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ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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mercoledì, 30 aprile 2008

ATTENTI A CHI CONFONDE LE CARTE E LE IDEE di G. La Grassa

Mi sbaglierò e tuttavia credo sia poco utile questo continuo riferimento a fattualità e ideologie del passato per squalificare, da una parte e dall’altra, i propri avversari; anzi, diciamolo pure con la nettezza necessaria, i propri nemici. Quello che compiono americani e israeliani, nei territori (non semplicemente geografici) di propria competenza, è senza alcun dubbio di tipologia criminale; tuttavia, ritengo poco produttivo richiamare continuamente il parallelismo con il nazismo, anche perché diventa poi facile, da parte dei difensori del “malefico duo”, far notare una serie di differenze di forma e di modalità d’esecuzione per cui, spesso, il “grosso pubblico” si convince che gli antiamericani e antisionisti straparlino, usino un linguaggio rozzamente propagandistico. Dall’altra parte, si constata tutta la manfrina americana contro il “terrorismo”, contro il possesso di “armi di distruzione di massa” (sempre dimostratosi inesistente, una pura menzogna usata quale scusa per aggredire questo o quello, anzi questo e quello). Per non parlare del ridicolo accostamento fatto, tanto per fare pochi esempi, di Milosevic a Hitler, di Saddam a Hitler, di Ahmadinejad a Hitler, ecc., dove si fa strame della storia perché è impossibile non avere il benché minimo sentore della differenza tra la potente Germania nazista e poveri paesi come Jugoslavia, Irak e Iran. La personalità avrà anche la sua “funzione nella storia”, ma immaginare Hitler senza dietro di sé una delle primissime potenze mondiali dell’epoca è puro sfoggio di idiozia. A meno di non volersi dedicare alla superficiale genericità degli accostamenti tra individuali psicologie, un esercizio che lascerei agli spettacolini televisivi di “prima serata” per perfetti deficienti, con il “dotto” intervento di psicologi e psicologhe che gettano un discredito immenso su quella professione.

Certamente, non c’è alcuna proporzione tra i massacri compiuti da americani e israeliani (anche in questi ultimissimi tempi, in questi giorni) e quelli che sono in grado di fare le varie forze ad essi opposte. Non c’è però nessun bisogno di scomodare il nazismo; basta semplicemente elencare i numeri, stilare delle statistiche. E basta soprattutto affrontare il problema della diversa (enormemente diversa) potenza di fuoco (da non intendersi in senso puramente letterale) tra i due paesi – che insieme compongono il punto di irradiamento del potere imperiale nel mondo – e “gli altri”. Mi rendo conto che assistere all’applicazione della “legge” dei “cento morti tuoi per ognuno dei miei” (con cui si risponde a qualche lancio di missili, che sono poco più che fuochi d’artificio, e a sempre più rari attacchi kamikaze) è particolarmente disgustoso; uno si sente rivoltare le budella e prova rabbia nel constatare che dall’altra parte non sono molto attrezzati al fine di infliggere gli stessi lutti e sofferenze.

Tuttavia, non ha senso, lo ripeto, istituire paralleli storici con altri fatti ed altri movimenti. Non ce n’è del resto bisogno. Così pure, a parte la naturale rabbia appena manifestata, mi sembra vantaggioso andare oltre atteggiamenti solo dipendenti da opzioni morali, dalle quali non dico si debba prescindere, ma che andrebbero malgrado tutto messe in secondo piano. La rabbia, e l’insulto che ne consegue, sono utili se stimolano anche il nostro cervello. Fra l’altro, molto spesso siamo semplici spettatori di certe vicende, e di conseguenza non abbiamo nemmeno il privilegio di coltivare la vendetta. L’indignazione morale non ci impedisca perciò di ragionare su quale sia la posizione del nostro paese in ambito internazionale.

 

                                                 *****

 

Ci troviamo a vivere in un paese del capitalismo “occidentale” (quello da me denominato: dei funzionari del capitale) che, per quanto sia oggi in un tornante di particolare crisi (con crescita in pratica zero), è pur sempre uno dei paesi capitalistici avanzati. Dalla fine della seconda guerra mondiale, c’è stata da noi una penetrazione capillare della cultura e dei modi di vita americani, ed è inutile pensare che possa a breve attecchire una mentalità di netta opposizione agli Usa. Anche coloro (e non sono certo in maggioranza, anzi sono proprio una netta minoranza), che provano pena alle notizie provenienti dai vari fronti in cui si opprimono determinati popoli, non apprezzano per nulla le culture di questi ultimi; l’eventuale, del tutto generica, simpatia (più che altro commiserazione) per le sofferenze “umane” non fa molta ombra alla nostra partecipazione subordinata alle imprese statunitensi. E quando sono implicati nostri connazionali, si può essere certi che, non appena subiamo qualche morto, scatta subitaneamente il riflesso “nazionale” che ottunde la comprensione di che cosa siamo andati a fare in lontane contrade; e per che cosa e al servizio di chi lo stiamo facendo.

Il nostro paese è pregno di filo-americanismo, perfino quando mostra – in alcuni intellettuali con la puzza sotto il naso che si ritengono più “raffinati” – un certo qual disprezzo per le forme di vita e culturali degli Stati Uniti, che sono invece del tutto stimabili in sé e per sé (salvo appunto che per coloro i quali, senza alcun titolo di merito particolare e solo per smisurata spocchia, si ritengono superiori). Quanto sto dicendo non significa criticare chi, sia pure in posizione ultraminoritaria, si batte contro l’“imperialismo” statunitense e il suo spirito di aggressione al fine di tenere una serie di popoli – per precisi interessi strategici di ampiezza mondiale – in stato di soggezione. E’ giusto nutrire atteggiamenti antiamericani per quanto riguarda l’aggressione all’Irak o alla Jugoslavia o all’Afghanistan, ecc. Rendendosi però conto dei limiti di tali atteggiamenti.

Lascio perdere le debolezze del pacifismo, la cui limitatezza di orizzonti è patetica. Ci si batte contro l’allargamento della base a Vicenza (il sindaco di centro-sinistra appena eletto, e che fu sindaco democristiano prima di “mani pulite”, ha dichiarato che vi si oppone perché è “uno scempio architettonico”; mi sembra inutile ogni commento); e magari ci ritroviamo con il potenziamento di quella di Aviano o di quelle poste al sud o in Sardegna, ecc. Perfino se nascesse un movimento pacifista più incisivo – e ne ho fortissimi dubbi – tale da ridurre la presenza militare Usa in Italia, ci sono fior di paesi europei (in specie orientali) con ben altra disposizione di spirito pur di rinfocolare la loro inimicizia verso la Russia. Tuttavia, il problema fondamentale non è l’intrinseca, oggettiva, debolezza e limitatezza dell’orientamento pacifista. 

Bisogna partire dalla corretta individuazione di una situazione di base che condiziona la critica alla politica statunitense quando questa si rivolge contro il fondamentalismo islamico; e del resto, purtroppo, anche tra la sedicente “democrazia statunitense” e le strutture politiche esistenti in Cina o in Russia, è evidente che l’opinione pubblica europea è stata a lungo preparata a preferire la prima, a causa del veleno inoculato nel corso di oltre sessant’anni e, in Italia, grazie all’esaltazione della nostra Costituzione anche da parte di forze di sinistra presunta “radicale”, magari proprio quella “ultra-ultra”. Certo, qualcuno storce il naso di fronte alle pretese imperiali di questa “grande democrazia”; però, tutto sommato, la maggioranza pensa che simili pretese siano nulla di fronte all’autoritarismo delle gerarchie cinesi o russe, che opprimerebbero Cecenia e Tibet, ecc. oltre ai loro stessi popoli, senza una stampa “libera” a elevare blande critiche, stampa (e TV) che, negli Usa, non serve a contrastare affatto i propositi di dominio mondiale, ma al massimo si schiera in prevalenza con un nuovo Presidente per il mutamento di strategia in vista degli stessi scopi (ma gli intorpiditi cervelli “occidentali” sono abituati a pensare che i “liberi” media statunitensi abbiano invece innescato un processo autocritico e un cambiamento di indirizzi).

