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ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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lunedì, 31 dicembre 2007

LE BANCHE MONDIALI ASPIRATE NEL "BUCO NERO" DELLA CRISI FINANZIARIA: I QUATTRO FATTORI SCATENANTI DEL GRANDE FALLIMENTO BANCARIO

statuaFONTE LEAP/E2020 Trad. di G.P.

LEAP/E2020 ritiene ormai che almeno un grande istituto finanziario americano (banca, assicurazione, fondo d'investimento) farà fallimento da qui a febbraio 2008 causando a sua volta la bancarotta di molti altri istituti finanziari e banche in Europa (in particolare nel Regno Unito), in Asia e nei paesi emergenti. Si tratta di un "buco nero" finanziario, secondo l'espressione usata da Tony James (1), presidente della Blackstone, che si è formato a partire dalla crisi "subprimes" americana. I fattori scatenanti di tale evento sono ormai così potenti ed i segnali precorritori così numerosi, che, secondo i nostri ricercatori, la sua probabilità, di qui a tre mesi, raggiunge ormai quasi il 100%. È altrettanto certo per il nostro gruppo che le autorità finanziarie americane tenteranno di realizzare una rete protettiva di rimborso per evitare il contagio del panico all'insieme del sistema finanziario americano (2); ma l'ampiezza del fallimento toccherà immediatamente le istituzioni finanziarie più esposte negli Stati Uniti e nel resto del mondo. I paesi dove gli operatori finanziari sono i più legati agli operatori finanziari americani saranno dunque in prima linea: Regno Unito, Giappone, Cina in particolare (3). I principali fattori scatenanti sono, secondo il nostro gruppo, quattro:
1. Riduzione drastica dei redditi delle banche che operano negli Stati Uniti
2. Crollo accelerato del valore degli attivi detenuti da queste stesse banche sotto l'effetto della nuova regolamentazione bancaria US (FASB regulation 157)
3. Fragilità crescente degli assicuratori obbligazionari
4. Recessione economica negli Stati Uniti.

Questi fattori sono naturalmente da rimettere nel contesto generale che descrive LEAP/E2020 dall'inizio dell'anno 2006, cioè la crisi sistemica globale, che ovviamente i dirigenti politici, finanziari ed economici mondiali iniziano a temere (4). Il fatto che quasi da due anni le banche centrali, in particolare la Federal Reserve US e la Banca d'Inghilterra, come i principali operatori finanziari, siano stati sistematicamente in ritardo sugli eventi, lascia pensare che questa volta non adotteranno la misura giusta per la crisi bancaria se non solo dopo che si sarà consumato un evento ancora più drastico. È, in generale, il momento in cui è troppo tardi per impedire efficacemente il contagio della crisi a tutto il sistema.

I

 

Indice d'evoluzione del "morale del consumatore" dell'Università del Michigan (che include novembre 2007) - fonte Fed di Saint Louis /LEAP/E2020
In questo comunicato pubblico del GEAB N°19, LEAP/E2020 ha scelto di sviluppare la sua analisi della riduzione drastica dei redditi delle banche che operano negli Stati Uniti. Fattore N°1 - riduzione drastica dei redditi delle banche che operano negli Stati Uniti
 
Così analizzata in dettaglio nella GEAB N°19, l'applicazione della norma FASB 157 fin dal 15 novembre 2007 esporrà direttamente il bilancio degli istituti finanziari che operano negli Stati Uniti alle conseguenze del crollo del valore di una parte importante dei loro attivi. E questa parte è in aumento costante, poiché la crisi dei "subprimes" è in realtà soltanto il catalizzatore di una crisi finanziaria più vasta che influisce ormai su tutti gli attivi finanziari americani (5). I Vari CDOs saranno d'ora in poi trascinati in questa crisi di fiducia generalizzata, mentre costituiscono una parte importante degli attivi bancari, poiché in questi ultimi anni le grandi banche sono uscite dal loro ruolo di prestatore per lanciarsi nell'investimento e nella speculazione, nel modo degli "hedge funds". Quest'ultimi hanno del resto rappresentato per più di un decennio una fonte crescente di redditi per le grandi banche internazionali. Ci si ricorda ancora degli onorari faraonici che gli "hedge-funds" ed i fondi per gli investimenti versavano alle banche(!) nel quadro delle loro operazioni multiple, fra cui i riacquisti in LBO ("Leverage Buy-Out", o riacquisto con effetto di leva finanziaria), fusione-acquisizioni (o M&A, "Merger and Acquisition") ed altre quotazioni in borsa (IPO, o "Initial Public Offering ")." Quest'epoca, tuttavia non così lontana (poiché si è conclusa quest'estate), è ora passata. Ormai gli "hedge-funds" si battono per non andare in fallimento. I fondi per gli investimenti scavano le loro perdite tentando di evitare di essere aspirati nel "buco nero finanziario" di cui parla il proprietario della Blackwater (già citato). I progetti di fusione-acquisizione sono ad un punto morto. Così, nel settore tecnologico (mercato per eccellenza delle fusioni-acquisizioni), Wall Street ha visto l'importo delle transazioni passare da 99 miliardi USD nel terzo trimestre 2006 a 52 miliardi USD nel terzo trimestre 2007 (cioè un ribasso di circa il 50%) mentre la crisi del credito era ancora soltanto ai suoi inizi. Tuttavia la debolezza del dollaro US ha causato nel terzo trimestre 2007 una frenesia di acquisti europei negli Stati Uniti poiché i primi, per la prima volta, hanno speso quanto i loro omologhi nordamericani (6).
 
Il gelo delle LBO - fonte Dealogic
Le quotazioni in borsa a Wall Street, che aveva meglio resistito alla crisi estiva, ormai sono rimandate "alle calende greche" in attesa di giorni migliori. Così il numero di quotazioni in borsa di più di 1 miliardo USD è passato da 8 nel trimestre (nel terzo trimestre 2006) a 2 (nel terzo trimestre 2007). Questo fenomeno si rafforza come è stato illustrato da RWE, il produttore d'energia tedesco che ha deciso di rifiutare la quotazione in borsa della sua filiale American Water a causa della crisi del credito negli Stati Uniti (7); come Rusal, il gigante russo dell'alluminio che ha rimandato a data da definirsi la sua quotazione in borsa mentre prometteva di essere la più importante del 2007 con gli advisors che erano stati già scelti (cioè Morgan Stanley, JP. Morgan e Deutsche Bank) (8)
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Quanto alle LBO (quest'assemblaggi finanziari che permettono di comperare un'impresa utilizzando la ricchezza potenziale che essa nasconde (9), non soltanto il loro mercato si è praticamente estinto, ma le transazioni non hanno potuto essere congelate o annullate e così finiscono in tribunale come dimostra il caso emblematico di SallieMae, la società di prestiti agli studenti, e JC. Flowers (un fondo per gli investimenti molto attivo, ma che, paradossalmente, non ha siti web (10)). Del resto in ottobre, LBOs ha rappresentato soltanto il 5% delle transazioni di fusione-acquisizione contro il 31% del giugno 2007.
 
