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martedì, 20 maggio 2008

IMPRESE STRATEGICHE E STRATEGIE POLITICHE: IL CASO FINMECCANICA

 a cura di G.P.

 

Quest’oggi vi proponiamo due articoli, tratti da Pagine di Difesa, sull’acquisizione, da parte di Finmeccanica, dell’americana DRS Technologies, azienda d’oltre atlantico leader nei prodotti elettronici della difesa militare. Questo "colpo" inatteso è stato annunciato con grande solennità dai giornali nazionali ed anche gli articoli che qui riportiamo parlano di una grande novità che rompe, finalmente, l'assoluta preminenza "anglosassone"  nel mercato americano della difesa, a vantaggio di un'impresa italiana. Certo non viene negato che l’impatto economico di tale acquisizione sull’azienda italiana sarà tutt’altro che trascurabile. L’operazione ha praticamente prosciugato le casse di Monte Grappa ma ha, al contempo, aperto un mercato che vale quasi 700 mld di dollari (la metà del totale mondiale). E’ ovvio che l’unico cliente di Finmeccanica sarà il Pentagono poiché l’amministrazione americana non può rischiare che informazioni strategico-militari di tale portata, legate all’innovazione tecnologica nel settore degli armamenti, vengano sbandierate ai quattro angoli del mondo. Di fatti, il prossimo passo da compiere, tra DRS e Dipartimento della Difesa Usa, sarà quello di uno Special Security Agreement, ovvero un accordo che stabilisca la tutela delle informazioni “classificate”.

In corsa per comprare la DRS c’era anche il consorzio europeo Eads il quale, fino all’ultimo momento, ha sperato che l’amministrazione USA bloccasse l’affare. Ma per Eads sarebbe stato molto più arduo entrare nelle grazie degli statunitensi per questioni che non hanno nulla a che vedere con gli aspetti puramente economici (ed Eads avrebbe potuto condurre con più agevolezza l’acquisto), come si può leggere, in filigrana, nell’articolo di Andrea Tani, appena sotto questa introduzione. Diamo qualche numero per far comprendere il valore dell’operazione: 5,2 mld di dollari, comprensivi 1,2 mld di debiti che Finmeccanica dovrà accollarsi non senza difficoltà. Stiamo parlando dell’esborso di una somma più che cospicua che se economicamente fa apparire il business poco conveniente, dal punto di vista delle proiezioni future (in termini di nuove commesse ed alleanze tra imprese statunitensi ed italiane) fornisce delle prospettive molto più rosee. Non è un caso che i mercati finanziari, dove l’elemento della valutazione politico-strategica non va oltre un dato limite (essendo intrecciato alla più “stretta” logica degli affari e a quella del mercato) abbiano reagito facendo perdere al titolo Finmeccanica, subito dopo l’annuncio dell’Opa amichevole su DRS, il 4,4%.

Ma dicevamo di Eads e del suo tentativo di riuscire ad accaparrarsi DRS. Il consorzio franco-tedesco aveva certamente i numeri per una operazione di questa portata eppure l’amministrazione americana si è orientata verso i più “malleabili” italiani. Con questo non vogliamo affatto sminuire la qualità di Finmeccanica, vera impresa di punta come ormai poche ce ne sono in Italia. Ma l’opzione peninsulare, dal punto di vista americano, era sicuramente quella migliore. In primo luogo perché Finmeccanica dimostra di essere all’avanguardia e di saper stare sul mercato con grande competitività. In secondo luogo (ed è questo quello che ha certamente convinto gli americani) la complessiva debolezza politica italiana e la fedeltà del Bel Paese nei confronti dei dominanti statunitensi, fanno di noi un alleato meno ambizioso dei francesi o dei tedeschi. Sentite come traduce Andrea Tani (autore degli articoli che postiamo più sotto) questa carenza di autonomia: “Una delle ragioni del relativo successo – finora – delle integrazioni italo-inglesi è costituito dal clima empatico che caratterizza i rapporti del management integrato dei vari settori. Gli - una volta - altezzosi britanni sono in genere piuttosto soddisfatti della leadership italiana, che tende a essere cooptante più che egemonica, per carattere distintivo, cultura ecumenica tipica delle consorterie del Bel Paese e soprattutto necessità. I neo leader di Monte Grappa e affini hanno un estremo bisogno della padronanza del mondo e del cosmopolitismo dei loro (supposti) dipendenti albionici, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con i gangli cruciali del pianeta dove si fanno i giochi veri.

 

L’inevitabile provincialismo nel management italiano su certi temi si accompagna a una assennata apertura ai contributi che possono venire da culture industriali diverse, e questo facilita lo stabilirsi di rapporti di autentica collaborazione. Cosa che non si può dire per altri contesti, come quello dei cugini d’Oltralpe, certamente più agguerriti - almeno sul piano dei quadri e delle strategie - ma immensamente più duri, imperialisti e arroganti nell’esercizio del comando (per inciso, questa potrebbe anche essere una ragione subliminale, fra le tante concrete, per la quale è fallita la scalata di Air France su Alitalia).

Mi sembra che ci sia poco altro da aggiungere se non che, come ha detto giustamente Gianfranco La Grassa nel suo articolo di ieri, le grandi imprese sono immagini ridotte degli Stati, se poi si tratta di imprese strategiche è la stessa sfera politico-statale che subentra nelle decisioni più importanti, demolendo l’assolutezza dei principi di massima profittabilità economica che fanno parte dello schermo ideologico capitalistico.

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14 maggio 2008

                                   

L’acquisizione della Drs Technologies da parte di Finmeccanica

 

di Andrea Tani

Fonte PAGINE DI DIFESA

 

L’acquisizione della Drs Technologies da parte di Finmeccanica è una di quelle novità che solo pochi anni fa sarebbe sembrata inverosimile, una pagina da libro dei sogni. Se tutto andrà bene - ovvero se le autorità statunitensi daranno il loro Ok alla prima Opa amichevole (e ben accolta) su una loro società che realizza high tech militare cruciale da parte di un acquirente ‘non anglosassone’ - Finmeccanica entrerà dalla porta principale nel più grande mercato militare del mondo: circa 700 miliardi di dollari all’anno, la metà del totale mondiale. Diventerà il secondo fornitore estero del Pentagono, dopo la Bae, o più precisamente il secondo fornitore estero con radici stanziali negli States, dato che Eads, che ha vinto la multibilionaria gara dei tanker, supera forse il totale acquisito di Finmeccanica finora in terra d’America, ma non ha una presenza in loco comparabile a quella di Finmeccanica dopo l’operazione Drs.

 

Continua così la travolgente cavalcata di Fimeccanica verso la internazionalizzazione. Quello che stupisce - al di là delle dimensioni e della dinamica del fenomeno - è come le successive operazioni alle quali abbiamo assistito in questi anni siano andate nel complesso bene, sia nella fase esecutiva che nello spesso difficile follow-on. L’integrazione di Westland in Agusta sta procedendo con molta speditezza, data la lunga frequentazione delle due società prima della fusione. Il gruppo è ormai una delle prime realtà elicotteristiche mondiali e si afferma con sempre maggiore autorevolezza su tutti i mercati.

 

La fusione fra le componenti italiana e britannica delle varie Selex ha luci e anche ombre non marginali, ma il processo è recente e il contesto molto competitivo. Le sollecitazioni che esso impone mal si conciliano con l’atmosfera rilassata che dovrebbe avvolgere tutte le lune di miele. Occorre dare tempo al tempo, come in tutti i matrimoni d’interesse, tenendo presente che questo genere di operazioni si portano sempre appresso il macigno della eterogeneità culturale e di interessi di partner industriali che appartengono a diversi contesti nazionali. L’eterogeneità conta e come. Si pensi solo alle frizioni, per usare un eufemismo, che strattonano Eads e le sue anime francesi e tedesche, pur dopo svariati decenni dalla sua costituzione.

