RIPENSARE MARX ANTICAPITALISMO E GEOPOLITICA

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venerdì, 26 giugno 2009

Lettera aperta a un lettore

e ai militanti della sinistra radicale, no-global e antagonista

 

di Piotr

 

Sulla questione dell’Iran e la mia critica all’appoggio che la sinistra radicale sta dando ai manifestanti pro-Mousavi devo dare una breve risposta su questioni molto ampie.

 

1. Intanto vorrei moderare un po’ i toni. Con la “sinistra radicale”, come ho già detto spesso, mi arrabbio anche ferocemente ma, contrariamente alla metafora dell’amico GP, non vorrei metterla al muro (se non altro perché ci troverei troppi amici e anche molto cari). Non solo, anche nella mia critica più radicale un canale con chi manifesta un certo tipo di idealità lo voglio tenere aperto, perché esprime un lato del problema che è un duplice problema e bisogna vedere e tenere conto di tutti e due i lati (incidentalmente, il mio post era il risultato di un dialogo stretto - anche se a distanza - sulla questione con simpatizzanti di Rifondazione Comunista).

Cerco di spiegarmi.

Sono convinto che stiamo vivendo la crisi terminale del sistema egemonico statunitense. Questa crisi terminale è destinata ad approfondirsi e lo scontro in essa sarà innanzitutto tra stati-nazione (formazioni particolari, nel linguaggio di GLG). Ovvero tra dominanti.

Non è assolutamente chiaro che cosa uscirà da questo scontro. Di sicuro gli USA cercheranno in tutte le maniere di rilanciare il loro predominio.

L’epicentro di questo scontro sarà l’Asia, o meglio la parte centrale dell’Asia: Iran, Afghanistan, Pakistan e, per via di contiguità geografica e di risorse energetiche, in subordine il Medio Oriente.

Focolai di crisi si possono aprire anche altrove, ma credo che quello descritto sarà l’epicentro.

 

2. Tuttavia in una prospettiva anticapitalista, questo è il mio modo di vedere, le dimensioni dello scontro sono due: quella orizzontale tra dominanti, appena descritta, e quella verticale tra dominanti e dominati (o subordinati). La chiamo così perché è una dizione che racchiude anche lo scontro tra formazioni sociali (classi) ma senza cadere nella “lotta di classe” che è un concetto travisante tutto da rivedere.

Cosa sta succedendo in Iran? Io non sono così sicuro che ci sia uno scontro tra dominati e dominanti, cioè uno scontro verticale di ceti e formazioni sociali.

Non sto dicendo che c’è esclusivamente uno scontro di potere interno. Sto dicendo che probabilmente non c’è una rivolta popolare tale da prefigurare un “movimento rivoluzionario” in senso classico (diciamo, per approssimazione, “socialista”).

Molti giornalisti esperti e indipendenti hanno avvisato che la “rivolta” è confinata ai quartieri centrali della sola Teheran. Certo, anche in Francia la rivoluzione si è sempre giocata prevalentemente a Parigi. Ma all’epoca della rivolta contro lo Scià, la rivolta si estendeva dappertutto. In più, non credo che l’Iran del 2009 sia la Francia del Settecento o dell’Ottocento.

Secondo me in Iran c’è una classe media che non ne può più del nucleo dirigente oggi al potere, che è attratta dalla globalizzazione sia in termini economici (di questo aspetto del problema Mousavi e Rafsanjani sono rappresentativi), sia in termini culturali (qui lo sono di meno).

 

3. Se questa è la situazione, le incrostazioni di potere presenti in Iran, insieme alle indubbie incrostazioni e rigidità ideologiche e teocratiche, sono quanto di meno si possa desiderare per metabolizzare il cambiamento che per forza di cose prima o poi ci sarà.

Abbiamo quindi una spinta al cambiamento - a quel tipo di cambiamento il cui veicolo e la cui soggettività è appannaggio di una parte minoritaria, ma importante, della popolazione - che è diventata drammatica proprio per via di queste incrostazioni e di questi giochi torbidi e feroci di potere, anche molto personali e, infine, a causa delle interferenze esterne.

In ciò gli USA e i Paesi occidentali, in special modo gli UK ma anche la nostra cosiddetta Seconda Repubblica, hanno una pesante responsabilità. Per via dell’appoggio incondizionato a Israele che ha portato da una parte ad una politica di isolamento dell’Iran raddoppiata da una politica d’ingerenza.