Grado d'esposizione delle banche US ai rischi legati ai prodotti finanziari derivati - fonte Contraryinvestor
 
Tutte quest'evoluzioni convergono nella stessa direzione, cioè la perdita di una fonte importante di redditi delle banche che operano negli Stati Uniti, che dunque si accumulerà alle conseguenze dell'applicazione della norma FASB 157 e della crisi dello CDOs, cioè la perdita di valore di una parte importante dell'attivo di queste stesse banche. Nel 2006 infatti, i redditi, provenendo per lo più dai loro onorari di advisors e dalle attività d’intermediazione per questi riacquisti, fusioni, acquisizioni, ecc.... hanno costituito il 27% del totale, con la più forte progressione registrata da sette anni (sette anni prima, nel 1999, eravamo alla vigilia dell'esplosione della bolla Internet!). D'altra parte, già nel 2006, questi redditi avevano dovuto compensare le perdite generate dai primi effetti della crisi dei "subprimes". Nel 2007, le perdite legate al mercato ipotecario sono letteralmente esplose rispetto al 2006, e, come si può constatare, i redditi degli advisors e degli intermediari nelle grandi transazioni finanziarie si sono prosciugati (11).
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Non c’è bisogno di essere un esperto per concludere che queste banche conosceranno tra la fine del 2007 e l'inizio 2008 una crisi molto grave che determinerà perdite che non si potranno affrontare. Ciò che si vede oggi, secondo LEAP/E2020, sono soltanto i segnali precursori di una crisi bancaria totale i cui fattori e le cui conseguenze per gli investitori ed i risparmiatori sono stati dettagliati nella GEAB N°19.
NOTE
 
[1] Tony James a utilisé cette expression pour décrire l’environnement financier qui a conduit sa société de capital-investissement, l’une des « merveilles » de Wall Street il y a encore peu, à afficher une perte de 113 Millions USD (source Forbes, 12/11/2007). Blackstone a été introduite en bourse l’année passée comme d’autres méga fonds d’investissements, KKR et Fortress par exemple. Notre équipe avait d’ailleurs prévenu au Printemps dernier que ces introductions en bourse visaient sans aucun doute à mutualiser les pertes à venir plutôt que les bénéfices passés. C’est désormais confirmé.
[2] Comme c’est le déjà le cas avec le « super-conduit Paulson » (voir GEAB N°18).
[3] Pour plus de détails sur ces degrés d’exposition aux risques financiers américains, consulter notamment les GEAB N°16, 17 et 18.
[4] C’est à dire qu’ils commencent à peine à comprendre la nature « systémique » de la crise. Jusqu’à présent, ils ont d’abord nié l’existence d’une crise, pour, depuis quelques mois, la traiter comme un épisode habituel des cycles économico-financiers.
[5] Source : Bloomberg, 13/11/2007
[6] Source : The451Group, 01/10/2007
[7] Source : YahooNews/Reuters, 14/11/2007
[8] Source : Financial Information Service, 21/09/2007
[9] Pour peu qu’on parvienne à convaincre un nombre suffisant d’opérateurs financiers de vous prêter la somme correspondante.
[10] Source : SeekingAlpha, 25/11/2007
[11] Il faut lire sur ce sujet le remarquable article de Diana Choyleva, de Lombard Street Research, publié sur AlphaVille, 06/08/2007
 
 
postato da: RIPENSAREMARX alle ore 08:18 | link | commenti
categorie: economia, usa , subprime, grande finanza
domenica, 30 dicembre 2007

QUEL NAZIONALISMO D’ACCATTO DELLE CLASSI DIRIGENTI ITALIANE di G.P.

Montezemolo2[1]

 

E due. Per il secondo anno di seguito il governo Prodi, appoggiato dai fintocomunisti del PRC e del PDCI, ha teso la mano a Montezemolo allungandogli la "borsa" dei contribuenti italiani. Si tratta dell’ennesima elargizione alla solita impresa decotta che farà sprecare energie ed accumulare ritardi all’economia del nostro paese. Così mentre in tutta Europa gli Stati finanziano (centellinando i loro interventi in funzione del raggiungimento di obiettivi precisi di crescita delle loro economie nazionali) le imprese più innovative, incrementando anche le risorse per la ricerca scientifica (ecco perchè la Spagna ci ha superati per PIL) da noi si preferisce tagliare quest’ultime ed agevolare settori (im)produttivi che sono dei veri e propri vicoli ciechi industriali.

C’è poco da fare, resteremo a lungo il paese della 500 e dei frigoriferi, piccoli come la prima e pingui come i secondi.

Nel decreto “milleproroghe” di fine anno, votato all’unanimità da tutto lo schieramento di centro-sinistra, sono rientrati i contributi alla Fiat per la rottamazione. Si tratta di quello stesso provvedimento che i Verdi si erano rifiutati di approvare in prima battuta ma che adesso fa esultare il Ministro Pecoraro-Scanio. Costui, solo pochi mesi or sono, aveva affermato che c’erano ben altre urgenze per garantire un “salvagente” ecologico all’Italia.

All’epoca i vertici Fiat entrarono in fibrillazione e si mossero rapidamente chiedendo un incontro a Prodi sullo spiacevole equivoco. Il professore seppe però rassicurarli e Montezemolo  placò la sua ira. Ora sappiamo perchè.

E’ evidente che i contributi per il solare, fortemente voluti dal Ministro per l’ambiente (il quale pare abbia interessi diretti nella faccenda), sono stati un’efficace moneta di “scambio sostenibile” per ricomporre la diatriba tra le parti. E non mi venga a dire, l’esimio Ministro, che incrementare la vendita di auto (siano pur esse euro 4 o euro 5) contribuisce a rendere meno asfittica l’aria delle nostre città. Queste vetture produrranno percentuali più contenute di anidride carbonica ma sempre di gas velenosi si tratta. Eppure c’erano ben altre priorità ecologiche da mettere in evidenza, a cominciare dal problema dei rifiuti che rende la Campania, regione dalla quale proviene il citato Ministro, una cloaca a cielo aperto. Speriamo che gli elettori campani se ne ricordino al prossimo giro di consultazioni e diano una bella spruzzata di fango sui Verdi.

