RIPENSARE MARX

ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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giovedì, 31 gennaio 2008

IN CERCA DI UNA "OCCASIONE" di G. La Grassa

Un vecchio comunista (sia pure da tempo ex o post) – di quelli che dagli anni ’60 ho sempre definito piciisti, ma che ormai, purtroppo, sono passati alla storia come comunisti (squalificando tale nome per me onorato) – ha affidato a un vecchio “dicci” l’incarico di formare un governo per fare una specifica legge (quella elettorale) più altre misure non meglio specificate, pur se giudicate urgenti. Non consta a nessuno – pur se si troverà qualche politologo “burlone” pronto ad inventarsi qualche strampalata spiegazione del fatto – che la Costituzione, di cui si continuano a fare celebrazioni fuori luogo (che sia vecchia e cadente dovrebbe capirlo anche un analfabeta), assegni a chicchessia il diritto di nominare un governo per fare una legge specifica (più altre generiche ma urgenti). Un capo dello Stato nomina il Premier, punto e basta. Evidentemente, qualcuno sta confondendo la pur ormai devastata Italia per la Bulgaria o la RDT, ecc. di 30-40 anni fa. O forse qualcuno ritiene di essere Louis XIV, le “Roi Soleil”.

In realtà, si è fatto un grande favore agli avversari di centrodestra, dimostrando che la sinistra sa di essere nettamente sotto nelle simpatie attuali della popolazione e, soprattutto, di essere sempre eguale “nei secoli”: non accetta il responso popolare fino a quando non sia convinta di avere buone probabilità di spuntarla. Ciò malgrado, non si cerchino banali motivazioni nell’esistenza della cosiddetta Casta, magari sostenendo che i suoi componenti intendono raggiungere i due anni sei mesi e un giorno di legislatura per godere della pensione di parlamentare. Montezemolo e la Conferenza episcopale non hanno di questi problemi, eppure parlano all’unisono per chiedere lo stesso governo che faccia la legge elettorale più qualche altra cosa di urgente (pur se poi dal Vaticano sono filtrate precisazioni, che non appaiono però molto chiare). L’establishment insomma vuole evitare il voto: non perché danneggerebbe il paese – già danneggiato da sinistra, sindacati e Confindustria ormai “al di là del bene e del male” – ma semplicemente perché un eventuale governo di destra, costretto (per i suoi interessi elettorali, non per il bene del paese) a mitigare la pressione “divoratrice” delle ricchezze del presunto ceto medio (in realtà, semplicemente, il lavoro autonomo), non potrebbe affatto alimentare e sostenere i fallimentari percorsi finanziari e industriali di una “classe” dominante economicamente arretrata e totalmente subordinata ad interessi stranieri (statunitensi in specie).

Per di più, ci sono le ben note nomine di centinaia di posti che consentirebbero, anche se poi cambiasse la maggioranza con nuove elezioni, di sabotare continuamente le decisioni di quest’ultima, impedendole di governare. Nel contempo, “castrando” lo slancio delle nostre poche grandi imprese di punta (ben note ormai, almeno spero, ai lettori del blog), e magari mettendole sotto tutela degli americani (un po’ come la Banca d’Italia, diciamo, cioè nominando ben precisi dirigenti), ci si ingrazierebbe maggiormente questi ultimi, dimostrando che non si è inferiori, in fatto di servilismo, a Berlusconi (nemmeno lui dotato di un briciolo di dignità nazionale). Comunque, è stato un bene che sia stata presa la decisione di non voler abbandonare le poltrone del governo (con tutti i privilegi vari che ne conseguono).

Sembra chiaro che si tratti di una manovra in buona parte appoggiata dai nemici dello stesso Veltroni; D’Alema in testa, una mediocre intelligenza, sempre presa per superiore perché nascosta da supponenza, arroganza e disprezzo degli altri. Questo individuo – in grado di usare il linguaggio orwelliano: “difesa integrata” per definire i bombardamenti aerei sulla Jugoslavia al fine di compiacere gli Usa e rifarsi una “verginità” dopo il periodo (lungo) del “comunismo” filosovietico – le ha sempre sbagliate tutte; è solo bravo nelle “mene di Palazzo” (o di partito) e a sfuggire a varie “insidie” (Banca del Salento, scalata della Bnl da parte dell’Unipol, ecc.), ma lo è perché aiutato da “qualcuno” dopo che, pur arrogante com’è, ha piegato la testa e si è messo ad agire di soppiatto, sott’acqua, come in questo caso.

Comunque, dicevo, questa manovra, truffaldina per qualsiasi testa che ragioni, rappresenta quel “tanto peggio, tanto meglio”, per il quale ho una personale predisposizione. Porterà alla rovina chi l’ha ideata e la sta portando avanti. Ormai sono sempre in meno quelli che tentano di nascondere la gravità della situazione economica mondiale. I dati relativi all’economia Usa nell’ultimo trimestre 2007 hanno superato le più pessimistiche previsioni degli “esperti”; e i continui abbassamenti del tasso di sconto non servono a un bel niente. Anche ammesso che non ci sia un vero e proprio crac, avremo come minimo un paio d’anni burrascosi. In tale situazione, questi politici della “vecchia guardia”, ormai unanimemente disistimati per il loro fallimentare passato (di politicanti e improduttivi, nullafacenti), si mettono a fare giochini sulla pelle dell’intero paese, in specie di quelli che producono realmente. Faranno una brutta fine. Il problema è che apriranno ancora una volta le porte all’altalena tra destra e sinistra, al “gioco degli specchi”, mentre sempre più evidente diventa, per chi abbia ancora un po’ di senno, l’esigenza di infrangerli a colpi di mazza. Chissà quando il paese si sveglierà completamente!

Intendo parlare solo della maggioranza del paese, perché una quota di coglioni e malfattori resterà sempre; si tratta solo di renderla innocua con le “opportune” misure. Però il tempo passa e i guai sono sempre più vicini! Si faccia presto. Possibile non ci sia nessuno che veramente ci pensa? Si lasci perdere il ritornello: elezioni subito o elezioni ritardate con la scusa di una nuova legge elettorale. Occorrono misure forti che pongano in condizioni di non nuocere innanzitutto le attuali forze politiche, iniziando certo da quelle più pericolose, quelle vecchie dei politicanti professionisti, parassiti e improduttivi, ma ormai tanto dannosi con le loro continue chiacchiere (con le quali, secondo un detto cinese, “non si cuoce il riso”). Certamente, però, non va dimenticato il vertice “romano” dell’industria, dell’artigianato, del commercio, che assieme alla finanza parassitaria (“weimariana”, come detto più volte) è il principale responsabile del degrado e impoverimento complessivo del paese. Sono sicuro che la base di queste associazioni ……, di cui è meglio non dare definizioni, è costituita da conigli che brontolano sottovoce per paura; ma, se gli si dà un’occasione, solleverebbe il capo e sarebbe entusiasta, si sentirebbe liberata da un incubo. Ripeto: non c’è nessuno che sappia creare quest’occasione?

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 22:39 | link | commenti
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ITALIANI: POPOLO DI “ESPLORATORI” di G.P.

Piccola aggiunta

Le parole di Baccini sono un vero e proprio programma politico scritto sotto dettatura/dittatura di quei poteri forti dei quali parlavo nel pezzo di oggi (cioè banche e industrie decotte):

"Colgo non da ora ma da sempre con una attenzione prioritaria" l'appello di Montezemolo, il manifesto delle imprese, dei sindacati e le parole di Corrado Passera, che chiedono alle forze politiche una maggiore responsabilità. Non considerare nell'era di un bipolarismo becero e muscolare l'appello che viene dalle parti sociali, dall'impresa, dal mondo cattolico (tutti insieme appassionatamente, G.P.) e da tutti quei segmenti produttivi e culturalmente attrezzati della società italiana è veramente un atto di arroganza politica intollerabile. Il Paese ha bisogno di passare dalla politica dei tifosi alla politica delle cose da fare. Bisogna mettere da parte i piccoli interessi di parte e dare forza alle cose che contano. In questo Paese si deve tracciare una volta per tutte una linea immaginaria, l'Italia è di chi la ama e non è delle oligarchie spente e vetuste di partiti che intendono ancora mantenere i loro orticelli ai danni dell'interesse generale e del bene comune". Appunto, come volevasi dimostrare.