Non c’era niente di meglio da fare se si volevano consolidare quelle incrostazioni.

Una piccola testimonianza. Ho lavorato a lungo a Istanbul, tra il 2000 e il 2001, quindi non molti anni fa, e una delle persone con cui collaboravo quotidianamente, tanto da diventare presto amici, era un iraniano venuto a studiare e poi a lavorare in Turchia proprio perché il regime degli ayatollah gli stava stretto. Eppure nemmeno lui perdonava i mujaheddin (cioè i rivoluzionari di sinistra scacciati dall’Iran per via di una feroce repressione dopo il “colpo di stato” di Khomeini interno alla rivoluzione) di essersi alleati con Saddam Hussein, durante la sua sanguinosa aggressione, per scalzare il regime degli ayatollah. E mi diceva che questo era il sentimento generale della borghesia iraniana anche liberale.

Non siamo nel 1917 alle soglie di una rivoluzione proletaria iraniana. Non siamo nemmeno nel 1789 alle soglie di una rivoluzione contro il feudalesimo. Siamo nel 2009 in piena crisi sistemica del ciclo egemonico statunitense.

Andare in questa congiuntura a rivendicare per terzi “diritti”, “libertà” e “democrazia” tout court, ovvero come se fossero concetti assoluti (una concezione direttamente antimarxista), vuole sempre dire essere ai confini con l’esportazione della democrazia a cui ci ha abituato Bush. Bisogna esserne coscienti.

Ma ne siamo coscienti? Ho già sentito giudizi dubbi da parte di alcuni esponenti della “sinistra antagonista” su Chavez. Il problema è che la sinistra sta ormai metabolizzando le stesse categorie e la stessa propaganda degli imperialisti. E’ una questione sociale e culturale: a furia di assolutizzare i concetti di “diritto”, “libertà” e “democrazia”,  è naturale che li si voglia imporre a quei “poveretti” che ne sono privi. Ecco come nascono le ingerenze.

 

4. Vorrei a questo punto sapere, come esperimento mentale, cosa avrebbe frenato quella sinistra che ieri ha contestato Gheddafi e che oggi contesta Ahmadinejad ad unirsi agli esuli anticastristi e ai mafiosi cubani per contestare Che Guevara quando, delegato all’ONU nel 1964, affermò: “Dobbiamo ripetere qui una verità che abbiamo sempre detto davanti a tutto il mondo: fucilazioni; sì, abbiamo fucilato; fuciliamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario”.

E’ un esperimento mentale utile. Bisogna dare delle risposte a queste domande. Non possono rimanere in sospeso, per quanto dure che possano essere (e lo sono, sotto ogni angolazione).

Non ci avrebbe frenato nulla” può essere una risposta coerente. Poco bella, discutibile, ma certo non può essere tacciata di incoerenza. E la risposta non può essere motivata con la coscienza che Guevara aveva di sé come comunista. Perché allora bisognerebbe chiedersi cosa ha portato storicamente la coscienza di sé del movimento comunista internazionale nella realtà (anche Stalin era convintissimo di essere comunista). Io non ho la risposta pronta e assoluta, ma sono convinto che qualche parametro interpretativo che non sia mitologico, estetico o religioso bisogna pur cercare di trovarlo.

Se uno utilizza invece parametri mitologici, estetici e religiosi, come la “libertà assoluta” o la “democrazia assoluta”, ha tutto il diritto di farlo. Deve però sapere che tutto ciò non ha niente a che fare né col marxismo, né col comunismo. Deve sapere che questa è la concezione classica “borghese”. Che con questa concezione, solo per rimanere nell’attualità o nella storia recente, si è aggredito il Vietnam, si è fatto il golpe in Cile,  si è bombardata la Serbia (contro “Hitlerovich”, ve lo ricordate?), si è massacrato e poi invaso l’Iraq (contro il “nuovo Hitler” Saddam Hussein, ve lo ricordate?) e si è minacciato in continuazione l’Iran (contro il “nuovo Hitler” Ahmadinejad, ultimo grido). Il novello Hitler, che assieme al presidente della Bolivia, Evo Morales (un altro contestato come “dittatore” dalla classe media foraggiata dagli USA) e a quello del Venezuela, Hugo Chavez (ormai “dittatore” da un bel pezzo per la classe media locale), avrebbe deciso, così viene detto letteralmente, di “destabilizzare il mondo”, perché i tre non mollano le loro risorse energetiche alle multinazionali petrolifere, e quindi boicottano il libero mercato, e perché Morales e Chavez vorrebbero rifornire di uranio l’Iran per il suo programma nucleare (orrore denunciato dallo stato canaglia atomico per antonomasia, Israele, che però ci viene detto che sia l’unica democrazia mediorientale). Vedete in quanti modi si possono declinare le parole “libertà” e “democrazia”?

