eupol e 105 di Active Endeavour).

L’attacco dell’altro ieri, quello che ha causato la morte del maresciallo Daniele Paldini, dimostra quanto il contingente italiano sia ormai percepito dai taleban per quello che realmente è, un esercito di sostegno all’aggressore americano. Motivo per il quale la frottola sulla forza d’interposizione a tutela dei civili non regge più in Afghanistan e non terrà a lungo nemmeno negli altri scenari dove è impegnato l’esercito italiano.

Il tragico evento non ci ha risparmiato il solito balletto delle dichiarazioni dei nani della politica e dei giornalisti di regime che coprono con il “patriottardismo” più becero l’accattonaggio verso il paese dominante. Ma lo spirito della Patria (quella con la P maiuscola), svenduto a saldo da questi omuncoli, viene quotidianamente umiliato sotto il peso delle menzogne imperiali con le quali si giustifica il sacrificio dei nostri giovani.

Ovviamente, non posso che dirmi umanamente dispiaciuto per la fine atroce di un uomo ma non ho nessuna intenzione di associarmi al coro unanime di chi nasconde le proprie responsabilità dietro le solite affermazioni di circostanza. Le false manifestazioni di cordoglio, proferite a iosa in momenti come questo, dimostrano quanto il patriottismo dei nostri politicanti sia misero e straccione. Per loro il limite che distingue un eroe da un terrorista è tutto nella sua appartenenza al mondo civilizzato occidentale, chi non ne fa parte non può riceverne onore o compassione.

Nel frattempo anche Bertinotti e il suo partito si sono smarcati dalla richieste di ritiro immediato. Le ultime manifestazioni delle sinistra sedicente radicale per porre fine alla missione afghana risalgono alla primavera scorsa, dopodichè superiori interessi di governo (e di cadrega) hanno imposto maggiore cautela ai rimasugli comunisti(quelli che con lo pseudopacifismo dichiarato e mai perseguito avevano raccolto un bel po’ di voti). Oggi risulta che ci sono circa 7714 militari italiani sparsi sullo scacchiere internazionale. Solo nella missione UNIFIL in Libano ne sono impegnati circa 2450, altri 2255 sono stanziati nei Balcani.

Due guerre direttamente volute dagli Usa e una condotta dagli israeliani conto terzi, quale eroismo potrà mai venir fuori da tutto ciò?