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Ovvero da Karl Marx a Richard Gere
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Per i comunisti il cervello è divenuto un bagaglio ingombrante, un pesante fardello da portarsi appresso con grande fatica, un organo atrofizzato senza plasticità sinaptica che non è più aduso al pensiero, figuriamoci a quello indipendente.
La vicenda dei monaci tibetani e della loro rivolta contro il regime di Beijing ha rinfocolato gli spiriti pii grandi predicatori del verbo liberale, l'esercito delle anime candide che spande ai quattro venti (sotto lauta remunerazione) idiozie inoppugnabili da esportazione, sotto specie di diritti civili e umani o di libertà democratiche. I grandi vettori mediatici, le organizzazioni pacifiste, le ong di ogni risma, sono solo la punta più avanzata di questa guerra “non violenta” messa in atto dai governi occidentali e che risponde ad una strategia di colonizzazione culturale con la quale si cerca di destabilizzare i paesi non allineati, agendo sulle loro contraddizioni sociali (soprattutto laddove risulta impensabile attivare una minaccia armata diretta, come già accaduto con paesi militarmente deboli).
Così, mentre molte tra le nazioni europee più succubi di Washington propongono di boicottare le Olimpiadi Cinesi, con l'obiettivo di dare un segnale alla “dittatura comunista”, sono sempre di meno le voci (cosiddette) alternative che evitano di sovrapporre i loro starnazzi a quelli del Circo Mediatico Imperante.
Tra queste non ve n’è alcuna che abbia fatto notare, anche en passant, come la protesta in Tibet sia stata fomentata dalle solite organizzazioni che ricevono supporto economico e logistico da parte degli Usa (i quali in passato hanno anche addestrato molti tibetani nei loro famosissimi “allevamenti di polli e di canaglie” sparsi un po’ in tutto il mondo) e come lo stesso Dalai Lama abbia cattive frequentazioni in odor di CIA che non gli fanno mancare i denari per i suoi santi pellegrinaggi nel nostro meraviglioso “mondo libero”. Si vuole screditare
Oltre a ciò, il circuito ufficiale dei media si è anche ben guardato dal mettere in evidenza quanto la maggior parte dei tibetani consideri sì legittima la protesta contro Beijing ma, al contempo, come non voglia assolutamente il ritorno del Dalai Lama, ultimo testimone in esilio dei retaggi di una società fortemente gerarchizzata e autoritaria che manteneva nell’ignoranza (ed al livello di servitù della gleba) il grosso della popolazione.
Il governo cinese ha strappato ai monaci ed ai signori feudali il tetto “immobile” del mondo dove la religione costituiva ancora il principale meccanismo di riproduzione sociale. Era davvero quella tibetana una società armonica dedita alla contemplazione spirituale? Fandonie che i monaci vendevano e vendono ai turisti, mentre tra loro operano con quella metis indispensabile a scalzare gli altri monasteri per ingrandire i propri appannaggi e le proprie prerogative castali. Sempre a spese del popolo, s’intende.
Tra i molti spudorati lacchè che condannano con sdegno la reazione violenta delle autorità cinesi contro le manifestazioni “pacifiche” dei monaci ci sono i rifondaroli i quali, per bocca di Bertinotti e del suo portavoce, tale Fabio Rosati, fanno sapere che sono solidali con il popolo tibetano e che reagiscono con sdegno all’oppressione intollerabile di cui si è resa responsabile la classe dirigente cinese. Diciamo che “portavoce non porta pena” né, tanto meno, esprime idee proprie, soprattutto se deve mostrare gratitudine nei confronti di colui che lo starebbe piazzando nell’ufficio stampa della Camera vita natural durante (secondo quanto riportato da Il Giornale in un articolo della scorsa settimana).
Ma sentiamo cosa dice Rosati in una lettera inviata a Il Giornale di ieri: “Gentile direttore, una lettera de Il Giornale chiamava in causa il presidente della Camera Fausto Bertinotti in merito alla tragedia tibetana [notare lo stile empatico del portavoce]. Un suo lettore si chiedeva polemicamente che cosa stesse facendo Bertinotti e perché fosse assente una sua posizione su questi terribili avvenimenti [il trasporto di Rosati per questo “immane evento doloroso” è degno del clima elettorale di questi giorni].
Per dovere di cronaca, e come lei e i suoi redattori dovrebbero sapere, il presidente ha avuto modo di esprimere tutta la sua solidarietà al popolo tibetano e una ferma condanna nei confronti della repressione cinese, fin da quando sono giunte dal Tibet tragiche notizie [ecco cosa vuol dire gettare il cuore sul tetto del mondo!]. Condanna che si è sempre accompagnata a chiare prese di posizione in favore del riconoscimento dei diritti umani, in Cina come altrove. In particolare, adoperandosi per ogni forma di dialogo e di pacifica e civile convivenza e sostenendo le richieste di autonomia esposte dal Dalai Lama, nonché esprimendo pieno incoraggiamento e condivisione rispetto alla scelta nonviolenta dello stesso Dalai Lama, Bertinotti ha sempre giudicato inaccettabile il ricorso a misure repressive, da qualsiasi parte esse provengano”.
Si sa che i comunisti istituzionali hanno sempre amato i “Lama”, metamorfosati in santoni o sindacalisti ragionevoli, il che, più o meno, è la stessa cosa. Del resto, il Dalai Lama ha dichiarato di sentirsi un po’ marxista per le idee di uguaglianza che questa visione del mondo porta con sé. Evidentemente, Bertinotti e compagni si sono emozionati per la citazione ed hanno ricambiato dimostrando irritazione per il “genocidio culturale” messo in atto dai cinesi. La miopia politica insita in tali affermazioni è evidente e dimostra, al tempo stesso, quanto i comunisti siano stati completamente fagocitati dalle regole del Politically Correct (che hanno anche metabolizzato) imposte dal "saggio" consesso dominante a chi vuol essere parte del mondo moderno. Però non si capisce come mai mentre da noi fanno di tutto per tenere alta la loro fama di mangiapreti e con questa ardiscono scagliarsi contro il passatismo e l’oltranzismo del Vaticano, quando invece si tratta di monaci “esotici” in abiti arancioni (nefasto colore controrivoluzionario!) il loro ostentato “laicismo” finisce, immancabilmente, per condurre alla crisi mistica. Provi Bertinotti ad abbeverarsi al sacro orinale del Lama così si sentirà realmente partecipe di quella cultura tanto armonica e democratica.
Appare anche piuttosto strano che nei confronti delle autorità cinesi si rispolveri tutto l’antico frasario veterocomunista sulle persecuzioni poliziesche (le immagini arrivate dal Tibet hanno attestato che quella protesta non aveva nulla di pacifico) mentre, in Italia, Rifondazione non ha avuto nulla da ridire ed anzi ha avvalorato la promozione di De Gennaro dopo i fatti del G8 di Genova.