 

Una delle ragioni del relativo successo – finora – delle integrazioni italo-inglesi è costituito dal clima empatico che caratterizza i rapporti del management integrato dei vari settori. Gli - una volta - altezzosi britanni sono in genere piuttosto soddisfatti della leadership italiana, che tende a essere cooptante più che egemonica, per carattere distintivo, cultura ecumenica tipica delle consorterie del Bel Paese e soprattutto necessità. I neo leader di Monte Grappa e affini hanno un estremo bisogno della padronanza del mondo e del cosmopolitismo dei loro (supposti) dipendenti albionici, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con i gangli cruciali del pianeta dove si fanno i giochi veri.

 

L’inevitabile provincialismo nel management italiano su certi temi si accompagna a una assennata apertura ai contributi che possono venire da culture industriali diverse, e questo facilita lo stabilirsi di rapporti di autentica collaborazione. Cosa che non si può dire per altri contesti, come quello dei cugini d’Oltralpe, certamente più agguerriti - almeno sul piano dei quadri e delle strategie - ma immensamente più duri, imperialisti e arroganti nell’esercizio del comando (per inciso, questa potrebbe anche essere una ragione subliminale, fra le tante concrete, per la quale è fallita la scalata di Air France su Alitalia).

 

Comunque sia, con l’operazione Drs è stato veramente traversato il Mare Incognito e si è approdati in un Nuovo Mondo dove le buone maniere e il ‘volemose bene’ potrebbero non essere sufficienti. Se vi sono delle inadeguatezze, dovranno essere rapidamente colmate, pena l’accentuarsi di quella reazione dubbiosa dei mercati che al momento sta facendo perdere alle azioni di Finmeccanica il tre per cento del suo valore, probabilmente per gli aspetti piuttosto onerosi dell’operazione, che hanno prosciugato le risorse di Monte Grappa in modo audace o imprudente, a seconda delle valutazioni. Drs ha le technologies che risultano dalla sua ragione sociale, ma anche debiti e non pochi. In compenso non ha moltissimi ordini. Rappresenta un’opportunità carica di incognite, non una certezza di sorti certe e progressive.

 

D’altra parte, gli emigranti siciliani che approdavano a suo tempo ad Ellis Island non erano portatori di capitali in cerca di investimenti, ma di braccia in cerca di lavoro, e con quelle si sono fatti valere e hanno fatto fortuna. Magari non subito. Le nostre società si devono contentare di quello che è rimasto dalle predazioni interne dei colossi Usa ed esterne degli ‘anglosassoni’. Le aziende dispongono soprattutto di braccia tecnologiche e produttive di prim’ordine e dell’inventiva per farle fruttare. La stessa storia dei successi dei materiali d’armamento italiani venduti nel dopoguerra negli Usa, in virtù della sola loro validità operativa e tecnica, lo sta a dimostrare.

 

Dal cannone Oto Melara da 76/62 compatto, venduto e prodotto su licenza in 400 esemplari per la US Navy fino a diventare uno standard mondiale - il pezzo d’artiglieria navale di maggiore successo di tutti i tempi – ai radar per la scoperta aerea, ai sistemi di scoperta subacquea eterodossi (il cosiddetto Sarchiapone che qualcuno ricorderà, che fruttò alla Marina Militare italiana la cessione di due caccia, due navi anfibie e due sommergibili, se non ricordo male) ai recenti aeromobili acquisiti dai marines e dall’Usaf (US 101 e C 27J) alla pistola Beretta ai molti altri articoli minori che non compaiono sui giornali. Il più recente, certamente non minore, che potrebbe diventare realtà è il proiettile d’artiglieria navale guidato Vulcano che la US Navy sta valutando dopo l’abbandono di un analoga iniziativa nazionale. Se riuscisse a sfondare (per un proiettile quale altro augurio?) ripeterebbe l’epopea del Compatto e forse qualcosa di più.

 

Insomma, le premesse per un deciso salto di qualità ci sono. Occorre cogliere ad ogni costo le formidabili opportunità che si presentano, approfittando della rinnovata ‘entente’ con l’alleato transatlantico, scaturita dalle recenti elezioni, e utilizzando al meglio il supporto potenziale di una lobby italo-americana che non è certamente marginale nel contesto della società ospitante. Ma soprattutto adeguando le proprie strutture di management dei piani medio-alti (quelli altissimi pare non abbiano bisogno di suggerimenti) alle eccellenze di un paese come gli Stati Uniti d’America, che ha inventato la tecnologia e ha responsabilità di sicurezza planetarie e quindi non si può permettere approssimazioni sul tema. La posta in gioco non è solo l’accesso al mercato della difesa più ricco del mondo, ma l’enorme promotion internazionale che un tale accesso comporta.

 

La realizzazione di questo American Dream non è scontato né agevole. L’industria della difesa italiana è molto qualificata sul piano dell’ingegneria, grazie anche al pluridecennale apporto diretto e indiretto delle forze armate italiane, che negli anni hanno allevato e supportato pazientemente le iniziative primordiali che si accendevano un po’ caoticamente dappertutto nel quadro del risveglio postbellico, a scapito a volte della credibilità operativa del proprio strumento militare (la lungimiranza sembra sia stata premiata). Il sistema è sano, efficiente, trasparente e quasi del tutto esente dalle piaghe che hanno rovinato altre realtà industriali nazionali, per non parlare di quelle non industriali, magari pubbliche. Può fornire un esempio per molti e guidare una rinascita industriale del Paese. Ma deve imparare a reggersi completamente e saldamente sulle proprie gambe acquisendo la capacità di gestire al meglio macrofenomeni internazionali, cosa che il pregresso nazionale non aiuta a fare.

 

 

13 maggio 2008

 

Finmeccanica acquista Drs Technologies

per 3,4 miliardi di euro

 

fonte Pagine di Difesa

 

 

Finmeccanica, gruppo leader a livello mondiale nel settore degli apparati elettronici, dei sistemi e dei servizi per la difesa e la sicurezza, e Drs Technologies, Inc., azienda statunitense leader nel settore dei servizi e dei prodotti elettronici integrati per la difesa, hanno annunciato oggi di aver approvato un accordo in base al quale Finmeccanica acquisirà il 100% di Drs per un importo di 81 Usd per azione in contanti. Questa operazione consente a Finmeccanica di consolidare il proprio ruolo di protagonista a livello mondiale nell’ambito delle forniture di sistemi integrati per la difesa e sicurezza, inserendosi con un ruolo di primo piano anche nel mercato Usa e consente a Drs nuove e importanti opportunità di business negli Usa e all’estero.

 

L’operazione, il cui valore è di circa 5,2 miliardi di Usd (3,4 miliardi di euro) compresa l’assunzione di 1,2 miliardi di Usd di indebitamento netto dopo la conversione anticipata delle obbligazioni convertibili di Drs, comporta un premio pari al 32% sulla quotazione media del titolo di Drs sul mercato Nyse negli ultimi trenta giorni. I Consigli di amministrazione di Finmeccanica e Drs hanno approvato i termini dell’accordo. L’acquisizione di Drs sarà effettuata mediante una fusione inversa, attraverso la costituzione da parte di Finmeccanica di una società di diritto statunitense che sarà fusa in Drs, con conseguente delisting di quest’ultima.