Quanto a Giordano e soci abbiamo ormai poco da dire. Mentre continua a non farsi nulla per le questioni dell’occupazione e della sicurezza sui posti di lavoro si trova sempre il tempo per far passare provvedimenti così discutibili che attestano la subalternità di questo governo alle istanze della Gf e ID (Grande Finanza e Industria Decotta).

Eppure lo stesso segretario di Rc aveva fieramente affermato che Montezemolo si era già approfittato troppo della generosità e della benevolenza del governo e che, per tal ragione, non ci sarebbero stati altri sconti e favoritismi per nessuno. Sicuramente Franco Giordano ha la memoria corta oppure ha presto imparato che "Fido" può ben abbaiare ma alla resa dei conti deve mettersi a cuccia se solo il padrone glielo ordina.

Per favore ci si risparmi le solite fandonie sulla necessità di preservare un’azienda italiana e i suoi posti di lavoro. Ormai siamo abituati alle lamentele della Fiat, la quale a mesi alterni promette di chiudere stabilimenti e di licenziare lavoratori se lo Stato non rimpingua le sue casse (non da ultimo i contributi richiesti per alcuni stabilimenti in difficoltà, per i quali il governo ha già offerto cifre cospicue che però non corrispondono ai desiderata dei vertici dell’azienda torinese).

 Con questi ricatti si drenano risorse statali che potrebbero avere utilizzi più proficui, magari a sostegno di imprese e di imprenditori che non portano capitali in Lussemburgo o stringono accordi con la Cina per importare prodotti tessili a prezzi stracciati, con l'obiettivo di dare il colpo di grazia ad un settore già iugulato dalla concorrenza in un mercato ormai giunto al suo livello di massima saturazione.

Non è possibile che sia ancora lo Stato italiano a dover pagare le avventure capitalistiche di Montezemolo, all’estero quanto in Italia. Questo personaggio non è certo una lince eppure riesce a tenere per le palle tutto il governo di cento-sinistra. Invece, di fargli accumulare delle fortune a danno degli italiani, un governo serio avrebbe dovuto chiudergli i rubinetti dei finanziamenti a pioggia e costringerlo a reinvestire i propri profitti in patria oltre che a riconvertire le sue aziende.

Cuneo fiscale, mobilità lunga (circa 1 mld di euro), nuova rottamazione, soldi elargiti a cuor leggero che sono un vero pugno nello stomaco per un paese come il nostro dove ormai si stenta ad arrivare alla fine del mese, dove artigiani e lavoratori autonomi vedono dimezzate le loro entrate a causa delle tasse introdotte da quel vampiro di Padoa-Schioppa, dove le tredicesime vengono decurtate rovinando la festa degli italiani, dove l’inflazione si mangia già lo stipendio di tutti i mesi dell’anno. E tutto questo per cosa? Per far arricchire un imprenditore che straparla di italianità per meglio fottere gli italiani.

Ma si può credere ad un’azienda che produce il simbolo della sua presunta e “definitiva” rinascita, la nuova 500 (con tanto di promozione pubblicitaria che riscrive la storia d’Italia rimodellandola sull’impero Fiat e sulle sue "automobiline") in Polonia? Ovviamente non c’è l’ho con i lavoratori di quel paese, ma con chi specula sullo spirito nazionalistico di questa "Italietta" depressa che non ha più nulla della grande nazione essendo divenuta, al contempo, un pauvre pays e un pays pauvre.

Non vi basta questo? C’è dell’altro allora. Tutti sapranno che Montezemolo ha costituito, con Diego della Valle, la NTV (Nuovo Trasporto Viaggiatori) una società che si occuperà del trasporto ferroviario ultrarapido in previsione della liberalizzazione del settore. Naturalmente i treni della nuova compagnia saranno prodotti a La Rochelle, dove la Alstom assembla i TGV. Nulla di male ad acquistare dai francesi, i quali probabilmente, oltre a tutto il resto, fanno anche i treni meglio di noi. Tuttavia non sorprendetevi se tra qualche anno il governo approverà nuovi contributi ed agevolazioni per le società che gestiscono tale trasporto ferroviario. Di una cosa sono anche sicuro, le tariffe per il trasporto aumenteranno e di molto, perchè questa gente non fa la carità anche se la richiede a più riprese.

Almeno vorremmo non prendere "lezioncine" di sobrietà da questi questuanti. Montezemolo ha proprio una bella faccia di bronzo quando si profonde in lunghe disquisizioni sullo spreco della spesa statale, così come ha recentemente fatto scagliandosi contro i supposti “fancazzisti” del pubblico impiego. In questa stessa occasione si era lamentato anche del livello elevato delle retribuzioni rispetto alla produttività del Sistema-Italia. Come ho già scritto in un precedente articolo, quanto a livello delle retribuzioni lorde in Italia non stiamo messi benissimo, ma a Montezemolo non bastano gli aiuti di Stato vorrebbe che nelle sue imprese si lavorasse gratis.

Buon anno italiani.

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 10:59 | link | commenti (2)
categorie: fiat, montezemolo, grande finanza, industria decotta
sabato, 29 dicembre 2007

L'"U.S.A. E GETTA" DEI (PRE)DOMINANTI CENTRALI di G. La Grassa

 

La memoria è sempre corta; o meglio, certuni vogliono averla corta. Più di dieci anni fa, Benazir Bhutto fu costretta di fatto ad abbandonare la sua posizione di vertice e ad allontanarsi dal paese, anche perché il suo regime aveva raggiunto elevati livelli di corruzione; per questo (magari non solo) fu estromessa dal potere. Evidentemente, è stata in tutti questi anni protetta e “tenuta in caldo” (per ogni evenienza) dagli Usa. Il Pakistan è stato nel frattempo affidato alla dittatura militare di Musharraff, poco solido alleato dell’“occidente” (cioè sempre del solito paese “imperialmente” predominante), senza tuttavia riuscire ad eliminare l’avversario islamico, abbondantemente infiltrato in tutti gli organismi istituzionali (amministrazione statale, magistratura, esercito, polizia, servizi segreti, ecc.) oltre ad essere maggioritario tra la popolazione. Per anni la situazione è rimasta in precario equilibrio, ma negli ultimi tempi – in particolare dopo l’aggressione degli Stati Uniti (seguiti da altri paesi fra cui il nostro) all’Afghanistan (2001), e malgrado le sempre sbandierate “vittorie” contro la guerriglia talebana (in realtà, il continuo massacro di civili) – la situazione in quell’area evolve poco favorevolmente per il “centro imperiale”.

