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ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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martedì, 18 settembre 2007

IL “POPOLO DI SINISTRA”: IL MARCIO CHE AVANZA di G. La Grassa

 

Ho più volte rilevato che gli eredi di quelli che un tempo furono i comunisti (anche se magari erano solo piciisti) sono oggi divenuti “sinistra”, il peggio del peggio. Ho sostenuto, credo con molta ragione, che tale sinistra ex comunista (o piciista) non ha più affatto quale base sociale la classe lavoratrice salariata a basso livello di reddito (composta da quelli detti, approssimativamente, “operai”). Almeno per la metà (e forse più), essa ha abbandonato questa sinistra; in ogni caso non è da questa minimamente rappresentata. La base sociale della sinistra è ormai quel ceto semicolto, “progressista” (sul piano dei “costumi”), cioè lassista, nichilista, privo di qualsiasi valore, buonista (in realtà cattivissimo, falso e velenoso), moralista (quindi corrottissimo e ipocrita), arrogante, pieno di arie di superiorità (del tutto immotivata), ecc., di cui ho spesso detto.

Ho trovato una mirabile descrizione – in realtà una sommatoria piuttosto pignola ed esatta – di questo(i) ceto(i) semicolto(i), composto(i) da analfabeti della politica e da sanguisughe che vivono del lavoro di milioni di italiani. Tale descrizione (sommatoria) si trova in un articolo di Pierluigi Battista (Il Corriere della Sera del 17 settembre a p. 26). Cito i passi in cui si descrive tale(i) ceto(i) che rappresenta(no) il marciume dilagante nella società italiana, il cancro che la corrode e la minaccia di morte.

 

“Si amplia insomma il numero degli italiani che vivono di politica, affidano la loro sorte alla politica, dipendono dalla politica. I medici che sperano nel riconoscimento in qualche Asl politicamente colorata. Gli architetti che consultano con apprensione la nomenklatura degli assessorati all’urbanistica. I giornalisti schierati e affamati di visibilità. I tecnici desiderosi di prestare le loro competenze a qualche ministero. Le folle che si accalcano attorno ai Comuni, alle Province e alle Regioni per racimolare incarichi per l’organizzazione di mirabolanti ‘eventi’. Gli uomini di scienza e i ricercatori attentissimi agli organigrammi del Cnr. Gli economisti a caccia di consigli d’amministrazione di qualsivoglia impresa pubblica. I cineasti che si aggirano inquieti attorno alle mostre e ai festival di nomina politica.

Tra i costi della ‘casta’ politica vanno annoverati anche quelli del multiforme mondo che attorno alla casta si muove, vorticando tra ambizioni e frustrazioni. Un esercito sempre più numeroso che vive con angoscia i cambi di stagione politica […..] Una dipendenza dal sapore vagamente clientelare che non si identifica in senso stretto con un’appartenenza partitica, ma con una rete amicale, solidale sebbene post-ideologica […..] Uno stato d’animo fotografato da Prezzolini nel ’21, alla vigilia di eventi che misero fine alla pluralità dei partiti…..per un ventennio almeno”.

 

Giustamente, il giornalista non identifica questo(i) ceto(i) con una sola parte politica. Tuttavia, nel quadro da lui dipinto con indubbia efficacia, è impossibile non riconoscere soprattutto i laidi tratti del “popolo di sinistra”, di questo marcio che avanza e dilaga. Per evitare il 1922 è indispensabile irrorare il corpo della società italiana con ampie dosi di pesticidi. Bisogna eliminare questo “popolo” di magna magna, di cavallette devastatrici; chi lavora non ne può più di mantenerli; si avvicina la resa dei conti. Bisognerebbe che la gente “sana” fosse messa in grado di eliminare queste cellule malate; altrimenti chi ci libererà di loro, fra gli applausi di tutti quelli che veramente sgobbano per mantenerli, lo farà a suo uso e consumo, e si libererà pure di noi.

E un’ultima noticina. Il signor Grillo, e i suoi fans, salvo qualche illuso o ingannato (ma piccole minoranze), fa parte del “popolo di sinistra”, di questi magnoni, di questi succhiasangue, inetti, chiacchieroni, mantenuti dal “popolo che lavora”. Essi sono soltanto preoccupati perché i loro “vecchi” politici di riferimento dimostrano tutta la loro inettitudine, la loro corruzione, la loro nocività per questo “popolo che lavora”. I “grillini” sono la parte terrorizzata del “popolo di sinistra”, che tenta di precedere l’uragano che la spazzerà via; ma che rischia di spazzare via nel contempo ogni speranza di vera pulizia. Pensiamoci prima che sia troppo tardi!

 

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 06:45 | link | commenti (4)
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Commenti
#1   18 Settembre 2007 - 10:41
 
Attento alle ideologie!
utente anonimo

#2   18 Settembre 2007 - 19:51
 
Ma in piazza c'era anche gente non tradizionalmente di sx! E' questo il nuovo che sarebbe forse da cavalcare, per non lasciarlo a false soluzioni (palliativi) tipo appunto quelli proposti da Grillo.
utente anonimo

#3   19 Settembre 2007 - 09:23
 
Professore nelle masse cè di tutto.

Può essere che nel popolo di grillo ci sia anche la sinistra. Nelle file delle firme non li ho visti. Erano a casa loro. Essi si muovono solo con le telefonate dei referenti.