 

Analogamente alle altre società del gruppo Finmeccanica, Drs verrà integrata nel gruppo mantenendo la sua attuale struttura manageriale e la sua sede principale. Come di consueto in questo tipo di operazioni, Drs proporrà al Defense security service (Dss) del dipartimento della Difesa Usa, che la società operi in base a uno Special security agreement (Ssa, accordo speciale di sicurezza) che garantisca all’amministrazione statunitense la tutela delle informazioni classificate.

 

“Questo accordo – afferma Pier Francesco Guarguaglini, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica – testimonia la capacità del gruppo di far valere la propria tecnologia di eccellenza in tutto il mondo. Esso costituisce inoltre un’ulteriore opportunità di crescita, in particolare in un Paese come gli Stati Uniti che rappresenta il più significativo mercato della difesa e della sicurezza. L’operazione rappresenta la prosecuzione naturale della nostra strategia di investimento ed espansione nei mercati Uk e Usa e ci permette di sostenere le forze armate Usa con i nostri prodotti ad alto contenuto tecnologico, come già avvenuto con lo US101 e il C-27J. L’intesa si presenta come integrazione ideale tra due aziende le cui attività sono complementari, sia sotto il profilo delle tecnologie che delle piattaforme e favorisce la presenza di un player altamente competitivo sui mercati della difesa e della sicurezza negli Stati Uniti e nel resto del mondo”.

 

“La straordinaria crescita di Drs nel corso degli ultimi cinque anni e il premio ottenuto dall’operazione costituiscono un ottimo risultato per i nostri azionisti” - ha affermato Mark Newman, presidente e amministratore delegato di Drs. “L’investimento in Drs, combinato con i forti investimenti in ricerca e sviluppo, aumenteranno la competitività e quindi la possibilità di aggiudicarsi nuovi contratti e di crescere negli Usa e nel resto del mondo”.

 

Le competenze di Finmeccanica e i settori in cui opera (elicotteri, aeronautica, elettronica per la difesa e sicurezza, spazio, sistemi di difesa, energia e trasporti) si integrano ottimamente con i segmenti di attività di Drs (comando, controllo, comunicazioni, computer e intelligence, sorveglianza). La presenza di Finmeccanica negli Usa e delle proprie controllate in Pennsylvania, a New York, in Texas, California, New Jersey, Kansas, Virginia, Carolina del Nord e del Sud è molto ricca e comprende le attività svolte per il governo Usa su programmi quali l’elicottero presidenziale US101 e l’aereo da trasporto tattico C-27J.

 

 

 

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lunedì, 19 maggio 2008

GRANDI IMPRESE E STRATEGIE di G. La Grassa

Le grandi imprese sono “immagini” ridotte (non poi tanto) degli Stati. Pensare che esse funzionino semplicemente perseguendo l’efficienza economica (la razionalità del minimax; minimo dei mezzi per un dato risultato o massimo risultato con un dato insieme di mezzi) fa parte della micragnosa ideologia dell’economica (non certo dell’effettiva Economia politica). E’ ovvio che, in via subordinata, anche questo principio del minimo mezzo ecc. viene tenuto in conto, ed è importante che lo sia; tuttavia, il problema di fondo è quello strategico del successo, dell’ampliamento delle quote di mercato e delle aree (in senso lato; non solo geografiche bensì anche socio-economiche e politiche) in cui esercitare la propria influenza, investire i propri capitali, ecc. A volte, si utilizzano alleanze con altre imprese, a volte si usa contro di esse l’arma del conflitto, più o meno acuto, teso al loro inglobamento o subordinazione o al relativo ridimensionamento delle loro pretese, ecc.

Quindi, le parti più importanti e decisive delle imprese, anche di quelle dei settori produttivi,  non sono le fabbriche o gli uffici di contabilità e di gestione amministrativa (pur necessari, per carità). Ogni impresa ha l’equivalente (in miniatura) dei governi, dell’apparato diplomatico, dei servizi segreti, quello dei contatti con la politica in senso stretto (all’interno e all’estero, e con connessa corruzione, ecc.) e perfino quello latamente militare. Fondamentale è poi il rapporto con gli ambiti culturali, con gruppi di intellettuali pronti ai migliori servigi ideologici. Nell’ambito della grande impresa si sviluppano doppi giochi (o anche tripli, quadrupli, ecc.). Ovviamente, in tutto ciò svolge un ruolo importante l’insieme degli organismi e istituzioni finanziari (sia interni che all’esterno dell’impresa stessa).

La conflittualità interimprenditoriale non deve mai essere confusa con quella degli apparati politici (in primo luogo gli Stati e altri organismi sovranazionali) fra loro. Se uno disegnasse, da una parte, la mappa delle relazioni di conflitto (elemento principale) e di alleanza (aspetto subordinato alle finalità del primo) tra imprese e, dall’altra, quella delle relazioni di conflitto (e di alleanza) tra Stati o altri organismi politici, si accorgerebbe facilmente che le due mappe non si ricoprono esattamente l’una con l’altra. Come semplice esempio, non ci si scordi mai che, allo scoppio della seconda guerra mondiale, sussistevano imprese americo-tedesche; le quali, se non erro, resistettero anche all’intervento statunitense in guerra. Alla fine, comunque, è la politica (con il suo eventuale prolungamento bellico) a recidere l’aggrovigliato nodo gordiano dei conflitti tra sistemi socio-economici quando si giunge al limite di guardia. E quel che vale con riguardo agli scontri tra gruppi politici o a quelli bellici in senso stretto, vale anche per i conflitti di carattere prevalentemente economico. La politica, in ultima istanza, è quella che decide; se non decide, significa soltanto che certi sistemi socio-economici sono di fatto in stato di almeno parziale subordinazione, e quindi decide la politica del sistema predominante.

 

                                                  *****

 

Questo cappello introduttivo serve solo a far comprendere che, in definitiva, la politica di un certo sistema socio-economico (che ancora, piaccia o meno, è un paese con un suo Stato) garantisce allo stesso una certa autonomia qualora coadiuvi e anzi imprima impulso alle potenzialità del suo insieme di grandi imprese in settori di carattere strategico (in genere, quelli delle più recenti ondate innovative). Quando gli economisti cianciano di libero mercato globale, fingendo che la vittoria nel conflitto si conquista tramite l’efficienza economica (il minimax) nel mero confronto tra strutture imprenditoriali, siamo in presenza di ideologi al servizio di gruppi economici che hanno interesse a porsi sotto l’ombrello della politica del sistema-paese preminente. Si tratta spesso di gruppi economici di una passata fase dell’industrializzazione, assistiti da uno Stato (e da apparati finanziari) che si sono ormai accoccolati negli spazi concessi dal suddetto sistema-paese predominante. Il liberismo è la loro ideologia poiché colora di virtù e di presunta efficienza la loro incapacità di svilupparsi nei settori della nuova fase di distruzione creatrice (usando la fraseologia schumpeteriana).