*********

Il Presidente della Repubblica ha infine fatto la sua scelta. L’ “agnello sacrificale”, si fa per dire, che farà l’esplorazione parlamentare alla ricerca di improbabili convergenze (fortemente richieste dal Vaticano e dai poteri forti, Montezemolo in testa) è in realtà un “lupo marsicano”, un altro di quelli che aveva annunciato a più riprese, proprio come Veltroni l’Africano, il ritiro a vita privata per raggiunti limiti di età (e di lucidità mentale) e che, invece, ce lo si ritrova sempre tra i piedi nei cosiddetti momenti in cui l’inciucio diviene una strada da battere.

Si tratta del solito belante di centro che copre con lamenti moderati la sua indole ululante (si dice che Marini sia uno di quelli che non si lascia sfuggire nulla e che giunga a contrattare qualsiasi cosa con spirito più levantino che boschereccio), specialmente quando le ambizioni personali spingono all’ultimo sacrificio per la patria (sarà il prossimo presdelrep?)

La motivazione addotta da Napolitano per l’affidamento di questo incarico, che richiederà doti funamboliche e contorsionistiche non comuni per arrivare ad un compromesso tra le parti, è speciosa oltre che subdola: “Prima della crisi di governo si erano aperti spiragli di dialogo tra le forze politiche per una modifica della legge elettorale vigente e di alcune importanti norme della Costituzione”. Se per spiragli di dialogo s’intendono le ingiurie che i due poli si sono lanciati addosso in due anni allora è meglio che le cose restino così come sono e che non vengano combinati altri pasticci. O, forse, si omette di dire che l’unica possibilità per tirare a campare qualche altro mese è quella di aprire un pertugio dal quale far passare alla spicciolata la tribù dell’UDC, notoriamente sensibile al democristianese parlato da Marini.

Ancora più fastidioso è il fatto che molti dei politici interpellati (soprattutto di sinistra) continuino a ribadire che questa riforma elettorale la vuole il po-po-lo! Il po-po-lo, dicono, aspira alla governabilità e alla certezza che chi vince sia in grado di amministrare il paese per 5 anni senza divisioni e condizionamenti. Strano però che, per l’abbisogna, la volontà del popolo sia esattamente coincidente con le istanze avanzate dalla Confindustria, dalla Chiesa, dai Sindacati e dalla Confcommercio.

 In realtà, questi lestofanti sono così lontani dal paese che non hanno nemmeno idea di ciò che il popolo italiano auspica davvero, a cominciare dalla messa al bando di questa classe politica truffaldina. Forse l’unico sentimento veramente diffuso tra la gente è il disprezzo per una politica che ha sprofondato la Nazione nell’ignavia e nella depressione economica e sociale più nera. Inoltre, che i nostri politici siano dei furfanti raggiratori è dimostrato dai tentativi messi in atto per far passare l’idea che gli innumerevoli problemi dell’Italia (che loro non hanno saputo gestire) derivino dal sistema elettorale, questa entità metafisica che deresponsabilizza destra e sinistra dalle loro ataviche colpe. Ad onor del vero, vogliamo ribadire come siano stati soprattutto i governi di sinistra a rendere più paludoso e fetido lo stato generale del paese, al solo fine di favorire l’establishment industrialdecotto e finanziario, il quale aveva necessità di succhiare energie all’apparato statale per la propria sopravvivenza.

Nonostante il governo Prodi abbia tirato le cuoia dimostrando, se mai ce ne fosse stato bisogno, di vivacchiare sull’esistente solo per favorire tali poteri (peraltro in costante conflitto tra loro), adesso i sopravvissuti di questa nefasta stagione politica tentano l’ultimo colpo di coda al fine di portare a termine la spartizione della torta. Ciò che desta maggiore preoccupazione è che anche una personalità presuntamene super partes come il capo dello stato si presti a questa trappola, dimostrando pienamente di essere uno di “loro”.  Qualsiasi persona sana di mente riesce a capire che un sistema elettorale non può sopperire alla mancanza di idee e di autonomia della politica, per cui continuare a portare per le lunghe questa morta gora vuol dire solo peggiorare una situazione già aggravata da una congiuntura internazionale nient’affatto favorevole. Non starò qui a snocciolare i dati della crisi (ne hanno già parlato La Grassa e Tozzato) ma si comprende che l’Italia, tra i paesi dell’eurozona, sarà quello più alle corde per incapacità di reazione.

Il precedente governo di centro-sinistra, perennemente in preda alle convulsioni, sia per la riottosità personalistica dei vari leaders della coalizione sia per la smania di figurare sempre al fianco delle banche e della Fiat, tenta ora di tornare sotto mentite spoglie magari inglobando transfughi dell’altro schieramento.

Vorrebbero coprire questa operazione con le bugie sulla legge elettorale, quella stessa legge che non sono riusciti a modificare in due anni e che ora, in 10 mesi, si dicono in grado di cambiare. Non tutto è comprensibile ma è evidente che ci stanno preparando un altro Coup de Theatre. Ammesso che Marini riesca a convincere qualcuno delle sue buone intenzioni...

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 11:09 | link | commenti (1)
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Saakashvili rivince di g.rèpaci

 

Mikheil Saakashvili, l’uomo di Washington, è stato riconfermato alla carica di Presidente della Georgia nelle discusse elezioni del 5 gennaio. Secondo dati ufficiali della Commissione Elettorale Centrale, Saakashvili avrebbe ottenuto il 53,47% dei voti, seguito da Levan Gachechiladze con il 25,69%, con una significativa caratteristica: Misha ha raccolto ben pochi voti nei distretti elettorali della capitale, dove la dura repressione delle proteste di piazza ha dunque lasciato qualche scoria, oltre a una profonda insoddisfazione per l’operato del governo, mentre ha fatto il pieno nelle province periferiche. Nonostante Saakhasvili abbia salutato il risultato con grande clamore, e lanciato segnali distensivi sia verso l’opposizione, sia verso il grande vicino russo, rimangono molte misteri legati al voto, peraltro confermati dal rapporto Osce. È ritenuta frettolosa l’archiviazione di alcune proteste dell’opposizione, anche se secondo il Ministero degli esteri georgiano sono ridotte solo all’1% dei seggi. Questa precisazione può essere intesa come una implicita ammissione di colpa, e se non si parla di brogli, quantomeno si ha a che fare con una certa fragilità nella procedura elettorale. Una spallata alle ambizioni filo-ocidentali dei georgiani c’è dunque stata con queste elezioni che, caso raro nello spazio post-sovietico, non erano dal risultato annunciato. E qualcosa si è incrinato nella luna di miele fra la Georgia e l’occidente negli ultimi mesi, mentre sembrano essere incoraggianti i segnali di distensione con la Russia, almeno a vedere il ministro degli esteri russo Lavrov presente alla cerimonia di investitura del presidente. La strada della transizione è ancora lunga e deve passare dal parlamento, non dalle piazze.

Saakhasvili è stato costretto a indire nuove elezioni dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza nel paese a inizio novembre, non essendo stato in grado di gestire l’opposizione di piazza, che era iniziata a settembre con il pretesto della chiusura di un’emittente privata, Imedi TV, contraria al governo. Anche se il canale televisivo ha ripreso le trasmissioni ed è stato una piattaforma molto parziale del candidato-businessman Patarkacishvili, la sostanza del problema rimane la stessa. La piazza non è la causa, bensì l’effetto delle scelte politiche dei governanti, e i malumori manifestati in quei giorni hanno radici che affondano più lontano. Saakhasvili dovrà cambiare il modo di gestire il paese, perché il tempo della modernizzazione/occidentalizzazione a tutti i costi è arrivato al capolinea. Servono riforme sociali, e la società deve essere coinvolta in questo processo, deve sentire i benefici di un benessere che finora è stato appannaggio di pochi. Gli slogan populistici si sono susseguiti durante la campagna elettorale, e le promesse vanno tutte nella stessa direzione: calmare un crescente risentimento dovuto nato dal disappunto per i mancati obiettivi raggiunti, nonostante l’entusiasmo e le promesse.