Eppure, c’era un tempo in cui una parte dei comunisti non si faceva incantare dalla “metempsicosi dei Lama”. Oggi non è più così e persino uno come Ferrando, fuoriuscito da Rifondazione per non diventare un’ennesima pedina al servizio “degli interessi della borghesia imperialista”, ripete, in televisione, le stesse sciocchezze sul Tibet dei suoi compagni di un tempo. Da Marx a Richard Gere il passo è stato breve. C’è sempre una ragione alla base degli incontri durevoli, anche quando i sodalizi finiscono e le strade sembrano divergere. Sembrano divergere…
Un recente sondaggio, che sembra molto serio, ha rivelato una verità già in fondo nota: i gruppi o ceti operai (non parliamo per favore più di classe; del resto, nessuno ricorda più che cosa questo termine significhi realmente in termini marxisti) intendono votare in maggioranza per il centro-destra (il 47% per il Pdl, il 31% per il Pd e l’11% per
La scelta di operai e giovani per il centro-destra è, innanzitutto, cattiva perché questa forza politica è particolarmente reazionaria in politica estera; un filo-americanismo e filo-israelismo veramente da forsennati, un servilismo senza se e senza ma. E’ vero che poi, quando si tratta di problemi d’affari, bisogna ben dire che Berlusconi li ha più volte ampiamente affrontati con
Il centro-destra è anche però quello della precarietà del lavoro, ecc. Eppure, non sembra che operai e giovani si lascino impressionare da questi indirizzi. D’altra parte, a riprova dell’orientamento di quelli che lavorano realmente e rappresentano il futuro del paese (non invece un semplice “distaccamento di zombies”, particolarmente ampio in questo disastrato paese), gli stessi sondaggi sopra indicati segnalano come l’unico settore di lavoro dipendente (e di certi “specialismi professionali”), in cui il Pd sia in netta maggioranza, è quello dell’apparato pubblico, dove di fatto esiste massima garanzia contro i licenziamenti, il posto è “fisso” e i salari sono livellati (e i finanziamenti ad associazioni di incolta cultura e di peseudoricerca “dell’acqua calda” sono a pioggia e indifferenziati), indipendentemente dalle capacità e dai ritmi di lavoro (spesso fa ridere anche solo usare il termine “ritmi”). Sarebbe bene appurare meglio quindi se il tema del “posto fisso”, del “lavoro sicuro”, ecc. sia ancora enfatizzato, in specie dalle più giovani generazioni, come si continua a sostenere – non vorrei fosse solo per coazione a ripetere stereotipi – da parte del ceto politico-sindacale di sinistra. Quanto meno, c’è motivo di pensarci sopra un poco prima di continuare a blaterare come trent’anni fa. La netta sensazione è che questa sinistra (italiana in specie) viva tuttora nell’“era dei dinosauri”.
In ogni caso, il lato buono dell’orientamento di operai e giovani, per quanto è emerso nei sondaggi di cui sopra, è che hanno capito di dover mandare a spasso la sinistra; e non solo la moderata (di gran lunga comunque la più votata tra le due) ma anche quella radicale, che si picca di essere la “rappresentante dei lavoratori”, di essere l’unica a coltivare il conflitto capitale/lavoro. Su questo conflitto sarà necessario riflettere un po’ di più, anche tenendo conto che più di cent’anni fa Lenin parlava già di mentalità tradunionistica (cioè meramente sindacale) di quella che allora era ancora chiamata classe (e Lenin si riferiva soprattutto al caso inglese). Oggi si deve fare “un passino in più” e discutere di ceti lavoratori, soltanto interessati al conflitto sindacale in tutti i paesi del capitalismo sviluppato.
In realtà, come le persone sensate pensavano da tempo, la sinistra (in particolare l’estrema) difende soprattutto ceti sociali, in qualche modo legati al settore pubblico, più sacche (ormai minime) di quello che – in società meno ricche di quelle odierne (nell’ottocento, ad esempio) – era il sottoproletariato disprezzato e odiato da Marx. Oggi, in queste sacche, i miserabili sono una netta minoranza; gli altri sono i “signorini”, figli del ceto “piccolo-borghese” che si crede progressista e colto, vivendo quasi del tutto, direttamente o indirettamente, sui finanziamenti dello Stato assistenziale, i cui mezzi provengono dal salasso a carico di tutti quelli che sgobbano a ritmi lavorativi sempre più intensi. I padri sono con il Pd, i figli con il “movimento”.
Va detto con estrema chiarezza che non si tratta di progressisti, ma di reazionari radicali; solo pieni di (finti) “buoni sentimenti”, cattocomunisti spesso senza nemmeno esserne consapevoli, gente esiziale che con il suo permissivismo e antimeritocrazia – indispensabili per vivere a sbafo su chi lavora e produce – ha creato una società marcia, pericolosa, sfatta, in effettiva decrescita. Si tratta di un cancro della società; e sono ancora tanti, purtroppo, anche per la vischiosità dell’ideologia (pur morta ormai da tanti anni, ma gli zombies restano a lungo). In ogni caso, la notizia che emergerebbe dai sondaggi è buona; sembra che i ceti popolari (e i giovani) inizino ad accorgersi di quanto nefasti siano i reazionari di “sinistra”. Nell’attuale frangente sono i più pericolosi; rischiano di trascinarci verso quella strada che, mutatis mutandis, fu del “socialismo reale”.
Non è qui possibile affrontare un argomento come quest’ultimo; anche per formulare solo poche ipotesi in merito, sarebbero necessarie molte pagine (che andrebbero dunque inserite nel sito). Resta il fatto che – un po’ per la già indicata vischiosità di certe ideologie, un po’ per il predominio che in questo paese esercitano settori finanziari e industriali, sia arretrati e parassitari che subordinati agli Usa – esiste in Italia un ammasso piuttosto ampio di “gruppazzi” sociali che vivono o di vera rendita finanziaria (non quella dei Bot ed obbligazioni che i sinistri vogliono tassare per alimentare l’attuale vasto parassitismo politico-finanziario) o di lavoro “pubblico” (o finanziato dal “pubblico”), dove si fatica molto meno della metà rispetto al lavoro autonomo o a quello dipendente del “privato”.
Non allungo il discorso per indicare gli altri difetti di questa sinistra, ancora troppo numerosa: in particolare il suo preteso buonismo (che non è bontà, ma vera cattiveria, perfida e ipocrita) e il permissivismo, ultima spiaggia per creare un tale caos e dissesto sociali da consentire ai parassiti di sguazzarvi con perfetto adattamento, mentre si trovano in grossa difficoltà tutti quelli che intendono impegnarsi seriamente nel loro lavoro. Quindi, se i sondaggi di cui si sta parlando indicassero tendenze reali (non ne sono sicuro, non voglio essere troppo ottimista), si tratterebbe di un buon segnale per il futuro, magari non vicinissimo. In ogni caso, la prima forza politica da abbattere è proprio la sinistra (ripeto: in tutti i suoi settori), vera diga che si oppone all’ammodernamento del paese e all’efficacia di una politica a ciò indirizzata.