E’ la vecchia storia del Portogallo che si sarebbe dovuto specializzare – secondo l’ideologia (ammantata di scienza e di “formule”) di Ricardo e di tutti i successivi affinamenti della “teoria del commercio internazionale” – nella produzione di vino (perché aveva in questo settore “vantaggi comparati”) mentre avrebbe dovuto lasciare la produzione di manufatti tessili (i prodotti principali della prima rivoluzione industriale) all’Inghilterra, con ciò decretando che il Portogallo sarebbe dovuto restare sempre in posizione dipendente e che su di esso si sarebbero scaricate eventualmente le difficoltà, le crisi, ecc. dell’economia dominante. La nostra GFeID (grande finanza e industria “decotta”, cioè delle passate ondate innovative) è esattamente il Portogallo odierno (ma, in varia guisa, lo è tutta l’Europa), mentre gli Usa sono l’attualizzazione dell’Inghilterra di un tempo. La finanza appare la più forte nel nostro paese, ed è fin troppo a lungo sembrata in condizioni di floridezza e sviluppo, con acquisizioni all’estero (in paesi ancora più dipendenti); ma solo perché è succube, pur se non in modo smaccato e visibile, di quella degli Stati Uniti. Per la verità, abbiamo al vertice del sistema bancario un ex vicepresidente della Goldman Sachs; ma è un italiano, un tecnico capace (e non ho alcun dubbio che lo sia!), quindi appare quale “neutrale” interprete delle “oggettive” esigenze del mercato, che dovrebbe (secondo il cervello degli ideologi) essere “liberamente” affidato alle “leggi” del suo automatico funzionamento in ogni spazio mondiale e in ogni ramo dell’economia.

La nostra finanza (succube di fatto) si lega all’apparato politico (anch’esso dipendente oltre che inetto; ma quest’ultima caratteristica non è necessaria, è una nostra specificità nazionale); e, insieme, consegnano l’intero sistema-paese alla sua funzione di rotella nell’ingranaggio “imperiale” degli Usa. Dobbiamo produrre il nostro “vino”, mentre il “tessile” resta a chi sta in testa alla fila dei paesi capitalistici avanzati. Parlare di imperialismo italiano (o anche europeo) – come fanno i cervelli vuoti di finti marxisti – è la dimostrazione che gli ideologi servi dei dominanti mondiali sono, si, in prevalenza neoliberisti, ma allignano anche nei marginali gruppetti dei cosiddetti “antisistemici”, degli “extraparlamentari”. Tutto fa brodo ai dominanti “imperiali”, e ai (sub)dominanti italo-europei, per turlupinare i dominati coprendo l’intero arco della mistificazione ideologica. E, per non sembrare critico a senso unico, ricordo che, entro quest’arco, ci sono anche gli ambientalisti, i decrescisti, gli antimilitaristi e pacifisti, quelli delle “energie alternative”, ecc. Un caravanserraglio di intellettuali asserviti al progetto di fiaccare ogni spinta autonomista che potesse innescarsi.

L’importante è che il nostro paese non rafforzi le sue potenzialità in tema di ricerca scientifico-tecnica (che gli “antisistemici”, quelli che vogliono tornare a sistemi di vita frugali e parsimoniosi, ecc., dispregiano in quanto “tecnoscienza”); e che quindi non imprima nemmeno troppa spinta a certe grandi imprese (strategiche) di punta. Se queste ultime, malgrado tutto, si irrobustiscono, debbono però essere tenute sotto osservazione e possibilmente intralciate, al fine di rallentare o indirizzare “opportunamente” il loro sviluppo, con politiche di finta liberalizzazione e di crescita della “virtuosa” concorrenza nei loro campi specifici (elettronica per la Finmeccanica, energia per l’Eni e l’Enel, ecc.). Tutto controllato in modo che esse siano subordinate ai disegni della potenza preminente. Per il resto, si deve continuare a produrre “vino”. Cioè si deve lasciare spazio a Fiat, Benetton, Luxottica, Pirelli (cito a caso, tanto si colpisce sempre giusto). Proprio come nell’800 la Prussia degli Junker avrebbe dovuto (secondo i ricardiani) continuare a produrre materie prime e granaglie; i proprietari delle piantagioni del sud degli Stati Uniti avrebbero dovuto continuare a produrre (cioè a far produrre dai neri ridotti in schiavitù) cotone da vendere all’industria inglese, ecc.

 

                                                     *****

 

Naturalmente, come si può ottenere tutto questo? Ripeto: con l’alleanza tra finanza (legata da mille fili a quella del paese egemone) e politica (altrettanto asservita), che predicano “tutte insieme appassionatamente” – assistite da intellettuali saltimbanchi che, come già detto, coprono l’intero arco della mistificazione ideologica – la globalizzazione, da una parte, l’assistenzialismo statale, dall’altra. Li predicano e li attuano. L’assistenzialismo statale si presenta con l’aspetto dolce dell’aiuto ai bisognosi. Per ogni euro dato a questi ultimi, ce ne sono però cento (o mille?) dati alla GFeID (e ai loro scherani politici e ideologici). In non so quanti decenni di concertazione tra organizzazioni verticistiche dei lavoratori e degli imprenditori (che hanno a cuore solo gli interessi dei loro apparati e di alcuni strati superiori che comandano senza alcun controllo dal basso), i salari hanno perso molto potere d’acquisto, il lavoro è precario e flessibile, gli straordinari sono necessari per vivere appena decentemente (e adesso li detassano per farsi vedere ancora più “misericordiosi”). In realtà, la massa dei lavoratori è stata manovrata, con la paura della disoccupazione e del precariato e flessibilità, per assegnare continui sussidi alla Fiat e alle imprese dello stesso tipo; e per aiutare l’apparato finanziario in tutte le sue soperchierie (fingendo adesso di “brontolare” e di volerlo mettere sotto controllo). Tutti soldi sottratti ad una politica industriale e di ricerca scientifico-tecnica d’eccellenza; soldi dati per continuare a produrre “vino” sotto ricatto che altrimenti subentra la crisi e si licenziano i lavoratori (pur usando, come “acciughina” temporanea, la “cassa integrazione”).

Naturalmente, se qualcuno parlasse di sviluppo dei settori della nuova fase innovativa, si farebbe presente –  oltre alle belle formule sempre pronte per dimostrare i vantaggi comparati della specializzazione nel “mercato globale” (ovviamente se lasciato “libero”) – che il grosso dell’occupazione è negli altri settori. Si cita il contributo quantitativo (percentuale) fornito dalle diverse branche alla produzione del reddito nazionale e all’occupazione di forza lavoro; anche perché la Fiat ha il suo indotto, la Luxottica pure, la Benetton non se ne parla, ecc. ecc. In realtà, allora, il settore da finanziare sarebbe sempre quello immobiliare che dà il maggior contributo in tal senso (e in ogni paese del mondo, anche in quello predominante, gli Stati Uniti; non è un caso che la crisi finanziaria attuale sia nata proprio dall’immobiliare). Le percentuali contano solo per la foto dell’istante. In una “cineripresa” – fatta di tanti fotogrammi e di possibili dinamiche future – contano i settori detti con buona ragione di punta. La punta è sempre più ristretta del resto del corpo, ma è quella che penetra e avanza; e quando c’è il ghiaccio da rompere, è quella che lo frantuma e lo divide per lasciar passare il corpo centrale.

Basta con le sciocchezze. Avanti con l’appoggio ai settori della nuova ondata innovativa; ma certamente, per il momento, si tratta di prediche, lo so bene, poiché la politica è latente, i gruppi intellettuali sono o ideologi pagati dai grandi gruppi della GFeID o superficiali antimodernisti con la testa rivolta a bucoliche immagini di un’armonia “naturalistica”. Comunque, anche le delucidazioni teoriche e gli smascheramenti ideologici di questi imbonitori indicano delle direttrici politiche. Continuerò presto, considerando in particolare alcune grandi imprese e i conflitti che, magari latenti, sono in essere.