 Si noti, inoltre, che perfino i sopravvissuti del colossale fallimento del “comunismo” (i “preti” di quelle sette che sono trotzkisti e bordighisti), in nome della cervellotica lotta (“di classe”) del proletariato mondiale contro il Capitale (sempre mondiale), pretendono che si conduca una lotta generale contro tutti i paesi capitalistici (occidentali e orientali): tutti sullo stesso piano, dagli Usa a quelli europei alla Russia alla Cina all’India e via dicendo. In una penosa condizione, come quella in cui versa la “sinistra” antiamericanista (che vorrebbe prolungarsi in antimperialista), è ridicolo il sol pensare di uscire da un netto minoritarismo, che dovrà essere subìto molto a lungo e senza nemmeno la consapevolezza di quanto sarebbe necessario almeno mettere in cantiere.

 

                                                  *****

 

 La nostra popolazione (almeno per tre quarti) è oggi in angustie per remunerazioni troppo basse sia del lavoro dipendente che di quello detto autonomo. Ha in genere da pensare alle proprie difficoltà piuttosto che ad una lotta all’imperialismo americano. Tanto più che questo si sviluppa, per buona parte, nelle aree che forniscono le principali materie prime in specie energetiche. E’ bello fare gli antieconomicisti – ed infatti gli Stati Uniti sanno bene che la loro azione non è solo mossa dal controllo delle aree del petrolio e del gas, bensì persegue soprattutto scopi strategici di dominio globale e di contrasto alla crescita di potenze concorrenti a est – ma i popoli occidentali, e gli italiani con loro, cadono tranquillamente nell’economicismo dato che il loro tenore di vita tende verso il basso. Questi popoli – che, almeno per tre quarti, sono in fase d’impoverimento – si sentono raccontare dagli “antisistemici” (o anche antimperialisti) che la loro salvezza è nell’assenza di sviluppo (anzi in un qualche arretramento), e che dovremmo solo puntare a fonti energetiche alternative per salvare l’ambiente (cosa tutta da vedersi), fonti non certo in grado di fornire tutta l’energia necessaria a non regredire come condizioni di vita (materiali; sissignore, proprio quelle materiali, cari antisistemici che vivete di “idee e spirito”).

Simili schegge debbono essere lasciate da parte; purtroppo sono invece alimentate proprio da settori delle classi dominanti (quelli che hanno legami organici con l’imperialismo americano), ben consapevoli di quanto sia utile “ingrassare” gli imbonitori e “dottor Dulcamara”, in grado di invadere i media per disorientare i popoli e impedire loro di cominciare a capire quali problemi debbano essere affrontati in una fase storica di crisi. Mentre la destra, salvo alcune frange extraparlamentari, è nettamente filoamericana (e filoisraeliana), la sinistra ha tentato – dopo il “crollo del muro” e l’operazione “mani pulite”, partita non a caso dagli Usa e manovrata anche dalla nostra finanza e industria a tale paese strettamente legate – di presentare un arco vastissimo di posizioni: dal più deciso filo-americanismo (esempio preclaro fu il Governo D’Alema, messo proprio in piedi per bombardare la Jugoslavia al seguito di Clinton) fino al più radicale (almeno a parole) antiamericanismo con appoggio ai popoli arabi, con opposizione all’intervento americano (rivelatasi fasulla perché in Parlamento le ultime operazioni di guerra italiane, mascherate da aiuti umanitari, sono state finanziate da un Governo votato dall’intero arco della sinistra).

In linea generale, la sinistra “estrema” serve a paralizzare la crescita di eventuali forze di autentica autonomia dando sostegno (che è giusto, ma dev’essere subordinato a qualcosa di strategicamente più incisivo ed efficace) ai popoli che subiscono aggressioni varie statunitensi; sostegno del resto subito reso ineffettuale da un atteggiamento del tutto simile di fronte alle manovre americane tendenti a creare disordini (Cecenia, Tibet ecc.) atti ad ostacolare la crescita delle potenze concorrenti a est. Forze (già piccole in sé) vengono deviate verso obiettivi di antimperialismo generale senza alcuna distinzione tra Usa, Russia, Cina, ecc. E’ una ripetizione, come al solito in farsa, di quanto accadde negli anni trenta quando certi “comunisti” impiegarono le loro (per fortuna assai misere) energie a mettere l’Urss sullo stesso piano di Usa, Inghilterra, Francia, Germania, ecc.

Si crea in tal modo una situazione confusa, difficile da comprendere e seguire. Facciamo brevemente un esempio (su cui bisognerebbe diffondersi di più). Un filo-amerikano come Berlusconi favorisce di fatto (per i suoi interessi) i progetti comuni tra Eni e Gazprom che sono strategicamente rilevanti e fanno ombra ad analoghi progetti statunitensi, creando una vera spina nel fianco a questi ultimi. Il filo-amerikano effettua quindi mosse che sono oggettivamente in contrapposizione ai progetti in questione. La sinistra – quella moderata ma senza alcuna opposizione della “estrema” – crea invece ostacoli ai progetti “nostrani” (e quindi di fatto favorisce quelli Usa) con l’insistenza di separare produzione e rete di distribuzione dell’Eni, attribuendo la proprietà di quest’ultima alle municipalizzate dette “rosse”. La UE e la sua Commissione, dove la sinistra conta molti appoggi, favoriscono questa “menata”, mentre il vicepresidente della Gazprom è intervenuto con una lettera inviata proprio al Giornale (di Berlusconi; e da noi pubblicata sul blog) per denunciare, con i toni cortesi e “stupiti” che si usano in tali occasioni, i gravi danni che una simile misura comporterebbe sul piano della collaborazione tra i due enti (che si allarga pure alla Sonatrach algerina).

Questo è un buon esempio di come un destro (liberista, ma che sa fare i suoi interessi) può in certi casi essere più utile al paese di una sinistra, che esalta il “pubblico” al solo fine di mantenere in piedi una serie di aziende, in cui infilare i “suoi uomini”, esperti soprattutto nel fungere da collettori di voti indispensabili a occupare posizioni di potere tali da consentire gli intrallazzi con tutti i peggiori “poteri forti” italiani (quelli che appunto sopravvivono mangiando alla greppia dei sussidi pubblici: statali, regionali, ecc.). Non sostengo che si tratti di una regola generale, ma non è nemmeno una singola eccezione. L’esempio serve a dimostrare come sia stupido fare distinzioni “di principio” tra destra e sinistra, tra liberismo (mercatismo) e statalismo (in genere sprecone e inefficiente, solo capace di gonfiare la spesa pubblica corrente, non quella per investimenti di “alto pregio”). La sinistra sta viepiù gettando la maschera; ma non basta, bisogna perseverare nell’inseguirla e combatterla perché insiste nella sua opera di creazione di “cortine fumogene”, tuttora aiutata da una stampa e da media, italiani e stranieri, soprattutto non a caso americani e inglesi, che non hanno perso la speranza di far tornare in auge i migliori servitori, non smaccati e chiassosi, degli interessi del paese predominante.

