Ho scritto alcuni giorni fa un testo solo per gli amici del blog (e qualche altro della mia mailing list) perché mi sembrava utile manifestare loro la mia intenzione di mettere dei paletti rispetto a discussioni che, per quanto mi concerne, ritengo una vera fiera delle mostruosità o una mostra dell’antiquariato. Per il momento, ritengo debba restare un discorso tra noi. Ho però visto che si sono incrementati i commenti degli “antiquari”. E ci sono continue telefonate fastidiose ad alcuni degli amici del blog, che mi convincono della necessità di vergare qui di seguito almeno “quattro parole” affinché sia chiaro che, da oggi in poi, non intendo leggere certe argomentazioni né tanto meno rispondervi.
Intendiamoci bene: il mondo è vasto e vario e c’è posto per tutti. O, per meglio dire: per quasi tutti. Alcuni andrebbero in effetti gettati nelle foibe, ma non si tratta di quelli che inviano commenti; mi riferisco a ben altra gente con cui, per fortuna, non ho rapporti nemmeno di striscio, e spero che sia sempre così. Il problema è un altro. Alcuni interventi sono s-centrati e sembra si dedichino ad acchiappare farfalle; altri sono invece accettabili in sede razionale e denotano anche intelligenza. Tuttavia, 15-20 anni fa potevo permettermi di dedicare tempo a leggere certi scritti, e magari a rispondere. Adesso, il tempo mi manca. E poi, lo ammetto, mi irrito a sentire ripetere argomentazioni che – lo ripeto – ho ascoltato mille volte e hanno un sapore di ruggine sempre più marcato.
Personalmente, intendo uscire dal marxismo che ritengo ampiamente superato. Quindi i cultori accaniti di questa teoria scientifica, da essi trasformata oggi in dottrina (scolastica e accademica), non hanno nulla da spartire con il sottoscritto; mi parrebbe assai strano intavolare con loro un qualsiasi dibattito giacché non abbiamo proprio nulla da “scambiarci” (salvo qualche “sputo”, che è meglio evitare). Come dimostra anche l’Introduzione (al libro Strategie: per una teoria di fase, di prossima uscita, verso maggio, con
Ritengo senz’altro che non sussista la famosa coupure tra Marx giovane e vecchio. D’altronde, tale tesi – posta negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso – aveva un chiaro intento di lotta teorica (che è anche ideologica!) nell’ambito di una congiuntura in cui vi era ancora la speranza di combattere quelle che venivano ritenute deviazioni revisionistiche della maggioranza del movimento comunista (piciista) ufficiale. Solo uno che non conosce Marx può però sostenere che non intercorra una profonda trasformazione tra il suo pensiero nel 1844 (Manoscritti ecc.) e quello del Capitale. E tra gli ultimi scritti di Marx ci sono
In definitiva, ritengo urgente uscire dal marxismo, così come l’abbiamo conosciuto, ma non certo per riprendere tesi che ritengo una mera riproposizione (in forme assai peggiori e più infantili) di vecchie concezioni che hanno avuto certo una loro storia dignitosa. Tanto più che io non sono interessato a discorsi sui “massimi sistemi”, né sulla Umanità in generale. Mi interessa appunto una teoria di fase e intendo concentrare gli sforzi (e i dibattiti con chi ha i miei stessi interessi per il mondo attuale) su quest’ultima. Nessuno mi indurrà più a perdere tempo in dibattiti sterili. Al massimo, ci tornerò sopra in poche righe per l’ultima volta (quando parrà e piacerà a me, non tirato per i capelli da nessuno) e poi…. “addio per sempre”.
Quindi, non ci si aspetti più da me risposte e interlocuzioni di qualsiasi genere. Chi vuol leggermi, mi legga; chi si diverte a opporre a ogni tentativo di pensare qualcosa di nuovo vecchie tematiche del “buon tempo che fu”, lo faccia. Personalmente, “fuori mi chiamo”. Interagirò solo con chi intende andare in certe direzioni. E’ mia ferma intenzione “frequentare” (teoricamente) chi mi pare e piace, cioè chi mi stimola e mi aiuta nella direzione di ricerca che sto seguendo da anni. Gli altri, saranno bravissimi ma non mi interessano; anche perché mi si è creata ormai l’impressione, per me definitiva, che siano bravissimi soprattutto come “necrofili”. E con questo, un “caro addio”; separiamoci (teoricamente) for ever.
La crisi economica statunitense emerge ogni giorno con maggiore evidenza. Secondo quanto abbiamo già riportato, traducendo l’articolo dei ricercatori del Leap E/2020 (Fase di crollo dell’economia reale negli Usa), a partire dalla fine di questo primo trimestre 2008 verrà toccato un nuovo punto di flessione della crisi sistemica globale. I sintomi finanziari della crisi cominciano, peraltro, a scaricarsi pesantemente sull’economia reale.
Segno lampante della debacle dell’economia Usa è lo sprofondamento del dollaro (con l’euro che si scambia attualmente a quota 1,5127 rispetto alla valuta statunitense). A causa di tale andamento il presidente della Fed sta cercando di rassicurare i mercati promettendo interventi tempistici, con ciò certificando (se mai qualcuno dubitasse ancora del clima d'incertezza e incompetenza che avvolge cotanti esperti sistemici) tutta l’improvvisazione e l’aleatorietà delle innumerevoli iniezioni di liquidità di questi ultimi mesi, da parte delle banche centrali.
In realtà, le principali istituzioni finanziarie americane (ma anche quelle europee) navigano a vista nel tentativo, più che altro, di traccheggiare per addivenire a soluzioni meno precarie rispetto a quelle fin qui adottate. La crisi in questione è, inoltre, aggravata dall’andamento dei prezzi del petrolio che sta volando oltre i 102 dollari al barile. Ma rincaro dei carburanti vuol dire, conseguentemente, aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e di quelli farmaceutici che determinano, a propria volta, un’inflazione galoppante. A tali dati di fatto si aggiunge anche un aumento dei prezzi di produzione negli Usa (saliti a gennaio dell’1% a fronte di previsioni più rassicuranti che parlavano di un aumento dello 0,4%) dopo la leggera flessione del mese di dicembre. In pratica, le imprese cominciano ad avere serie difficoltà di realizzazione dei profitti. Il rischio maggiore che si profila all’orizzonte è quello della stagflazione (aumento dei prezzi e crescita stagnante). Difficile quindi che si possa continuare sulla strada delle manovre monetarie, perorate dai grandi esperti della finanza internazionale, anche perché gli spazi d’intervento si sono fortemente ristretti. Sarebbe quindi il momento di fare i conti con questa crisi in maniera strutturale senza ricercare altri palliativi. Così però non la pensano gli analisti finanziari che puntano ingenuamente a sovvertire il clima di sfiducia dei consumatori americani per ridare fiato alla ripresa. Se questi signori pensano di calmierare i lori disastri con indici fasulli e, al più, meramente accessori, come quelli legati alle attese e alle aspirazioni dei consumatori, ciò vuol dire che la loro presa di coscienza sulla gravità della situazione è solo apparente. In verità, la crisi di fiducia dei consumatori americani è l’effetto di una situazione che precipita a causa dell’annaspare “della macchina economica americana” (come appunto sostenuto dai ricercatori del LEAP), in seguito agli innumerevoli fallimenti privati e pubblici, con espulsione dal mercato di molte imprese (oltre la normale soglia "fisiologica" dovuta alla competezione sul mercato), all’acquisto di titoli divenuti carta straccia nelle mani dei risparmiatori che stanno bruciando malamente i loro risparmi, nonché all’andamento inflattivo dei prezzi.