Dopo resterebbe sempre la destra, la cui politica estera – di totale servilismo al monocentrismo statunitense – è pessima e deleteria per l’Italia, e per l’intera area europea. Anche in politica interna, essa non sarà minimamente in grado di affrontare la crisi che avanza; e non mi riferisco tanto a quella economico-finanziaria che si profila all’orizzonte, quanto al complesso della situazione critica che verrà a crearsi con la prossima entrata nel policentrismo (cui la destra appunto si oppone assieme agli Usa; ma questo servilismo si riflette anche all’interno, sulla nostra economia, sulle nostre strutture sociali). Tuttavia, il primo passo da compiere sarebbe (il condizionale è d’obbligo in un paese dell’area europea, uno dei più arretrati politicamente) quello di almeno combattere e sbattere “fuori della Storia” una sinistra, che risente ancora di alcuni sintomi della malattia denominata “socialismo reale”. Poi si dovrebbe riprendere, con una politica tutt’affatto diversa e radicale, l’attacco al centro-destra attuale.
E’ del tutto sintomatico che, ancora adesso, Corriere e Stampa (de
Come ben si sa, 2+2=4. Bene: il “2+
Abbiamo anche qui, insomma, il solito “gioco degli specchi” (o, se preferite, la “divisione delle parti in commedia”) tra uno schieramento e l’altro. Qualche volta, lo smascheramento della sinistra è completo, come quando D’Alema aggredì
Non partecipiamo dunque a queste continue “messe in scena” di un gioco meschino e ignobile; non mi stancherò però di ripetere che bisogna, innanzitutto, sgombrare il campo dalla “sinistra”, una palla di piombo al piede, un vero ritardo nel prendere coscienza dei compiti che spetterebbero ad una forza politica che capisca infine in quale fase storica ci stiamo addentrando. I sondaggi sui ceti popolari (gli “operai”) e i giovani sembrano dare un (assai timido) segnale di uscita dal tunnel di questa infame sinistra. Non enfatizzerei però tale segnale; è ancora poco. Il lavoro da fare è grande, giacché la maggior parte della “gente” è comunque ancora invischiata in questo giochetto del contrasto tra destra e sinistra. Bisogna spaccare “gli specchi”; e il primo deve essere quello chiamato “sinistra”, quello che più deforma le immagini, che più presenta graffiature di tale larghezza e lunghezza da nascondere in parte la laida immagine di queste cosche della GFeID (con i vari media a disposizione), e dei loro scherani politici più fidati e sdraiati ai loro piedi. Abbattiamo la sinistra e poniamo in piena visibilità la laida immagine in questione, che è poi, in ultima analisi, quella del predominante capitalismo yankee! La destra non nasconde né deforma questa immagine; la sinistra, almeno in parte, si!!
Riportiamo un articolo di F. Battaglia apparso su Il Giornale di quest'oggi. Il pezzo tratta del distaccamento di un iceberg di 13.000 kmq che, secondo quanto sostenuto da quasi tutti i giornali ed i telegiornali (a cominciare dal TG1), sarebbe stato causato dal riscaldamento climatico indotto dall'attività umana. Battaglia ritiene, invece, che i cambiamenti climatici dipendono da fattori sui quali gli uomini non esercitano alcuna azione. E' un punto di vista che merita di essere preso nella dovuta considerazione, soprattutto perchè rifiuta di allinearsi all'orda dei cavalieri dell'apocalisse ecologica (un'esercito trasversale agli schieramenti politici) che blatera, a giorni alterni, sulla fine del mondo. A voi il giudizio.
Quando l’iceberg affonda il buon senso
di Franco Battaglia
Un prezioso lettore mi informa che il distacco di un colossale iceberg (13.000 kmq), occorso pochi giorni fa in Antartide, sarebbe stato riportato dal Tg1 di prima serata addirittura come prima notizia, «manco fosse uno tsunami», col solito allarmismo corroborato dall'intervista a uno dei soliti «esperti» consulenti della Rai. Nel caso specifico, pare che l'«esperto» fosse un laureato in agraria che dice di essere climatologo e uso a giurare, dall'alto della sua agronomia, che l'attuale riscaldamento globale sarebbe colpa delle emissioni antropiche di gas serra. È bene avvisare subito i lettori che la scienza ha già dimostrato che col riscaldamento globale l'uomo non c'entra, come fa fede il Rapporto del N-Ipcc - presentato a New York lo scorso 3 marzo e naturalmente ignorato dal Tg1 - dall'inequivocabile titolo: «È la natura e non le attività umane a governare il clima». L'N-Ipcc è un organismo scientifico internazionale, simile all'Ipcc ma privo del controllo politico dei governi (la «N» sta per «non-governativo»), di cui fanno parte fisici dell'atmosfera, geologi, climatologi e scienziati di scienze affini. Tra gli italiani, nell'N-Ipcc ci sono anch'io, ma segnalo soprattutto il professor Renato Ricci, già presidente delle Società di fisica sia italiana che europea. Invece, l'Ipcc - voluto dai governi perché desse loro una patente scientifica alle dissennate scelte di politica energetica e ambientale, a cominciare da quel disastro che è il protocollo di Kyoto - è l'organismo che nel 2007 fu gratificato del premio Nobel, ma di quello politico per la pace, visto che non poteva prenderne uno per la scienza, essendocene poca o punto nei comunicati dall'Ipcc sottoscritti ogni 5 anni a partire dal 1990.
E veniamo all'iceberg. Il maggiore dell'Aeronautica Fabio Malaspina - fisico del clima e vero esperto - precisa che quello che il Tg1 riporta come evento eccezionale conseguente alle attività industriali, eccezionale non è. Ad esempio, ricorda il maggiore, era il 14 aprile 1912 quando, urtato da un iceberg, affondò il Titanic, quasi giunto a destinazione davanti a New York (che, ricordo, è alle latitudini di Napoli). Magari gli agronomi consulenti della Rai diranno che anche quello fu per colpa delle attività industriali - chissà quali - sino al 1912. Peccato che nella sua Storia naturale del lontano 1749, in piena piccola era glaciale, George-Louis Leclerc così ci informa: «Nel 1725 i navigatori hanno trovato i ghiacci ad una latitudine in cui non se ne trovano mai nei nostri mari settentrionali. In quell'anno non vi fu, per così dire, estate, e piovve quasi di continuo: così non soltanto i ghiacci dei mari settentrionali non si erano sciolti al 67º parallelo nel mese di aprile, ma se ne trovarono in giugno anche al 41º». Ricorda il maggiore Malaspina che, anche se sui media i poli sono presentati dal punto di vista climatologico molto simili, l'Artico è un oceano circondato da continenti (i ghiacci sono prevalentemente sull'acqua), mentre l'Antartide è un continente circondato dagli oceani. Una enorme differenza, questa, che contribuisce ai processi che, in questo ultimo periodo, inducono i ghiacci marini in Antartide ad aumentare, come accade già da molti anni, con un record di estensione raggiunto lo scorso anno (notizia naturalmente passata totalmente sotto silenzio).