Arrivato al potere con la prima delle rivoluzioni colorate nello spazio post-sovietico, la Rivoluzione delle Rose, Saakhasvili ha cavalcato il malcontento popolare verso il governo Shevarnadze, del quale anch’egli aveva fatto parte, e ha cercato in tutti i modi di liberare la Georgia dal giogo indiretto di Mosca, pilotando il paese verso l’occidente, inteso come Nato e Ue. Non ha trovato un fronte compatto ad accoglierlo, come in realtà auspicava, se non altro per l’interesse strumentale che gli Usa hanno dimostrato, ed è rimasto intrappolato nel suo schema di continue accuse al Cremlino, colpevole in quest’ultimo caso di architettare un putsch nei suoi confronti. L’ingerenza russa negli affari georgiani è innegabile, e spazia dal supporto logistico ai separatisti di Abchazia e Ossezia del sud, al blocco commerciale di un anno fa, fino alle improvvise impennate dei prezzi del gas. Tuttavia, se è possibile che una mano russa possa essere dietro le recenti manifestazioni di piazza, peraltro represse con pugno duro dalla polizia georgiana, la fragilità del sistema politico non dipende solo dalle intrusioni di Mosca, ma anche da alcune basi di argilla sulle quali Saakhasvili ha costruito il consenso internazionale, ma non quello interno. Il grande partner americano è lontano e l’ingresso nell’organizzazione militare nord-atlantica un rischio troppo alto che né Europa, né Usa sono pronti a correre. L’Ue, poi, fa orecchie da mercante con l’Ucraina, ormai un paese confinante, figurarsi con la Georgia contesa fra Usa e Russia: forse il silenzio è la scelta migliore, almeno per ora, per non creare false illusioni, come accadde proprio con Kiev. Inoltre, quel che è ancor più grave, la fragilità territoriale georgiana crea un problema ulteriore: le due province dell’Abchazia e dell’Ossezia del sud, che chiedono l’indipendenza e hanno preso parte alle elezioni parlamentari russe del dicembre scorso, non permettono al governo centrale di preservare l’unità territoriale necessaria per consolidare le istituzioni domestiche e il controllo sulla nazione.

Le proteste di settembre, dunque, hanno portato alla luce problemi endogeni che la Georgia di Saakhasvili è costretta ad affrontare senza l’appoggio (incondizionato) degli occidentali. Le migliaia di persone scese a manifestare contro il presidente hanno riportato la politica georgiana al centro della politica internazionale. Misha però deve trovare soluzioni interne e giocare la partita fra le mura di casa, come in realtà sta facendo. Dietro slogan e vessilli che accusavano il governo di corruzione, i manifestanti hanno anche invocato il nome di Irkaly Okruashvili, diventato leader dell’opposizione dopo essere stato revocato dall’incarico di ministro della difesa un anno fa. Le sue accuse, lanciate dopo aver fondato il Movimento per una Georgia Unita, hanno chiamato in causa direttamente il presidente, che secondo Okruashivili lo avrebbe incaricato di assassinare il tycoon Patarkacishvili, imprenditore che ha fatto fortuna nella Russia di Eltsin fino ad accumulare una ricchezza superiore al budget georgiano stesso. Imedi TV, come era prevedibile, ha cavalcato la protesta. Com’è prassi in gran parte dello spazio post-sovietico quando si ha a che fare con gli oppositori, Okruashvili è stato poi arrestato, costretto ad auto-incolparsi, e rilasciato. La sua presa di posizione è stata l’ultima in ordine di tempo, perché le defezioni degli alleati di Saakhasvili sono state numerose nell’ultimo anno. La mano pesante per reprimere le proteste ha fatto salire la tensione fino alla dichiarazione di uno stato d’emergenza per quindici giorni e l’imposizione di un limite alla libertà di stampa, mosse che hanno imbarazzato anche i sostenitori occidentali. Come qualche analista ha suggerito, Saakhasvili ha “putinizzato” la Georgia, e anche qualcuno in occidente se ne è accorto. Il sostegno incondizionato è solo un ricordo ormai vecchio, adesso non rimane che provare a portare davvero il paese verso un’indipendenza e una stabilità di fatto.

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 06:37 | link | commenti
categorie: russia, geopolitica, georgia, est
mercoledì, 30 gennaio 2008

CHE PUZZA QUESTA SINISTRA! di G. La Grassa

Questa sinistra non finisce di sorprendere; per quanto uno ne pensi malissimo, essa supera sempre il peggio che si possa immaginare. Io sono un astensionista da tempo immemorabile, e le elezioni sono per me un gioco cui assistere tra il divertito e il nauseato. Tutti questi però si dichiarano invece convinti (sia pure per finzione e per interesse da malandrini) che la più alta espressione di democrazia sia il giudizio degli elettori, blanditi e “disturbati” solo quando “quattro farabutti” debbono farsi nominare deputati o senatori (e prendersi uno stipendio dieci-venti volte maggiore di quello degli esseri “normali”). Adesso però la sinistra ha combinato tante di quelle porcherie, in meno di due anni di governo, che sa benissimo di prendere una “suonata” storica se va alle urne finché la corta memoria del popolo ricorda. Quindi tenta di rinviare la resa dei conti con una serie di imbrogli che solo i coglioni di sinistra possono non capire, mentre i mascalzoni che essi sempre votano – autentici professionisti politicanti, e dunque “fancazzisti” e parassiti emeriti – stanno preparando trabocchetti a non finire.

La situazione è particolarmente grave. L’Eurispes ha certificato con le sue statistiche un malessere popolare che non esisteva più da decenni. Bankitalia afferma che i salari sono fermi dal 2000; in realtà, nel 2002 è entrato in vigore l’euro che, malgrado tutte le menzogne raccontate sul tasso di inflazione (sempre intorno al 2%), ha dimezzato (e più) il valore dell’unità monetaria. Di conseguenza, tenuto conto dell’effettivo aumento del costo della vita, i salari reali sono diminuiti di un bel po’. Il lavoro autonomo ha avuto un innalzamento del reddito del 13% (sempre dal 2000), un nulla rispetto all’inflazione reale; per di più è stato pestato da un “epocale” incremento della pressione fiscale, che non si è certo abbattuto sugli evasori, ma sulla parte dichiarata di reddito. Le stime di crescita di tutti i paesi (compresa la Cina) sono in netto ribasso: l’Europa e a 1,8 e l’Italia al 0,9-0,8%. Si può essere in pratica sicuri che nemmeno queste stime saranno quelle vere, saranno abbassate ancora, e non ci sarà alcuna ripresa nella seconda metà dell’anno come ci si ostina a (voler far) credere.

In una situazione così pesante, quelli che si dicono strenui sostenitori della democrazia elettoralistica, e di un governo in carica al fine di prendere le misure necessarie ad affrontare l’emergenza, ci rompono i c….con la governabilità e con la legge elettorale da rifare per poterla realizzare. Vedrete all’opera gli indecenti politologi sui vari giornali della finanza e industria parassitarie, schierate con la sinistra per continuare a divorare il paese. Si fa finta di ignorare che, con la legge in vigore, la sinistra ha avuto piena stabilità alla Camera con appena 24.000 voti in più, e ha avuto continui problemi al Senato dove era stata battuta per 250.000 voti. Se si va ad elezioni subito, i suoi avversari prendono una maggioranza talmente schiacciante che non ci sarebbero problemi di governabilità in nessuna delle due Camere. L’unico problema è che i sinistri dovrebbero rassegnarsi – per “i superiori interessi del paese” di cui si stanno sciacquando la bocca – a perdere ogni potere nell’apparato amministrativo dello Stato, in merito alle nomine negli enti importanti che intendono invece occupare a ogni costo, e totalmente, in nome dell’americano spoil system (da essi esaltato negli ultimi due anni per giustificare l’indegna usurpazione di ogni carica); dovrebbero rassegnarsi a perdere il pieno controllo della Rai, rinunciare a mettere in difficoltà Mediaset; e via dicendo.

Allora che cosa stanno congegnando? Il Presidente della Repubblica (uno dei loro, non credo che questa sia una offesa all’Alta istituzione; è solo un fatto, a meno che non ricordi male la sua appartenenza fino all’elezione a detta carica) nomina un personaggio detto istituzionale (che sia Marini o Amato, sempre di quella parte è). Questo costituirà un governo per fare le riforme (mentre ci sono decisioni vitali per la nostra sopravvivenza in quanto sistema produttivo e distributivo); in realtà, tirerà avanti fino allo stremo con i soliti problemi al Senato, le solite liti tra “moderati” e “radicali”. Per migliorare un po’ la situazione (non del paese, per carità, solo quella della risicata maggioranza al Senato), oltre a premere per la costante presenza dei senatori a vita, si cercherà di recuperare i vari Mastella e Dini (tanto non c’è più Prodi, ma solo un “alto” governo istituzionale!), più Bordon, ecc.; poi si troverà qualche altro “Follini” (l’Udc è una “miniera” per questi giochetti, vedi le dichiarazioni di un Baccini). Magari si concederà “benignamente” la presidenza del Senato a uno di centrodestra (“bel gesto” bipartisan, dato che il presidente non partecipa alle votazioni; un voto in meno per l’opposizione). Si tirerà avanti un altro anno e magari più. Berlusconi invecchia, e all’occasione si possono magari inscenare un paio di processi da parte del solito tribunale di Milano (tanto siamo ormai alla fine della giudiziaria fantasia inventiva); il centrodestra, mancando il cemento di una prossima occupazione del potere, ricomincerà a litigare. Insomma, che vada pure in malora il paese, l’importante è che la sinistra cerchi di rimontare la china, comunque di non essere bastonata tra tre mesi come un pugile alla fine della carriera (vi ricordate Gassman nell’ultimo episodio del grande film di Risi, I mostri?).