Questo comporta anche una brusca frenata dell’occupazione (in seguito al calare dei consumi, degli investimenti e del reddito), mai così in basso negli ultimi cinque anni. L’innesco della caduta è sicuramente da addebitare alla recessione immobiliare, con una sequela di pignoramenti, giunti ad un punto critico nel mese di gennaio. Tuttavia, la deflagrazione vera e propria tocca aspetti più profondi che non si esauriscono certo nella crisi dei subprime e dei mutui divenuti ormai inesigibili. Ciò che traballa è l’equilibrio economico, fondato sulla predominanza Usa, che non regge più all’urto dei grandi cambiamenti ai quali è sottoposta l’economia mondiale. Il mondo non ruota più completamente intorno agli Stati Uniti e questi non possono continuare ad operare con i vecchi strumenti per mantenere il controllo del pianeta.
Facile quindi prevedere che gli Usa cercheranno di serrare i ranghi e di agire con sistemi più politici e militari per risolvere i loro problemi. A ragione i ricercatori del Leap hanno parlato di “crisi sistemica globale, … che influisce sull'integrità del pianeta per quanto riguarda direttamente le basi del sistema internazionale che sottende all'organizzazione planetaria da alcuni decenni”. La strategia americana di predominanza subisce forti scossoni a causa di rivolgimenti che non sono puramenti economici, quanto legati all’instabilità dell'ordine mondiale da questi creato in seguito alla vittoria nella seconda guerra mondiale e al successivo estendersi del loro strapotere ad est, dopo la caduta dell’URSS. Insomma, la crisi del risparmio negativo degli US (che fino a questo momento era stata rattoppata grazie ai prestiti altrui) non sarà più comodamente ricomponibile perché il clima politico è cambiato. Ciò significa che i principali creditori degli Usa potrebbero osare sfidare il gigante americano in virtù del fatto che si sentono molto più forti di un tempo (inizierà da qui una fase di pieno policentrismo?). Sotto questo punto di vista il decoupling assume un’importanza cruciale, non tanto come atto di distaccamento immediato delle economie asiatiche ed europee dall'economia Usa (i tempi sono ancora prematuri), ma come primo tentativo di recupero di una maggiore autonomia di questi paesi dopo gli anni bui dell’assoluta predominanza statunitense (anche se resto piuttosto scettico sul ruolo dell'Europa, in quanto quest'ultima continua a manifestare tutto il suo sostegno agli USA, sia in termini politici che militari). Staremo a vedere.
a cura di G.P.
Forse a qualcuno saranno sfuggite le solite esternazioni di Cossiga apparse sul Corriere della Sera del 23 febbraio. Debordanti certamente, ma anche assolutamente veritiere. Massimo D’Alema giunse alla guida del secondo governo dell’era ulivista (dopo la spallata a Prodi da parte di Rifondazione) quasi con un compito preciso, scientemente sostenuto dai voti dell’UDR di Cossiga e con la preventiva approvazione degli alleati americani. Lo stesso Cossiga confessa di aver pensato subito al baffetto terribile nato a Roma ma regnante a Gallipoli, per dare una mano agli americani ed agli inglesi che si accingevano a bombardare
L' INTERVISTA ALL' EX PRESIDENTE COSSIGA
«Portai D' Alema a Palazzo Chigi per fare la guerra»
Gli americani e gli inglesi avevano bisogno dell' Italia come portaerei nel Mediterraneo per lanciare la guerra del Kosovo
ROMA - Presidente Francesco Cossiga, senta: tornando alle cronache del 1998, verrebbe da dire che se il Kosovo è riuscito a proclamare la sua indipendenza, un po' del merito è anche suo... «Lei vuol fare della dietrologia, se ho ben capito...». Con il rispetto che si deve a un ex capo dello Stato, naturalmente. «Va bene, così mi piace. Allora: intanto, sgombriamo ogni dubbio. Per mandare Massimo D' Alema a Palazzo Chigi, da dove poi ordinò gli attacchi aerei e terrestri contro i serbi, in Kosovo, non ci furono complotti, tra il medesimo D' Alema, Franco Marini e il sottoscritto». No? «No. Posso raccontarle, tanto ormai è passato del tempo, che, caduto Prodi, per mano rifondarola, l' ambasciatore britannico e il consigliere militare statunitense vennero da me, che all' epoca guidavo un modesto partito di transizione...». L' Udr. «Appunto. Ebbene, i due vennero da me e mi spiegarono lo scenario. Io li ascoltai e...». Sintesi del colloquio, signor Presidente? «La regione dei Balcani sta per esplodere, abbiamo bisogno dell' Italia, la più efficiente portaerei del Mediterraneo». E lei? «Sapevo che erano venuti da me, anche perché io, con i voti del mio partitino, potevo sostituire Rifondazione. E decidere. Così, a quel punto, decisi pure che Massimo D' Alema sarebbe stato il premier giusto. Perciò salii al Quirinale e, in un colloquio di due ore e mezza, lo spiegai al mio successore, Oscar Luigi Scalfaro. Adesso, lasciamo stare che quando uscii...». Cosa? «Ricorderà... certi giornali titolarono: "L' ex capo dello Stato conferisce a D' Alema l' incarico...". Che, poi, tra l' altro...». Che cosa? «Massimo neppure era convinto. Pensi che la mattina dopo, alle 7, suonano alla porta di casa. Chi era?». Escluderei D' Alema... «Infatti. Era Marco Minniti. Che mi spiega le perplessità di Massimo. Ma io lo mando indietro dicendo che non devono esserci perplessità. Che Massimo, in un momento tanto delicato, avrebbe saputo premere di certo i tasti giusti...». Infatti, poi, i piloti dei nostri caccia premettero quelli per sganciare le bombe... «I piloti della Marina, che si alzavano in volo dalla Garibaldi a bordo degli Harrier, si comportarono magnificamente. Come, d' altronde, anche i nostri commando». I commando, scusi, dove? «In Kosovo...». Reparti speciali italiani si infiltrarono in Kosovo? «Esatto. E in divisa da combattimento, ovviamente. Altrimenti, in caso di cattura, avrebbero rischiato d' essere fucilati». Intanto, Armando Cossutta, che pure con il Pdci stava nella coalizione di governo, andava però a trattare con Milosevic... «Guardi, io temo che, ancora oggi,
(23 febbraio 2008) - Corriere della Sera
Prendo spunto, per questo mio intervento, da un commento lasciato nel blog da un signore che correttamente si firma e che aggiunge al suo vero nome l’appellativo di “reazionario di ferro”. Il suo intervento è, ancora una volta, a sostegno della tesi della finitudine delle risorse del pianeta e del fatto che il nostro modo scriteriato di consumarle (nonché di distruggere lo stesso ambiente trattandolo alla stregua di una riserva senza fondo) ci porterà tutti alla rovina.