Divenendo sempre più debole e squalificato Musharraff, gli Usa hanno infine posto in essere il tentativo di farlo uscire di scena, “inventandosi” le usuali elezioni “democratiche”, al qual fine hanno fatto rientrare nel paese la loro “alleata di riserva”. Questa ha evidentemente dovuto esaudire la richiesta del classico favore “che non si può rifiutare” (al capobanda). Non è comunque mia intenzione esimermi dal provare pena per Benazir Bhutto, che sapeva evidentemente a quali enormi rischi correva incontro e quali poche probabilità avesse di salvarsi. Debbo poi ammettere che, malgrado tutto, ho ammirazione per un simile personaggio di elevato spessore e intelligenza; se paragono la sua statura a quella dei nostri politici, mi viene malinconia e un vago senso di nausea. Tuttavia, bisogna prendersela soprattutto con i barbari “padroni” che la controllavano e hanno deciso di giocare, per evidente disperazione e non sapendo più come risolvere una situazione fortemente deteriorata, l’ultima carta, con una mossa da bluff pokeristico di netto azzardo. In definitiva, la Bhutto è stata “buttata” allo sbaraglio con assoluto cinismo e una spudoratezza senza limiti.

Naturalmente, responsabile “ufficiale” dell’uccisione è come sempre Al Qaeda, ormai una vera “primula rossa”, pronta a tutti gli usi. La più ovvia (perfino troppo) delle interpretazioni è che il mandante dell’attentato sia il movimento islamico il quale, sotto la scorza della dittatura militare, si è andato sempre più rafforzando; i vari organi di sicurezza avrebbero chiuso entrambi gli occhi, sia perché, come già detto, largamente influenzati e infiltrati dal suddetto movimento, sia perché anche i settori ancora fedeli a Musharraff non avevano alcun motivo di difendere chi veniva a tagliare l’erba sotto i piedi del proprio capo. Tuttavia, non giudicherei tale “intrigo” così a caldo, poiché non sono per nulla da escludere ben altre interpretazioni meno semplici e lineari; perfino quella che si volesse creare un “martire” al fine di forzare la situazione, e spingere certi settori del sedicente partito del popolo a tentare con maggior vigore la carta delle elezioni o altrimenti dell’“après moi le déluge”. In ogni caso, creare una situazione di caos è nell’interesse di più ambienti politici.

Intanto, con la scusa di non far cadere i siti atomici in mano ad “irresponsabili”, gli Usa stanno muovendo forze speciali per essere pronti a diversi scenari. Va detto con forza che, come l’Iran ha il diritto di decidere sull’energia atomica senza tenere nel minimo conto tutele di chicchessia, così pure è del Pakistan. E’ ora di finirla di parlare di “mani irresponsabili” quando gli unici a usare, da autentici assassini di massa, l’arma atomica sono stati proprio i “democratici e civili” americani quando non ve n’era più bisogno nei confronti di un Giappone ormai battuto. Per fortuna, è sempre più evidente che la prepotenza statunitense incontra crescenti resistenze e non ottiene strepitosi successi. E il futuro ci riserverà, credo, altre ottime prove del loro declino, sia pure ancora lento, troppo lento almeno per i nostri desideri e auspici. Solo la sfatta Europa resta ancora a far da sgabello a tali barbari. Ma chissà, forse non tutte le speranze sono morte.

Va comunque ribadito con forza il massimo disprezzo per la “democrazia” come la intendono questi “occidentali”; un regime di pura corruzione, in mano a marce lobbies che fanno e disfano a loro piacimento con la scusa delle “libere” votazioni che eleggono assai “brutti ceffi”. Per quanto, dal punto di vista della mera apparenza formale, le situazioni appaiano diverse agli spiriti superficiali e immemori che costituiscono attualmente la grande maggioranza della inebetita popolazione “occidentale” (americo-europea), in realtà l’ambiente affaristico-politico-giornalistico dei nostri putridi paesi è del tutto simile a quello meravigliosamente descritto in pieno ottocento da Balzac (Illusions perdues) o da Maupassant (Bel Ami). Oggi nemmeno abbiamo artisti di quel calibro; siamo semplicemente in mezzo alla m….. montante, senza un briciolo di grandezza. E’ ora di risvegliarsi dal lungo “sonno della Ragione”. Basta con questo tipo di democrazia, ne vogliamo un’altra; e da non “esportare”, da tenerla semplicemente presso di noi e per il “nostro uso”. Quella americana – e di tutti i filoamericani del mondo – va rifiutata come finalmente si comincia a fare in molti luoghi. Per fortuna!

 

                                                *****

 

E’ del tutto naturale e doveroso manifestare verso l’uccisa una umana pietas; soprattutto tenendo conto di come è stata “USAta e gettata” da cinici prepotenti nel loro estremo tentativo di invertire una tendenza nient’affatto positiva per le loro smanie di predominio. La compassione, e anche il rispetto per una personalità di tutto rilievo, non debbono tuttavia impedirci di ragionare, non debbono farci stordire dai “coretti funebri” degli ottusi, e un po’ meno ottusi, filoamericani (destri e sinistri) di casa nostra (e occidentali in genere). Non è affatto in primo piano il terrorismo e, dunque, nemmeno la lotta al terrorismo. Vi è semplicemente lo scontro (aperto tra certi contendenti, mentre altri stanno dietro le quinte) per la subordinazione o invece la conquista dell’indipendenza rispetto ai (temporanei) vincitori del conflitto novecentesco per la supremazia mondiale.

Sempre più ci si rende conto che si sta nettamente indebolendo il monocentrismo, ancora caratterizzante l’attuale fase, fondato sulla preminenza statunitense; non si entrerà di colpo nella fase opposta, e ci potranno essere apparenti ritorni all’indietro, ma nell’insieme possiamo ritenerci in cammino verso un conflitto multipolare, che sarà sempre più “equilibrato” (interessato, cioè, da squilibri improvvisi nei più diversi sensi) fino ad un ulteriore, ma lontano nel tempo (ben al di fuori del nostro “orizzonte di aspettative”), regolamento di conti per un nuovo monocentrismo. Il Pakistan – cui è legato anche il destino dell’aspra lotta in Afghanistan – è un autentico perno del presente equilibrio mondiale estremamente instabile. Ci saranno probabilmente alterne vicende, ma prima o poi (azzardato fare previsioni troppo precise sui tempi) vinceranno le forze autonomiste, indipendentiste. Quello sarà il vero punto di svolta nei rapporti di forza mondiali. In pratica verrà ridotta a quasi niente l’influenza statunitense nello scacchiere asiatico; e sarà la prima volta dopo più di un secolo (almeno dalle Filippine in poi) di sempre più pesanti ingerenze americane in quell’area.