E allora, facciamo un altro esperimento mentale: ce la sentiamo di andare a protestare sotto l’ambasciata boliviana e quella venezuelana? O magari sotto quella brasiliana perché il presidente Lula (sì, proprio quello di Porto Alegre) ha riconosciuto l’elezione di Ahmadinejad?

 

4. Ripeto, invece, che per l’Iran la cosa migliore da fare è chiedere la fine di ogni ingerenza esterna e la fine del suo isolamento. Il contrario, a quanto pare, di quel che sta facendo la sinistra radicale (lasciamo perdere l’altra).

Solo così si “aiuteranno” quei cambiamenti fisiologici che altrimenti rischiano di fare esplodere, e magari in un bagno di sangue, quel Paese.

Per far questo però bisogna: a) aver chiaro qual’è la posta in gioco in questa crisi; b) smettere di pensarla come la “crisi del capitalismo mondiale” o, in subordine, la “crisi del neo-liberismo”; c) smetterla di pensare che quindi la contraddizione principale sarà quella tra capitale e lavoro o suoi derivati (tra un Impero e le Moltitudini Desideranti, o tra il Potere e la Libertà, o tra l’Oppressione e la Democrazia, eccetera, eccetera).

Ma non è finita, bisogna anche affrancarsi dalla sudditanza agli USA e al suo capo mandamento in Medio Oriente, Israele.

Senza estremismi (del tipo “distruggiamo Israele e gli USA”, “distruggiamo il capitalismo”, “a morte i borghesi”), con diplomazia e giocando bene le carte che questa crisi mette a disposizione.

Questa, fatta la debita traduzione, dovrebbe essere anche la “linea” da tenere all’interno. Ma qui si apre un discorso lunghissimo.

L’alternativa? La scomparsa totale della “sinistra antagonista” coi suoi residui che o saranno indistinguibili dagli odierni Radicali (specialmente sulle questioni internazionali), oppure si daranno alla disperazione, o si ritroveranno di tanto in tanto in circoli d’opinione frequentati da professori ultracinquantenni, operatori sociali, qualche intellettuale nostalgico, qualche sindacalista non passato alla Lega, qualche artista bohemienne e qualche “disubbidiente”.

Armageddon?

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 06:26 | link | commenti (22)
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Commenti
#1    26 Giugno 2009 - 12:11
 
Non so se sia utile , ma vi propongo questo scritto per capire a che livello di sconcezze siamo arrivati .