Scusatemi, ma qui devo dissentire profondamente perché la cattiva fede (ovviamente non mi riferisco alla persona intervenuta nel blog) degli ambientalisti istituzionali e degli scienziati che praticano una “deontologia” discutibile sono la prova che nell’argomento entra molta propaganda sistemica, sorretta da ragioni ideologiche (per la costruzione di un senso comune unidirezionale) che ha un fine solo in parte decifrabile. La maggior parte di questi guru ambientalisti affermano le proprie convinzioni lanciando allarmi sociali di ogni tipo, puntualmente accolti dall’establishment, tanto mediatico che politico, il quale, pur essendo il primo imputato in questo processo, fa da cassa di risonanza a tali idee balzane.
Procediamo con ordine e cerchiamo di verificare se, per esempio, la litania sulle energie alternative e sui consumi oculati perorati dai questi signori, che tanto si accalorano per la salvezza del pianeta, abbia un fondamento scientifico. E’ chiaro che non essendo uno scienziato dovrò basarmi su dati che non posso dimostrare direttamente ma che sono stati avanzati da altri scienziati, non ancora smentiti dalla comunità dei colleghi pro-ambiente. Così, sapevate che la trasformazione dell’energia solare in biomassa ha un’efficienza inferiore all’1% mentre i Verdi e i loro sodali ambientalisti ci hanno sempre raccontato di un’efficienza di quasi il 100%? Come potete ben capire la forbice è così larga che, ovviamente, qualcuno sta mentendo in maniera spudorata.
Oppure, avete mai pensato al fatto che, come dicono i Verdi, se si abbassassero le emissioni di anidride carbonica di un 70% rispetto al livello attuale saremmo tutti già morti di fame. Perche? Ce lo spiega Battaglia, il quale è uno scienziato al pari degli altri, ma col vantaggio di non temere il contradditorio, al contrario di Rubbia, leader delle energie alternative, il quale, invece, più volte si è sottratto al faccia a faccia con il collega. Dice quest’ultimo: “Siccome il 90% dell'energia che usiamo proviene dai combustibili fossili, e siccome l'80% dei costi di ciò che mangiamo sono, direttamente o indirettamente, costi energetici, allora, se dipendesse dai Verdi, la disponibilità di cibo del mondo sarebbe ridotta del 50%, come si calcola moltiplicando 70x90x80. Circostanza che, per noi, significherebbe saltare il pranzo e limitarsi alla colazione e alla cena; ma per un paio di miliardi della popolazione mondiale significherebbe passare dalla condizione di limite di sopravvivenza alla condizione di estinzione per fame. Che le cose stiano così, e a dispetto del fatto che vorrebbero farci credere di poter colmare con l'energia dal sole quel 70% (per ragioni tecniche l'energia dal sole non può colmare neanche il 10%), ne sono consapevoli anche i Verdi: fateci caso, ma sta infatti diffondendosi l'idea della «decrescita felice». Immagino che la felicità stia nel fatto di non essere tra quei 2 miliardi destinati a morire di fame”.
Io, quanto meno, sono attanagliato dal dubbio e poiché nessuno se l’è sentita di smentire Battaglia scelgo, al momento, di non saltare nessun pasto e di respirare un po’ peggio. Almeno, finché riesco a mangiare non mi si annebbierà la vista ed il cervello e, forse, sarò ancora in grado di trovare una soluzione al problema dell’inquinamento (non in quanto singolo ovviamente), che sicuramente è reale ma nei confronti del quale occorrerà operare vagliando le opzioni migliori.
Sapevate che l’energia eolica produce elevati quantitativi di CO2 che si espandono nell’atmosfera? Secondo uno studio di un’associazione ambientalista francese (
Risultati che fanno maggiormente riflettere soprattutto se, secondo quanto sostenuto dagli ambientalisti di casa nostra, avremmo dovuto quasi installare le pale eoliche persino sui tetti delle case.
Secondo Battaglia non ci voleva nemmeno uno studio approfondito per capire tutto ciò in quanto “…la parola-chiave in questo uso è la parola «potenza» e non la parola «energia»: se le erogate 1 kWh di energia con la potenza di 100 W, una lampadina da 100 W sta accesa per 10 ore; se le erogate 1.000 kWh alla potenza di 1 W avrete consumato mille volte più energia ma la lampadina sarà rimasta spenta. Quando il vento non soffia le pale non girano, e non si aggiunge alcuna potenza al sistema elettrico, esattamente come non si aggiunge alcuna luminosità ad un locale dotato di lampadine potentissime ma spente”. In secondo luogo “…l'energia elettrica è un bene particolarissimo: se ne deve produrre tanta quant'è la domanda, e quando richiesta deve essere prodotta, sennò il sistema va in blackout. Quando il vento non soffia e la popolazione richiede energia, questa deve essere erogata dagli impianti convenzionali”. Ciò significa che quando invece il vento soffia “…fa risparmiare combustibile convenzionale e nulla più. Quanto? L'aritmetica è facile: per produrre 1 Gw-anno di energia elettrica l'anno sono necessarie 6.000 turbine che costano più di 6 miliardi e durano 20 anni, alla fine dei quali saranno stati prodotti 20 Gw-anno di elettricità. Per produrre i quali, però, basterebbe meno di 1 miliardo di euro in combustibile nucleare: non mi sembra che sia necessaria la consulenza del nostro Renato Brunetta per comprendere che spendere più di 6 miliardi subito per risparmiare meno di 1 miliardo in 20 anni non sia il massimo della furbizia. Ecco perché è necessario che l'eolico sia sovvenzionato in modo abnorme col denaro delle nostre tasse. Ed ecco perché il settimanale tedesco Der Spiegel lo ha definito «la meglio sovvenzionata distruzione dell'ambiente”.
Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un punto di vista come gli altri. Vero! Ma qualche dato Battaglia lo fornisce con una fondatezza scientifica che supera di molto quelli sciorinati da Pecoraro-Scanio nella Conferenza nazionale del clima, dove l’infausto ministro dichiarò che l'effetto serra causato dalle emissioni antropiche di CO2 determinava “un aumento quadruplo della temperatura rispetto alla media planetaria”. E’ legittimo, allora, il mio dubbio che quello ambientale sia un affare reso tale dagli “unguenti malefici” che qualcuno spande per lucrare su tali tematiche alle quali la popolazione è molto sensibile? Posso credere che l’ esasperazione di un allarme sociale abbia motivazioni molto meno nobili di quello che ci raccontano?
Stesso ragionamento vale per il fovoltaico, spacciato per una valida alternativa alle energie inquinanti quando in realtà questo potrebbe al massimo avere una funzione coadiutoria ed ausiliaria. Anche qui Battaglia ci fornisce dei numeri al contrario di Rubbia il quale, da quanto è dato di capire, riceverebbe fondi per le ricerche in dette tecnologie: “…da 16 kmq di specchi (che sono 16 milioni di metri quadrati di specchi da lavare frequentemente per mantenerne alta l’efficienza) si ottiene una potenza accumulata di 1000 MW, pari a quella di una grossa centrale convenzionale. Ora, l’insolazione media annua in Sicilia è di 200 W/mq, e su 16 kmq si hanno 3200 MW, ma di radiazione solare incidente, non di potenza elettrica prodotta.” Pertanto gli specchi solari “hanno un’efficienza, se va bene e se li si lucida bene e frequentemente, dell’80 per cento; e il suo fluido di sali fusi (che, con spesa d’energia, dovranno essere mantenuti a 240 gradi sennò solidificano) avrà un’efficienza termica, a essere generosi, dell’ordine del 50 per cento; infine, c’è l’efficienza della conversione dell’energia termica accumulata in energia elettrica …che è del 40 per cento (in condizioni ottimali). Alla fine, quei 3200 MW dal sole diventano 500 MW elettrici: per uguagliare una centrale convenzionale, quindi, di specchi ce ne vogliono 32 milioni di metri quadri (da - non smetterò mai di ripetere - lavare frequentemente). Ma quanto costa un impianto di tal fatta? “… 5 miliardi, il doppio di un reattore nucleare. Cinque miliardi di euro per 32 milioni di metri quadrati di specchi (da lavare frequentemente) per un impianto”. E’ possibile, come dice lo stesso Battaglia, che con tali cifre si possa realizzare una “produzione in massa?”.