Per farla breve, la verità allora è che il distacco del colossale iceberg, lontano dall'essere la prova che in Antartide i ghiacci stanno diminuendo (come tutte le Agenzie hanno strillato disinformate), esso è invece la conseguenza del fatto che, lì, i ghiacci, sono aumentati come non mai. E visto che siamo in tema, consentitemi di chiudere consigliandovi una piacevolissima lettura, fresca di stampa e che, anche se non scientifica, è scientificamente scrupolosa e attendibile, perché tali i giornalisti che ne sono autori (Antonio Gaspari e Riccardo Cascioli): «Che tempo farà: falsi allarmismi e menzogne sul clima» (Piemme editore).
Franco Battaglia
Presentazione di G.P.
Vi proponiamo sul nostro sito (www.ripensaremarx.it) il saggio di Gianfranco La Grassa “TUTTO TORNA, MA DIVERSO” il cui titolo evoca quel concetto di ricorsività delle epoche storiche più volte enunciato dal Nostro in numerosi altri scritti. In tal senso, si può ben dire che Historia magistra vitae est anche se forme e manifestazioni del suo divenire, almeno quelle che essa ha già “vestito”, non possono essere proiettate linearmente nel futuro, il quale resta tutto da scoprire essendo aperto a molte possibilità di svolgimento.
Sotto questo punto di vista, è indubitabile che oggi il concetto di modo di produzione capitalistico o le acquisizioni rinvenienti dalla teoria del valore (in quanto base di smascheramento dell’estorsione del pluslavoro nel processo produttivo) sono ancora valide per interpretare alcuni aspetti della formazione(i) sociale(i) espressione del sistema capitalistico (anche se non la esauriscono), ma è altrettanto chiaro che i mutamenti prodottisi negli ultimi cento anni e passa ci costringono ad abbandonare tutte quelle previsioni che si sono rivelate errate o lontane dalla realtà.
Trovandoci in una fase transeunte nella quale non si ha una “visuale” privilegiata dello sviluppo dei complessivi fenomeni sociali, occorre procedere a piccoli passi anche facendo qualche “schematico” confronto con i periodi precedenti, tenendo però sempre ben in evidenza le avvertenze di cui parlavo poco sopra.
Per esempio, La Grassa volgendo lo sguardo a ritroso, individua una certa similarità tra la fase storica presente e quelle passate che sono poi sfociate in grandi trasformazioni epocali. Tra queste ne vengono indicate alcune: la Rivoluzione Francese, i moti del 1848 e la Rivoluzione d’Ottobre.
Subito dopo la caduta dei grandi ideali che animarono la Rivoluzione Francese (liberté, egalité fraternité) divennero definitivi alcuni grandi cambiamenti che avevano attraversato il “laboratorio di decantazione” settecentesco ma che si erano comunque dispiegati in maniera abbastanza differente rispetto a quanto immaginato dai giacobini e, soprattutto, dagli strati più bassi della società francese (penso ai sanculotti) che avevano partecipato attivamente a tali avvenimenti.
Di pari “quota” fu anche il 1848, momento topico in cui esploderanno forti tumulti in tutta Europa, frutto di una lunga decantazione anteriore che precisò la consistenza di dinamiche generali fino ad allora ancora difficili da abbracciare nella loro totalità. Di fatti, prima che esplodesse la fase delle sollevazioni “quarantottesche” erano state elaborate molte teorie utopistiche - ognuna con la pretesa di saper riconoscere i futuri scenari secondo i quali sarebbe stata progettata la società dell’avvenire - che, alla prova dei fatti, risultarono del tutto incapaci di accostarsi alle fogge fenomeniche di detti rivolgimenti e delle conseguenti trasformazioni.
Possiamo, pertanto, sostenere che il movimento della storia è colto dal pensiero secondo una scala di gradualità, la quale si fa più precisa mano a mano che vengono a dispiegarsi le contraddizioni sociali principali e gli attori che si confrontano sulla scena della storia.
Ad esempio, molto spesso le nobili aspirazioni dei rivoluzionari più radicali, si sono scontrate con punti di “approdo” non preventivati che testimoniavano della non coincidenza tra movimento ideale (quello che aveva alimentato la loro conflittualità) e sostanza effettiva dei cambiamenti verificatisi. Quando ciò è accaduto, di fronte al tradimento dei presupposti ispiratori del movimento trasformativo, i pensatori più massimalisti hanno reagito facendo fiorire una serie di utopie romantiche e reazionarie (Owens, Fourier ecc. ecc.) atte a riprodurre un “mondo perduto” e idilliaco legato alla visione dei gruppi sociali stritolati dalla metamorfosi sociale.
Se tale indicazione di principio è valida è, altresì, innegabile che nessuna teoria scientifica può però essere elaborata con precisione se le antinomie essenziali che attraversano il panorama societario non sono venute “tangibilmente” allo scoperto. Tuttavia, chi in quella nebulosa, riesce ad individuare qualche punto fermo può, in seguito, farsi trovare preparato di fronte alla “sedimentazione” dei processi storici.
Marx ed Engels scrissero il Manifesto del Partito Comunista nel 1847 perché in quel momento si stava consolidando lo scontro frontale borghesia-proletariato, potendone, altresì, derivare conseguimenti conoscitivi più precisi che portavano la teoria “dal sentiero dell’utopia alla strada della scienza”. Dal Terzo Stato erano venute fuori due classi (appunto borghesia e proletariato) che saranno protagoniste di tutta una fase e delle quali Marx aveva seguito con pazienza il compattamento, secondo un’ ipotesi “preventiva” di polarizzazione sociale sempre più accentuata.
Per questo La Grassa sostiene, a ragione, che “Nessuno, nemmeno due volte più geniale di Marx, avrebbe mai potuto scrivere Il Manifesto (elaborato nel 1847 e uscito nel gennaio del 1848) dieci o vent’anni prima”. Finché i sommovimenti in seno alla società non vengono a circostanziarsi, raggiungendo un certo grado di maturità, la corrispondente lettura teorica resterà approssimativa e sempre soggetta ad errori grossolani di definizione e di previsione. Non è un caso che lo stesso Marx parlerà di contrapposizione tra capitale-lavoro (e dunque di borghesia contro proletariato) potendone però specificarne sempre meglio le forme lungo tutto l’arco della sua produzione teorica che sarà sistematizzata solo con l’elaborazione del I libro del Capitale (1867). Nel 1871 (la Comune parigina), dopo più di vent’anni dalla redazione del Manifesto e dopo pochi anni dall’uscita del Capitale, Marx potrà dare finalmente un “volto” alla “forma finalmente scoperta” della dittatura proletaria (da lui abbozzata teoricamente), in quanto manifestazione concreta di un possibile passaggio dal capitalismo alla società comunista.