Non saranno rose e fiori tra Cina, India, Pakistan, Giappone, con la Russia di rincalzo. Gli Usa dovranno però giocare di “rimessa”, sui contrasti altrui; dovranno ad esempio allearsi con qualcuna delle nuove potenze contro altre, ma non sarà comunque un gioco da cui guadagneranno molto. In particolare, Cina e Russia non avranno più la spina nel fianco della presenza americana in Pakistan (e Afghanistan); finiranno quindi i tentativi di “rivolta filooccidentale” in Birmania, le influenze statunitensi nelle Repubbliche centroasiatiche, ecc. E venendo più a “occidente”, ad es. in Ucraina e Georgia, e poi verso l’Iran attualmente sotto pressione, ecc., si noterà come le nuove potenze in crescita “ad est”, relativamente tranquille nell’area di loro competenza, svilupperanno strategie più efficaci ed efficienti, e anche più “trasparenti”, verso ovest. L’Africa stessa entrerà allora con rinnovato vigore nella “Storia”, dalla quale sembra essere stata oggi espunta (malgrado tumulti considerevoli, che da troppo tempo vengono ignorati). Scoccherà pure l’ora della verità per quanto concerne la reale portata delle lotte autonomistiche sudamericane, perché gli Usa saranno assai poco benevoli nei loro confronti quando saranno costretti ad una completa revisione strategica delle loro violente aggressioni in regioni “lontane”, così com’è stato in particolare dopo il crollo del “socialismo reale” e dell’Urss e com’è ancor oggi (strategie ferocemente aggressive non solo di parte repubblicana, dunque, ma della politica estera americana tout court). 

Resta questa indecorosa Europa. Vorrà continuare ad essere lo stuoino su cui si strofinano i piedi gli attuali predominanti “imperiali” o saprà giostrare tra i vari poli contendenti, iniziando a recuperare un minimo di dignità indipendente? Sarebbe inutile e assai affrettato voler fare previsioni in merito; attualmente, sarebbe d’obbligo il massimo del pessimismo. Teniamo tuttavia presente che questa Italia, in mano ad una sinistra disgustosa, e con un’alternativa di destra ancor più rozzamente e stupidamente filoamericana, si avvia al disfacimento. I nostri governanti stanno mentendo su tutti i fronti – monumentali le “balle” raccontate da Prodi un paio di giorni fa (con molte connivenze e silenzi non solo nazionali) – ma adesso, veramente, le bugie avranno le gambe molto corte (forse non di mesi, ma di pochissimi anni; il 2008 e il 2009 dovrebbero segnalarci già qualcosa di pregnante). L’Italia rappresenta dunque, già ora, il “ventre molle” d’Europa; da qui si deve ripartire nella lotta per una effettiva indipendenza: contro la sinistra (la più pericolosa perché marcia e corrotta) e la destra (la più rozza e ottusa). Quindi, “all’erta stiamo”!

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 17:12 | link | commenti
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FASE DI MASSIMA CRISI DEL SISTEMA FINANZIARIO MONDIALE NEL 2008

 (fonte Alerte LEAP/E2020) Trad. Di G.P.

Il rapido aggravarsi delle conseguenze della crisi sistemica globale secondo lo svilupparsi della sua fase d'impatto (1) conduce ormai i ricercatori di LEAP/E2020 a ritenere che il sistema finanziario mondiale attuale entrerà in una fase di rottura nel corso dell'anno 2008. Gli indicatori economici della crisi mostrano ormai che non sono più soltanto i fallimenti di alcuni grandi istituti finanziari (e di numerosi altri più piccoli) negli Stati Uniti prima, quindi nel resto del mondo, che sono da temere nei prossimi mesi (Cf GEAB N°19); ma che è il sistema finanziario mondiale stesso che è strutturalmente in difficoltà. L'incapacità ripetuta della rete delle banche centrali mondiali nel controllare la penuria di credito ("credit crunch") alla base del crollo dei due pilastri storici del sistema finanziario mondiale contemporaneo (l'economia US entrata in recessione ed il dollaro US in decomposizione), riflette l'emergenza accelerata di forze centrifughe nell'ambito di questo stesso sistema. Non si tratta infatti più soltanto della competenza dei banchieri centrali o dell'ampiezza delle azioni di correzione attuate. Quest'epoca è passata alla fine dell'estate 2007. Secondo, LEAP/E2020, si assisterà d'ora in poi ad una divergenza crescente di interessi economici tra le varie componenti del sistema finanziario globale. Il fallimento annunciato dell'ultimo tentativo della Federal Reserve US, che mira a coordinare un'azione congiunta delle principali banche centrali per alimentare le banche in dollari US (2), è a questo titolo completamente sintomatico. Quest'azione mira principalmente a riconquistare la fiducia nel sistema finanziario in due modi:

- ristabilendo in particolare il mercato interbancario oggi moribondo, dimostrando con l'esempio l'esistenza di una "forza di resistenza comune" delle banche centrali mondiali.

- permettendo ai grandi istituti finanziari in emergenza di rifornirsi in modo anonimo di dollari US, in cambio di attivi valorizzati al prezzo di mercato di molti mesi fa (cioè quando valevano ancora qualcosa) (3). Il primo obiettivo prevale ovviamente poiché senza una riapertura del mercato interbancario, il rifinanziamento delle banche in emergenza non farebbe che concedere loro un rinvio di alcuni mesi. Ma, è già certo che l'obiettivo non è stato raggiunto (4). Il LIBOR (London Interbank Offered Rate, tasso di riferimento del mercato monetario), indicatore per eccellenza dello stato del mercato interbancario, non si è mosso dai suoi livelli più elevati (5). E, in termini "psicologici", lo sganciamento generalizzato delle borse mondiali, in seguito all'avviso dell'azione delle banche centrali, prova che se un messaggio è passato, è che la situazione delle grandi banche americane è chiaramente peggiore di ciò che è stato annunciato in quest'ultimi mesi (6).