Infine un ultima parola sui termovalorizzatori. Gli ambientalisti, i decrescentisti alla Pallante ecc. ecc. che oggi ottengono tanta eco nelle Tv, sostengono che con tale sistema non si fa che peggiorare la qualità dell’aria e l’inquinamento complessivo a causa delle polveri sottili. Nel frattempo però aumentano anche le cataste di rifiuti per le strade (che bruciano lo stesso perché cittadini stremanti dall’olezzo le incendiano) le quali, probabilmente, finiranno stoccate in discariche fuori norma, come accade ormai da troppi anni con danni ambientali ugualmente devastanti. Al peggio, i termovalorizzatori costituiscono un necessario male minore rispetto ad una situazione tragica che i Pecoraro-Scanio di turno hanno contribuito ad aggravare con il loro ecoestremismo e con gli interessi economici che hanno celato dietro la coscienza ambientalista.
Su questo Battaglia sostiene che “L'incenerimento è forse il migliore metodo per ridurre il volume dei rifiuti solidi urbani, le potenziali proprietà infettive dei rifiuti delle strutture sanitarie e la potenziale tossicità di rifiuti chimici. Il timore dei rischi del metodo nasce dal fatto che alcuni prodotti di combustione sono tossici; … malgrado i prodotti incriminati siano tossici solo a concentrazioni ben più elevate di quelle liberate dagli impianti. Innanzitutto, i principali prodotti di ogni processo di combustione, inclusa quella dei rifiuti, sono l'acqua e l'anidride carbonica. Il processo inoltre produce materiale incombusto e ceneri che devono essere raccolti e opportunamente allocati. E produce anche particolato e altri gas, in misura minore; ma la loro pericolosità non può essere esclusa. Ad esempio, si teme la formazione di diossine e furani. Ma questa è favorita da una combustione incompleta che, a sua volta, è governata dalla durata del processo - che deve essere sufficientemente lunga - e dalla temperatura, che non deve essere troppo bassa. Ma neanche troppo alta: infatti, mentre i composti del mercurio sono volatili, quelli di altri metalli, come cadmio e piombo, si distribuiscono tra le ceneri e i vapori, privilegiando questi a temperature più alte. Quindi, l'inceneritore dovrà operare ad una temperatura di compromesso in modo da minimizzare sia i residui incombusti sia la quantità di metalli contenuta nei vapori. Le cui emissioni sono perfettamente controllabili grazie ad una tecnologia più che sperimentata.
Con l'attuale tecnologia è possibile disporre di inceneritori che affrontino il problema dei rifiuti in modo moderno e rispettoso dell'ambiente e della sicurezza sanitaria. E' necessario, però, che essi siano affidati non ad ambientalisti della domenica ma a tecnici competenti, affinché questi garantiscano sia la giusta temperatura di operazione, sia la costante efficienza dei dispositivi di abbattimento degli inquinanti, sia le condizioni di sicurezza - anche per sé stessi - soprattutto durante l'avvio o il fermo dell'inceneritore. E, soprattutto, che siano addestrati per affrontare eventuali condizioni di malfunzionamento dovessero mai verificarsi, per errore o incidente.
Dopo che la popolazione è stata per anni terrorizzata dai Verdi, è necessario che si faccia opera di corretta informazione. Ad esempio, bisogna essere consapevoli che dagli studi epidemiologici sulle popolazioni che vivono vicino inceneritori - impianti molto comuni nel resto del mondo - non è stato osservato alcun effetto sanitario avverso. Se le emissioni degli impianti più vecchi potevano essere nocive per i lavoratori presso l'impianto (ma non per la popolazione circostante), quelle degli impianti moderni sono innocue per tutti: esse sono quantitativamente irrisorie per poter avere alcun effetto sanitario. In conclusione, se fatto operare in condizioni di efficienza, un moderno inceneritore svolgerebbe in modo egregio la sua funzione. Che è quella di salvaguardare l'ambiente.”
Mi sembra che ci siano informazioni sufficienti, quanto meno a mettere in dubbio i luoghi comuni che vengono diffusi dalla propaganda catastrofista dei molti ambientalisti "senza se e senza ma". Inoltre, mentre quest’ultimi ottengono tutto il clamore mediatico di cui hanno bisogno per perorare la loro causa, chi sostiene che si tratta di allarmismi ingiustificati viene quasi messo a tacere.
Sarò un malpensante ma vedo scorrere troppo denaro a sostegno di progetti che spesso si rivelano inutili se non addirittura dannosi per le tasche del contribuente e per lo stesso ambiente che si dice di voler preservare. Non voglio prendere una posizione troppo netta ma dixi et salvavi animam meam.
Veltroni ha messo nero su bianco il programma del Pd. Obiettivo: segnare una discontinuità evidente con la precedente gestione di Prodi e dell’Unione. Inutile dire che quest’ultima è stata così disastrosa che serve una smarcatura in stile Ronaldo, dribbling, contro dribbling e doppio passo, per non essere associati ai fallimenti dell’ultimo biennio "unionista".
Walter ripete a cantilena, ma con poca convinzione, che Prodi ha lavorato bene e che non possono essere addebitate al professore bolognese le colpe di una coalizione riottosa la quale, per interessi di bottega, ha impedito al premier di portare a termine tutti gli obiettivi di governo. Una bottega nella quale i Ds erano maggioritari. Appare perciò un po’ paradossale che Veltroni si sia premurato di scaricare dall'alleanza solo la cosiddetta sinistra antagonista, quella che ha detto sì a tutte le nefandezze di Prodi & C. - e che fino all’ultimo ha tentato un accordo col Pd nonostante lo stesso si fosse già dichiarato favorevole al rifinanziamento delle missioni militari e alla creazione delle grandi infrastrutture tipo
Ma siccome lui è certo di non cadere negli stessi errori di Prodi, con la solita sicumera degli inetti, imbarca Di Pietro e i Radicali, in quanto va benissimo il rinnovamento ma non esageriamo, di regali a Berlusconi è meglio non farne troppi.
Peraltro, il leader dell’Idv sta subendo qualche stoccata dai suoi ex amici magistrati, a causa di una denuncia nei suoi confronti, da parte di un membro del partito (al quale potrebbero presto associarsi anche altri, tra i quali Chiesa e Veltri) che lo accusa di aver agito in maniera poco chiara per quanto concerne la gestione dei finanziamenti pubblici all’Idv. Di Pietro avrebbe usato la cassa del partito come un vero feudatario, andando contro quanto previsto dallo statuto. Chi di giustizia ferisce di giustizia perisce, forse...