E’ una mossa d’azzardo perché, se la situazione economica si deteriorerà notevolmente, sarà seguita da uno sbriciolamento del paese, completamente disorganizzato, con servizi pubblici (paradigmatici Poste e Ferrovie) in degrado esponenziale, la sicurezza dei cittadini sempre più incerta, prezzi dei generi alimentari senza alcun controllo mentre le varie “bollette” aumentano; insomma, un tenore di vita in netto calo. [L’ineffabile Cipolletta si consente di dire senza pudore che ogni anno dovranno essere aumentati i prezzi delle Ferrovie (come già avvenuto quest’anno), ma non si possono mettere in programma miglioramenti del servizio poiché i maggiori introiti serviranno solo a ridurre i debiti; che non si ridurranno, siatene sicuri. Nemmeno si ridurrà il suo stipendio né quello del “capo supremo”, Moretti, ex sindacalista Cgil; ho letto sulla stampa, e lo riporto, che quest’ultimo prende 1.100.000 euro l’anno, mentre Cipolletta ne prende 900.000; begli emolumenti per dirigere in questo modo Ferrovie al collasso!]. Questa è la sinistra, longa manus della finanza e industria distruttrici delle nostre condizioni di vita.

Che cosa si deve dire di più? Che questo cancro del paese, definito “sinistra”, ha il pieno appoggio dei vertici confindustriali, ma anche della tanto vituperata Chiesa. Le dichiarazioni di Montezemolo e quelle del portavoce ufficiale del Vaticano sembrano la copia conforme di quelle di Veltroni; nelle prossime ore queste saranno le scuse addotte dal presdelarep per l’incarico a un premier “istituzionale”, e queste saranno anche le successive dichiarazioni che quest’ultimo farà al suo insediamento. D’altra parte, se l’opposizione è quella che è, se il popolo si fa ingannare e non ha sussulti di semplice dignità, non c’è nulla di male ad imbrogliare le carte. Fa schifo, ma se tutti accettano….. Per il sottoscritto non è certo una sorpresa; ho sempre considerato la sinistra il peggio del peggio, una specie di incubo ad occhi aperti. Mai avuto dubbi in proposito, nemmeno nel periodo del mio più fervente comunismo. Di conseguenza, ciò che ho scritto non venga preso per una protesta, ma come la fattuale descrizione dell’ennesimo marchingegno escogitato per “rosicchiare all’osso” questo povero e meschino paese. Dispiace di trovarsi a vivere in una (non) nazione siffatta, così incapace di camminare con la schiena dritta, liberandosi con estrema cattiveria, anzi ferocia, di coloro che la divorano e umiliano; e che essa invece mantiene di sana pianta “grazie” alla sua ignavia plurisecolare. Purtroppo, “il caso” ha voluto che qui nascessi. Dovevo pensarci prima a filare via!    

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 13:18 | link | commenti (1)
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C’E’ IL TRUCCO! di M. Tozzato

 

Negli ultimi due giorni vari quotidiani ed agenzie stampa hanno commentato l’indagine campionaria di Bankitalia sui bilanci delle famiglie italiane nel 2006. L’Ansa parla di un reddito reale delle <<famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente>> sostanzialmente stabile dal 2000 al 2006 (+ 0,3 %) ; il Corriere riporta un aumento del <<reddito medio dei lavoratori dipendenti italiani>> dello 0,96 %. Per il lavoro autonomo (prevalentemente artigiani e imprenditori) il Corriere riferisce di un aumento del 13,86 %  e l’Ansa del 13,1 % del reddito medio in termini reali. I dati riportati nei vari organi di stampa si presentano poi ancora più contrastanti per altri aspetti: Repubblica, Ansa e Corriere concordano su un aumento del 4,3 % dei redditi da lavoro dipendente nel triennio 2004-2006, mentre, per quanto riguarda gli autonomi, se Ansa e Repubblica danno un 11,2 % in più per lo stesso periodo, il Corriere al contrario scrive che il reddito <<degli autonomi  [nel 2004-2006 n.d.r.] è rimasto al palo. Il che vuol dire che l’euro ha avvantaggiato questi ultimi, mentre i dipendenti hanno avuto vantaggi dalla recente ripresa economica>>. Su Repubblica ci viene data una indicazione su questa (apparente ?) discordanza: l’aumento dell’11,2 % riguarderebbe il reddito familiare degli autonomi, mentre i redditi dei singoli lavoratori sarebbero stati addirittura in calo dello 0,1 %. A questo punto la “sociologia economica applicata” dovrebbe venirci in soccorso perché non possiamo essere sempre noi a spiegare il significato di una serie di dati che, essendo esposti sempre l’uno dietro l’altro senza alcun chiarimento, ottengono il risultato di non far capire un “acca” ai poveri lettori dei giornali ( i “padroni” dei nostri organi di informazione non lo faranno mica apposta ?). A quale ripresa   poi ci si riferisca qualcuno me lo dovrebbe  spiegare, tutt’al più  si potrebbe accennare ad un semestre di “ripresina” congiunturale; oltretutto qualcun’altro mi dovrebbe dire quanti rinnovi contrattuali sono stati realizzati nel quadriennio 2004-2007,  per non parlare poi  del “controcuneo” fiscale, cioè l’assenza annosa di qualsiasi provvedimento che permetta di supplire al mancato recupero del “fiscal drag” vista l’attuale inflazione “effettiva”. Ancora su Repubblica si legge, poi,  che  la differenza nella dinamica del reddito sarebbe, soprattutto negli ultimi anni, divergente anche all’interno del lavoro autonomo: imprenditori, commercianti titolari di impresa e artigiani avrebbero migliorato la loro condizione mentre sarebbe stato negativo il trend di liberi professionisti e lavoratori atipici. Un altro splendido esempio di come si possano esporre dei dati in una maniera iperconfusa per non far capire niente alla gente ci è fornito ancora dalla lettura incrociata sugli indebitamenti degli italiani nei testi riportati su  Repubblica e Ansa. Repubblica scrive:<< I mutui costituiscono il 60 % del totale dell’indebitamento mentre quelli per acquisto di beni di consumo solamente il 10%>>; per capire però come queste percentuali  riferite alle masse monetarie possono essere confrontate con i comportamenti delle famiglie bisogna essere così disperati da andare a leggersi ancora cosa dice l’Ansa:<<Più alto il numero delle famiglie indebitate per acquisto di beni di consumo (12,8%), dall’auto al divano nuovo, che invece per il classico mutuo acceso per  comprare la casa (11,6%).>>

Mi pare che si tratti di un aggiunta non da poco ! Ma adesso passiamo al macigno che continuano a farci ingoiare. Per chi abbia la memoria corta ricordiamo che il 1° gennaio 2002, dopo la cosiddetta fase transitoria, è arrivata fisicamente nelle mani di circa 300 milioni di europei la nuova moneta in vigore nell’Unione Monetaria Europea: l’euro. I signori di Bankitalia vogliono far credere ai lavoratori dipendenti che dal 2000 al 2006 i salari reali sono aumentati di poco, ma sono comunque aumentati, se non proprio dello 0, 9 almeno dello 0,3 %. Ebbene tutti i cittadini italiani e perfino quei “posapiano” dei sindacati consumatori (Adusbef e Federconsumatori) sanno che la <<conferma da parte dell’Istat del tasso  di inflazione all’1,8% [per il 2007.n.d.r.], contro il 2,1 del 2006, ci ricorda purtroppo che nel nostro paese le “bufale” si possono riprodurre>> anche se le dimensioni non sono paragonabili a quella del 2002 quando <<tutte le famiglie italiane soffrirono un raddoppio dei prezzi durante il cambio euro-lira, a causa di manovre anomale e speculative ed in assenza di verifiche e di controlli da parte del Governo di allora>> e ciò nonostante quell’autentica associazione a de….. che si chiama Istat stabilì che l’inflazione del 2002 si era attestata << al 2,5%, in discesa rispetto al 2,7% del 2001>>. Mi fermo qui perché mi è venuto il mal di stomaco.