Comunque, la botta presa dalla sinistra detta radicale o estrema ha scoperto un fianco dello schieramento di coloro che servono gli interessi statunitensi in modo pasticciato e confuso, onde non far capire ai propri elettori il fondo della questione, la loro effettiva subordinazione (“pagata”). D’altra parte, è evidente che la crisi incipiente non consente più margini per giostrare con funambolesca abilità; sono necessarie scelte più nette, e anche i servitori della “estrema” sinistra sono invitati a togliere subito le maschere dal volto. Questo è il reale significato della sconfitta di quest’ala della sinistra; non le si possono più concedere “prestiti”, né giochi di prestigio troppo costosi. D’altra parte, essa, presa dalla paura di perdere gli emolumenti goduti per il “tradimento”, si è tolta troppo presto la maschera ed è crollata; in specie presso l’elettorato che considerava di sua proprietà, quello operaio. E se una sinistra che recita la parte dell’antisistema, della difesa della Classe, del finto pacifismo (che non combatte, limitandosi a sbraitare e fare un po' di chiasso contro le mire imperiali statunitensi), ecc. non riesce più a nascondere il laido volto al suo elettorato, essa non serve più a nulla e può essere buttata al macero dall’establishment.

Non è però finita; i parassiti finanziari e industriali italiani – filo statunitensi – sono sempre all’opera e non vogliono far durare Berlusca che, quando i suoi interessi lo portano altrove, può anche fare qualche mossa (tipo Gazprom) non consona alla sua posizione (filo-americana) ufficiale; e poi, se facesse veramente il liberomercatista, danneggerebbe tali parassiti proprio in un momento di crisi grave (e non solo italiana, pur se noi stiamo peggio degli altri). La sinistra, su cui la grande finanza e l'industria in affanno puntano come al loro solito, è quella moderata; però sono certo che qualche buon fiumiciattolo “aureo” si dirigerà ancora verso i disastrosamente sconfitti, perché certe idee “antisistema” sono troppo utili al sistema imperiale statunitense per essere completamente archiviate.

Vedrete quale agitazione si impadronirà di quest’area per “ulteriori rifondazioni”, tutte fasulle e tutte “guidate”. Avremo modo di riparlarne; anzi è proprio di questo che dobbiamo parlare. A partire dalla concertazione degli apparati di Stato sindacali; bisogna poi attaccare i falsi antisistemisti, che perseguono in realtà lo scopo di scompaginare, con le loro idee di indebolimento e inviluppo, le autentiche forze di una (non prossima) rinascita della nostra autonomia; certo intanto di paese e non di classe. Chi oggi predica ancora quest’ultima, sembra un matto fuori del tempo; alcuni lo sono anche, ma altri sono invece furbi e del tutto funzionali alla potenza imperiale statunitense e, proprio per questo, si mascherano da “feroci” oppositori della stessa. Gli imbroglioni sono già all’opera. Teniamolo presente, fra l’altro ricordando il bel detto maoista: bastona il can che annega (inaccettabile in senso letterale, molto appropriato per quei “cagnacci” di finta ultrasinistra, “cristallini” anticapitalisti a parole, meschini “magliari” pagati dagli ambienti filo-imperiali, nei fatti). 

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martedì, 29 aprile 2008

TRANSNISTRIA. IL CASO PRORYV IN PROSPETTIVA.

 

di Florent Parmentier, traduzione dal francese di G.P.

fonte diploweb.com

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Vi proponiamo questo interessante articolo di Florent Parmentier sui vari movimenti giovanili di contestazione sviluppatisi, in questi ultimi anni, in alcuni paesi post-sovietici. Per la verità l’autore non ne parla criticamente (mentre chi legge questo blog sa benissimo qual’ è la natura di questi movimenti per l’importazione della democrazia contro regimi definiti autoritari) e sembra più preoccupato da un altro aspetto: tanto la Russia che la Transnistria (solo per citare qualche esempio) sembrano aver capito che occorre agire preventivamente affinché la loro gioventù non venga avvelenata dai tentativi statunitensi di egemonizzare il malcontento popolare e far così scoppiare altre “rivoluzioni di velluto”, come già accaduto in Georgia, in Ukraina o nel Tagikistan.

In pratica, l’establishment di questi paesi non allineati cerca di far radicare valori nazionali attraverso i quali la propria gioventù possa sentirsi partecipe della difesa del proprio paese contro le ingerenze esterne, occidentali in generale e statunitensi in particolare. E’ il caso del movimento giovanile transnistriano PRORYV del quale si parla in questo articolo.

G.P.

 

 

Con la creazione di un suo movimento della gioventù, la Transnistria vuole assicurarsi contro una eventuale "rivoluzione arancione". Così all'inizio del 2005, è stato creato questo movimento della gioventù da forze radicali transnistriane. Uno degli organizzatori è Dimitri Soin, un ufficiale del Ministero della Sicurezza di Stato della Transnistria. Stanislav Belkovski direttore dell'istituto nazionale di strategia a Mosca, è uno degli ispiratori di Proryv. Questa ONG riflette l'interesse in Russia per le "tecnologie politiche" e per l'approccio neo-eurasiatista.

 

 

Sono state chiamate "rivoluzioni colorate" una serie di proteste popolari contro i regimi semi-autoritari dei paesi post-comunisti. Quest'ultime sono state in particolare condotte da movimenti della gioventù, che agiscono con mezzi non violenti contro regimi percepiti come autoritari e corrotti. Si sono sviluppati al di fuori dell’opposizione dei paesi interessati, ma condividono l'obiettivo generale del cambiamento di regime. Queste organizzazioni si sviluppano secondo un modello orizzontale. Non hanno generalmente capi insostituibili o strutture centralizzate. Dispongono di un senso acuto della comunicazione, con loghi facilmente identificabili. La dinamica è stata innescata in Serbia prima di guadagnare gradualmente lo spazio post-sovietico. Il movimento studentesco Otpor ("resistenza") ha svolto un ruolo determinante nelle sollevazioni dell'autunno 2000 contro il regime di Milosevic. In seguito è stato il turno di Kmara ("abbastanza") partecipare "alla rivoluzione delle rose" dopo le elezioni legislative georgiane del 2003.