Quanto ai Radicali, non c’è che dire, sono l’esempio più chiaro di come le battaglie civili più inutili possano diventare la spina dorsale di un partito politico d’invertebrati, solo apparentemente fuori dai giochi di palazzo (vorremmo ricordare che Emma Bonino ha frequentato anche il salotto del Bilderberg). Credo che sotto quest’ultimo punto di vista i pannelliani siano il movimento più reazionario, più iperliberista e pro Usa di tutto l’arco politico ed è per questo che Veltroni li ha presi con sè.
Per tenere insieme il partito radicale ed i cattolici del Pd ci vuole la solita buona dose di “ma anche” veltroniani: “Davvero in Italia ci deve essere una nuova divaricazione tra laici e cattolici? Ma devvero, nel 2008, dobbiamo tornare a mettere in discussione il fatto che ci sono due verità: la prima è che le istituzioni sono laiche per loro natura e sono quelle che decidono. La seconda è che, però, ciascuno deve poter portare il suo punto di vista, anche religioso, nell’impegno civile”. Appunto, un rito satanico con l’acqua santa.
Ma il programma di Veltroni, purtroppo, è molto di più di tutto questo. E’ difficile riuscire ad inanellare una più lunga serie di luoghi comuni ad uso e consumo del peggiore politically correct odierno. Davvero ci vorrebbe un Balzac delle “Illusioni Perdute” per descrivere un personaggio come “Vartere”, uno di quelli che viaggiano con la testa sul fiume degli eventi pensando, solo per questo, di non essere trasportato dalla corrente ma di stare dirigendo lui stesso l’evenemenzialità storica.
Per esempio, per Uolter l’Italia ha bisogno di uno “sviluppo di qualità” che impedisca al pianeta di cuocere a causa del riscaldamento globale. Il “Sud può essere un luogo di opportunità” mentre “la parità di genere introdotta con le quote rosa garantirà la pluralità dei punti di vista”, infine, “la ricerca sarà appannaggio dei ricercatori che sfonderanno con le loro idee” (anche se non si sa con quali fondi, visto che gli stessi vengono decurtati da ogni governo che si succede alla guida del paese). Ma se i ricercatori saranno selezionati con gli stessi metodi con i quali Veltroni sta indicando i figli di papà da inserire nelle liste del Pd non credo proprio che le opportunità, tanto sventolate, andranno a favore dei più meritevoli.
Insomma, il programma di Veltroni assomiglia molto di più ad un palinsesto televisivo ad effetto, fatto apposta per carpire l’audience della prima serata, che non ad un documento politico.
Poche idee e anche piuttosto confuse.
Non conosco se non di sfuggita il pensiero di De Benoist ma il dibattito che si è recentemente aperto, con Franco D’Attanasio e Gianfranco La Grassa, a seguito della sua intervista pubblicata sul blog, merita di andare avanti perché tocca molti dei punti su cui i suoi frequentatori cercano di chiarirsi le idee.
Punti che Gianfranco La Grassa (GLG) ingrandisce da tempo con la lente della sua analisi critica. E bene ne è, perché così anche noi un po’ più miopi e meno esperti possiamo vedere qualcosa. Non starò a ripetere in questa sede, perché del tutto inutile, i grandi meriti dell’analisi di La Grassa. Una boccata d’aria in mezzo a una melassa asfissiante di banalità, tiritere stantie, formule gloriose ma consumate dalla rodente critica del tempo e della realtà.
Do anche per scontato che il complesso del pensiero di Gianfranco sia noto e quindi mi riferirò ad alcune delle sue affermazioni in merito all’intervista di De Benoist come a “riassunti” di elaborazioni ben più complesse.
E iniziamo. Non voglio difendere le tesi della decrescita, perché le conosco solo di seconda mano. Mi pongo invece una domanda che penso che venga spontanea dopo la lettura dell’intervento di GLG: “Perché essere anticapitalisti?”. Intendo dire anticapitalisti in senso generale e non solo nemici del nostro “capitalismo con le pezze al culo” (come più o meno avrebbe detto Gramsci). In altre parole la GF&ID (ovvero “grande finanza e industria decotta”). Posta la domanda, giustificherò perché ci si arriva (o per lo meno perché ci sono arrivato). Lo farò in modo frammentario e poco organico, non tanto per mancanza di spazio, ma perché ho in testa tutto tranne che un pensiero organico. E così non ho nemmeno dei dubbi sistematici e organici.
GLG afferma che piuttosto che con gli “spiritualisti” o gli “idealisti assoluti” è meglio confrontarsi con “quelli apertamente apologetici [del capitalismo] ma che predicano lo sviluppo; solo che lo vogliono attraverso il mercato (e annessi e connessi)”. Questa affermazione è un po’ il punto di arrivo delle argomentazioni precedenti focalizzate sui concetti di “sviluppo” e di “progresso”.
Io sono d’accordo che gli “spiritualisti” cui fa riferimento GLG siano una vil razza dannata che spazia tra il confusionario e il lavoro di disinformazione e di corruzione. Sono anche d’accordo che se non si ha una soluzione migliore del capitalismo è meglio non contar frottole. Ma d’altra parte lo scrittore cinese Lu Hsun diceva che se non si ha pronta una realtà migliore è meglio lasciare che la gente continui a sognare. E magari sognare un “mondo migliore” (e quindi non c’è da meravigliarsi che ci siano tanti “spiritualisti” - a parte i prezzolati patenti e i Masaniello).
Ma, ritornando allo stato di veglia, se la forza distruttrice-creatrice del capitalismo è, per l’appunto, così propulsiva per il progresso, perché dobbiamo sforzarci di cercare qualcos’altro? Se “noi” vogliamo lo sviluppo e “loro” anche, perché siamo in disaccordo? Perché “loro” lo vogliono “attraverso il mercato”?
Questo è un punto che io non capisco. A me, in modo naif, verrebbe quasi da dire “perché loro dicono di volerlo attraverso il mercato, ma in effetti fanno tutt’altro”.
Se non mi ricordo male, Marx affermava che la sfera della circolazione concepita come sfera autonoma è un “Un-wesen”, un non-essere, un fantasma. E infatti Marx parla di “apparenza della sfera della circolazione delle merci”: “die Schein der Warenzirkulation”.
Al contrario, la sfera della circolazione appare come fenomeno di qualcosa di reale solo quando non la si concepisce indipendentemente dal retrostante modo di produzione. In questo caso la Warenzirkulation è il modo di apparire dei rapporti di produzione stessi, è un “Erscheinung”, dove il prefisso “er” indica la presenza di qualcosa di sottostante, la presenza di una “sub-stantia” – i rapporti di produzione, per l’appunto – laddove invece, per contrasto, il precedente termine “Schein” assume il valore di “apparenza superficiale”, “allucinazione”, come lo “shining” di Kubrik.
Io ho sempre ritenuto importante questo passo di Marx, perché è un ottimo esempio del suo metodo scientifico e perché riporta l’attenzione sul fatto che ritenere fondante e indipendente la sfera della circolazione (il mercato), così come avviene anche adesso e così come dicono gli “apologeti” citati da GLG, è solo un “trucco borghese”.
Al contrario, il mercato non è un puro gioco di scambi, bensì nasconde dei rapporti di produzione, che a loro volta sono fondati su rapporti sociali specifici. Rapporti sociali che a loro volta si basano - vedi ”accumulazione originaria” - su rapporti di potere.