Detto ciò, diviene fondamentale il parallelo fatto da La Grassa tra il Terzo Stato e il nostro concetto ripostiglio di “Ceto Medio” che raccoglie un ammasso di figure sociali e di profili lavorativi differenziati per fasce di reddito e per cultura. Soltanto allorquando la precipitazione dei processi storici condurrà ad un conflitto dirompente all’interno della società si potranno sceverare, inforcando adeguate lenti teoriche, le possibili alleanze e le convergenze utili alla costruzione di uno o più blocchi sociali antisistemici. Ma a questa possibilità occorrerà prepararsi senza rincorrere i romanticismi utopici che abbondano in questa fase (proprio come nelle stagioni di riflusso delle precedenti epoche storiche), “calando” sulla realtà una rete teorica a maglie larghe, fino a che non sarà possibile elaborare “teorie sufficientemente semplici come quelle del modo di produzione e del valore nel pensiero di Marx (La Grassa)”.
In sostanza, dopo ogni grande esplosione rivoluzionaria, anticipata da una fase di decantazione, si producono importanti trasformazioni che, tuttavia, possono non corrispondere ai progetti iniziali dei gruppi che cavalcano tali processi, nonostante questi siano convinti di stare governando il cambiamento. In seguito, può anche generarsi (è questo il caso dei bolscevichi), alle spalle di tali soggetti, una falsa coscienza necessaria con la quale si continuano a mantenere certe aspirazioni attraverso precise parole d’ordine mentre, nei fatti, si sta procedendo lungo binari del tutto differenti (basti pensare alla cominciata e mai realizzata “costruzione del socialismo” in URSS nonostante la classe dirigente sovietica continuasse imperterrita a rubricare la sua azione sotto questa voce).
Sta di fatto che siamo in una situazione in cui il vecchio sistema categoriale è quanto mai ineffettuale e ci spiega sempre meno delle tensioni che attraversano i raggruppamenti sociali e la stessa riproduzione sistemica.
La Grassa dice esplicitamente che la situazione nella quale siamo immersi è molto più simile al 1830 che non al 1848 o al 1917. Non si sono ancora verificate quelle condensazioni (sociali e storiche) che possono consentirci di dipanare al meglio la struttura verticale della formazione(i) capitalistica particolare o la segmentazione spaziale di quella globale. Siamo nel campo delle ipotesi (ma non in quello dell’azzardo) e degli aggiustamenti incessanti che dalla teoria ci rinviano alla pratica e da questa ancora alla prima, passaggi utili a calibrare, con sempre maggiore accuratezza, le lenti teoriche che ci restituiscono immagini ancora “sdoppiate”.
Abbiamo, nondimeno, la consapevolezza di dover combattere, in questo “stadio”, una dura battaglia per sgombrare il campo dai detriti stratificatisi delle ideologie del passato, siano quest’ultime conservative o falsamente rivoluzionarie. Da un lato, il liberismo e lo statalismo, teorie logore e speculari che alternando le loro falsità a seconda della congiunture (più o meno sbilanciate sul primo versante quando la situazione economica è stabile o in crescita, totalmente schiacciate sul presunto ruolo riequilibratore dell’organismo pubblico, quando le disparità tra le classi sociali si fanno incipienti, soprattutto nei periodi di crisi) si sottomettono in ogni caso ai voleri della prepotenza statunitense. Dall’altro, le teoresi nostalgiche e “fuori tempo”, tanto di estrema destra che di estrema sinistra, sempre in attesa di una crisi più o meno definitiva del capitalismo che riporti l’orologio della storia indietro di un centinaio di anni. In mezzo a queste correnti è tutto uno sbocciare di pensieri prêt-à-porter che mutano come le mode (inutile dire a chi mi riferisco tanto lo sapete già) e sono “terreno di cultura di ideologie di disorganizzazione e indebolimento, in grado al massimo di aprire la strada, con modalità di particolare durezza, allo schiacciante predominio di forze o apertamente reazionarie…o rivoluzionarie dentro il capitale (G. La Grassa) ”.
Dietro queste dottrine ci sono i nemici da combattere: il campo sociale deve essere ripulito da tutta la gramigna affinché questa non distrugga la parte sana del seminato.
1. O la “gente” non sa più leggere o…..non so quale alternativa porre. Escludo, a questo punto, di non sapermi spiegare, perché è troppo forte e reiterato il fraintendimento di quanto scrivo. Probabilmente, il blog non riesce a trovare un bacino di lettori diverso da quelli della sinistra detta “estrema” (o dogmatici o sostanziali cattocomunisti, anche se non si dichiarano tali). E si tratta di lettori che sembrano usciti dai romanzi di De Amicis, nel migliore dei casi; nel peggiore, da quel “buco nero” che è ormai divenuta la cultura di tale sinistra, una accozzaglia di persone “buoniste”, amiche (finte) dei miserabili, di quelli che “soffrono” e…...della Natura “violentata”.
Dirò poche cose nette e poi basta. Non c’è nessuna sottovalutazione di problemi ambientali. Per quanto mi riguarda, sarei anche favorevole a far scomparire l’umanità e a lasciare che il pianeta si ripopoli di animali, di piante, ecc. Con la consapevolezza che gli equilibri comporterebbero incessanti squilibri, il mangiarsi e annientarsi l’un l’altro, epoche di grandi catastrofi ed eliminazione di ingenti quantità di “individui viventi” (magari di intere specie), ma sempre in base a “fatti naturali”. Poiché comunque questa non è una prospettiva credibile, diamo per scontato che l’“uomo” porta ulteriore e maggiore squilibrio, poiché è abituato ad andare “oltre il limite”; e volerlo limitare è la più grossa sciocchezza che si possa pensare. Chi si pone in un’ottica del genere, lo fa perché può consentirsi di vivere di pura chiacchiera, di “buone prediche” cui segue il “razzolare malissimo”, ecc.
Ci sono senza dubbio molti gravi problemi ambientali, e probabilmente si aggraveranno con il tempo, ma vanno affrontati seriamente e con rigore; non posso più sopportare gli incompetenti tuttologi che blaterano a casaccio. Voglio sentire gli esperti e basta. Io non parlo solitamente di ciò che non conosco; e se ne parlo (ne accenno soltanto), avviso il lettore, e cerco di non andare oltre le “impressioni” da “uomo della strada”, senza pretendere di poter indicare agli altri precise alternative. Da “uomo della strada” ho molto dubbi, ad esempio, che si possa ottenere una quota men che marginale di energia da Sole e vento; attendo di essere convinto del contrario da qualche serio e lungo dibattito tra persone in carne ed ossa e di cui siano precisi i titoli che consentono loro di discutere di dati argomenti con competenza e cognizione di causa. Sono stufo di sentire i media parlare di generici “consessi di scienziati”, riunitisi in qualche luogo del mondo, e che magari pontificano a nome dell’ONU (buona questa organizzazione, proprio un bel biglietto di presentazione!), annunciando catastrofi nel giro di pochissimi decenni, talvolta addirittura anni.