Il giovane presidente Saakashvili ha sostituito l’allora ex ministro degli esteri sovietico, Edouard Chevarnadze. La terza tappa post-comunista si svolge in Ucraina, in occasione delle elezioni presidenziali del 2004. La famosa "rivoluzione arancione" scoppia, in pieno inverno, sulla piazza centrale di Kiev, Maïdan. La presenza dell'ONG Pora ("è tempo") non è estranea alla mobilitazione massiccia degli ucraini contro le frodi elettorali." La “terza tappa”" viene a coronare Viktor Iouchtchenko a scapito del primo ministro, Viktor Ianoukovitch. Infine, la "rivoluzione dei tulipani" del Tagikistan nel marzo 2005 aveva fatto capitolare il presidente Akayev, grazie, in particolare, ai giovani attivisti di Kelkel ("rinascita e luminosità del bene"). Tuttavia, queste organizzazioni non riescono a stabilizzarsi come partiti politici nei vari paesi evocati. Infatti, la loro forza d'addestramento politico risulta meno importante della loro capacità di organizzare manifestazioni contro un regime al momento delle elezioni. Così, il movimento ukraino Pora si è diviso in due movimenti. Il sottogruppo "Pora nero" resta un movimento di resistenza civica di giovani, mentre l'altro, "Pora giallo", risulta più strettamente collegato ai partiti politici della “rivoluzione arancione". Quest'ultimo si è costituito in partito politico ed è entrato nella coalizione “La nostra Ucraina" di Viktor Iouchtchenko nel settembre 2007. Questi movimenti non sono tuttavia inarrestabili. L'organizzazione Zubr ("bisonte") non è attualmente riuscita a scuotere il presidente Loukachenko. Il movimento Oborona ("difesa") dispone di alcune centinaia di attivisti in Russia, ma la sua influenza resta marginale. Inoltre, gli stati dell'Asia centrale più autorevoli non sono preoccupati da questi movimenti, ad eccezione del Tagikistan. * In questo contesto, il caso dell'ONG transnistriana Proryv ("Sfondare") opera una interessante inversione. Come i suoi predecessori, si sostiene su una iconografia emblematica e sulla matrice delle azioni di piazza. Ma l'installazione di tende e la famosa fotografia in bianco e nero di Ernesto "Che" Guevara scelta come simbolo rimandano ad obiettivi politici di non ingerenza dell'occidente piuttosto che di riforme interne. A memoria, ricordiamo che la Transnistria è uno "Stato de facto" derivato da un conflitto con le truppe della Moldavia nel 1991-1992.

L'entità secessionista, non riconosciuta dagli altri paesi, cerca di legittimare la sua esistenza internazionale. I suoi dirigenti cercano di consolidare il loro potere, attraverso diverse strategie, fra cui l'esistenza di un pluralismo di facciata. La creazione di un suo movimento della gioventù, è un'assicurazione contro un’eventuale "rivoluzione arancione". Così all'inizio del 2005, forze radicali transnistriane hanno creato questo movimento della gioventù. Uno degli organizzatori è Dimitri Soin, un ufficiale del Ministero della Sicurezza di Stato della Transnistria. Tuttavia, se questo gruppo si sostiene sulla stessa logica di comunicazione dei movimenti precedentemente citati, non contesta la situazione politica locale. Tende al contrario a volere cambiamenti esterni - il riconoscimento dell'indipendenza transnistriana, come pure la non ingerenza dell'OSCE e degli Stati Uniti. Denuncia anche la "manipolazione della democrazia" ad opera delle rivoluzioni colorate. Inoltre, si è esteso anche in Ucraina, in Crimea, ma anche in Abhasia ed in Ossezia meridionale, repubbliche separatiste della Georgia. L'ONG è stata particolarmente attiva nelle manifestazioni contro la NATO, come in Crimea nel giugno 2006. Inoltre, essa porta il suo sostegno alla minoranza rutena in Transcarpazia, per indebolire il nazionalismo ukraino. Stanislav Belkovski direttore dell'istituto nazionale di strategia a Mosca, è uno degli ispiratori di Proryv. Questa ONG riflette l'interesse in Russia per le "tecnologie politiche" e per l'approccio neo-eurasiatista. Infatti, è uno di questi "politecnologi" che tentano di manipolare l'opinione, in particolare attraverso la pratica dello “kompromat”, o divulgazione di informazioni (reali o fabbricate) compromettenti. Nella stessa Russia, è l'organizzazione Nashi ("i nostri") che svolge questa funzione di contro-modello del tipo del Pora. Creato dopo la "rivoluzione arancione", questo movimento annoverava quasi 120.000 membri nel 2007 (dai 17 ai 25 anni). Queste organizzazioni segnano l'opposizione russa ai "cambiamenti di regimi" ed alle "rivoluzioni colorate".

 

Florent Parmentier

 

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L’ERA DEI PIACIONI E’ FINITA di G.P.

 

E’ finita l’era dei piacioni. Prima è caduto malamente l’ex inquilino del Campidoglio, il quale per dare l’assalto a palazzo Chigi aveva sfoggiato mille anglicismi e farfugliato slogan americaneggianti, nonostante dicesse di soffrire il Mal d’Africa. E se Veltroni prometteva un improbabile espatrio, Rutelli si era più volte lamentato dei pasti frugali a base di pane e cicoria servitigli dai suoi alleati. Due poveri di spirito con l’istinto della rivalsa.

Ieri, anche l’ex Ministro dei Beni Culturali (uno che con l’inglese se la cava meno bene di Uolter, avendo studiato non alla scuola dei Kennedy ma alla “Dhan Ghiù School of Inglish” di Biscardi) è capitolato cedendo lo scettro di Roma  a Gianni Alemanno.

La sconfitta è di quelle brucianti perché maturata dopo un recupero, da parte dell’avversario, di proporzioni impensabili. Questa sconfitta pesa ancora di più su Rutelli se si pensa che è stato proprio “Weltroni” a spingere Ciccio Bello verso la ricandidatura al Campidoglio, nonostante quest’ultimo avesse, a più riprese, mostrato di non gradire la ripetizione di esperienze già fatte.

A quanto pare, anche i romani sono stati d'accordo con lui e gli hanno preferito “Molotov-Alemanno”, uno che, per entrare nella politica che conta, ha dovuto mettere a freno i bollori giovanili: dalle bombe incendiarie contro l’ambasciata sovietica alle “marcette romanesche” sotto i vessilli del ventennio.

Certo, quest’ultimo, sembra tuttavia persona intelligente e credo non potrà fare tanto peggio dei “Good Fellas” di centro-sinistra.

A sinistra si ritrovano così a raccogliere nuovamente i cocci di questa scriteriata  fase veltroniana, mentre già si respira aria da resa dei conti in tutto il Pd. Naturalmente l’uomo nero che aleggia alle spalle di Veltroni è sempre Massimo D’Alema, il quale reclama un passo indietro da parte dei perdenti. Diciamo pure che gli "artificieri" dalemiani non hanno mai fatto nulla per bonificare i sentieri dove Veltroni conduceva i suoi eserciti, anzi aspettavano che qualcuno mettesse il piede nel punto sbagliato.  

Dopo la sconfitta alle elezioni politiche, quelle per il posto di primo cittadino di Roma si erano caricate di grande significato, per ragioni di visibilità e di recupero di consensi a largo raggio. A ciò si deve aggiungere che nella Capitale si costruiscono intese, alleanze, cordate politico-affaristiche che valgono su tutto il territorio nazionale. Basti vedere su cosa si è fondato  il potere di centro-sinistra nella Capitale in questi ultimi quindici anni. Un trama fittissima di legami tra politica e poteri forti, i quali hanno fatto da Hub per il rafforzamento delle clientele e dei notabilati in funzione politica ed elettorale. Per esempio, intorno al Piano regolatore romano ci si contende circa 30 miliardi d’euro, che più o meno sono un’intera finanziaria. Più quattro miliardi e mezzo d’euro all’anno, provenienti da trasferimenti dello Stato nonchè  da tasse e responsioni varie. Una barca di soldi.

Si sa che il denaro è come il miele per le api o, se si preferisce la figurazione più prosaica, come la merda per le mosche. Con questi soldi i sindaci del centro-sinistra, in un quindicennio, hanno solidificato tutta una struttura di potere, distribuendo favori ed emolumenti, tanto ai costruttori che agli industriali, tanto ai finanzieri che ai “curati”. La novità introdotta da Veltroni riguardava le briciole di questi finanziamenti, che venivano altrettanto sapientemente distribuiti ai "canarini" con il becco spalancato che si premuravano di dare lustro, con opere culturali, alla figura dello sciccoso Sindaco-Poeta.