    

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LA FAME NEL MONDO: DALLA RIVOLUZIONE VERDE AI DERIVATI

di G. Duchini                                     

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Sono passati circa 60 anni dalla pubblicazione della “Geografia della Fame” di Josuè de Castro (brasiliano e fondatore della Fao) in cui si descrivevano, agli attoniti lettori europei, gli enormi strati della popolazione mondiale sotto il morso della fame; il capitolo più inatteso e sorprendente, per coloro che vedevano negli Usa la società del benessere, fu la malnutrizione e l’indigenza estesa a milioni di persone, negli slums, nei ghetti urbani delle grandi città americane. Venti anni dopo, nel 1971, Josuè de Castro, in una edizione rinnovata del suo libro, constatò che la situazione della fame nel mondo non era molto cambiata, anzi per certi aspetti si era aggravata. E’ su quest’ultimo aspetto dell’aggravamento nutrizionale che le grandi società finanziarie Usa (Fondazione Ford, Rockfeller,..) intervennero, coadiuvate dal Fmi e dalla Banca Mondiale, per una soluzione del problema alimentare nel mondo, con la cosiddetta “Rivoluzione Verde;” si trattò in pratica di un’idea di sviluppo accelerato del Terzo Mondo attraverso interventi tecnici che si sarebbero basati sul principio dell’accrescimento di rendimenti attraverso una selezione di sementi adattate al clima tropicale (specialmente per quanto riguarda il grano ed il riso), con una intensa applicazione di fertilizzanti e sistemi di irrigazione. Dall’idea produttivistica della “Rivoluzione verde” si passò all’ideologia neomalthusiana del “limiti dello Sviluppo” del “Mit” (Massachuttes Istitute of Technology), in una “fine della crescita” ipotizzata dal gruppo attraverso un controllo demografico mondiale;  due  politiche convergenti nell’idea comune di una crescita attraverso un controllo dell’offerta alimentare atta a regolare, nel contempo, la domanda e con essa la risoluzione dei problemi della malnutrizione.

      Nelle strategie politiche imperiali Usa, un aspetto rilevante è stato occupato dal ferreo controllo alimentare fin dalla fine della seconda guerra mondiale, con pelose “mani tese,” non senza disdegnare aperture ideologiche ai “Terzomondosti” del sottosviluppo se non altro  a contrasto dei movimenti di liberazione (sollecitati e finanziati dai paesi dell’Est, Urss in primis) e protrattisi quest’ultimi fino alla implosione  del Socialismo reale, con la caduta del muro di Berlino nel 1989. Tale  caduta ha (ri)aperto nuove campagne ideologiche posizionando altri limiti e barriere allo sviluppo cercando di coinvolgere questa volta  i  paesi del Mondo intero (ovviamente Usa esclusa), in nuove catene, con inviluppi ideologici (vedi “Decrescita”) diventate nel tempo, vere e proprie assonanze ideologiche del mitico “Mit” (il quale, come si può immaginare, agisce su commissione): un fiume carsico alimentato dal caotico mondo, impropriamente chiamato “Ecologismo.”  In tutto questo,  Al Gore (Nobel per la pace) ha potuto issare  più in alto di tutti, la nobile bandiera dell’Ambientalismo,  “per gli sforzi di costruire e diffondere una maggiore conoscenza di origine antropica del cambiamento climatico, e gettare le basi per le misure che sono necessarie a contrastare tale cambiamento,” attraverso le nuovi fonti (produzioni) di energie rinnovabili onde tentare di ridurre il riscaldamento del pianeta derivante dall’innalzamento del biossido di carbonio e di altri gas a effetto serra.

    I corposi interessi finanziari di Al Gore (si ricorda che è Presidente del vincente canale televisivo Usa “Emmy Award,” Direttore di “Apple,” socio  della grande società ambientalista “kleiner Perkins..,) in sempre maggiore espansione, si intrecciano in modo perverso con le bandiere ambientaliste, le quali sventolano per ribadire l’idea che il “bioetanolo” è meno inquinante della benzina (si ricorda che il bioetanolo è un  derivato dalle biomasse dei cereali, che miscelato con la  benzina è  consumato in misura sempre più crescente in Usa, RegnoUnito,  Brasile..) con ciò aprendo una corsa drammatica ad ulteriori sottrazioni di cereali destinati all’alimentazione mondiale, mettendo a rischio cento milioni di persone, con spinte inflazioniste sui prezzi dei beni primari (pane, pasta) base fondamentale di gran parte dell’alimentazione umana e animale (si ricorda, a questo proposito, che per produrre un litro di biodiesel occorrono l’equivalente di circa 4000 litri di acqua ed un ettaro di terra).

    Ma l’ambientalismo d’accatto auspica su tutti i giornali della sinistra (Liberazione, Manifesto,…) un ritorno alla piccola agricoltura locale mentre le grandi multinazionali Usa (Monsanto,Cargill,Generall Mills..) continuano a mettere a coltura estensiva i terreni, moltiplicando produttività e profitti; i governi nazionali, soprattutto nelle zone più povere del mondo, convincono i contadini ad adattare i loro piccoli terreni in monocolture intensive e nel contempo  ad avere buoni rapporti con le multinazionali delle granaie (Usa).

     La Banca Mondiale ed Il Fmi, a marchio Usa, hanno contribuito a smantellare i sistemi agricoli regionali, finanziando nel mondo qualsiasi progetto che servisse a tale scopo, finanche all’imposizione in vincoli dei bilanci pubblici finalizzati al finanziamento di tutte  le opere pubbliche (acquedotti,  strade, privatizzazione delle acque..) che andassero nella stessa direzione;  un processo circolare ben consistente e consolidato in un intreccio composito di “finanziario-agricolo-ambientalista” sviluppatosi in questi ultimi decenni, non senza la solita ciliegina sulla torta: i Fondi pensione ed i Fondi comuni hanno investito in modo massiccio in derivati nel settore alimentare, guadagnando sul rialzo dei prezzi.  Speculano e fanno profitti ma questo, in fin dei conti, è il loro mestiere.

           

      

   

G.D. maggio 08                 

   

                                                  

   

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sabato, 17 maggio 2008

AVANTI (o popolo italiano!) di G. La Grassa

A parte Gramsci, non so quanti altri comunisti siano esistiti in Italia. Ci sono stati i piciisti togliattiani (“revisionisti” come si diceva allora, comunque gente seria) e i detriti bordighisti e trotzkisti, tromboni ultrarivoluzionari con la lingua, opportunisti e assai cedevoli nei fatti. Dopo, abbiamo conosciuto i movimenti del ’68 e ’77, rivelatisi, alla fine e dopo un brevissimo periodo di apparente fulgore, degenerazioni progressive di una ideologia ormai in netta decadenza (malgrado la cosiddetta modernizzazione dei costumi); l’esito ultimo (in ordine di tempo), soprattutto in seguito al crollo del “socialismo reale”, è stato l’accumulo di quel deposito di buonismo, permissivismo, lassismo, ecc. (il “politicamente corretto”, monopolio della sinistra), che ha condotto alla recente, meritatissima, disfatta. Quanto alla dottrina di riferimento (mai termine fu più adatto), il marxismo italiano – a parte il solito Gramsci, l’unico creativo (con alcuni limiti, tuttavia) – è stato abbastanza disastroso. Dall’umanesimo e storicismo – ideologia piegata all’evoluzionismo opportunista e fondamentalmente rinunciatario del piciismo – siamo passati al “grundrissismo” (nel ’68) e poi a una serie di altre mode, in veloce obsolescenza e continua sostituzione con l’“ultimo grido”. Non parliamo dei soliti bordighisti e trotzkisti, che hanno ridotto Marx ad una serie di formule canoniche (talvolta mascherate dall’uso della matematica per fingere esattezza, mentre si trattava solo di certezza dogmatica) ad uso di “religioni” di stampo cabalistico e stregonesco.