Battaglia ha reiteratamente sfidato Rubbia ad un dibattito in TV sulle “energie alternative”; il secondo non accetta, e nessuno mi toglie dalla testa che così si comporta perché i metodi di ottenimento di energia solare, cui si dice sia direttamente interessato economicamente in Spagna, uscirebbero un po’ malconci da un simile dibattito, con cattiva pubblicità per i prodotti che si pensa di poter rifilare a vari enti pubblici e a privati. Io invece desidero proprio discussioni tra persone con nome e cognome, qualificate in senso scientifico, che si “sputtanino” individualmente. E non mi si ricordi che tali persone non parlano “oggettivamente”, bensì in base a precisi interessi (ovviamente delle solite “multinazionali”; non si cambia musica da 50 anni). Gli interessi in gioco – che non sono solo quelli delle multinazionali, ma dei vari gruppi di agenti strategici (economici, politici, culturali) in aspra lotta fra loro per la supremazia complessiva nel paese e in aree mondiali più vaste – sono tanto quelli dei catastrofisti quanto quelli degli anticatastrofisti; su nessuno dei due schieramenti si può giurare a scatola chiusa. Intanto, però, discutano i competenti dei due campi, e tacciano i filosofi, i sociologi e soprattutto i politici (in specie i “verdi”, la più grossa sciagura dei nostri tempi).
Ho già sentito in vita mia profeti di sventure predire la (semi)fine del mondo entro il secolo XX, e vedo l’umanità stare, in media e per la maggior parte, molto meglio di cinquant’anni fa; vedo quasi dappertutto aumentata la media della vita. Negli anni ’50, almeno l’80% della popolazione mondiale viveva in condizioni di estrema indigenza, sempre al limite della fame e delle pestilenze. Oggi non è più di un quinto o giù di lì a trovarsi in simili condizioni. Si straparlava – negli anni ’60 – di un andamento opposto del reddito nei paesi del primo e in quelli del terzo mondo (in cui viveva, appunto, l’80% della popolazione mondiale). Tale popolazione è raddoppiata (in Cina siamo passati dai 600 milioni a circa 1,3 miliardi, in India da meno di mezzo miliardo a circa 1,1 o più) e tuttavia le condizioni di vita sono migliorate per un’ampia (e sempre più ampia) quota della stessa. Credo che il divario tra i più ricchi e i più poveri sia cresciuto (e di tanto), ma questo è assai diverso dal sostenere l’andamento divergente del reddito (anche calcolato pro-capite) tra paesi di diverse aree, che ormai non sono nemmeno più omogenee al loro interno, per cui sarebbe ridicolo continuare a parlare in termini semplificati di primo o terzo mondo.
Adesso forse entreremo in un periodo di relativo impoverimento, comunque di difficoltà crescenti; ma riguarderà tutte le popolazioni del mondo (credo che le differenze di reddito e ricchezza aumenteranno maggiormente all’interno delle popolazioni dei singoli paesi, cioè tra i loro vari strati sociali, più che non tra le aree a diverso grado e ritmo di sviluppo). E, in ogni caso, pur se la fase di crisi e stagnazione non fosse breve, ciò non contraddirebbe la tendenza di lungo periodo, di 50 o 100 anni.
2. Fin qui, ho parlato delle questioni a mio avviso meno importanti, comunque non di quelle che mi interessano di più e che penso siano al centro dell’impostazione complessiva del blog (e sito). Il problema cruciale è che quei gruppastri (e intellettuali) – per fortuna estremamente minoritari – che cianciano, da incompetenti, sulle catastrofi ambientali mettono in primo piano il conflitto Uomo-Natura, relegando in posizione subordinata i conflitti sociali. Ho più volte sostenuto che considero troppo semplicistica la concezione della divisione in classi, e della loro lotta, che ha avuto il marxismo (e Marx in persona). Tuttavia, ho anche esplicitato che ritengo doveroso andare avanti rispetto a tale corrente di pensiero (da cui provengo a tutti gli effetti, e me ne vanto!), non invece abbandonarla per tornare a impostazioni più primitive. E chi pone in primo piano il problema ambientale – con il corollario della decrescita – è esattamente uno che torna indietro, ai “romanticismi” dei premarxisti.
Che lo facciano individui provenienti da culture di destra – quelle che sono partite dalla razza, dalla terra e dal sangue, da concezioni ultraelitarie, ecc. – non mi sorprende e nemmeno mi scandalizza più che tanto. Sono stati anch’essi storicamente sconfitti; che passino magari adesso dalla critica della modernità e del progresso, dalla difesa della “tradizione” e della “cultura antica”, alla difesa anche della Natura, non mi sembra troppo incoerente. Mi fa invece letteralmente ribrezzo sentire ex “comunisti” ed ex “marxisti” (credo proprio che non abbiano mai capito il significato di questi termini; perché i sessantottardi, e successivi, sono stati proprio i portatori di questo fraintendimento!) che subordinano – è inutile che certuni arzigogolino; così essi si stanno comportando – il conflitto sociale alla lotta per la tutela dell’ambiente o per il ritorno a superate condizioni di vita delle popolazioni occidentali, cui oggi intendono accedere altre popolazioni (fra cui quelle dei due più popolosi paesi del mondo).
Il problema cruciale è che sviluppo e progresso tecnico-scientifico vengono promossi da gruppi dominanti in conflitto fra loro; per cui va senz’altro discussa la coloritura e l’indirizzo (un tempo si sarebbe detto la “natura di classe”) di tali processi. E’ comunque il conflitto tra dominanti da mettere in primo piano; e subito dopo quali prospettive quest’ultimo possa aprire, in un periodo di tempo non (ultra)secolare, per le rivolte dei dominati, attualmente assai in difficoltà (e sempre orientate di fatto da dati gruppi di sub-dominanti in peculiari contingenze storico-sociali). Questo è il nodo decisivo; la lotta per l’ambiente è la solita “notte in cui tutte le vacche sono nere”. Gli intellettuali che a ciò si acconciano sono di fatto al servizio dei dominanti (di alcuni di questi, in aspro conflitto con altri); e non mi interessa tanto appurare se sono o meno in buona fede.
Se invece, come fanno i più seri tra gli ambientalisti, vengono sviluppate considerazioni competenti nei vari campi scientifici, per quanto mi riguarda non ho nulla da eccepire. L’importante è che – essendo divenuti orfani della classe operaia in quanto “soggetto rivoluzionario” per antonomasia, che avrebbe dovuto trasformare il capitalismo in socialismo e poi comunismo – non si rifugino nell’ecologia, ecc. come sostituto dei fallimenti patiti. E’ anche ridicolo che alcuni vogliano attenersi allo stolto in medio stat virtus; per cui, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, consigliano di considerare “alleati” (almeno tattici) gli ambientalisti fondamentalisti, quelli che non parlano d’altro, che non sanno pensare più un conflitto sociale se non nella forma di un contrasto tra Uomo e Ambiente. Mi dispiace, oggi quest’ultimo è divenuto la bandiera anche di grandi capitalisti (Soros, Al Gore, Bill Gates, ecc.). E’ possibile accettare solo quell’ambientalista che sa subordinare le sue competenze all’analisi del conflitto sociale.