Potevano bastare le notti bianche, il cinema d’essais e le strizzate d’occhi ai centri sociali per fare dimenticare la vera natura del Centro-sinistra romano? Come ha scritto, giustamente, sul Il Giornale di domenica scorsa il giornalista Gianni Pennacchi: “Spendere in cultura e spettacoli rallegra produttori e autori di cinema e tivù, lega al proprio carro il generone romano, le tribù delle terrazze, attori, nani e ballerine…” ma non risolve i veri problemi di una città, tanto meno può calmierare gli istinti predatori dei poteri dominanti: “si parla dell’immondizia di Napoli, ma a Roma la raccolta differenziata non è mai decollata, dal 7% lasciato da Rutelli nel 2001 s’è fermata al 18% di Veltroni. Non sarà forse perché il proprietario della discarica di Malagrotta era socio del Consorzio Trattamento Rifiuti al 49% e con l’Ama, nettezza urbana, al 51%? Discariche e raccolta differenziata non vanno d’accordo, l’incompatibilità è stata riconosciuta col nuovo millennio, ma gli usi e costumi non son cambiati. Quanto siano bravi in Campidoglio a far gli interessi cittadini, lo dice in lastra di bronzo la privatizzazione della Centrale del latte sotto il segno di Rutelli nel ’97: venduta alla Cirio di Cragnotti per 80 miliardi di lire, da questi rivenduta dopo pochi mesi alla Parmalat di Tanzi per 180.


Stupidi, ingenui in affari? Non si direbbe, guardando l’incastro di scatole cinesi messo insieme, una catena di matrimoni d’interesse a stringer legami con ogni potentato. Era il rifondarolo Smeriglio, in tempi non sospetti, a definire le circa 70 aziende partecipate «carrozzoni che servono a coltivare rapporti coi poteri forti e a procurare consensi», non il consigliere d’opposizione Rampelli. Tant’è che Chicco Testa, l’ambientalista più sveglio di ogni altro verde, passato dalla presidenza Acea (acqua e luce) a quella di Roma metropolitane, conservava ben 13 poltrone in altrettanti cda di organismi pubblici e privati, tra cui Ras (assicurazioni) e Telit (telefonini israeliani). Fabiano Fabiani, colonna storica dell’Iri, presidente dell’Acea e presente nel cda di Suez Enviroment, ha perso il posto in Rai assegnatogli da Prodi e Padoa-Schioppa solo per sentenza del Consiglio di Stato che ha reintegrato Petroni. Ai vertici delle aziende di trasporto ci sono ex sindacalisti, Raffaele Morese dalla Cisl, Fulvio Vento e Stefano Bianchi dalla Cgil. Vincenzo Gagliani Caputo, segretario generale del Comune, sta nel consiglio di amministrazione o nel collegio dei sindaci di Roma metropolitane, Assicurazioni di Roma e Car S.c.p.A. Luigi Spaventa, ex ministro di Ciampi, sta nel cda dell’Acea ma è presidente di Sator group che s’occupa anch’essa di acqua ed elettricità. Paolo Cuccia, amico di Rutelli e ai vertici di Eur spa, è stato vicepresidente di Capitalia e dirigente di Abn Amro Italia. Luigi Abete presidente della Bnl e Alessandro Profumo dell’Unicredit, sono amici e sostenitori dichiarati.”

Bravo Pennacchi! Di questo precisamente si stratta, adesso vedremo però come se la caverà Alemanno e se tutto il centro-destra sarà coerente con quanto detto in campagna elettorale circa la necessità del cambiamento. Se si vogliono cambiare davvero le cose occorre tendere meno l'orecchio alle istanze di questi poteri forti e rivolgersi direttamente alle esigenze del popolo, il quale a volte è "bovino" ma mai completamente stupido.

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lunedì, 28 aprile 2008

CRISI SISTEMICA GLOBALE

Crisi sistemica globale: Quattro grandi tendenze per il periodo 2008-2013

Fonte Leap 2020 (trad. G.P.)

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Avvicinandosi al cuore della crisi sistemica globale che, secondo LEAP/E2020, giungerà nella seconda metà del 2008, è ormai possibile comprendere meglio le grandi tendenze che definiranno i tassi di cambio, il commercio mondiale e le dinamiche regionali di qui a cinque anni. Infatti, alcune principali caratteristiche della fase detta di "decantazione" della crisi (1) iniziano a manifestarsi. LEAP/E2020 ha dunque deciso di presentare in questa GEAB N°24 le sue anticipazioni su queste grandi tendenze che sono all'orizzonte per il 2011/2013. Queste anticipazioni sono naturalmente utili agli investitori individuali che desiderano avere una certa visione a medio termine. Possono anche essere in particolare pertinenti per le imprese esportatrici e le autorità economiche e finanziarie che hanno bisogno di tale visione per elaborare le loro decisioni strategiche, nel momento in cui crollano tutti i riferimenti e le certezze che hanno fondato l'economia e le finanze mondiali di quest'ultimi decenni. Si è potuto constatare, quest'ultime settimane, a qual punto gli operatori economici e finanziari del pianeta sono sconcertati, laddove le istituzioni che controllano i mercati o inquadrano l'evoluzione economica mondiale vedono la loro impotenza dispiegarsi sul "grande giorno". Sviluppiamo in questa GEAB N°24 quattro tendenze particolarmente rappresentative della fase d'impatto della crisi sistemica globale così come si riveleranno tra metà-2008 e l'orizzonte del 2011/2013.

Per la prima volta il nostro gruppo inizia ad essere così in grado di dare indicazioni precise sulle tendenze a 3/5 anni. Esse sono in particolare completate da "raccomandazioni strategiche" in questo numero del Global Europe Anticipation Bulletin.

1)Crisi finanziaria mondiale - risparmiatori ed investitori intrappolati da 10.000 miliardi USD di "attivi fantasma"

2)Crisi degli attivi formulati in dollari US - fine 2008: La FED e la sua rete di "Primary Dealers" in lotta per la loro sopravvivenza istituzionale e finanziaria.

3)Crisi dei tassi di cambio - orizzonte 2011/2013: Sconvolgimento della gerarchia mondiale dei tassi di cambio

4)Crisi sociale mondiale - Le rivolte della fame di 25 milioni di disoccupati della grande depressione US

Ciascuna di queste crisi settoriali è allo stesso tempo l'illustrazione dell'ampiezza storica della crisi sistemica globale e la conferma che siamo soltanto all'inizio della sua fase d'impatto poiché i "paletti" saltano gli uni dopo gli altri ed annunciano automaticamente nuovi aggravamenti della situazione. È il processo "a spirale", come ha descritto LEAP/E2020 nei numeri precedenti della GEAB, caratteristica di questa crisi sistemica globale. Per questo comunicato pubblico, LEAP/E2020 ha scelto di presentare una parte del primo punto sulla crisi finanziaria mondiale: Risparmiatori ed investitori intrappolati da 10.000 miliardi USD di "attivi fantasma"

Crisi finanziaria mondiale - risparmiatori ed investitori intrappolati da 10.000 miliardi USD di "attivi fantasma"

Se il vostro banchiere vi ha fatto investire nei 10.000 miliardi USD di attivi fantasma che dimorano nel pianeta finanziario, allora avete probabilmente già perso tutto anche se non lo sapete ancora (2). E non sono i responsabili delle finanze del G7 e dell'assemblea generale del FMI, riuniti l'11, il 12 ed il 13 aprile scorsi, che cambieranno le cose. Sono tutti perfettamente impotenti di fronte alla crisi in corso. Alla base della riduzione di personale e della vendita delle sue riserve auree per colmare il deficit, il FMI incarna d'ora in poi il naufragio delle istituzioni create nel secondo dopo guerra per controllare l'economia del pianeta. Le conclusioni dei lavori delle riunioni della metà aprile illustrano del resto l'incapacità di agire dell'insieme degli attori raccolti nell'ambito del FMI e dei suoi vari rami: da un lato, le istituzioni pubbliche desiderano inquadrare meglio le attività bancarie per evitare future catastrofi finanziarie come quelle che conosciamo attualmente; dell'altro, le banche preferiscono accontentarsi delle promesse su migliori condotte. Ed il solo risultato tangibile è l'inerzia a breve e a medio termine: la crisi attuale continuerà a peggiorare mentre i dibattiti continueranno nel FMI. Del resto, anche in termini concettuali, il FMI è superato.