Adesso con tutta questa cianfrusaglia chiudiamo una volta per tutte ogni rapporto e, per favore, non lasciamoci più trascinare a fondo da questi “avanzi indigesti”. Mi auguro che veramente ci sia un rapido ricambio di lettori del blog perché non desidero avere più alcuna interlocuzione con simili residui rancidi di epoche non passate, ma trapassate. Resta per me, quale punto di riferimento e ascendente culturale, il pensiero di Marx e di Lenin, da rivisitare con spirito assolutamente libero da ogni intralcio dottrinario; essi vanno trattati come autentici scienziati (della società capitalistica e della pratica rivoluzionaria, poiché c’è una scienza anche di quest’ultima) e quindi come pensatori e attori soggetti all’errore. Nell’ambito dello sviluppo del marxismo, l’unico pensatore di cui terrò conto (e che consiglio vivamente anche a quelli a me vicini) è Althusser; più gli altri autori ad esso assimilabili, del tipo di Bettelheim. Tutto il resto è da cestinare. Un conto sono i rapporti interpersonali (non chiedo agli amici nessuna vicinanza teorica o ideologica), un altro i rapporti di analisi, studio, dibattito teorico, ecc. Quanto alle battaglie politiche, culturali, ecc. ci possono essere obiettivi comuni e perfino un comune sentire indipendentemente dai propri “padri spirituali”; pur sempre con limiti ben definiti.

In ogni caso, gli zombi vanno lasciati vagare entro i campi da loro stessi recintati con il filo spinato delle loro elucubrazioni demenziali e agitazioni scomposte (alla ricerca della perduta identità religiosa). Finché non tentano di uscire da quei campi, non sono pericolosi e si possono guardare senza tenerezza (perché sono in ogni caso irritanti), ma con sostanziale disinteresse; che però non cerchino di fare sortite, perché allora la musica deve cambiare. In particolare, non vogliamo avere più fra noi cadaveri in putrefazione, cervelli cristallizzati in formule “eterne”, buonisti e permissivisti, egualitari della mediocrità, moralisti della domenica, anarcoidi e disadattati. Non lasciamoci “contaminare” dagli antimodernisti, dai “medievalisti” (non sto evidentemente parlando della categoria degli storici di quel periodo, che anzi sono utili come tutti gli storici, di ogni altra epoca). Sono “biologicamente” vecchio, ho molti ricordi cui rivado spesso con molta partecipazione emotiva; non rinnego nulla di quanto fatto in passato. Tuttavia si tratta appunto del passato: da ricordare per gli insegnamenti che ha fornito, tenendo però conto che il futuro si presenta del tutto diverso.  

Basta sventolare bandiere, simboli di una “perduta identità”, che è bene non ritorni più. E’ stata a suo tempo positiva, non c’è proprio nulla di cui vergognarsi (anzi il contrario). Oggi, però, inorridisco a vedere ancora patetici tentativi di riafferrare ciò che è morto da anni e decenni. Tanto più che la rimemorazione è caduta in mano a discutibili marpioni, che sfruttano i sentimenti di nostalgia di tanti vecchietti (non importa l’età che hanno) per cercare di rientrare nel gioco elettorale che dava loro ottimi appannaggi. Da condannare seccamente sono inoltre i giustizialisti che, al seguito di alcuni personaggi assai ambigui, tentano di ripristinare il clima di mani pulite, grossa operazione mossa d’oltreatlantico e appoggiata da gruppi finanziari e industriali italiani – in combutta con apparati partitici e sindacali di “sinistra” – il cui potere non è ancora del tutto smantellato nemmeno oggi, anche se in questo momento sembra indebolito, il che spiega una serie di manovre di aggiustamento tattico.

 

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In questo periodo postelettorale, di insediamento del nuovo governo, sembra essere in atto una serie di manovre caratterizzate da buone maniere tra maggioranza e opposizione (disturbate, come già rilevato, dai soliti settori giustizialisti e moralisti, che definire di sinistra appare assai azzardato). Divertente è poi constatare che, per tutta una serie di questioni e grazie al non sempre prevedibile ministro dell’economia, la sinistra viene (a parole) scavalcata. Tremonti aveva già da tempo criticato la globalizzazione e quindi il liberismo; andando incontro a critiche perfino da parte del presidente della Repubblica, non del tutto chiare e comunque non condivisibili. Ha continuato parlando della necessità di sacrifici per banchieri (che si sono subito allarmati e messi sul piede di guerra) e petrolieri; poi ha rincarato la dose sollevando lo scandalo degli emolumenti presi dagli alti manager di grandi imprese, anche di quelle che vanno piuttosto male (nessuno ha però citato il duo posto al vertice di Trenitalia, che è quasi al fallimento; comunque in una situazione non migliore di quella di Alitalia). Infine, ha anche di fatto sfottuto certa sinistra, rilevando che sarebbe meglio si rifacesse nuovamente a Marx e Gramsci quali suoi punti di riferimento ideali. Ho la netta sensazione che il governo effettivo del paese non seguirà gli “umori” tremontiani; comunque è abbastanza divertente (si fa per dire) questa sorta di “invasione a sinistra”.

Nel contempo, come riportato anche in un articolo di Repubblica (di cui D’Attanasio ha riferito nel blog alcuni giorni fa), ambienti russi hanno mostrato ampia soddisfazione che sia di nuovo in sella Berlusconi, con riferimento alle prospettive di più ampia collaborazione tra Eni e Gazprom (già nel precedente viaggio di Putin in Sardegna nel 2003 vi erano state convergenze a tal proposito, successivamente un po’ appannate per ostacoli provenienti “da sinistra”). Niente male per un “amerikano” quale l’attuale presidente del Consiglio. Tuttavia, aspetterei le mosse dei prossimi mesi prima di trarre conclusioni affrettate. Ci sono alcune “preferenze” tremontiane – protezionismo verso i tessili cinesi (che mi auguro tramontato), eccessivo entusiasmo per il cosiddetto terzo settore, ecc. – che non mi convincono per nulla ed esprimono, anche se con tattiche (o magari strategie) differenti, un sostanziale allineamento alle posizioni di predominanza mondiale degli Usa. Aspettiamo e vediamo.

 

                                                    *****

 

Non c’è invece da aspettare nel dichiarare apertamente le proprie predisposizioni. Manca una analisi (anche storica) dei blocchi sociali esistenti in Italia nel dopoguerra (quindi dopo la caduta del fascismo); o comunque dei tentativi di costituzione (non sempre ben riuscita) di blocchi sociali in quanto cuscinetto protettivo di determinate frazioni delle “classi” (gruppi interconflittuali) dominanti. L’ultimo di tali blocchi – quello successivo all’operazione mani pulite – sembra essere stato largamente basato sull’accordo (già stabilito prima di allora, pur se soggetto a varie manovre di disturbo “craxiane” che non sono mai state ben analizzate e spiegate) tra certi settori di lavoratori dipendenti (rappresentati da apparati di Stato verticistici e burocratici quali i sindacati ufficiali) e gruppi della finanza e dell’industria di tipologia “fordista”. Tale accordo è servito soprattutto a contenere eccessive richieste salariali, dato che le lotte sindacali sono state più che altro orientate a contrastare i successivi “assalti” berlusconiani all’accordo stesso, nel tentativo di tenere sotto controllo quello che è stato spesso definito piccolo establishment (o, dal sottoscritto, GFeID: grande finanza e industria “decotta”, in sostanza quella della passata ondata di industrializzazione).