Io vedo il capitalismo come uno scambio politico tra Potere del denaro e Potere del territorio. Due poteri divisi, a volte in conflitto, ma destinati a sostenersi l’un con l’altro. In realtà ci sono tanti poteri del denaro empirici e tanti poteri territoriali empirici. Ecco dunque il conflitto tra dominanti, il conflitto tra stati, l’imperialismo (in senso leniniano), ecco le fasi monocentriche e quelle policentriche. Ma ecco anche, oltre a questi conflitti orizzontali, anche quelli verticali, tra dominanti e dominati. Ed ecco perché non regge la tesi dell’estinzione dello Stato e le altre scemenze ultraimperialistiche di contorno di certi teorici della cosiddetta globalizzazione.
Nella mia vita, passata non da parassita, ahimè, ma al duro servizio trentennale di diverse multinazionali informatiche, ho constatato che anche all’interno di una grande azienda in teoria tesa alla massimizzazione dei profitti, l’efficienza strumentale è del tutto ancillare a quella strategica, ovvero ai “giochi di potere”. E ho constatato empiricamente che questa sudditanza si inasprisce in ogni momento di crisi o di ristrutturazione. Dal momento che la storia capitalistica è più che altro storia di crisi e di ristrutturazioni, non c’è da meravigliarsi che la storia del capitalismo sia, diciamo così, più “storia di Potere” che “storia di Denaro”.
Per dirla con Marx, in generale nel capitalismo le cose “non vanno per il loro verso” (cosa che forse era meno evidente durante il lunghissimo periodo monocentrico britannico, in cui viveva Marx, che regalò all’Europa - cosa mai vista prima - un secolo pressoché senza guerre). E quando le cose non vanno per il loro verso il gioco dell’uguaglianza formale nella Warenzikulazion è messo a nudo, la forza economica non basta più e rifà capolino lo scambio politico tra Potere del denaro e Potere del territorio.
Quindi il primo punto che penso debba essere discusso è: “non ‘sviluppo’, ma ‘sviluppo e Potere’”. E non è cambiamento da poco. Perché relativizza il termine “sviluppo”. Perché sottolinea che c’è uno sviluppo in funzione di qualcuno ma non in funzione di qualcun altro, uno sviluppo godibile da qualcuno ma non godibile da qualcun altro.
Questo non vuol dire che sia meglio un mondo senza penicillina che uno con gli antibiotici. Vuol dire che la logica di sviluppo “in funzione di” e a “favore di” non permette di assolutizzare il termine “sviluppo”. Le cose sono più complesse. La realtà, come diceva Lenin, è difforme, spiacevole e poco armonica, in altri termini non così conforme alle simmetrie e alla pulita semplicità dei concetti usati per analizzarla.
Banalmente, tanto per fare un esempio, lo sviluppo può portare danni a qualcuno e benefici ad altri. Oppure danni riparabili solo da alcuni ma non da altri.
Pur lasciando stare la vicenda dei rifiuti di Napoli, in cui grazie anche a criminali di sinistra e politically correct i poveri cristi si beccano tassi di mortalità da tumore superiori di decine di punti percentuali a quello medio nazionale, pensate agli antiparassitari. Si può dire che gli antiparassitari non siano frutto dello “sviluppo”? No. Lo sono eccome. Per farli ci vuole una chimica e una industria chimica sviluppate (vedi Monsanto). Peccato che contengano atrazzina, che l’atrazzina sia un perturbatore ormonale e che così il tumore al seno, da patologia sconosciuta in Europa fino al secondo dopoguerra ora da noi sia diventata una piaga così come in molta parte del mondo a sviluppo emergente e letteralmente irrorato di antiparassitari, non per fenomeni naturali ma ex-lege (così la sviluppata e potente Monsanto è contenta).
Se poi hai i soldi e la cultura per farti i controlli e per farti curare in tempo, probabilmente ti salvi la vita in uno sviluppatissimo ospedale specializzato, altrimenti ciccia. Se invece sei una donna indiana abitante in uno slum, non oserai nemmeno rivelare di avere un tumore al seno per non essere scacciata di casa dal marito. In aggiunta, non è escluso che quella donna sia una contadina finita in uno slum proprio perché non era più in grado di comprarsi gli antiparassitari della Monsanto per mandare avanti il campo.
E a proposito di India. Perché ce la prendiamo tanto con la Fiat, col fatto che è un’industria decotta, frutto della precedente rivoluzione industriale, mentre sembra ingiusto criticare, diciamo così la Tata, che sta trainando in India il nostro stesso tipo di sviluppo? Perché lì, in India, si parla di questo tipo di sviluppo, con le stesse premesse e con lo stesso decorso: auto superinquinanti, miniere d’uranio a cielo aperto, pesticidi a go-go, prodotti agricoli geneticamente modificati (e in massima parte destinati all’esportazione, alla faccia delle fandonie sul cibo transgenico per alleviare la fame).
Questo è quanto succede, a meno di non credere alle favole degli Indiani tutti matematici e tutti geni dell’Informatica, tutti dedicati al terziario avanzato. Conosco abbastanza bene la Computer Science cinese e indiana. Da anni vado ai loro congressi e sono stato nel board scientifico di molti di essi. Vi assicuro che, per ora, la loro Informatica non è meglio di quella occidentale. Costa di meno. Tutto qui. La differenza tra un cinese che ha passato un periodo di studio in America e uno che non l’ha fatto, è che il secondo per quanto genio possa essere è spesso un analfabeta scientifico (di solito riscopre risultati vecchi come il cucco) mentre il secondo, per quanto asino possa essere, sembra un pozzo di scienza. Questa è la realtà, per adesso. Quindi lasciamo perdere le superficialità che sono raccontate nei libri e sui giornali (CINDIA e quant’altro). In India (e penso anche in Cina), si stanno ripercorrendo le stesse nostre tappe. La differenza è che ciò avviene a ritmo accelerato, con impressionanti investimenti - e ciò non è sorprendente dato che tutti i mezzi di pagamento ormai stanno in Asia - e in un mondo completamente cambiato.
Bisogna lasciarli fare senza dir niente? Bisogna star zitti perché anche loro, poveracci, si meritano lo “sviluppo”? Oppure bisogna compiacersene perché più si svilupperanno, meglio romperanno le palle agli Stati Uniti?
Io ho qualche milione di ragioni per non star zitto. Da quando con le riforme liberiste di Rajiv Gandhi iniziate tra il 1990 e il 1991, è iniziato questo sviluppo da capogiro, con un aumento di PIL annuo che rasenta le due cifre, le condizioni generali di vita sono migliorate per una nutrita minoranza e peggiorate per una grandissima maggioranza.
Non credete che lo sviluppo possa avere questi effetti? Bene: secondo l’agenzia ufficiale National Nutrition Monitoring Board, la quantità di cibo pro capite che era di 178 kg agli inizi del 1990 (ovvero prima delle riforme liberiste) è diminuita nel 2004 a 155 kg, un livello ancora più basso di quello medio durante il periodo coloniale. La National Sample Survey Organisation (prestigioso istituto statistico) ha trovato che a livello nazionale le kilocalorie pro capite nelle aree rurali sono diminuite da 2211 nel 1983 a 2149 nel 1999-2000, un livello molto più basso di quello della Cina e del Brasile nel 1993 e più basso di quello della Tanzania e del Kenya del 1980. Alcuni indicatori come l’aspettativa di vita e la mortalità infantile, che in termini aggregati sono migliorati, se invece vengono disaggregati mostrano che c’è stato un vero e forte miglioramento solo in Kerala e nel Tamil Nadu, mentre sono peggiorati nel resto del paese. E laddove sono migliorati ciò è avvenuto per due ragioni diverse: nel caso del Tamil Nadu per il suo forte sviluppo, nel caso del Kerala per le sue politiche sociali.