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Concentrazione dei prodotti derivati nell'ambito di tutte le banche commerciali americane al 30/09/2007 - Source Federal Deposit Insurance corporation (FDIC) - commento: 7 banche (7) concentrano il 98% del totale, cioè 155.400 miliardi USD; mentre le 929 altre banche ne detengono soltanto 2%, cioè 2.900 miliardi USD.

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Per il gruppo LEAP/E2020, dunque si avvera il fatto che dopo avere perso il controllo dell'evoluzione dei tassi d'interessi (cf. GEAB N°16), la Federal Reserve US ha appena perso altri due attributi essenziali che caratterizzavano il sistema finanziario mondiale del dopo1945: la sua credibilità d'attore principale che può modificare le tendenze pesanti dei mercati (8), e la sua capacità di organizzare e trascinare tutte le banche centrali mondiali secondo il suo ritmo ed i suoi obiettivi. Così facendo, ha appena perso la capacità di controllare da sola il sistema finanziario mondiale, capacità che aveva acquisito dopo il 1945. Se i mercati finanziari sono attualmente sensibili soprattutto alla perdita del primo attributo (9), per i nostri ricercatori, la rottura in corso è di una portata ancora più forte a causa dell'importanza sproporzionata assunta dalla sfera finanziaria nell'economia contemporanea. Il gruppo di LEAP/E2020 ritorna del resto su quest'aspetto e sulle protezioni possibili in questo numero 20 di Global Europe Anticipation Bulletin.

In questo numero 20 del Global Europe Anticipation Bullettin (numero del dicembre 2007), il nostro gruppo espone dettagliatamente le caratteristiche delle divergenze crescenti tra le strategie delle quattro grandi banche centrali (Federal Reserve US, Banca Centrale Europea, Bank of England, Banca Nazionale Svizzera)

Per LEAP/E2020, queste evoluzioni determinanti, nel momento in cui le conseguenze della recessione americana non hanno ancora mostrato la loro ampiezza (in Asia e negli Stati Uniti in particolare), illustrano l'aumento rapido delle forze centrifughe che, secondo le nostre previsioni, condurranno ad una rottura del sistema finanziario mondiale attuale nell'estate 2008. Questa rottura si tradurrà in conseguenze multiple disastrose per le principali istituzioni finanziarie mondiali che restano dunque fortemente implicate nel sistema dollaro in via d'implosione. Queste istituzioni conosceranno, ad un grado infinitamente più grande, la stessa sorte delle banche che non hanno trovato via di fuga alla crisi dei subprimes e sono oggi sul limite del disastro (10). Parallelamente, per i depositanti e gli investitori, questo periodo di rottura comporterà rischi di perdite considerevoli come nelle crisi precedenti (nel 1929 e gli anni che sono seguiti (11), e nel 1973 fino alla fine dello stesso decennio). Per i nostri ricercatori, la crisi in corso è di una portata ancora più forte a causa dell'importanza sproporzionata assunta dalla sfera finanziaria nell'economia contemporanea. Il gruppo di LEAP/E2020 ritorna del resto su quest'aspetto e sulle correzioni possibili in questo numero 20 di Global Europe Anticipation Bulletin.

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Evoluzione trimestrale per le banche americane dei prestiti domestici (in blu) rispetto ai depositi domestici (in rosso) - fonte FDIC - commento: si constata un'interruzione storica tra le due evoluzioni dalla fine 2006, tra i prestiti ed i depositi, che illustrano la spirale pericolosa nella quale sono entrate le banche US

 

Da qui all'estate 2008, sarà possibile distinguere più chiaramente le modalità di riorganizzazione del sistema finanziario mondiale con la fase di riorganizzazione che seguirà necessariamente alla sua fase di massima crisi. Secondo il nostro gruppo, è certo che gli europei (la zona euro, principalmente), dappresso al tandem Cina-Giappone, dovranno anche trattare con la Russia ed i paesi petroliferi per strutturare un nuovo sistema. L'evoluzione sarà molto penosa per gli Stati Uniti (e tutti gli operatori connessi) poiché è inevitabile che il nuovo sistema non sarà più organizzato a loro esclusivo profitto come è stato per quest'ultimi sessanta anni. La futura amministrazione americana, che prenderà le redini del paese nel gennaio 2009, avrà dunque un compito prioritario nel suo ordine del giorno: gestire al massimo questa trasformazione storica, portatrice di nuove costrizioni economiche e finanziarie, avendo sullo sfondo un’economia in recessione.

Europei ed asiatici dovranno anche tenere ben presente quest'elemento per evitare che la crisi si trasformi in caos.

 

Note

 

[1] Voir notamment le GEAB N°18 pour le séquençage de la phase d’impact de la crise.

[2] En échange de n’importe quel type de contre-parties ou presque, et dans l’anonymat. C’est une démarche proche de la panique et du renflouement des banques sur fond public américain. Voir pour plus de détail les informations sur le site de la Réserve fédérale US.

[3] Par cette astuce, la Réserve fédérale US espère gagner du temps car il faudrait un miracle pour que ces actifs regagnent la valeur qui leur était attribuée jusqu’à l’été 2007. En effet, comme ce sont des prêts qu’elle fait aux banques, ils sont censés les rembourser en cours d’année 2008. Ou bien de faire comme Northern Rock au Royaume-Uni, de s’effondrer et de dilapider du même coup des dizaines de milliards de Dollars US du contribuable américain. Il est très instructif de lire à ce sujet la table de valorisation des actifs acceptés par la Fed pour son action de refinancement des banques. On y constate que la Fed va prêter 70 cents ou 80 cents pour 1 Dollar sur des actifs que le marché évalue aujourd’hui à moins de la moitié de cette valeur (cf. GEAB N°19).

[4] Source : Reuters, 14/12/2007

[5] Source : Bloomberg, 13/12/2007

[6] Au-delà des annonces quotidiennes de nouvelles provisions pour pertes liées aux subprimes ou autres CDOs, la FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation, qui garantit à hauteur de 100.000 USD les dépôts dans les banques affiliées à ce système d’assurance fédérale) indique dans son communiqué du 28 Novembre dernier que le revenu net des banques américaines a baissé de 28,7 milliards USD au troisième trimestre 2007.

[7] Voir ici la liste des principales banques commerciales américaines.

[8] Lire à ce sujet le très intéressant article de Paul Krugman dans l’International Herald Tribune, 14/12/2007.