Mauro Tozzato                        29.01.2008         

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categorie: economia, cds , repubblica, inflazione, istat
martedì, 29 gennaio 2008

IN PAKISTAN GLI USA DANZANO SU UN VULCANO

(Au Pakistan, les Etats-Unis dansent sur un volcan, fonte geostrategie.com, trad. di G.P.)

 

 

L'assassinio, il 27 dicembre, della candidata pakistana alla presidenza ha colpito il mondo intero. Per vederci un po' più chiaro, riportiamo qui di seguito un'intervista a Mohamed Hassan, specialista del Medio Oriente. (Intervista realizzata da Tony Busselen.)

Il Pakistan era già una polveriera ma, dall'assassinio della Bhutto, sono scoppiate sommosse quasi ovunque. Le elezioni previste per l'8 gennaio sono state rinviate al 18 febbraio. Cosa è in gioco?

Mohamed Hassan. Il Pakistan esiste soltanto dal 1947 e, finora la sua classe politica è stata sempre debole. Il paese ha soprattutto conosciuto dittature militari che dipendevano completamente dall'aiuto finanziario degli USA. Tra due colpi di stato, ci sono stati brevi periodi durante i quali sono arrivati al potere presidenti eletti. Così, negli anni 70, Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir, è stato eletto presidente, quindi primo ministro. Nel 1977, veniva deposto dall'esercito e impiccato due anni più tardi. Benazir Bhutto è stata due volte primo ministro (1988-1990 e 1993-1996). Nel 1996, è stata accusata di corruzione ed è dovuta fuggire dal paese.

Benazir Bhutto incarnava un'alternativa democratica, rispetto alla dittatura militare?

H. Il PPP, partito che Benazir Bhutto ha ereditato da suo padre, è un partito populista che promette riforme sociali. È dunque naturale che la maggioranza della popolazione povera del Pakistan ripone in esso le sue speranze. La morte di Benazir ha dunque fatto nascere un movimento di protesta di massa. Ma Bhutto fa parte dell'elite pakistana, di uno dei clan feudali più ricchi del paese e le accuse di corruzione non erano certamente senza fondamento. Il marito di Benazir Bhutto che, oggi, riprende la direzione di fatto del PPP, è chiamato "signor 10%", a causa delle bustarelle che esigeva un tempo presso ogni istituzione pubblica. Del resto, Benazir Bhutto stessa è ritornata d'esilio in ottobre scorso, non senza avere promesso al governo Bush di manovrare a favore di una presenza americana più importante in Pakistan. È per questo che un conosciuto autore pakistano la chiama "la ragazza degli USA".

Chi c’è dietro quest'assassinio?

H. Attualmente, non è ancora molto chiaro. Molto probabilmente, la crisi pakistana è legata alla guerra d'occupazione condotta dagli USA e dalla Nato in Afghanistan. Gli USA vogliono aumentare considerevolmente la loro presenza militare in Pakistan, ma i sentimenti antiamericani molto vivi nella popolazione pakistana rendono tale operazione delicata. Dopo tutto, Musharraf è un dittatore militare che potrebbe essere deposto da una insurrezione popolare avviata dai partiti dell'opposizione. È per questo che le principali personalità dell'opposizione, tra le quali Benazir Bhutto, hanno voluto assolutamente ritornare e partecipare alle elezioni. Queste dovevano in seguito rendere possibile la costituzione di un governo pro-americano che avrebbe avuto più credito fra la popolazione. Probabilmente, un governo di coalizione che comprendesse la lega musulmana di Musharraf, il PMLQ, ed il PPP della Bhutto. A prima vista, quest'ordine del giorno è stato rovesciato dall'assassinio della Bhutto e si potrebbe dunque pensare che quest'ultimo sia da attribuire ad avversari degli USA. Ma l'assassinio può avere avuto lo scopo non di dare più scelta all'elite pakistana: ovvero o l'unità sotto la direzione degli Stati Uniti o allora il caos della guerra civile e della balcanizzazione del paese. In questo caso, non si può escludere neppure che i servizi segreti americani siano implicati nella faccenda. E finalmente, la maggior parte dei partiti d'opposizione ha accettato di partecipare alle elezioni previste per il 18 febbraio. Sembra così che si sia ricaduti nuovamente nello scenario voluto dagli americani.

Perché gli USA vogliono rafforzare la loro influenza sul Pakistan ed installare truppe in territorio pakistano?

H. La guerra condotta dagli USA nel vicino Afghanistan non si svolge assolutamente così come auspicata. Dopo cinque anni, la resistenza è più forte. Gli USA e la NATO hanno registrato qua e là qualche successo ma devono sempre di più ricorrere ad attacchi aerei. Recentemente, il giornale inglese The Morning Star pubblicava cifre a questo proposito: 2.926 attacchi aerei l'anno scorso, contro 1.770 nel 2006 e... soltanto 86 nel 2004! Ciò mostra che gli USA perdono terreno? Il mese scorso, un'indagine dell'ONG pro- occidentale Asia Foundation constatava che l'80% degli Afgani ne aveva abbastanza del governo pro-americano e dell'occupazione? L'incubo dei generali americani e della NATO, è di vedere tagliare le loro linee d'approvvigionamento all'interno del Pakistan. In questo caso, le truppe occidentali non avrebbero praticamente altre scelte che quella di ritirarsi. Questa sconfitta costituirebbe una sconfitta della strategia egemonica di Washington nella regione e potrebbe anche mettere in pericolo l'esistenza futura dell'alleanza della NATO.

Come spiegate i sentimenti chiaramente anti-usa in Pakistan? L'attuale presidente Musharraf tanto quanto la Bhutto è comunque pro-usa?

H. Una maggioranza crescente della popolazione vive nella povertà e, come musulmana, percepisce la guerra in Afghanistan come una guerra contro tutti i musulmani. Ed ampie frange dell'elite pakistana, partiti dell'opposizione e quadri superiori dell'esercito, di confessione musulmana anche loro, hanno una relazione di  amore - odio con gli USA. Da un lato, dipendono molto fortemente dall'aiuto finanziario degli USA ma dall’ altro, ne sono molto insoddisfatti. La borghesia industriale pakistana sogna da anni di avere accesso - via l'Afganistan - al mercato ricco di sbocchi delle nuove repubbliche indipendenti dall'ex Unione sovietica in Asia centrale. Finché c’è stata la guerra fredda, ha lottato, fianco a fianco, con gli USA, contro la presenza militare dell'URSS in Afghanistan. Del resto, è soprattutto sotto Reagan che molte basi militari sono state installate sul territorio nel quadro di una strategia di respingimento (roll back) con la quale intendevano allontanare l'URSS. La guerra in Afghanistan contro l'URSS, che è durata dal 1979 al 1989, è stata un periodo determinante per comprendere ciò che succede oggi in questa regione. Osama Ben Laden miliardario saudita integralista, è stato allora reclutato dai servizi segreti sauditi per "combattere il comunismo" con la CIA in Afghanistan. Grazie al sostegno del Pakistan, i moudjahiddines afgani erano riusciti a cacciare l'esercito russo dell'Afghanistan. Ma, dopo il ritiro sovietico nel 1989, gli USA hanno semplicemente lasciato decadere la regione. Infatti, per i cinici strateghi americani, lo scopo non era la stabilizzazione e lo sviluppo economico della regione, ed ancora meno la protezione dell'islam di fronte ai "comunisti diabolici" ma gli interessi economici e geostrategici delle loro multinazionali. Era la sola cosa che contava per loro. Ciò appare chiaro quando hanno invaso l’ Iraq negli anni 90 e costruito basi militari sulla "terra sacra" dell'Arabia Saudita. Oussama Ben Laden si è allora messo contro gli USA ed ha fondato Al Qaeda. Negli anni 90, anziché raccogliere i frutti della sua vittoria contro i Russi, la borghesia e l'elite militare del Pakistan ha visto l'Afghanistan affondare in un caos in cui i signori della guerra si combattevano tra loro. Durante questo periodo, le elite pakistane hanno sostenuto i taliban. I taliban erano gente abbastanza giovane formata nelle scuole del Pakistan ed inviati in seguito in Afghanistan per rimettere ordine alla situazione. E ci sono riusciti grazie ad un'applicazione rigorosa della sharia. Non soltanto gli Stati Uniti avevano abbandonato la regione alla sua sorte ma quando Bush non ha più avuto l'assicurazione della fedeltà del suo alleato Ben Laden (perché quest'ultimo era scivolato molto delicatamente verso un'opposizione radicale agli USA), la pressione non ha cessato di crescere. Dopo l'attacco alle torri del WTC dell'11 settembre 2001, un attacco in piena regola contro l'Afghanistan è stato subito avviato poiché era da tempo già preparato. Ma quest'attacco - condotto mentre i taliban erano ancora alleati all'elite pakistana - è stato un nuovo duro colpo per quest’ultima. Inoltre l'aiuto finanziario che riceve dagli Stati Uniti per sostenere lo sforzo della guerra da parte di questi nella regione può soltanto mantenere la sensazione di delusione e di rancore della borghesia pakistana verso gli stessi Stati Uniti. L’odio contro gli Stati Uniti, che si è radicato in Ben Laden dopo il ritiro dell'URSS ed il disimpegno degli USA (anche se Ben Laden è stato sostenuto finanziariamente per anni dalla CIA, non lo dimentichiamo), quest'odio si è introdotto anche nel cuore dell'elite pakistana.