Vorrei essere chiaro affinché qualcuno non riproponga stucchevoli obiezioni. Non vengo a raccontare che la lotta sociale, se riuscisse ad acuire nuovamente il conflitto tra dominanti e dominati (tra capitalisti e proletari o operai), porrebbe pure le basi per la risoluzione dei problemi relativi all’ambiente. So bene che lotta sociale e difesa dell’ambiente non sono fra loro legati come la causa all’effetto, in termini puramente deterministici. I problemi dell’ambiente non dipendono solo dall’esistenza dei capitalisti, intendendo poi questi ultimi come semplici grandi imprenditori, quelli delle multinazionali. Affermo qualcosa di ben diverso: esistono delle priorità, degli accadimenti che si verificheranno – sempre in base a ipotesi, però realistiche – prima di altri; e che sono più urgenti, sono all’ordine del giorno. Il posto principale spetta all’incipiente policentrismo che avanza; di questo ci si deve, come compito primario, fare carico.
Quelli che vogliono credere nella priorità dell’ambiente, sono gli stessi che spergiuravano sulla “classe operaia” – o invece sulle “masse diseredate” del terzo mondo – come Demiurgo del rivoluzionamento del capitalismo. Delusi in questa aspettativa – che è stata anche la mia, tanti anni fa – hanno ora bisogno di un altro Demiurgo che si sostituisca alla Classe, che sia in grado di spingere in quella direzione che non hanno mai saputo seguire con le loro proprie forze. E allora ecco
Qualcuno dice: ma non sono loro il nemico principale. Ed infatti, sono stufo di badarli; e preferisco non essere letto da loro. Darei non so quanto per trovare infine interlocutori seri, interessati alla modernità e all’avanzamento. Non è colpa mia se ci troviamo tra i piedi simile zavorra; bisogna tuttavia scaricarla senza nessun compromesso. Che senso ha battersi contro il “nemico principale” con un braccio legato dietro la schiena per la presenza di questi personaggi antimodernisti e “antichi”? Non c’è probabilità di successo. Quindi, non c’entra nulla il nemico principale e quello secondario. Non fingiamoci “sottili tattici”. Non siamo un partito che deve scegliere le alleanze; il nostro compito è primariamente culturale (e politico proprio in quanto tale); dobbiamo combattere i rigurgiti di chi, deluso dalla sconfitta dei “proletari” (e magari anche da quella della “razza superiore”, o altri ammennicoli del genere), sta combattendo una battaglia per l’involuzione culturale, per una nuova arretratezza, per un ritorno a futili idee “romantiche”.
Nessun disprezzo per coloro che si pongono correttamente i problemi da cui può essere afflitto il pianeta. Ma nessuna concessione a chi porta in primo piano tali problemi svalutando di fatto quelli dei vari tipi di conflitto sociale e della loro nuova articolazione nell’epoca cui si sta andando incontro. Dobbiamo di nuovo approfondire non so quanti temi d’analisi; lasciamo cuocere nel loro brodo quelli che hanno la testa rivolta all’indietro. Sulle questioni di principio, non ci sono alleanze tattiche, non esiste nemico principale e secondario. Si combatte per certe idee e contro altre; tutto lì.
di Emiliano Brancaccio
Riportiamo l’estratto di un articolo di Emiliano Brancaccio che sarà pubblicato sul prossimo numero di Alternative per il socialismo.
Il caso Thyssen è stato solo la tragica punta di un iceberg di evidenze: i lavoratori europei non appaiono oggi particolarmente solidali tra loro. Presso le sedi delle confederazioni europee dei sindacati, le rappresentanze sembrano il più delle volte far prevalere gli interessi locali sulla logica alternativa della coesione di classe a livello sovranazionale. In quel che segue, proporremo allora una lettura della “questione salariale” in chiave europea, ed in termini non “finalistici” ma “sintomali”. Esamineremo cioè la dinamica delle retribuzioni quale sintomo della disgregazione o della coesione della classe lavoratrice a livello continentale. In particolare, osservando gli andamenti relativi dei salari e degli stipendi in seno all’Unione monetaria europea, ci interrogheremo sul grado di convergenza o divergenza delle retribuzioni nei vari paesi membri, e più in generale sulla maggiore o minore omogeneità tendenziale delle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori del continente. Senza un minimo di uniformità tendenziale dei livelli e delle quote di ricchezza sociale destinate in Europa al lavoro, è infatti difficile pensare che un subordinato tedesco possa riconoscersi in un suo omologo greco e viceversa, e che entrambi possano quindi ritrovarsi affiancati per difendere un comune interesse di classe. Naturalmente, il nostro test non ha la pretesa di riempire di mere rilevazioni empiriche la pagina vuota lasciata da Marx sul concetto di “classe”. Esso tuttavia potrà aiutarci a capire se le distanze tra i lavoratori europei siano tali da render velleitario qualsiasi discorso politico sulla unità di classe a livello europeo; oppure, al contrario, se stia iniziando a profilarsi una tendenza comune nelle condizioni di lavoro del continente, e se quindi esistano i presupposti, almeno in prospettiva, per appellarsi politicamente ad una classe lavoratrice “europea”. In un certo senso, potremmo definirlo un test sul maggiore o minore grado di “opportunismo” - nel senso di Lenin – presente oggi e in futuro in seno ai gruppi privilegiati della classe lavoratrice europea.
Tutte le cifre riportate in questa sede sono delle elaborazioni nostre e di Domenico Suppa di dati EUROSTAT e OCSE. I paesi di riferimento sono i dodici membri dell’Unione monetaria europea (oppure, in mancanza di dati, un loro sottoinsieme comunque significativo). Il periodo considerato va dal 1990 al 2006, con particolare riguardo allo spezzone temporale successivo al 1999, anno di nascita dell’euro. Le retribuzioni considerate sono quelle medie totali, che tengono cioè conto di tutti i settori dell’economia. Per il calcolo della convergenza o della divergenza tra i vari paesi delle variabili considerate, ci siamo avvalsi di un particolare indice di dispersione, largamente adoperato nella letteratura specialistica: si tratta del coefficiente di variazione al quadrato. Quanto più grande è questo indice di dispersione, maggiore sarà la divergenza tra le variabili dei diversi paesi. Se invece l’indice di dispersione si riduce, ciò significa che le retribuzioni dei paesi membri tendono ad avvicinarsi.