Alla fin fine, Berlusconi non ha mai voluto veramente sgretolare questo blocco di potere (cui ad un certo punto, nel periodo del suo precedente governo, ha perfino sacrificato Tremonti, quando questi addivenne ad uno scontro acuto con le banche e le fondazioni bancarie); si è sempre servito della tensione per tentare di giungere ad un compromesso con la GFeID. Tuttavia, quasi non volendolo, ha dovuto in qualche modo appoggiarsi a settori del lavoro autonomo (e delle PMI, piccole e medie imprese), per cui il cosiddetto (in modo errato) ceto medio si è di fatto gonfiato e arricchito per un buon periodo di tempo. Una breve fase di scontro acuto tra disegni diversi – a parte quello conclusosi con le dimissioni di Tremonti – si è verificato nel 2005 quando fu, dopo alcuni mesi di attacchi crescenti, liquidato Fazio (la finanza vaticana dovette evidentemente accettare la sconfitta, almeno momentanea), sostituendolo con un personaggio assai vicino alla finanza del paese predominante. Per quel che mi riguarda, quell’episodio resta oscuro e non so indicarne le motivazioni salienti: solo la conclusione – patrocinata apertamente dalla Confindustria e da banche (“sinistrorse”) quali Intesa e Unicredit (del Monte dei Paschi inutile parlare, mentre Unipol, almeno apparentemente appoggiata da certi settori diessini dalemiani, stava dall’altra parte) – è stata netta e precisa; ed è sembrata rafforzare definitivamente la GFeID (o piccolo establishment, quello il cui nucleo duro è nella Rcs, con il Corriere quale portavoce, ecc.).

Non è stato però così, non almeno del tutto; e le ultime mosse di Montezemolo – e le prime della nuova presidente confindustriale – lasciano presagire cambiamenti tattici per adeguarsi ad una situazione non del tutto favorevole per il blocco di potere in questione. D’altra parte, la disfatta della “sinistra” è superiore perfino a quel che sembra a prima vista; e i tentativi di risalire la china, se affidati a D’Alema e Bersani e ai giustizialisti (falsi moralisti) guidati da un personaggio come Di Pietro, non sembrano gran che all’altezza della situazione, comunque di crisi. Lasciamo stare per il momento il crac finanziario (globale), di cui si sta parlando troppo, ma la stagflazione (con crescita zero in Italia) non è propizia alla “sinistra” (nemmeno alla destra, per carità). In più, ormai si avvertono scricchiolii nei sindacati, invecchiati al massimo (metà iscritti fra i pensionati; se va avanti così, la CGIL diventerà come il partito comunista ceco, i cui “militanti” hanno un’età media di settant’anni).

La crisi ha però messo in sofferenza anche il cosiddetto ceto medio, cioè quella parte sociale costituita dai ceti del lavoro autonomo e delle PMI; e la bonarietà reciproca tra Berlusconi e Veltroni potrebbe non bastare affatto a sanare una situazione critica che non è solo italiana, pur se da noi si riflette con maggior virulenza. Occorrono scelte piuttosto radicali e rapide; e le alleanze internazionali, che ci vedono pur sempre “troppo attenti” (cioè proni) ai “desideri” (cioè ordini) americani, sono un intralcio.

 

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Comunque, il vecchio blocco sociale – ammesso che fosse qualcosa di veramente stabile e consolidato – sembra in fase di discreto scollamento. Sindacalismo in difficoltà, concertazione sempre più “incerta”, invecchiamento e sclerotizzazione degli apparati (“di Stato” ) dei sindacati ufficiali, lavoratori salariati che non hanno per nulla goduto del quindicennio di alleanza tra GFeID, questi stessi apparati sindacali e le “sinistre” (ivi comprese quelle dette radicali, che si sono pavesate con l’operaismo ma sono state ampiamente contaminate dal parlamentarismo, nazionale come locale). I salari non sono proprio di fame, ma per la maggior parte sono in netto calo in termini reali; mentre si stanno producendo forti differenziazioni all’interno del lavoro autonomo. Per di più, lo scandaloso livello remunerativo dei manager, gli sprechi incredibili della sedicente Casta (ma ce n’è più d’una), l’inefficienza ormai intollerabile di tutto ciò che viene denominato “pubblico” (e che serve solo ad alimentare clientele e entourage dei politici e amministratori corrotti e incompetenti), provocano irritazione e insofferenza in continuo aumento.

La situazione di crisi (crescita zero, ecc.) viene affrontata soprattutto dal lato della domanda; il nuovo governo parla anche di opere infrastrutturali. Abbiamo quindi un misto di orientamento liberista (diminuzione del carico fiscale, ecc.) e di intenzione di imprimere impulsi tramite la spesa pubblica (per investimenti). Tutto questo è legato ad un tentativo di rilancio dell’economia che non incida minimamente sulla nostra subordinazione al paese preminente. Un rilancio debolissimo, incerto, in ultima analisi dipendente dagli “umori” dell’economia statunitense. Ancora non è chiaro come ci si comporterà nei confronti dell’industria della passata ondata di industrializzazione e delle istituzioni finanziarie (la GFeID), finora sempre aiutate e alimentate dalle politiche governative della “sinistra”. All’appoggio che potrebbe trovare l’Eni verso est (la Russia della Gazprom) ho già sopra accennato. Tuttavia, è necessario impostare una politica delle fonti energetiche di ampio respiro, senza concessioni alla moda delle energie alternative e ad altre manovre diversive; innanzitutto non accettando la separazione di produzione e rete di distribuzione dell’Eni, contrabbandata come una politica di liberalizzazione e di incremento di una vantaggiosa competizione concorrenziale, mentre serve solo ad ingrossare il potere (locale ma proiettato in ambiti più vasti) di molte ex municipalizzate (tipo la Hera di Bologna, che ha ben precisi orientamenti politici nazionalmente negativi).

Quanto a Finmeccanica, vera nostra impresa di punta, è inutile negare il suo attuale orientamento prevalente verso “ovest”. Ridicolo far credere che l’ultima acquisizione di una impresa statunitense di carattere strategico (infrarossi, sensori, ecc.), il cui cliente quasi esclusivo è l’esercito americano, sia avvenuta dopo una gara nel “libero mercato”; leggere, appunto in Liberomercato, la cronistoria (di o.g.) delle trattative, con l’intervento di studi avvocatizi e di consulenza finanziaria nonché di grandi banche (certo necessarie in operazioni del genere), faceva quanto meno sorridere. Tutto ciò è indispensabile ma per nulla affatto sufficiente; alla fine, è sicuro che avranno deciso Pentagono e Dipartimento di Stato, valutando l’affidabilità di Finmeccanica per gli Stati Uniti. La questione andrà riesaminata perché non se ne devono comunque affrettatamente trarre conclusioni univoche.

In ogni caso, fondamentale è che la politica italiana – e l’appoggio non semplicemente finanziario (e tanto meno di tipo assistenziale, come quello cui sono abituate, ad es., aziende tipo Fiat) – si rivolga con decisione all’impulso da dare alle nostre imprese dei settori di eccellenza; dunque anche alla ricerca scientifica e tecnica che è necessaria a tal fine. L’apparato finanziario dovrebbe essere “piegato” ad esigenze simili che rafforzano l’intero sistema-paese. Ovviamente, una politica del genere esige che ci siano gruppi politici all’uopo attrezzati; detto francamente, non lo è assolutamente la sinistra, ma nemmeno la destra. Quindi, per il momento si tratta in fondo di “predicare nel deserto”; eppure bisogna farlo. E’ pure evidente che non esiste politica seria se non si crea per essa una base sociale adeguata. Detto per il momento con molta brevità e secchezza, tale base credo debba essere costituita da una sostanziale alleanza tra ceti del lavoro dipendente di medio-bassa fascia salariale e ceti analoghi (quanto a livello di reddito) del lavoro autonomo e piccolo-imprenditoriale.