Si può dunque dire che gli USA ballano sul filo del rasoio, in Pakistan. All'inizio di quest'intervista, dicevate che la borghesia pakistana è debole, cosa volevate dire con ciò?

H. Se volete comprendere la povertà estrema del Pakistan durante il feudalesimo e la debolezza della borghesia attuale, dovete tornare all'origine della fondazione dello Stato pakistano, sotto il colonialismo, nell’India britannica. Tanto il Pakistan attuale che il Bangladesh e l'India formavano un insieme in quest'epoca. L’imperialismo britannico ha utilizzato il sistema feudale reazionario dell'India per la gestione dei prodotti agricoli ed ha anche sostenuto il sistema delle casti multisecolari. In Europa, è diffusa l'idea che l'India sia soprattutto un paese di saggezza secolare e di pace interna. Ma l'opposizione all'occupazione britannica è spesso stata molto violenta. Nel 1857, ad esempio, ha avuto luogo la sommossa dei Sepoys, soldati indiani intruppati nelle legioni britanniche. La loro violenza è stata tale che gli inglesi ne sono stati profondamente colpiti e Karl Marx stesso ha condannato il loro atteggiamento "terribile, sconvolgente ed indescrivibile".

Tuttavia, Marx aggiungeva che la "rispettabile" Inghilterra aveva tenuto comportamenti atroci. E, precisa, così disprezzabile che potesse essere il comportamento dei Sepoys, non era nulla più che lo specchio del comportamento dell'Inghilterra in India. E, dopo i Sepoys, si sono susseguite tutta una serie di altre correnti d'opposizione. Per poter controllare un territorio tanto più grande, i britannici installarono ferrovie che permettevano di muovere le loro truppe il più rapidamente possibile. Solo che queste nuove rapide vie di circolazione hanno anche favorito lo sviluppo del commercio e l'arrivo del capitalismo e... l'insoddisfazione verso il colonialismo che sosteneva un sistema feudale ancestrale. Nel 1885, un giovane britannico dal nome David Hume, ha viaggiato attraverso tutto il territorio. È stato colpito dalle contraddizioni: conoscete perfettamente quest'immagine dei britannici coloniali che giocano al cricket o a polo, dotati di camice bianche immacolate, nel loro club accanto alla carestia e della povertà. Hume ha visto ciò ovunque ed ha percepito il pericolo inevitabile di reazioni esplosive e di una guerra d'indipendenza sanguinosa. È lui che ha fondato il Partito del congresso. Voleva applicare riforme all'interno del quadro coloniale: "dobbiamo inquadrare l'elite indiana e formarli alla cogestione del paese." Più tardi, questo Partito del congresso è evoluto verso un partito nazionalistico, di cui Gandhi e Nehru sono del resto stati i capi. Oggi, questo partito è ancora il più importante dell’India. Ma non ha mai realmente potuto accontentarsi del paternalismo e del riformismo di Hume e non può dunque essere comparato, ad esempio, al partito nazionalista cinese di Sun Ya Sen, il Kuomintang. In ogni caso, tale partito, dopo la sua creazione, ha immediatamente superato i 100.000 membri ed ha integrato tanto i musulmani che gli indù.

Non c’era alcun legame tra i musulmani e gli indù in quest'epoca?

H. No. L'India è tradizionalmente un paese indù disciplinato da un sistema di caste, reazionario e feudale. Appartenete alla casta nella quale siete nati e questa casta determina la vostra occupazione e le vostre relazioni umane. La casta più alta è quella degli Brahmanes, i sacerdoti. La più bassa è quella degli intouchables. In confronto all’induismo, l'islam è una religione progressista che si mostra più flessibile con i commercianti e gli impiegati. Un po' come il protestantesimo nell'Europa del medio-evo. Ma l'islam si introduce gradualmente con o senza violenza all'interno dell'India. Molti indù si convertono all'islam per sfuggire alla casta nella quale sono nati. E lo sviluppo del commercio e degli scambi che è seguito alla costruzione della ferrovia ha determinato la diffusione dell'islam.

E che cos’è questa lotta rilevante tra i musulmani e gli indù di cui si parla così spesso quando è presa in considerazione l'India?

H. È legata alla nascita del Pakistan precisamente. In realtà, la borghesia islamista del partito del congresso ha constatato di essere in minoranza rispetto agli indù. Quindi un certo Ali Gena fonderà la lega islamista nel 1920, l'idea centrale di questa lega era che i musulmani avevano bisogno del loro territorio. La guerra d'indipendenza dell'India è stata molto violenta. I britannici avevano quattro vantaggi da giocare: il vecchio sistema delle caste, la rivalità religiosa tra i musulmani e gli indù, la divisione del paese in mini-stati che avevano ricevuto la loro autonomia ed infine l'opposizione tra il Nord dove vivono gli indiani di pelle bianca ed il Sud. Gandhi sviluppò una strategia per lottare contro questa divisione, ma non si è riusciti a controllare la rivalità religiosa tra i musulmani e gli indù. La lega musulmana ha preteso il suo territorio ed ha intrapreso una guerra sanguinosa durante la quale centinaia di migliaia di persone sono morte. Così è sorto il Pakistan nel 1947 - all'inizio semplice dominio coloniale della Gran Bretagna - che era indipendente dal resto dell'India. E tre anni più tardi (nel 1950), ottenne l’indipendenza. Dieci milioni di musulmani si rifugiarono in Pakistan e molti milioni di indù lo lasciarono. Molte famiglie furono smembrate, poiché abitavano ai due lati della frontiera... Questa guerra è all'origine della tensione ancora molto viva che esiste oggi tra il Pakistan e l'India. Ancora oggi il 14 agosto è giorno di festa nazionale per la separazione del Pakistan dall'India. E non quella del 1950 quando il Pakistan si liberò della Gran Bretagna.

Ma da che dipende esattamente questa debolezza della borghesia pakistana?

H. La borghesia pakistana ha voluto conquistare un mercato e costruire uno Stato in modo artificiale. Il migliore modo di fondare uno Stato nazionale consiste nel creare e sostenere criteri oggettivi, come l'unità geografica ed economica. Ma il Pakistan è in primo luogo costruito in base a credenze religiose. Ciò rende tale costruzione molto fragile. Per risolvere il problema delle diverse lingue parlate nel paese, Ali Gena, ad esempio, aveva scelto l’urdu come lingua di riferimento nazionale. Ma, l’urdu è una lingua minoritaria utilizzata da meno del 7% della popolazione. Soprattutto, la forma geografica dello Stato sembra ingestibile. Il Pakistan è diviso in due parti, ad ovest, il Pakistan propriamente detto e, ad Est, il Bangladesh. Si tratta di una ripartizione più vecchia della stessa creazione del Pakistan, basata sulle differenze religiose tra Bengalesi imposta tra il 1905 ed il 1911 sotto l’autorità dei britannici dopo varie sommosse dei contadini bengalesi nel XIX° secolo. E gli abitanti del Bangladesh sono dunque oggi soprattutto musulmani membri della lega musulmana. Ma non sono tutto sommato soddisfatti dello Stato pakistano. Sulla carta, vedrete che le due parti sono situate a oltre 1.000 chilometri di distanza una dall'altra. Calcutta la capitale del Bangladesh, era precedentemente il centro amministrativo delle Indie britanniche. Gli abitanti del Bangladesh hanno visto questa funzione scivolare da Calcutta verso Islamabad. In Bengala, nessuno parla l’urdu. Inoltre, l'esercito pakistano è per lo più costituito da soldati che provengono dall'ovest del Pakistan. Risultato: dopo una guerra che ha ucciso un milione di uomini, il Bangladesh è stato staccato del Pakistan nel 1971.