Professore sicuramente cè la gente che è cresciuta fuori dalle ideologie, che odia tutta quella struttura (etichettata) che le ha impedito di essere libero e padrone della propria vita.
A me è sembrata più una spinta di tipo "umanista" anche un pò idealista se vogliamo ma di ricerca.

E' possibile che vi sia tanta illusione!!
Ma una classe di sanguisughe non si abbatte stando tutti nei propri steccati.
"Quelli i punti in comune li trovano per salvare le loro posizioni"
Bisogna essere aperti e trovare punti in comune con tutte le persone che sono "contro delle situazioni" e a "favore di soluzioni".
Condivisione di valori, libertà nella ricerca di soluzioni e tecnologia.
Grazie . Garlin
utente anonimo

#4   19 Settembre 2007 - 16:20
 
«Siamo già nel '29». Un'intervista a Federico Caffé
di Valentino Parlato - 19/09/2007

Fonte: Il Manifesto



La crisi attuale e i suoi precedenti. Ecco cosa ci diceva l'economista nel libro «Federico Caffé, Scritti quotidiani», manifestolibri editore

La domanda è molto banale, nel senso che è un po' nell'animo di tutti. È la domanda del cinquantenario della grande crisi: ci sarà o no un nuovo 1929?

Mi rendo conto che il 1929, per i suoi aspetti vistosi e anche folcloristici, eserciti grandi suggestioni: il crollo di borsa, la gente che si buttava di sotto dalle finestre dei grattacieli. Galbraith ha dimostrato poi che quasi nessuno si era buttato giù dai grattacieli, ma è vero che dopo il '29 i vetri dei grattacieli sono fissi. Ma è ancora più vero che i capitalisti vittime del crollo di borsa, in un modo o nell'altro, se la sono cavata mentre a star male, sul serio e a lungo, sono state le masse rurali e i lavoratori.

Sul '29 quindi molta esagerazione, oggi anche di tipo celebrativo?

Ripeto: gli aspetti vistosi dei '29 spiegano molte enfasi degli attuali interrogativi, ma quel che veramente mi sorprende, mi appare ingenuo nella domanda «ci sarà un nuovo 1929?» è che nel '29 ci siamo già, ci viviamo dentro. Tutti gli aspetti patologici del '29 fanno parte della nostra esperienza: non nelle forme catastrofiche di allora, ma in modo endemico, nella forma di un ristagno acquisito nella nostra coscienza, al punto che neppure ce ne accorgiamo.

Questa non è un'esagerazione di riduttivismo?

No. Guardiamo ai fatti. La disoccupazione per esempio. L'Ocse per il 1980 prevede 18 milioni di disoccupati nei paesi industrializzati: questo è 1929. E senza parlare della situazione negli altri paesi: uno studio della Banca mondiale, sullo sviluppo nel mondo nel 1979, valuta che vi siano tra i 600 e i 700 milioni di uomini che vivono in condizione di «assoluta povertà». «Assoluta povertà», secondo la definizione della stessa banca, significa uno stato di pauperismo nel quale gli individui nascono già tarati per condizioni di deperimento e sottoalimentazione dei genitori. Questa povertà diffusa fa perfettamente riscontro con le condizioni di grande povertà esistenti allora negli Usa.

Questa diffusa ed enorme povertà dei paesi non industrializzati forse nel '29 non c'era o era minore, ma certamente non era «emergente», non assumeva la rilevanza che ha oggi.

Il '29 è fra noi, non c'è bisogno di aspettarselo. Faccio altri due esempi: la distribuzione dei prodotti agricoli e l'andamento delle borse. Tutti ricordiamo i romanzi americani («Furore» per esempio) con le violente e drammatiche descrizioni di distruzione di prodotti agricoli, la sepoltura dei maiali nella calce per esempio. Ma tutto questo non è forse la normale politica agraria della Cee? Solo che ci siamo abituati, non ci sorprendiamo. Io però rimango ancora esterefatto quando sento un ministro dell'agricoltura dichiararsi soddisfatto perché quest'anno la quota di frutta distrutta è un po' minore di quella dell'anno precedente. Questa è la normalità mondiale, proprio quando in tutti i parlamenti si parla tanto di fame nel mondo. Ma consideri anche il tanto esaltato crollo di borsa. Forse che i giornali di questi ultimi anni non ci informano di continui crolli con conseguenti distruzioni di risparmi?

Un febbrone può essere meno dannoso di una febbre bassa e duratura?

Esattamente ed è questo che mi induce a ribadire che viviamo un 1929 allo stato endemico.

Ma tutti siamo più assuefatti?

L'adattamento, l'assuefazione sono propri del comportamento umano. Anche le imprese spaziali non ci impressionano più. Però, dal punto di vista complessivo, adattamento e assuefazione significano deterioramento: abbiamo perduto anche quegli anticorpi, quelle capacità reattive che ci aiutavano ad affrontare la malattia. Come non ricordare che già, nel 1936, D.H. Robertson ci ammoniva a considerare che «nascosto tra le spire del serpente ciclico» poteva esserci «un nemico ancora più insidioso», «una specie di verme penetrato al centro delle basi istituzionali e psicologiche della nostra società e che ingrassa su quello stesso accrescimento della ricchezza, che essa cerca inutilmente di impedire»? (...)
(l'intervista,riprodotta in parte, è del novembre 1979)
utente anonimo

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