E’ quindi logico che ci si dovrebbe battere sia per l’innalzamento dei più bassi livelli salariali sia per una detassazione delle corrispondenti fasce basse del lavoro autonomo. Non però con il semplice fine di incrementare i redditi di tipici spenditori e dunque i loro consumi, dando così impulso a quella domanda, la cui debolezza si pensa essere la causa della stagnazione. A parte il fatto ormai lampante delle difficoltà economiche in cui versano i ceti a basso reddito, il problema centrale è proprio quello della progressiva costituzione di una base sociale in grado di supportare una nuova politica, tesa al rafforzamento del nostro paese e quindi alla sua maggiore autonomia rispetto al paese predominante in tutto l’“occidente” capitalistico (gli Usa nei confronti di Europa e Giappone). Si tratta di un problema cui si dovrà dedicare d’ora innanzi una considerazione particolare. Qui ho solo fatto un primo accenno, altri ne seguiranno.  

        

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venerdì, 16 maggio 2008

MARCHESE DEL GRILLO+GRILLO PARLANTE a cura di G.P.

 

Chi è Beppe Grillo? Un incrocio tra il Grillo parlante della favola di Lorenzini e il marchese del Grillo interpretato da A. Sordi nell’omonimo film. Ovvero, petulanza moralistica e raggiro del prossimo combinati in una sola persona. Grillo ha più volte urlato, dai palchi allestiti nelle varie piazze d’Italia, tutto e il contrario di tutto. Prima invocava la giustizia divina contro computer e cablaggi che lo intrappolavano in casa (arrivando persino, in uno dei suoi spettacoli, a distruggere, come un novello Ned Ludd, un diabolico calcolatore di fronte ad astanti “paganti”) poi, scoperto che il mezzo poteva essere redditizio, si è lanciato nel business della rete per attirare sempre più gente ai suoi shows sudaticci.

E dentro questa diavoleria di interconnessioni virtuali egli ci ha messo la sua capacità di mercante al fine gabbare i catastrofisti di tutta Italia: ambientalismo, antipoliticismo e forcaiolismo; ecco la ricetta adeguata per cucinare la pletora di decerebrati di questo povero paese.

Oggi si scopre che, al pari dei peggiori preti, Grillo predicava bene e razzolava male, anzi malissimo, nonostante l’enfasi, la bile e i piegamenti sulle ginocchia con i quali voleva convincere gli altri del suo spirito eucaristico. Ma mettiamo da parte gli errori di gioventù del comico, gli spot ai fermenti lattici vivi e le scorazzate in Ferrari (che immagino non siano mai andate ad idrogeno); riconosciamogli pure di essere arrivato prima di altri su scandali come quello della Parmalat. Detto questo, resta il fatto che la gran parte delle sue campagne mediatiche è pattume allo stato puro dal quale ricava però bei danè, come ci dice la sua dichiarazione dei redditi.

Tra queste menzogne grill(esche) c’è quella del risparmio energetico con il quale "Peppino" ha preso all’amo i sempliciotti che con un vaffanculo speravano di cambiare il mondo.

Lo sperpero è puntare sul fotovoltaico (fonte Il Giornale)


di Franco Battaglia

Mi dicono, scandalizzati, che la famiglia di Beppe Grillo assorbe 4300 watt di potenza elettrica, quanto 12 famiglie. Lo scandalo nascerebbe o dal fatto che sarebbe ritenuto «immorale» un consumo energetico così elevato, o dal fatto che il signor Grillo sarebbe di quelli che predicano bene ma razzolano male, visto che nelle sue comiche invoca il risparmio energetico. O da entrambi i fatti. Insomma, mi si chiede di scagliare una pietra contro uno che, molto impropriamente, tante ne ha scagliate. Mi spiace ma, quanto al primo fatto, provo ammirazione (e un pizzico d'invidia) per Grillo: più energia si consuma, meglio si sta. Piuttosto, pretendere di risparmiare energia è la più pericolosa delle manovre, come meglio preciseremo. Quanto al secondo fatto, Grillo andrebbe, piuttosto, compatito: evidentemente, cosa l'energia sia e perché è essa la fonte del nostro benessere egli non lo capisce. Ma non è colpa sua: Grillo non capisce nulla delle cose di cui parla, e infatti è un comico ed è per questo che fa ridere. Pare che siano molti ad avercela con lui, ma non dovrebbero, dimenticano la natura della professione che fa: comico, clown, pagliaccio, buffone.
Mi dicono, anche, che Grillo ha installato 2000 watt-di-picco di pannelli fotovoltaici. I quali, siccome il sole non se ne sta sempre lì a brillare allo zenit di un cielo limpido, corrispondono a 200 watt reali: ben poca cosa a fronte dei 4300 assorbiti. Grillo è un genovese doc, e allora può essergli, se non utile, forse istruttivo, ma sicuramente doloroso, sapere che quei pannelli FV - che, se li ha pagati lui, gli saranno costati qualcosa come 12.000 euri - gli fanno risparmiare meno di 300 euri di energia elettrica l'anno e, quindi, recuperare «l'investimento» (le virgolette sono d'obbligo) in più di 40 anni. Può darsi che qualcuno glieli abbia regalati e può anche darsi che Grillo si avvalga delle sovvenzioni al FV deliberate da amministrazioni che, amministrando esse il nostro denaro, non hanno alcun problema a essere garibaldine; ma chiunque sia a pagare, gli impianti FV si ammortizzano, in Italia, in più di 40 anni (l'Italia è il paese col kWh più caro al mondo: in Francia, un impianto FV si ammortizza in 60 anni). Insomma, caro Grillo, gli impianti FV sono una colossale sòla. E veniamo al risparmio energetico: innanzitutto, è evidente che chi lo invoca non lo fa in nome del risparmio del denaro, perché, come abbiamo visto, il denaro corre a fiumi (nelle tasche d'altri). Risparmiare energia non significa neanche «usarne di meno facendo le stesse cose»: questa si chiama «efficienza».


Cosa sacrosanta ma che - bisogna avvertire - ha l'ineluttabile conseguenza, piaccia o no, di far consumare più energia (gli economisti lo chiamano paradosso di Jevons): dopo aver ottenuto frigoriferi più efficienti, ci dotiamo di congelatore; e dopo aver prodotto in modo più efficiente acqua calda, ci dotiamo di idromassaggio. Risparmiare energia non significa neanche «non usarla quando potremmo evitarlo»: questo si chiama «non spreco». Risparmiare energia, allora, può significare una sola ragionevole cosa: non usarla quando vorremmo usarla, cioè in definitiva, usarne di meno. Questo sarebbe disastroso. Per capire quanto, basti solo pensare che nei 10 anni dopo il 1929, il consumo d'energia si ridusse del solo 8%: furono, quelli, gli anni della Grande Depressione.
Beppe Grillo, allora, nel settore dei consumi energetici, più che da stigmatizzare, sarebbe da imitare e prendere a modello: tutti noi dovremmo pretendere un'energia meno cara, sì da poterne consumare quanto lui o, comunque, di più, avere quindi più posti di lavoro e più benessere. Ma per avere un'energia meno cara dobbiamo interrompere ogni sperpero su fotovoltaico eolico e biocarburanti: Grillo ha facilmente assorbito quella sòla, ma un paio di miliardi nel mondo ci stanno morendo di fame.

 

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giovedì, 15 maggio 2008