[9] Et au fait que l’anonymat offert aux banques venant se refinancer auprès de la Fed empêche de savoir quel établissement est sérieusement en risque de faillite. Ici la Fed essaye d’éviter l’ « effet Northern Rock ».

[10] A ce propos, LEAP/E2020 souhaite indiquer que Lehman Brothers, l’une des deux grandes banques US avec Goldman Sachs, qui a évité la débâcle des subprimes en s’en débarrassant dès la fin 2006, est également le seul grand établissement financier international dont un dirigeant de sa filiale londonienne a pris directement contact avec notre équipe dès le Printemps 2006, afin de mieux connaître les fondements de nos anticipations sur la crise des subprimes. Nous annoncions en effet, dès Février 2006, l’explosion de la bulle immobilière US et ses conséquences financières, ce qui nous valait une réputation sulfureuse dans les milieux financiers traditionnels. Il est utile de noter que la plupart des autres grands établissements financiers américains et européens qui nous ont contacté ensuite l’ont fait à partir du Printemps 2007 ; c’est-à-dire quand il était trop tard pour réagir. Cette anecdote illustre selon notre équipe un bon exemple de l’utilité de l’anticipation dans un système complexe comme le monde dans lequel nous vivons : pouvoir agir avant qu’un problème ne se pose car quand il se pose, il est généralement trop tard pour le résoudre. Et en l’occurrence, cela peut faire la différence entre faire un bénéfice au 4° trimestre de 886 Millions USD comme Lehman Brothers (source : CNN/Money), ou bien annoncer qu’on doit injecter 49 Milliards USD pour sauver de la faillite certains de ses fonds d’investissements comme Citigroup (Source CNN/Money).

[11] Il est utile de lire à ce propos le document de travail n°197 de la Banque des Règlements Internationaux, intitulé « 130 ans de coopération entre banques centrales : la perspective de la BRI », rédigé par Claudio Borio et Gianni Toniolo. Il fournit une perspective historique bien nécessaire pour évaluer les turbulences qui attendent le système financier global.

 

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 11:19 | link | commenti
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giovedì, 27 dicembre 2007

L'ALIMINESTRONE: SINTOMO DI UNA SUBORDINAZIONE di G. La Grassa

    Fino a un paio di mesi fa, nell’annoso tormentone relativo alla vendita di Alitalia, gli schieramenti sembravano essere non dico chiaramente definiti, ma abbastanza individuabili. Il centrosinistra – con dietro una parte decisiva (Intesa e la presidenza confindustriale) della GFeID più i sindacati (non quelli principali dei piloti e assistenti di volo) – per la cessione ad AirOne, cioè al pool finanziario che appariva guidato dalla appena nominata Intesa: il tutto in nome di una ritrovata vocazione “patriottica”, persa durante il conflitto interbancario (e non solo tale) del 2005. Il centrodestra sembrava molto più possibilista, mettendo spesso in luce come Air France desse più garanzie quanto a piano industriale e non meramente finanziario. Il Governo, in particolare Prodi – “amico” di Intesa – non era proprio limpido nelle sue intenzioni, ma nell’insieme si poteva dire a favore di quest’ultima.

Negli ultimi tempi, si è verificata una serie di movimenti assai confusi e forse un po’ torbidi. Intanto, il pool finanziario, il vero potenziale acquirente (la “squattrinata” AirOne essendo lo “specchietto per le allodole”), è venuto meglio in evidenza con la presenza esplicita dei colossi americani Goldman Sachs (sempre presente nelle “scorrerie” in Italia) e Morgan Stanley (un po’ provata ultimamente dalle perdite sui crediti subprime), assieme alla giapponese Nomura, “in appoggio” (diciamo così) a Intesa. Il centrosinistra si è disunito, pur se sono rimasti sulle precedenti posizioni i sindacati (e quindi la sinistra “radicale”) nonché membri importanti (anche del Governo) come D’Alema e Bersani, in fondo pure Rutelli. I principali sindacati piloti e assistenti di volo hanno mantenuto le loro posizioni filo-francesi. Incredibilmente, si è detto invece che il ministro dell’economia e soprattutto il premier (l’“amico” di Intesa) fossero per Air France. Il centrodestra, a stragrande maggioranza, è divenuto strenuo difensore di AirOne; non tanto, per la verità, in nome dell’italianità quanto della “nord-italianità”, enfatizzando la critica alla posizione dei francesi che escludono il mantenimento di un secondo hub italiano a Malpensa, pur senza affatto manifestare l’intenzione – a loro invece attribuita, in modo “malandrino”, da Formigoni e Letizia Moratti (che hanno trascinato anche Berlusconi, comunque più tiepidamente schierato) – di voler ridurre tale aeroporto a scalo di importanza quasi secondaria (del resto, paesi ben più rilevanti del nostro, tipo Inghilterra e Francia, hanno un solo hub, mentre ne ha due solo la Germania).

Il “signor ma-anche” (al secolo Veltroni, “capo” del novello Pd) è fautore di una soluzione che accontenti salomonicamente entrambi i contendenti. Tale soluzione non è apparsa gradita a nessuno dei due, ma nulla è cristallino in questa faccenda, per cui starei attento a dare troppo credito alle dichiarazioni ufficiali, quelle rese pubbliche. Strano sembra però l’atteggiamento attribuito ad uno dei principali patrocinanti (finanziari) del (puramente formale) acquirente AirOne: la solita Banca Intesa. La stampa ha accennato ad un dissidio tra presidente e amministratore delegato. Quest’ultimo è stato il più “scatenato” in favore dell’acquisizione di Alitalia, arrivando a dichiarazioni non proprio corrette (del tutto prive di fair play) nei confronti dei concorrenti francesi. Del primo, si sono sparse voci che potesse addirittura essere favorevole ad Air France o comunque appena tepido per la soluzione “italiana” (in realtà, soprattutto della finanza americana). Si è pure detto che Passera – questo strenuo difensore della (finta) italianità nell’operazione Alitalia – avrebbe buone possibilità di essere nominato al vertice di Eni, visto che in primavera viene a scadenza la presidenza di tale ente così come quella della Finmeccanica, e forse di altre.