Del resto nel corso del forte sviluppo dovuto alla reaganomics la mortalità infantile aumentò negli USA per la prima volta dopo un secolo di flessione.
Il rapporto 2007 della National Commission for Enterprises in the Unorganised Sector, un’altra agenzia ufficiale, consegnato al primo ministro Manmohan Singh, stima in 836 milioni il numero di Indiani che vive con meno di mezzo dollaro al giorno. Vuol dire che la classe media beneficiata dallo sviluppo è di 270 milioni di persone. Un numero grande in assoluto.
Ma gli altri 836 milioni? In esubero. Come mostrano questi dati che ormai coprono un ventennio di sviluppo, centinaia di milioni di persone non sono in attesa della loro quota di ricchezza, ma stanno arretrando e molto più di quanto dicano le statistiche se si pensa alla parte del leone che ha la classe media su cibo ingerito, kilocalorie e tutto il resto.
Centinaia di milioni di persone (in maggioranza contadini, piccoli artigiani e piccoli commercianti) in esubero come è successo in Europa all’inizio della nostra modernizzazione capitalistica. Solo che allora c’erano decine di milioni di persone e tre continenti da colonizzare: l’America del Nord, quella del Sud e l’Australia. Ora c’è da colonizzare solo la Luna e Marte e parliamo di centinaia e centinaia di milioni in India, probabilmente lo stesso numero in Cina, poi le Filippine, l’Indonesia, ... . Dove andranno? Aveva ragione il dottor Kissinger che negli anni Settanta (segretamente) parlava della necessità di una riduzione ex-officio della popolazione mondiale, di qualche miliardo di persone?
Certo, anch’io se sto male piglio gli antibiotici, vado in auto (anche se preferirei non farlo e quando posso non lo faccio), mi piacciono certe comodità moderne. Non sono un fautore del pauperismo materiale (anche se in un certo senso sono per un pauperismo ideale e morale), né del Buon Selvaggio. Ma non trovo necessario crepare di polmonite, andare in calesse o accendere il fuoco con i legnetti per poter dire che così non va.
E quindi, come prima risposta approssimativa, io sono anticapitalista perché le cose così come sono non vanno. E se non si danno risposte a queste domande si lascerà campo libero ad ogni sorta di spiritualista, di idealista assoluto, di ideologo del “terzo settore”, ma anche ad ogni sorta di canagliata di destra e soprattutto di sinistra, come avviene col Partito Comunista Marxista al governo nel Bengala Occidentale, che manda i suoi militanti e la polizia a sparare, lanciar bombe, stuprare donne e bambine nei villaggi dei contadini che non vogliono sloggiare a favore delle multinazionali; contadini tacciati di essere un “residuo semi-feudale” che si oppone, per l’appunto, allo “sviluppo”; uno “sviluppo” a volte targato Tata-Fiat.
Per dare risposte a milioni, miliardi di persone - ovviamente qualora si pensi che sia affare degli anticapitalisti e non solo di ONG, di spiritualisti o di sviluppisti cinici - occorre allora destrutturare il concetto di “sviluppo”, precisarlo, localizzarlo, contestualizzarlo. E occorre storicizzarlo.
Il caso dell’India dimostra che lo spazio sociale ed ecologico delle soluzioni dei problemi varia nel tempo. E probabilmente si riduce. Ad esempio si è ridotto lo spazio ancora disponibile di terra emersa. Sono diminuiti i giacimenti di idrocarburi fossili e il ritmo di scoperta di nuovi è rallentato moltissimo. Si fanno già da tempo guerre per l’acqua (ad esempio quella delle alture del Golan), anche se pochi se ne sono accorti.
Svilupparsi (capitalisticamente) a partire dalla fine del secolo scorso e svilupparsi a partire dalla fine di due secoli fa sono due cose ben diverse. Svilupparsi adesso e svilupparsi due secoli fa non è la stessa cosa perché lo spazio sociale ed ecologico non è rimasto lo stesso.
La decrescita non sarà una soluzione. Poggerà su presupposti errati o non confermati. Può darsi. Non conosco queste teorie. Ma non devo conoscerle per sapere che le risorse non sono infinite. Mi basta sapere che “infinito” in fisica non misura niente.
E non serve a nulla, come qualcuno cerca di fare (non su questo blog), non serve a nulla tirare in ballo il Primo Principio della Termodinamica (l’energia non si crea, l’energia non si distrugge). Perché esiste anche l’entropia e quindi un barile di petrolio bruciato qui non ritorna ad essere un barile di petrolio intatto là, non lo si riusa. In compenso inquina.
GLG, vivendo nel Veneto, sa che l’ex candido ghiacciaio della Marmolada da anni è ridotto ad uno straccio nero, che le Dolomiti crollano per lo scioglimento del permafrost. Gli scienziati ormai hanno prove schiaccianti che il riscaldamento globale è opera dell’uomo. La tesi alternativa di maggior peso, cioè la correlazione con l’attività solare, si è rivelata una bufala (semplicemente non si era mostrata tutta la sequenza storica, ma solo fin dove faceva comodo). Ha perfettamente ragione GLG a mettere in guardia che l’ambientalismo dominante è controllato da figuri loschi o ambigui. Ma che le questioni ambientali siano utilizzate per loschi fini non vuol dire che la Marmolada sia colma di ghiaccio e che le Dolomiti stiano in piedi come prima. Anche 2+2=4 può essere usato per loschi fini. Ma non è detto che per questo debba fare cinque. Dipende dalla forza politica ed economica che uno ha, non dalla matematica.
Un solo esempio. Il Bosforo è da tempo una fogna. Farci transitare anche tutte le petroliere necessarie per trasportare il petrolio del Caspio è omicida. E questo è un dato di fatto (per lavoro ho soggiornato abbastanza a lungo a Istanbul per capirlo). Questa preoccupazione ecologica è stata ampiamente sfruttata dal governo turco per giustificare un’opera geopolitica come la pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan, voluta dagli USA per portare il petrolio del Caspio al Mediterraneo senza passare per la Russia o per l’Iran. Un’operazione geopolitica che io stesso denunciai in un libro e in qualche articolo. Sono anche sicuro che i geostrateghi USA e turchi (più qualche ditta appaltatrice) avranno sovvenzionato ecologisti, studi di settore, proclami in favore dell’ambiente. Nonostante ciò il povero Bosforo è veramente una fogna, non è una bugia.
Se si esalta la potenza produttiva del capitalismo, la sua capacità inaudita di sviluppo e quindi di trasformazione della natura, allora non ci si può meravigliare che abbia anche un’inaudita capacità di sconvolgere l’ambiente e di esaurire risorse.
Che ci sia una questione ambientale non giustifica né i loschi figuri che se ne approfittano e magari falsificano o esagerano i dati (dai Soros ai camorristi) né dà maggior credito ai nostri Verdi, così aristotelicamente corrotti da aver passato sotto silenzio l’inquinamento atomico dell’Adriatico durante la criminale guerra contro la Serbia, come giustamente aveva una volta fatto notare GLG.