La parte del Pakistan che è sopravvissuto non è una base sufficientemente solida per soddisfare l'elite pakistana?

H. Per potere sopravvivere come Stato, considerando la penetrazione sistematica dell'esercito nella vita politica, il Pakistan ha potuto contare sul sostegno della Gran Bretagna negli anni 80 e degli Stati Uniti dal 2001. Le quattro regioni più importanti in Pakistan sono: Penjab, Sindh, Baloutchistan e le terre del nord dove vivono i Pachtounes. Ciascuno di questi territori ha precedenti diversi. Penjab formava nell'India britannica e sotto il colonialismo una provincia comune con il Penjab indiano. Gli abitanti erano soprattutto Sikhs, una variante dell’induismo ed erano volentieri impegnati nell'esercito britannico per la loro forte costituzione fisica. Con l'indipendenza del Pakistan, il Penjab è stato diviso in un Penjab pakistano e in uno indiano. Gli abitanti del Penjab costituiscono il 55% della popolazione pakistana ed il territorio copre il 26% del Pakistan. In Penjab, l'elite proviene dalla nobiltà feudale che invia i suoi figli nell'esercito e che impone dunque, ancora oggi, una forte influenza su di esso. Un esercito che lotta sempre per gli interessi del potere coloniale ed dell’imperialismo. Non è un caso se l'esercito pakistano sotto il comando del colonnello Zia Ul Haq, ultimo dittatore del Pakistan è, ad esempio nel 1970, intervenuto in Giordania durante il settembre nero nel quale 30mila palestinesi sono stati uccisi. Il Baloutchistan oltrepassa i confini dell’Iran, del Pakistan e dell'Afganistan. Alla fine del XIX° secolo, il territorio è stato diviso da una commissione anglo-iraniana nei tre territori attuali. Il 5% appena del popolo pakistano abita in queste regioni che costituiscono il Baloutchistan, ma il territorio copre il 44% del Pakistan. Inoltre, si tratta della regione più ricca del Pakistan per quanto riguarda il petrolio e le riserve di gas. Come provincia che confina con l'Afganistan e l'Iran, e porta di passaggio per le condutture che collegano l'India e l'Iran, è considerato come la parte più strategica del Pakistan dalle forze dell'alleanza americano-britannica. Ma c'è ancora un'altra ragione strategica determinate: dal 2002, la Cina finanzia la costruzione di un porto in alto mare a Gwadar, nel mare dell'Arabia, non molto lontano dalla via di Hormuz dove passano le più grandi riserve di petrolio cinese e il 30% delle riserve mondiali. Un po' più lontano, è stata allargata l’autostrada di Karakoram, che collega Gwadar con la provincia cinese di Xinjang,. La provincia diventerà dunque in un futuro prossimo un importante posto di passaggio per le province interne della Cina e per il mare.

La provincia Sindh e la provincia del Nord esistono ancora?

H. Sì, la regione Sindh è il posto dove si trovano le maggiori industrie. I Bhutto provengono da questa regione e fanno parte dell'elite feudale ricchissima che ha attività industriali. Gli abitanti di Sindh costituiscono il 18% del popolo pakistano e la provincia copre il 23% del territorio pakistano. E là, si trova anche la regione del Nord dove vivono i Pachtounes. I Pachtounes sono una tribù afgana che nel 1879, dopo la seconda guerra dell'Inghilterra contro l'Afghanistan, è stata annessa dall'impero coloniale anglo-indiano dell'epoca. I Pachtounes formano il 13,5% del popolo pakistano ed il loro territorio forma il 9% del territorio pakistano. Sono strettamente legati al popolo afgano ed i nazionalisti afgani credono che questo territorio gli spetti di diritto. Le elite pakistane, da parte loro, considerano l'Afghanistan come il cortile del Pakistan e la porta d'accesso verso i mercati dell'Asia centrale. Inoltre, guidano gli Afgani provando a tenerli sotto il loro controllo. Durante la guerra contro l'Unione sovietica, praticamente tutte le tribù sono state armate dal Pakistan, ma ciascuna separatamente ricevendo armi che non erano compatibili con le armi ricevute dalle altre tribù. Questo per evitare che le tribù afgane si collegassero per formare un esercito opposto al Pakistan. Negli anni 90, i taliban sono stati formati nelle scuole religiose delle Madrasse nel nord del Pakistan per mantenere l'Afghanistan sotto il controllo dei servizi di sicurezza pakistani.

Un amico pakistano mi ha detto che non credeva che il Pakistan potesse continuare ad esistere come un paese unito. Ci si deve aspettare una balcanizzazione?

H. Il popolo pakistano vive in una povertà opprimente che contrasta con il modo di vita ricchissimo condotto dalle elite corrotte che sono succedute ai britannici. La pressione è enorme e la vita comune tra le due classi è difficile. Esistono molte forze intermedie. Nel Béloutchistan, il popolo, che si sente lasciato solo, ha organizzato, in quest'ultimi anni, dei movimenti di resistenza. I Pachtounes vogliono un Afghanistan indipendente e si oppongono alle relazioni d'amicizia che legano i generali pakistani agli Stati Uniti. Una guerra civile comporterebbe danni collaterali terribili e paesi come l'India e l'Iran sarebbero toccati. Tale guerra sarebbe impossibile da controllare da parte degli Stati Uniti e le truppe della NATO. Basta osservare ciò che avviene in Iraq ed in Afghanistan. Le varie anime dell'elite pakistana sono coscienti del pericolo e si mostrano sempre più nazionalistiche. Inoltre, i paesi vicini come la Cina e l'India, hanno bisogno di svilupparsi grazie ad un clima pacifico nella regione. La Cina, particolarmente, applica una politica di stabilizzazione intensiva nella regione. È oggi il terzo partner del Pakistan. Il commercio tra i due paesi aumenta ad un ritmo del 30% l'anno e dal gennaio 2006 è stata istituita tra i due paesi una zona di libero scambio. La tassa d'importazione è stata eliminata da entrambi i paesi per un  grande numero di prodotti. Ho già parlato degli investimenti cinesi nel porto di Gwadar. Nei primi nove mesi del 2006, le imprese cinesi hanno investito per 8,6 miliardi di dollari in contratti per progetti di costruzione. Inoltre, la Cina incoraggia il libero scambio tra il Pakistan e l'India e dandone, peraltro, l'esempio. Così, la Cina, nonostante anni di problemi per le frontiere con l'India, ha compiuto lo sforzo di negoziare seriamente e ridefinire una frontiera chiaramente delimitata. La Cina è anche il secondo partner più importante dell'India. Il commercio ed i progetti economici sono i migliori fattori di stabilità. Come il popolo pakistano potrebbe uscire dalla miseria?

H. Lasciandosi alle spalle l'eredità del colonialismo di cui sono ancora prigionieri attualmente. L'India ed il Pakistan formano un solo paese, la sola differenza è la religione. Ma non dimentichiamo che l'India d'oggi, dopo l'Indonesia con suoi 200 milioni di musulmani, è sempre il secondo paese musulmano più grande al mondo. I due paesi costituiscono un’attrattiva e possibilità economiche reali per la Cina ed hanno entrambi interesse a costruire relazioni di fiducia con essa. E infine, la più importante riforma di cui i due paesi hanno bisogno per sviluppare la loro economia e sbarazzarsi della concezione feudale del possesso del territorio. Una vera riforma agraria deve avere luogo per permette ai contadini di lavorare per loro conto.

 

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lunedì, 28 gennaio 2008

IN CAMPANA: I RODITORI SONO SEMPRE ALL’OPERA di GLG e G.P.