   E’ evidente che su Alitalia vi è chi sta “giocando alle tre carte”. Inutile azzardare pronostici. Potrebbe alla fine prevalere il piano del “ma-anche”; comunque non scommetterei molto su una soluzione come quella “ufficialmente” caldeggiata dal Cda di Alitalia (all’unanimità schierato per la vendita ad Air France; nessuna perplessità al suo interno dopo ore e ore di discussione? Sarei propenso a nutrire dei sospetti). Una serie di posizioni favorevoli all’azienda francese – non ultima quella del premier italiano – sembra fatta apposta per rinfocolare la (finta) italianità, farsi appoggiare perfino da settori importanti (quasi tutti) dell’opposizione e, alla fine, vendere – magari con qualche “offa” marginale ai francesi, che, anch’essi di questi tempi, non sembrano voler dimostrarsi troppo ostili agli americani – alla finanza della superpotenza (i giapponesi di Nomura sembrano essere semplice rincalzo di quest’ultima). E non tanto per questioni meramente finanziarie; e non tanto per la semplice questione Alitalia.

Il gioco è in realtà più grosso; ciò spiegherebbe le contorsioni, le manovre ambigue e tentennanti, le oscurità, le stranezze e i cambi di posizioni in corso d’opera che si sono verificati, e via dicendo. L’Alitalia sarebbe insomma un pezzo (non certo il più importante) del complesso puzzle aggrovigliatosi in seguito ai conflitti interni alla GFeID, con alle spalle la finanza della nation prédominante, la quale fa, da una parte, i suoi particolari interessi (mediante tipiche operazioni assai perigliose e che già hanno creato scompiglio in Italia con, ad es., la Parmalat e dintorni) e, dall’altra, funziona da punta di lancia di ambienti politico-strategici statunitensi, ormai giunti ad attribuire nuova rilevanza – dopo l’errore commesso nel 1992-3, per aver creduto nella completa liquidazione dell’“Impero del male”, per cui si è abbattuto il “vecchio regime” italiano mediante “mani pulite” –  al nostro paese, sia come “portaerei” lanciata verso il Medioriente, l’Iran, ecc. sia allo scopo di rafforzare la presa sulla UE in vista della crescita delle nuove potenze concorrenti ad est, fra le quali la Russia desta nuovamente molte preoccupazioni, una volta deluse le speranze create dalla svendita dell’Urss da parte di Gorbaciov e Eltsin.

L’Alitalia è solo un passo verso la “madre di tutte le battaglie” (in Italia soltanto, cioè ai fini di una sua sostanziale, pur se celata, subordinazione agli Usa) rappresentata dal controllo delle Generali. Questo scontro – di tipo finanziario, ma con riflessi politici cruciali – verrebbe però accompagnato dal tentativo di mettere sotto tutela, oltre i vari corpi speciali e i mass media, anche i pochi “gioielli” della nostra industria, nei suoi sguarniti settori di punta, non a caso privi dell’alimento che dovrebbe fornire lo Stato, sovvenzionando la ricerca scientifico-tecnica che fa ad essi da supporto. E’ un complessivo disegno di ramificazione della “Piovra” (gli ambienti della GFeID che eventualmente risultassero infine vincenti, oppure in grado di stabilire fra loro una “equa” ripartizione del bottino) nei posti chiave necessari ad esercitare una effettiva dittatura, pur nel rispetto formale di regole all’apparenza democratiche. Certo, i Tribunali amministrativi (Tar e Consiglio di Stato) hanno creato dei problemi – vedi sentenze su Petroni, che si voleva estromettere dalla Rai, e sul generale della Finanza Speciale – ma finora non è seguito nulla di sostanzialmente negativo per la parte politica che, di fatto, governa il paese per conto degli Stati Uniti: Petroni non è finora rientrato in Rai (e comunque non rappresenterebbe un vero ostacolo), Speciale si è dimesso e ha lasciato il posto al comandante della GF già nominato da “chi di dovere”. Si ricordi inoltre che è stato cambiato – anche in tal caso non senza polemiche – il comandante della polizia; che fra poco scade quello dell’Esercito, ecc.

Infine, come già ricordato, ci sono le prossime nomine ai vertici delle aziende ancora in mano “pubblica”, che rappresentano le uniche imprese “d’eccellenza” del nostro paese. Esse sono già parzialmente depotenziate da una politica tutta bancocentrica e di assistenza – con la scusa dell’occupazione – alla Fiat e alle aziende del vecchio metalmeccanico, delle macchine utensili, ecc. Tanto per fare un esempio, ci sono voci non molto rassicuranti in merito a Finmeccanica (dopo il cambio di presidenza), che ha già forti cointeressenze “anglosassoni” al suo interno (sebbene sembrino ora di minoranza e con apparente poca voce in capitolo). Pure per l’Eni è necessario stare all’erta, perché non sarà interesse dei gruppi preminenti (politico-finanziari) statunitensi di lasciarla attuare una politica del tutto indipendente. Del resto, perfino flebili “voci politiche”, che fossero eventualmente interessate a levarsi in favore di una nostra più decisa autonomia, sarebbero attualmente in difficoltà per l’ancor debole presenza di “sponde” internazionali decise a giocare rapidamente un ruolo mondiale di primaria grandezza.

Forse non si è notato abbastanza che l’ultima risoluzione con cui il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha di fatto accettato la presenza aggressiva degli Usa in Afghanistan – con perfino l’invio di altri 30.000 soldati – è stata approvata all’unanimità; a favore non ha quindi votato solo l’infido governo italiano (con la copertura della sinistra “estrema”), ma anche Russia e Cina. Pur se tali paesi si ergeranno a mio avviso, entro il medio periodo, come nuovi poli di conflitto mondiale, sembra tuttavia evidente che al momento essi si muovono con cautela senza troppo esporsi; anche perché, nella lotta al “terrorismo” (in specie islamico), hanno i loro conti interni da regolare, e agiscono dunque in modo molto ambiguo e contorto, che a volte rischia di indebolire la loro azione e ritardare la loro crescita in quanto nuove potenze antagoniste degli Stati Uniti. Come ben si vede, ci siamo allontanati di un bel po’ dall’argomento di partenza; e certo l’Alitalia e i suoi problemi diventano un “bruscolino” in confronto ai complessi, e al momento non facilmente e coerentemente decifrabili, giochi politici mondiali. Tuttavia, non manca il legame, per quanto indiretto.

 

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Non è questa la sede per chiarire meglio le funzioni della finanza, che troppi economicisti (anche, e soprattutto, pseudomarxisti) credono sia il settore predominante di un capitalismo parassitario e di rapina. Chiariremo meglio il problema nel sito. Qui dico solo che la finanza è strumento di strategie politiche: nella fase monocentrica – in cui sostanzialmente ci si trova ancora – si tratta di quelle attuate dalla