Così, secondo i nostri esperti, la cifra di 1.000 miliardi US di perdite finanziarie accumulate per la crisi attuale è irrisoria (3). E’ 10.000 miliardi (4) di perdite che occorre ormai aspettarsi per i due anni a venire (5). In altre parole, ci attendiamo che molte grandi banche mondiali siano inghiottite in questo maelström così come numerose imprese economicamente fragili o troppo dipendenti dal consumatore americano (6)

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GRAFICO: CLICCA SUL LINK

http://www.leap2020.eu/GEAB-N-24-est-disponible-!-Crise-systemique-globale-Quatre-grandes-tendances-pour-la-periode-2008-2013_a1549.html

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Poiché, e LEAP/E2020 desidera nuovamente insistere su questo punto, la natura del problema finanziario attuale è allo stesso tempo molto semplice da definire e molto difficile da comprendere: ci sono attualmente sul pianeta circa 10.000 miliardi USD (7) che hanno un'esistenza fittizia; e le grandi banche ormai proveranno a sbarazzarsene a prezzo ribassato per limitare le loro perdite (8). Ma anche questi prezzi ribassati saranno ancora trappole poiché questi attivi non hanno più nessun valore reale e non si concretizzeranno(9). Sono come “attivi fantasma” (“ghost assets”) che non si tradurranno più in attivi reali. L' essenziale di questi “attivi fantasma” è composto da mutui ipotecari US, da dollari US, da buoni del tesoro US e in generale d' attivi formulati in valuta americana, ma anche d' attivi formulati in lire sterline (10). Sono stati creati ex-nihilo con l'euforia finanziaria di quest'ultimi dieci anni da parte degli “apprendisti-stregoni” di Wall Street, della City e dei grandi centri finanziari mondiali (11). Ricordatevene! C' era il tempo ormai ben lontano dove tutti si estasiavano sul “miracolo” delle nuove finanze che permetteva di creare “un'economia finanziaria” uguale a 1.000 volte l'economia mondiale reale (12). E bene, da alcuni mesi, i beneficiari felici di queste ricchezze infinite virtuali tentano invano di trovare loro un'incarnazione ben tangibile (13). Ma, l' insieme dei mercati degli attivi crolla o dà luogo a bolle tanto fragili quanto effimere: settore immobiliare, energia, buoni del tesoro US, dollari, azioni, alimentari,… E queste masse immense finanziarie virtuali girano ad una velocità crescente attorno al pianeta alla ricerca d' un investimento proficuo, di un'incarnazione duratura… invano. Questo fenomeno crea movimenti tettonici di aumenti e ribassi rapidi (alcune settimane) di bolle d'attivi (mentre in quest'ultimi decenni le bolle duravano almeno alcuni anni), che creano de facto un aumento generalizzato dei prezzi e che si avvicinano ogni giorno di più della loro logica ultima: l' inflazione galoppante… quando solo il timore di vedere il valore di tutti gli attivi crollare, compresa la valuta riferimento, la fanno da padrone. Le “favolose” riserve di divise o buoni del tesoro US della Cina, del Giappone, del Regno Unito e di altri fanno parte di questo gruppo d' “attivi fantasma”. Ed ossessioneranno per numerosi anni i bilanci delle banche, le perdite degli investitori e gli incubi dei banchieri centrali. La forma collettiva favorita di questi “attivi fantasma”, quando non si realizzano più, si chiama inflazione. Così per LEAP/E2020, l'inflazione reale (includendo prodotti alimentari, energia,…) supererà il 10% in media annuale negli Stati Uniti fin dalla seconda metà del 2008 (14); supererà il 5% in Europa; e s' si avvicinerà al 20% in Cina. Nei paesi in via di sviluppo, molto legati alle variazioni della valuta americana, letteralmente “esploderà” sotto manifestazioni multiple: energia, prodotti alimentari, debolezza delle valute…

 

Notes:

(1) Selon le séquençage de la crise établi par LEAP/E2020 dès Mai 2006 dans le GEAB N°5. Au sujet du séquençage de la crise systémique globale, voir aussi les GEAB N°6 et N° 18.

(2) Les exemples d'épargnants piégés par leurs propres banques dans des investissements « sans risques » se multiplient. Source :
New York Times, 13/04/2008

 
(3) Sources :
Bloomberg, 31/03/2008 ; et Turkish Daily News, 10/04/2008

 
(4) LEAP/E2020 utilise volontairement les milliards comme unité de référence en ce qui concerne les montants immenses en jeu sur les marchés mondiaux car le terme « trillion », largement utilisé par la presse financière, a une valeur variable selon les cultures.
Aux Etats-Unis, au Royaume-Uni et au Brésil notamment, il désigne le nombre 10 puissance 12, alors que dans le reste du monde il représente le nombre 10 puissance 18. Source : Wikipedia. La crise actuelle pourrait presque s'expliquer par une malencontreuse incompréhension : le reste du monde croyait que Wall Street lui donnait en gage des « gros » trillions (1018) de Dollars US d'actifs quand il s'agissait en fait de « petits » trillions (10 puissance 12), soit un million de fois moins. Voilà en effet de quoi alimenter une crise systémique globale ! En fin de compte, l'Histoire est en train de trancher dans le vif entre tenants de l'échelle longue et de l'échelle courte (source : Wikipedia), entre ceux qui voient plus de milliards dans un trillion et ceux qui en voient moins.

 

(5) Pour ceux qu'un tel chiffre étonne, nous nous permettons de les renvoyer aux chiffrages initiaux de la crise des subprimes qui, à l'été 2007, il y a neuf mois seulement, prévoyaient des pertes de l'ordre de 100 milliards USD maximum. En moins d'un an, le chiffrage « officiel » a donc été multiplié par 10 par rapport à celui avancé au départ par des institutions qui niaient la possibilité même d'une telle crise.
Il est temps pour tous les acteurs financiers concernés de commencer à comprendre que dans la période à venir le pire est en général plus probable que le meilleur ; à l'inverse de ces dix dernières années.

 

(6) Qui sera la grande victime de cette crise, comme expliqué par LEAP/E2020 dans les numéros précédents du GEAB.