 

 

Il cattocomunismo ebbe un’origine tutto sommato nobile; Dossetti e poi Rodano e Napoleoni (e altri), tutti personaggi di prima qualità (intellettuale e morale). Come ogni altra corrente politica e ideale, anche questa si è deteriorata gravemente con la fine della Prima Repubblica (provocata da quella “poco pulita” manovra giudiziaria che fu “mani pulite”, con l’intervento di “manine d’oltreoceano”); i rinnegati del Pci non osavano presentarsi in prima persona e non riuscivano a trovare una loro dimensione (europea) realmente socialdemocratica. Così hanno preso il più scadente prodotto della scuola di Andreatta (persona preparata e intelligente, con ben altri allievi intorno a lui), già boiardo di Stato all’Iri (confidiamo nella memoria di almeno una parte degli italiani, perché non possiamo fare qui l’elenco di tutto ciò che quest’uomo ha fatto, o tentato di fare, durante la sua presidenza), e l’hanno messo a guidare una combriccola di sciamannati di sinistra, veri guastatori dell’intero paese.

A questo punto, il (degenerato) “cattocomunismo” ha prodotto danni incommensurabili. E non vuole arrestarsi nemmeno ora. Malgrado sia dimissionario, il Governo vorrebbe procedere egualmente all’enorme infornata di nomine dei prossimi due-tre mesi: centinaia di posti fra i quali quelli di tutti gli Istituti di previdenza, delle imprese pubbliche gioiello (Eni, Finmeccanica, Enel), delle Poste, della Tirrenia e infinite altre (anche nelle Forze Armate, al massimo livello). Lo ha rivelato il ben noto Rovati, quello del primo piano – formulato da due personaggi, legati alla Goldman Sachs come il Governatore di Bankitalia svillaneggiato da Cossiga, uno dei quali fa parte del governo dimissionario – teso ad impadronirsi della Telecom, piano sventato in quell’occasione da un’impennata di Tronchetti (in pratica avrebbe dovuto svendere; ha poi ottenuto molto di più), ma poi andato a buon fine con il duo Bernabé-Galateri (di fatto messi da Intesa, che stava all’origine anche del precedente piano fallito, con alle spalle la solita Goldman).

Diciamo subito che chiunque consenta al peggiore premier della storia d’Italia di portare a termine questo progetto di occupazione di tutte le principali poltrone di controllo dell’economia e dell’amministrazione statale – progetto favorito dalla finanza (leggi soprattutto la solita Intesa) e dagli indecenti vertici confindustriali – avrà messo l’ipoteca sull’intero paese, che andrà incontro a selvagge devastazioni da parte di autentici roditori. Saremmo alla piena emergenza. Per ciò, anche se contiamo poco, riporteremo tutte le notizie utili a smascherare, presso quella piccola schiera di lettori che ci segue, questo progetto di invasione del potere da parte delle bande “chicaghesi” dell’ignobile GFeID (grande finanza e industria decotta), che si ostinano a utilizzare una sinistra allo sbando (e si sono più volte chiariti i motivi di questa ostinazione, su cui torneremo spesso), dandole una mano nel truffaldino tentativo di evitare le elezioni che la farebbero “evaporare”.

 Oggi riprendiamo l’articolo di De Francesco, intitolato “Nomine, ultimo blitz di Prodi negli enti pubblici”, molto puntuale (e preoccupante). Vogliamo inoltre ricordare che subito dopo la caduta del governo, il professore bolognese aveva provveduto a sistemare qualche “faccenda” rimasta in sospeso e che non si può dire rientrasse propriamente nell’ordinaria amministrazione: con l’ultimo Cipe sono stati destinati 90 milioni ai beni culturali, 71,4 milioni alla Darsena di Civitavecchia e 104,5 milioni allo schema idrico Basento-Bradano. Mentre con l’ultimo Consiglio dei ministri si è provveduto a sancire: il decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali, l’attacco di Di Pietro sulle nomine di Mastella e una pletora di nuove nomine  (Esercito, Corte dei conti ed altro).

I nomi che spiccano maggiormente nel lascito “designativo” di Prodi sono quelli di Peleggi (uomo di Visco) all’Agenzia delle Dogane e la conferma di Ianì (Legacooop) a commissario per le emergenze zootecniche”. Ma restano ancora da effettuare le nomine, ben più pesanti, nelle grandi imprese a partecipazione statale (Eni, Enel e Finmeccanica su tutte) rispetto alle quali Prodi (o chi lo muove come un burattino) non ha nessuna intenzione di mollare l’osso più succoso. L’articolo sotto conferma appunto queste ipotesi.

Si attivino pertanto tutte le forze che si oppongono a questi esiti ormai cancerogeni del “cattocomunismo”, cui sono conniventi finanzieri e industriali felloni, privi di senso dell’onore e svenduti a interessi esteri (sappiamo di chi!). In campana!

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 Nomine, ultimo blitz di Prodi negli enti pubblici

articolo di Gian Maria De Francesco - lunedì 28 gennaio 2008, 09:41

Angelo Rovati, consulente del premier, fa capire in tv che l’esecutivo cercherà di occupare Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Poste e Tirrenia. Il centrodestra compatto chiede di bloccare il valzer di poltrone: "Deve vigilare il capo dello Stato"

Roma - «Se è un governo nella pienezza dei poteri, le può fare. Se invece è un governo che deve gestire l’ordinaria amministrazione, non lo so...». Angelo Rovati, già consulente di Romano Prodi e responsabile di quella che scherzosamente (ma non troppo) fu definita la «Divisione Rimozioni e Nomine» di Palazzo Chigi prima dello scandalo Telecom, ieri ha lasciato trapelare che l’esecutivo sfiduciato avrebbe l’intenzione di affrontare la questione degli avvicendamenti ai vertici delle aziende pubbliche.

Ospite della trasmissione In mezz’ora, Rovati ha dichiarato che «la finanza è una brutta bestia e le scelte devono esser fatte con delicatezza» ricordando che «il governo era alla vigilia di decisioni molto importanti nel settore degli enti pubblici, la fusione dell’Inps con altri istituti, con Treu commissario, che avrebbe portato ben 3,5 miliardi di risparmi nei prossimi 5 anni». Questo l’unico esempio concreto, ma ovvio che sul tavolo ci siano anche i consigli di amministrazione di Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Poste e Tirrenia. L’imprenditore-consulente ha precisato inizialmente che ogni sua affermazione non era «riferibile a Prodi», ma excusatio non petita...
Allo stesso modo, l’architetto della campagna elettorale del Professore («pseudotesoriere» lo definì il diessino Sposetti) ha voluto esprimere la propria opinione sulla questione Alitalia. «C’è una trattativa aperta con Air France - ha detto - e se si chiude, bene. Altrimenti c’è il rischio di fallimento».

Ovvia la preoccupazione del centrodestra dinanzi agli scenari prospettati da Rovati. «Il piano SuperInps - ha ricordato il responsabile lavoro di Forza Italia, Maurizio Sacconi - è stato bloccato da una lettera congiunta di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil». Poi, ha spiegato il senatore azzurro, «la costituzione di questo nuovo ente dipende dall’esercizio di una delega che non rientra nell’ordinaria amministrazione nel cui ambito potrebbero invece ricadere le nomine nelle aziende pubbliche». Secondo alcune fonti, la «lobby bolognese» (vedi articolo sotto), coordinata dal ministro Santagata, avrebbe lavorato molto alla nomina dell’ulivista Treu a SuperInps.

Maurizio Gasparri (An) è ottimista persino sulla possibilità di stoppare il valzer di poltrone. «Le assemblee - dichiara al Giornale - si possono rinviare oppure si possono mantenere aperte fino all’insediamento del nuovo esecutivo perché il ruolo di azionista non può essere esercitato da un governo sfiduciato». È necessaria la massima trasparenza, aggiunge, perché «sarebbe pericoloso se un ministro come Padoa-Schioppa, colto in fallo sui casi Speciale e Petroni, “manipolasse“ i consigli di amministrazione».

Più che ricercare intese bipartisan (i vertici di Eni ed Enel furono nominati dal centrodestra e hanno conseguiti ottimi risultati, ndr), secondo Gasparri, «si potrebbe chiedere agli amministratori eventualmente nominati di rimettere il mandato nelle mani del nuovo governo». Il deputato di An ha comunque dato mandato a un consulente legale di studiare la situazione. La crisi, comunque, ha già determinato un risultato: «Il prossimo cda Rai sarà nominato in base alla legge che porta il mio nome», conclude.

«Quelle nomine - incalza il liberal Daniele Capezzone - non possono essere considerate ordinaria amministrazione e serve molta vigilanza (la stessa che l’azzurro Giro ha chiesto al presidente della Repubblica; ndr) per evitare che un governo morto compia un ultimo colpo di mano».

 

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 13:02 | link |