Può anche darsi, come è stato detto da qualcuno intelligentemente, che per imporre la decrescita occorrerebbe un regime bolscevico. E’ un’affermazione ragionevole. Può essere impraticabile, ma la questione ambientale esiste. Ed è intrecciata a quella sociale.
Perché le risorse non si creano, ma in compenso vale la legge di entropia. E in aggiunta l’acquisizione e l’allocazione delle risorse residue seguono i percorsi del Potere, dei molti poteri, tanto più quanto più le risorse sono scarse.
Certo, si potrà scoprire qualche altra tecnologia, come la fusione fredda. Oppure si riusciranno a fare centrali nucleari convenzionali a prova di disastro. Ma a parte il fatto che le tecnologie nucleari sono quasi per definizione in rapporto simbiotico col potere (sia del denaro che del territorio), bisogna ricordare che ogni componente ecologica ha dei tempi di recupero propri e delle soglie di non ritorno proprie, che interagiscono tra loro. Certo, occorre studiare questi tempi e queste soglie, quantificare i limiti e gli intrecci di questi limiti, per ragionare in modo razionale e per prendere razionali decisioni. Ma occorre farlo.
Si farà in tempo? Non si farà in tempo? E, domanda cruciale: chi se ne cura? I poteri in lotta tra di loro? I sovrani si curavano delle pestilenze prodotte dalle loro guerre? Magari rischiavano di caderne vittima essi stessi, ma le loro preoccupazioni erano altre.
Nessuno crede alla fine del mondo dell’anno 1.000, né del 2.000 né del 3.000, né alle profezie di Nostradamus o ai segreti di Fatima. Ma sappiamo, perché è evidente, che l’uomo ha di già la possibilità di distruggere il pianeta un numero di volte grande a piacere.
Per parafrasare T. S. Eliot, una guerra atomica potrebbe far finire il mondo con uno schianto, lo “sviluppo” potrebbe farlo con un piagnisteo.
Per esorcizzare gli scenari più cupi bisogna credere, come aveva fatto Marx, che l’uomo si pone solo i problemi che può risolvere. Per me questo però è un vero cedimento positivista.
L’uomo si è posto molti problemi che poi si sono rivelati insolubili. Specialmente da quando ha iniziato a porli in modo razionale, descrivendo cosa era da intendere per soluzione accettabile.
Se si pone un problema in modo vago si può sempre accettare una vaga soluzione.
Poniamoci allora in modo razionale il problema “Perché essere anticapitalisti?”
di Emiliano Brancaccio
* versione ampliata di un articolo apparso sul
Il “Veltrusconi” è nelle cose, prima ancora che negli eventuali accordi programmatici. Eppure, a sinistra, persino in campagna elettorale sembra che si proceda col freno a mano tirato. Come si spiega questo atteggiamento politico? Bisogna partire da un’evidenza di fondo: la dinamica del capitalismo non la stiamo capendo. La griglia interpretativa che pone i “moderati” contro i “radicali” non funziona, ma nemmeno quella che immagina una partizione tra “neo” e “social” liberisti. Queste categorie hanno un loro appeal, una loro immediata spendibilità, ma non ci aiutano a capire e possono anzi condurci fuori strada. Occorre allora evitare le semplificazioni, occorre tornare a fare quel che un tempo i marxisti sapevano fare: indagare a fondo nella meccanica del capitale, nei suoi scontri e nelle sue alleanze interne. Perchè in realtà c’è proprio un’alleanza, un patto tra fratelli coltelli, ossia tra piccoli e grandi capitali, dietro l'ambita “modernizzazione” del paese evocata quasi all’unisono da Berlusconi e da Veltroni. Ma la modernizzazione di cui lorsignori parlano è l’antitesi della modernità. Essa consisterà nella politica deflazionista di sempre, anzi, peggio: consisterà nella combinazione perversa del peggio degli ultimi anni. Si punterà infatti al contemporaneo schiacciamento dei salari per unità di prodotto e del deficit pubblico in rapporto al reddito. In tal modo si cercherà da un lato di dare fiato a un piccolo capitale asfittico, che per la sua frammentazione regge sempre più a stento la concorrenza mondiale; e dall’altro si aprirà finalmente la strada a un’ondata ulteriore di privatizzazioni, obiettivo chiave delle grandi oligarchie finanziarie. Oligarchie internazionali, beninteso, rispetto alle quali i frequentatori dei nostri vecchi salotti buoni potranno limitarsi solo a fare da modesti pontieri.
E noi? cosa ci accingiamo a fare? ebbene, noi che il capitalismo non lo capiamo, a quanto pare ci accomodiamo per l’oggi e per il domani a far la questua davanti alle porte di un PD che palesemente non è interessato a noi, che non ha bisogno di noi. E probabilmente cercherà di non aver bisogno nemmeno in futuro della sinistra, per quanto addomesticata questa potrà essere. Ma la questua è davvero l'unica cosa sensata che possiamo fare? La risposta sarebbe tristemente affermativa se avessero ragione coloro i quali, dalle nostre parti, si sono convinti che la dinamica del sistema sia in fondo robusta e stabile. Ma essi hanno torto: l’intesa tra capitali che va profilandosi è fragile. La cosiddetta politica di “modernizzazione” non permetterà di salvare i capitali nazionali, frammentati e marginali, soffocati dalla loro insipienza, dal cambio fisso e da una produttività che strutturalmente arranca. Essi potranno magari accaparrarsi l’ulteriore depotenziamento del contratto nazionale. Potranno conquistare altre massicce dosi di precarizzazione del lavoro. Ma alla fine i dati ci dicono che verranno comunque o buttati fuori dal mercato o facilmente acquisiti dai grandi capitali esteri. Il vero volto dell’annunciata “modernizzazione” sarà dunque quello della definitiva svendita, “marginalizzazione” e “colonizzazione” capitalistica del paese. Con la famiglia tradizionale a porsi sempre più quale sostituto di un welfare a pezzi, e la revanche vaticana contro i movimenti di emancipazione sociale, culturale e sessuale del Novecento a fungere da fattore di assorbimento del disagio e delle rivendicazioni.
Intendiamoci, possiamo benissimo affermare che il conflitto inter-capitalistico non è affar nostro. Possiamo continuare a illuderci che si possa parlare di diritti civili senza alcun legame con la riproduzione materiale dell’esistenza. Possiamo continuare a trastullarci a mezza strada tra una conversione etico-religiosa e un compatibilismo che di strategico non ha più assolutamente nulla, e che presto non garantirà nemmeno la sopravvivenza ai gruppi dirigenti (spero che i gruppi dirigenti questo lo capiscano). Oppure, al contrario, possiamo tornare a interrogarci sulle questioni di fondo. Possibile che di fronte a una prospettiva instabile e retrograda come questa, noi non si provi almeno in questa fase a distanziarci per criticare, per fare chiarezza, per iniziare a delineare un’alternativa che scommetta a viso aperto sul fallimento di Veltroni, e che ci spinga quindi a crescere? Mettiamo le cose in chiaro, io mi considero comunista e amo il colore rosso, non certo l’arcobaleno. Ma la questione chiave è: possibile che un subalterno, incondizionato “governismo” debba rappresentare la nostra definitiva cartina di tornasole? Possibile che si sia abbandonata qualsiasi ambizione egemonica nonostante i giganteschi varchi