 

(7) Avec plus de 45.000 milliards de CDS (Credit Default Swap) (voir
GEAB N°19) qui se déprécient chaque jour un peu plus, il ne s'agit, si on se contentait de ces actifs-là, que d'une baisse de 25% de leur valeur. Pour LEAP/E2020, ces 10.000 milliards de pertes sont donc une estimation très conservatrice. D'ailleurs la récente vente par Citigroup de près de 12 milliards USD d'actifs financiers dégradés à 90 cents le Dollar, avec une garantie pour l'acheteur que CitiBank assumera jusqu'à 20% de baisse supplémentaire de la valeur des actifs cédés (soit une anticipation de baisse de prix allant jusqu'à 70 cents le Dollar) illustre le phénomène : déjà 30% de baisse sur ces actifs financiers de la première banque américaine. Et à la lumière des mois passés, il faudrait être bien naïf pour croire que Citigroup a affiché la « vérité ». Pour un nombre croissant d'opérateurs, et c'est ce qui explique l'arrêt pur et simple des marchés des produits financiers dérivés, ces actifs pourraient ne valoir que 10 à 30 cents le Dollar d'ici quelques mois. Source : Reuters
, 09/04/2008

(8) Après Citigroup, c'est Deutsche Bank et Goldman Sachs qui commencent à solder leurs actifs douteux. Source :
Reuters , MarketWatch/DowJones, 14/04/2008

 

(9) A lire : « Banks : Bleeding value and Hiding Desperation »,
Financial Sense
, 24/03/2008

(10) Depuis deux ans, à plusieurs reprises, l'équipe de chercheurs de LEAP/E2020 a prévenu que la devise britannique allait s'effondrer par rapport aux principales devises mondiales hormis le Dollar US et que l'économie britannique, très fortement dépendante de l'économie US d'une part et de la finance internationale d'autre part, allait être aspirée dans la crise systémique globale qui affecte particulièrement ces deux composantes de l'économie mondiale.
C'est désormais une évidence, même pour les autorités britanniques, que la Livre et l'économie britannique sont en chute libre. Mais c'est seulement dans les mois à venir que l'impact négatif de l'effondrement des actifs libellés en Livres Sterling va se cumuler avec celui des actifs libellés en Dollars US. De Hong-Kong aux pays scandinaves, ainsi doublement exposés, le choc sera d'autant plus rude.

 

(11) A lire: un article très intéressant de
Institutionnal Risk Analyst
du 14/04/2008 qui illustre comment les « actifs fantômes » pullulent dans les bilans des établissements financiers.

(12) Il est toujours édifiant de consulter les doctes analyses des institutions censées réguler l'évolution de l'économie mondiale ou régionale, comme le prouve cette contribution enthousiaste de 2005 de la Banque Centrale Européenne concernant l'évolution des marchés financiers à l'horizon 2015. Source :
BCE, 28/10/2005

 

(13) Les responsables des instituts internationaux de comptabilité reconnaissent eux-mêmes que les règles comptables pour tous les actifs hors bilans des banques (ceux-là mêmes qui ont généré la croissance financière de la dernière décennie) sont irrémédiablement brisées.
Cet aveu surprenant de la part des principaux comptables mondiaux signifie en langage clair que plus personne n'a la moindre idée de ce que valent tous ces actifs. Source : Financial Times
, 09/04/2008

(14) L'Asie exporte maintenant son inflation vers les Etats-Unis.
Source : New York Times, 08/04/2008

 

Mardi 15 Avril 2008

 



 

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venerdì, 25 aprile 2008

L'ASIA CENTRALE VOTATA ALLA GUERRA CIVILE?

(II ed ultima parte, fonte diploweb.com, Traduzione di G.P.)

Riflessioni a partire dal caso tagiko

Didier Chaudet, ricercatore al centro Russia/NEI del IFRI

 

Ci sono le condizioni per il riapparire di un conflitto in Asia centrale?

 

Per sapere se le condizioni sono effettivamente soddisfatte, ci occorre rispondere a due domande. Innanzitutto, esistono strutture d'opposizione, in particolare islamiste, capaci di giocare il medesimo ruolo del PRI? Ed esistono linee di rottura politiche forti che somigliano a quelle esistenti in Tagikistan ed in altri paesi della zona? Nell’Asia centrale post-sovietica, ci sono soltanto due movimenti, tutti e due islamisti, che sarebbero capaci di combattere i poteri costituiti. Si tratta del Hizb-Ut-Tahrir (H.T.), in tutta l'Asia centrale, e del movimento islamico dell’ Uzbekistan, o M.I.O.

A prima vista, Hizb Ut-Tahrir, in Arabo "partito dalla liberazione", sembra essere il partito più pericolosa. Apparso nel 1953 in Medio Oriente, non ha mai conquistato il cuore delle masse. Sembra avere conosciuto più successi fuori della sua regione d'origine. Infatti, si tratta del gruppo islamista più popolare dell'Asia centrale.

Nonostante sia fuori legge in tutta la regione, conta da 15.000 a 20.000 membri[viii). La repressione molto dura condotta dai regimi locali contro il HT non riduce l'attrazione popolare verso esso. Sembrerebbe anche che questo abbia un impatto presso popolazioni tradizionalmente poco politicizzate o deluse tanto dal potere quanto dai partiti d'opposizione. Per esempio, sarebbe in particolare forte presso le donne rispetto ai partiti ufficialmente registrati in Tagikistan[ix). Le cause di tale successo sono multiple. Innanzitutto, il HT ha una struttura ideologica molto forte, semplice, o semplicistica. Secondo questo partito, lo scopo ultimo è il ritorno al califfato, simbolo politico dell'unione di tutti i musulmani. Quest'istituzione è stata abolita nel 1924 da Mustafa Kemal, il fondatore della repubblica turca. Un certo numero di movimenti islamisti sostengono un ritorno del califfato come mezzo per restaurare la grandezza musulmana. La visione dello Stato califfale come visto dal  HT può essere seducente soltanto per i Centro-asiatici. Innanzitutto, raccomanda un modello sociale detto islamico, che sarebbe una forma moderata di socialismo. Vista la situazione economica difficile della maggioranza delle popolazioni locali, questa proposta non può che piacere. D'altra parte, il progetto statale del HT respinge la nozione di stato nazione e le frontiere tra paesi musulmani. Ma dalla caduta dell'URSS, la nascita di autentiche frontiere tra paesi artificialmente separati gli uni dagli altri per la prima volta, ha ostruito pratiche commerciali importanti. Pratiche che ancora oggi, sono essenziali per le numerose famiglie bisognose. Infine, e soprattutto, la grande maggioranza centro-asiatica a dirsi musulmana. Tuttavia, essi non hanno che una conoscenza sommaria delle ideologie legate all'islam, ed anche più generalmente della teologia musulmana. Per molti di loro, uno Stato islamico sarebbe soprattutto uno Stato con un dirigente giusto, ed un paese liberato dalla corruzione. Ciò è un ideale condiviso da tutta la gente della regione. D'altra parte, si nota che il Partito della Lliberazione è un movimento che raccomanda ovunque la stessa ideologia. Malgrado tutto, sa adattarsi alle situazioni locali. Così, in Asia centrale, il suo discorso cambia sottilmente da una repubblica all'altra. In Kirghisistan, il partito si fa portabandiera delle rivendicazioni economiche e sociali. In Uzbekistan, invece, paese dove la repressione è uno strumento di gestione politica, sono i metodi governativi, ed i problemi politici, ad essere regolarmente denunciati. Questa flessibilità ha un legame con il successo ottenuto nella regione.