Esaminando le nostre elaborazioni si scopre che i salari europei presentano degli andamenti articolati: essi sono infatti convergenti in termini monetari, parzialmente divergenti sul piano dei livelli assoluti reali e fortemente convergenti in termini di quote di prodotto sociale destinate al lavoro. Ma andiamo con ordine. L’indice di dispersione del compenso totale orario del lavoro in termini monetari passa da valori superiori a 0,10 nei primi anni ’90 a un valore inferiore a 0,06 nel 2006. Quindi, sul piano strettamente monetario, registriamo una forte riduzione della dispersione, nell’ordine del quaranta percento in meno. Questa marcata convergenza dei salari monetari non deve meravigliare. Essa si deve in buona misura – anche se non totalmente - alla nascita dell’euro, la quale ha eliminato la volatilità dei tassi di cambio e ha ridotto le distanze tra i tassi d’inflazione dei vari paesi. E’ naturale quindi che i salari monetari dei paesi europei siano divenuti più simili tra loro rispetto al passato. Questo dato è già di per sé interessante, ma a noi ovviamente interessano soprattutto gli andamenti dei salari reali, vale a dire delle retribuzioni espresse in termini di potere d’acquisto. Ebbene, riguardo a queste ultime le dinamiche cambiano: l’indice di dispersione dei salari reali mostra infatti una leggera crescita, da circa 0,065 nei primi anni Novanta a poco meno di 0,08 nel 2006. L’incremento della divergenza è quindi nell’ordine del dieci, quindici percento. Non è molto accentuata, ma mette comunque in luce che in termini reali le retribuzioni dei lavoratori europei tendono sia pure di poco ad allontanarsi, non certo ad avvicinarsi. In particolare, i livelli retributivi dell’Italia e degli altri paesi del Sud Europa sembrano decisamente arrancare rispetto agli andamenti delle paghe in Francia, Germania e negli altri paesi “centrali”, ossia più ricchi e caratterizzati da una maggior crescita della produttività. Evidentemente non si tratta di una buona notizia per la prospettiva di una maggiore coesione di classe a livello europeo. E’ chiaro infatti che se i lavoratori francesi e tedeschi vedono comunque aumentare le loro retribuzioni reali, avranno allora qualche ragione in meno per immedesimarsi nella crisi salariale che affligge i lavoratori delle “periferie” europee, e che li vede talvolta addirittura arretrare in termini assoluti e non solo relativi. Tuttavia, l’analisi dei soli livelli dei salari reali non può esser considerata sufficiente per trarre delle immediate conclusioni politiche sul grado di convergenza o divergenza delle condizioni dei lavoratori europei e sulla possibilità di una loro maggiore coesione rivendicativa. E’ necessario quindi allungare ancora un po’ lo sguardo, includendo ulteriori variabili nella nostra riflessione. Soffermiamoci allora sullo scarto tra produttività del lavoro e salari reali. In tal caso i dati rivelano non tanto delle differenze, quanto piuttosto delle interessanti similitudini tra i vari paesi membri dell’Unione. Tra il 1991 e il 2006, il divario tra produttività e salari è cresciuto in Finlandia di 8 punti, in Germania e in Austria di 6 punti, in Francia di 5 punti, in Grecia di 3 punti, in Spagna e in Italia di 2 punti. Questo significa che in tutti i paesi la produttività corre molto più velocemente dei salari. Questo è un dato importante, che la dice lunga su un luogo comune diffuso soprattutto nel dibattito italiano, secondo cui i salari aumentano di pari passo con
Nella Unione monetaria europea le quote di produzione
destinate ai lavoratori tendono a convergere verso il basso
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La figura mostra che dai primi anni Novanta ad oggi pressoché in tutti i paesi dell’Unione monetaria europea si è registrata una caduta delle quote di prodotto nazionale destinate ai lavoratori. Le quote risultano oltretutto convergenti tra loro: tra il 1990 e il 2006, l’indice di dispersione passa infatti da un valore di circa
Per quanto appena accennati, questi dati dovrebbero offrirci qualche elemento oggettivo per tentare di affrontare un bivio strategico cruciale per il lavoro e per le sue rappresentanze: quello tra questione nazionale e questione europea, vale a dire tra il tentativo di recuperare qualcuno dei vecchi spazi di agibilità politica all’interno delle istituzioni di uno stato nazionale in crisi, e l’opzione alternativa di abbandonare una volta per sempre la logica dei confini nazionali e di invocare uno slancio verso una prospettiva radicalmente europea e globale. Questo bivio, come è noto, si situa alla radice di molti dei problemi che affliggono gli odierni eredi del movimento operaio. Da diversi anni registriamo infatti una vistosa contraddizione tra l’afflato europeista di numerosi leader e intellettuali della sinistra, e l’ostilità montante di larghe fasce di popolazione lavoratrice e operaia verso l’Europa, e più in generale verso qualsiasi forma di apertura al mondo esterno. Riguardo ai lavoratori, essi percepiscono che la progressiva perdita di benessere e di libertà di questi anni – relativa e spesso anche assoluta - è in buona misura derivata dagli effetti di un vincolo esterno sempre più stringente. I lavoratori infatti ben ricordano che è proprio alla cosiddetta “globalizzazione” che possono esser fatte risalire le cause dei loro arretramenti, politici economici ed esistenziali. Dalla crisi valutaria europea del 1992 alle ondate di immigrati in concorrenza sempre più stretta coi nativi, tutti questi fenomeni sono stati alimentati dai processi di apertura e di liberalizzazione capitalistica dei mercati, e tutti hanno contribuito in termini più o meno diretti all’intensificazione dello sfruttamento e alla compressione della quota di prodotto sociale destinata al lavoro. Conseguenza di ciò è che, nel vuoto di uno sfuggente conflitto di classe, i lavoratori si sono resi politicamente sempre più sensibili alle rivendicazioni di carattere territoriale, fossero esse locali o nazionali, grevi o sofisticate, xenofobe o illuminate. In Italia, buona parte del successo trasversale dell’euroscetticismo e del protezionismo anti-cinese di Tremonti e dei suoi epigoni nasce in fondo dalla capacità dei loro argomenti di toccare i nervi più scoperti della classe operaia. Inoltre, come è noto, fenomeni analoghi attraversano tutta l’Europa, non solo nei paesi periferici ma anche in quelli centrali. Riguardo invece ai gruppi dirigenti della sinistra politico-sindacale, essi sembrano talvolta rifugiarsi nella retorica internazionalista e globale utilizzandola in un duplice senso: sia come capro espiatorio che come speranzosa via di fuga rispetto all’impotenza del presente. Insomma, assegnando all’Europa il ruolo bifronte di vincolo stringente ma anche di vaga opportunità, i dirigenti della sinistra sembrano talvolta aver cercato più o meno consapevolmente un temporaneo sbocco retorico per prolungare una sopravvivenza politica sempre più a rischio.
I nodi tuttavia vengono al pettine. Lo scarto crescente tra leader della sinistra europeisti e masse lavoratrici “xeno-scettiche” sembra infatti avere raggiunto un punto critico, alla lunga difficilmente sostenibile. Si pone allora il problema di capire se si possa dare contenuto reale all’afflato europeista dei leader, o se invece sia il caso di accantonarlo, almeno in questa fase storica. La nostra congettura in proposito è
In definitiva, è dalla corretta interpretazione di una crisi, e della relativa “emergenza” politica che ne deriverebbe, che si può forse immaginare di costituire i prodromi per una reale, fattiva unità di classe a livello europeo. Prima di allora, però, e al di là di questi precisi confini logico-politici, sarà bene evitare di cadere nelle versioni ingenue oggi prevalenti del vecchio internazionalismo trotskista. I dati infatti segnalano che il terreno è tuttora fertile per l’opportunismo nel senso di Lenin, e quindi non depongono a favore di un generico afflato europeista.