D’altra parte, il HT si sostiene anche su un'organizzazione ed una disciplina di partito molto efficace. Il partito è organizzato in piccole cellule composte da cinque a sette persone soltanto. Solo il capo della cellula conosce il livello superiore della gerarchia locale. Tale organizzazione rende l’infiltrazione da parte di servizi di informazione relativamente difficile. L’infiltrazione è resa ancora più difficile dalla disciplina imposta ai membri. Devono un'obbedienza assoluta al partito, sotto pena di essere esclusi. D'altra parte, hanno l’obbligo di promuovere il movimento, in particolare presso i loro parenti, le loro famiglie. E’ arduo per un membro dei servizi di informazioni tagiki o uzbeki agire in tali condizioni. In ogni caso, questo lavoro d'implicazione della famiglia porta spesso i suoi frutti. Infatti, se non sono presi dall'ideologia, molti entrano nel movimento in reazione all'arresto di un padre, di un figlio, di un fratello, già membro. Certamente, questo movimento è importante. Per questo, si può considerarlo capace di condurre una guerra frontale in un paese dell’Asia centrale, o in tutta la regione? Secondo le fonti a disposizione, ciò sembra improbabile. Naturalmente, l'ideologia dell'HT è radicale. Promuove lo choc della civilizzazione. Il futuro Stato califfale non sarà quello di membro dell'ONU, non avrà alcun legame diplomatico con gli Stati Uniti. Sarà, d'altra parte, automaticamente in guerra con Israele. Invece, il partito rifiuta ogni djihad, o guerra santa, prima della costituzione del califfato. Hizb Ut-Tahrir si dice apertamente come non violento. E nonostante la forte repressione condotta in particolare dall'Uzbekistan, la violenza ed il terrorismo sono categoricamente respinti. In seguito alle pressioni locali, alcuni membri del partito sembrano avere voluto cambiare quest'approccio, senza successo. Secondo l'ideologia generale di HT, occorre passare tre tappe per ottenere il potere. Innanzitutto, occorre stabilire un'organizzazione fattibile nella regione. Quindi occorre fare un lavoro di propaganda presso la Comunità musulmana del luogo. Quando una vasta maggioranza dei cuori è stata conquistata, si può passare alla terza fase. Consiste in grandi manifestazioni pacifiche che devono capovolgere il potere costituito. Tale approccio punta sul lungo termine, e spiega il flebile successo pratico di HT nella restaurazione del califfato. Negli scritti del partito, la violenza pre-califfale è accettata soltanto in una sola situazione. Si tratterebbe di un colpo di Stato condotto da ufficiali che riprendono il programma del partito. Ma, le forze militari e poliziesche dell'Asia centrale, primi beneficiari dei regimi in auge, si guardano bene, dal passare al nemico. D'altra parte, la formazione molto laica della frangia superiore di questi corpi rende l'idea di una collaborazione ancora più improbabile. D'altra parte, se il HT attira la simpatia di molti, sarebbe errato esagerare la sua influenza. Nel marzo 2005, forti tensioni in Kirghisistan hanno comportato la caduta del presidente in carica dalla dissoluzione dell'URSS, il presidente Akayev. In questa fase di disordine, un HT autenticamente influente avrebbe potuto pesare sul movimento. Ma il partito fu quasi invisibile durante ciò che si è chiamato "la rivoluzione dei Tulipani". Si è mostrato incapace di mobilitare vasti movimenti di folla. Lo stesso è accaduto nel sud del Kirghisistan, dove l’ H.T. ha un'importanza regionale non trascurabile. Si è dunque lontani dalla forza regionale di cui ha potuto beneficiare il P.R.I.

L'approccio ideologico del H.T. gli ha impedito di amalgamarsi con altri attori dei suddetti eventi. Il rifiuto di una collaborazione si sosteneva in particolare su un rigetto della nozione di democrazia. Il H.T. considera infatti questo regime come un'invenzione occidentale anti-islamica. In raffronto, i tagiki islamisti hanno sempre mostrato una flessibilità ideologica. Come visto più su, hanno saputo amalgamarsi con altri membri dell'opposizione durante la guerra civile. Certamente, i regimi locali s’affrettano ad attribuire al H.T., o a ipotetiche frange  dissidenti, attacchi terroristici e sommosse locali. Ma, ogni volta, il HT smentisce, e soprattutto, non c’è alcuna prova di tale implicazione. Sembrerebbe che l'azione principale dei membri del Hizb dalla sua nascita sia stato di diffondere opuscoli di propaganda nelle cassette delle lettere dei loro vicini. Occorrerebbero militanti molto più attivi e rapidi ad un uso della forza per fare temere una nuova guerra civile condotta da questo partito.

Il movimento islamico dell’ Uzbekistan (M.I.O.) sembra rappresentare una minaccia molto più reale del HT. Questo gruppo ha, infatti, molti più punti in comune con il P.R.I tagiko dell'inizi degli anni 1990. Come questo, è stato tradizionalmente e profondamente ancorato in un territorio. Infatti, gli uzbeki islamisti si trovano dall'inizio dell'indipendenza molto più nella valle del Ferghana che altrove. Questa valle, divisa tra tre repubbliche, si situa nel cuore dell'Asia centrale. È popolata in grande maggioranza da uzbeki (85% della popolazione). La tradizione islamica è stata sempre molto forte, cosa che ne ha fatto un terreno fertile per qualsiasi movimento di re-islamizzazione[x). Più generalmente, in Uzbekistan, come in Tagikistan, l'attaccamento all'islam è forte, e legato all'identità nazionale. D'altra parte, ancora come in Tagikistan, il movimento islamico si concentra inizialmente sulla lotta in un solo paese, l'Uzbekistan. Il capo militare del movimento dalla sua creazione, Juma Numangani, non è riconosciuto come un campione di erudizione islamica. Non ha mai affermato posizioni politiche molto sottili. Invece, secondo il parere di ogni persona che lo ha incontrato, ha sempre riassunto la sua ideologia in termini molto semplici. Si tratta soprattutto, e soltanto, di un odio profondo contro il regime dittatoriale d'Islam Karimov. È stato detto che dopo l'11 settembre il movimento islamico dell’Uzbekistan si sia deterritorializzato. Sarebbe diventato Movimento Islamico del Turkestan o Movimento Islamico dell'Asia centrale, associandosi con altri islamisti. Tuttavia, questa dichiarazione, spesso ripresa, non è fondata su alcuna prova tangibile, secondo Vitaly V. Naumkin[xi).

Il movimento islamico resta dunque un movimento eminentemente nazionale. Ciò rende i suoi obiettivi più realizzabili, dunque più concreti e pericolosi per il futuro. D'altra parte, il M.I.O., contrariamente al HT, non ha mai raccomandato la non violenza. Ha combattuto al fianco dell'opposizione nella guerra civile tagika. Ha condotto azioni militari che miravano a colpire l'Uzbekistan nel 1999 e 2000. Ed esso si è legato Al Qaida e  ai taliban. Ha combattuto al fianco di questi ultimi in occasione della campagna americana in Afganistan, alla fine 2001. Gli sono stati attribuiti i disordini del marzo-aprile 2004 a Tachkent ed a Boukhara[xii). Ed ha rivendicato gli attentati suicidi contro le ambasciate americana ed israeliana di luglio 2004. Si ritrova, dunque, molto di ciò che era il P.R.I all'inizio degli anni 1990 nel M.I.O. Il movimento ha obiettivi nazionali, ed un chiaro desiderio di sovvertire il regime uzbeko. Si appoggia storicamente su una base inizialmente regionale. È pronto ad utilizzare la violenza, e lo ha provato a varie ripres