Ahmadinejad, Berlusconi e l’era post-democratica


di Slavoj Zizek, da carta.org

Quando un regime autoritario approda alla crisi finale, di solito la sua dissoluzione segue due fasi. Prima del collasso si verifica una misteriosa rottura: d’improvviso le persone sanno che il gioco è finito, e semplicemente smettono di avere paura. Non è solo il regime a perdere di legittimità, ma lo stesso esercizio del suo potere è percepito come un’impotente reazione di panico. Tutti conosciamo le classiche scene dei cartoni animati: il gatto raggiunge il precipizio ma continua a camminare, ignorando il fatto che non ha terra sotto i piedi; comincia a cadere solo quando guarda in basso e si accorge dell’abisso. Quando perde la sua autorità, il regime è come un gatto sul precipizio: sta per cadere, occorre soltanto che gli si ricordi di guardare in basso.
In «Shah in Shah», un classico racconto della rivoluzione di Khomeini, Ryszard Kapuscinski individua il preciso momento di questa rottura: a un incrocio stradale di Tehran, un manifestante si rifiuta di spostarsi quando un poliziotto gli ordina di muoversi, e il poliziotto, smarrito, si limita a voltarsi di spalle; in un paio d’ore, tutta Tehran seppe dell’accaduto, e sebbene ci fossero scontri in strada che continuavano da settimane, ognuno realizzò che la partita era finita. Sta accadendo adesso qualcosa di simile?
Ci sono molte versioni sui fatti di Tehran. Alcuni vedono nelle proteste il culmine del «movimento riformista» a favore dell’Occidente, sulla scia delle «rivoluzioni arancioni» di Ucraina, Georgia, eccetera – una reazione secolare alla rivoluzione di Khomeini. Costoro sostengono le proteste come il primo passo verso un nuovo Iran liberaldemocratico, liberato dal fondamentalismo musulmano. Sono contraddetti dagli scettici che pensano che Ahmadinejad abbia vinto davvero: lui è la voce della maggioranza, mentre il sostegno a Mousavi arriva dal ceto medio e dalla sua gioventù dorata. In breve: scacciamo le illusioni e affrontiamo il fatto che, con Ahmadinejad, l’Iran ha il presidente che si merita. Ci sono poi quelli che liquidano Mousavi come un membro dell’establishment religioso, con differenze solo apparenti con Ahmadinejad: Mousavi vuole proseguire col programma energetico nucleare, è contrario al riconoscimento di Israele, in più ha ricevuto il pieno appoggio di Khomeini come primo ministro ai tempi della guerra contro l’Iraq.
utente anonimo

#2    26 Giugno 2009 - 12:11
 
Infine, i più tristi di tutti sono quelli che difendono Ahmadinejad da sinistra: la vera posta in palio sarebbe per loro l’indipendenza dell’Iran. Ahmadinejad ha vinto perché ha combattuto per l’indipendenza del paese, smascherato la corruzione delle élites, e utilizzato le ricchezze petrolifere per incrementare il reddito della maggioranza dei poveri – questo è il vero Ahmadinejad, ci dicono, oltre l’immagine dei media occidentali di un fanatico negazionista dell’Olocausto. Seguendo questo punto di vista, ciò che sta davvero accadendo in Iran è una replica dell’abbattimento di Mossadegh del 1953: un golpe finanziato dall’Occidente contro un presidente legittimo. Questa lettura non solo ignora i fatti: l’alta affluenza alle urne – dal 55 per cento all’85 per cento – si spiega solo come un voto di protesta. Ma mostra anche la cecità nei confronti di una genuina dimostrazione della volontà popolare, assumendo con condiscendenza che per gli arretrati iraniani, Ahmadinejad va benissimo, non sono sufficientemente maturi per essere governati da una sinistra laica.
Per quanto opposte, tutte queste interpretazioni leggono le proteste iraniane come scontro tra integralisti islamici e riformisti liberali pro-Occidente, che è il motivo per cui hanno difficoltà a collocare Mousavi: si tratta di un riformista spalleggiato dall’Occidente che chiede libertà personali ed economia di mercato o un membro delle gerarchie religiose la cui eventuale vittoria non influenzerebbe seriamente la natura del regime? Queste oscillazioni così estreme mostrano che nessuna delle letture di cui sopra ha capito la vera natura della protesta.
Il colore verde adottato dai sostenitori di Mousavi, le grida «Allah akbar!» che rimbombano dai tetti di Tehran al calare della sera, indicano nitidamente che si considerano in continuità con la rivoluzione di Khomeini del 1979, come ritorno alle sue origini, cancellazione della corruzione che ne è seguita. Questo ritorno alle radici non è solo nelle rivendicazioni; riguarda piuttosto il modo in cui la folla agisce: l’enfatica unione della gente, la loro solidarietà onnicomprensiva, l’auto-organizzazione creativa, l’improvvisazione nei modi di articolare la protesta, l’accoppiata unica di spontaneità e disciplina, come la minacciosa marcia di migliaia di persone in completo silenzio. Stiamo avendo a che fare con una sollevazione popolare genuina da parte dei delusi dalla rivoluzione di Khomeini.
Dobbiamo trarre un paio di conseguenze cruciali da questo quadro. Innanzitutto, Ahmadinejad non è l’eroe dei poveri islamici, ma un corrotto islamico-fascista populista, una specie di Berlusconi iraniano la cui mescolanza di pose da clown e spietata gestione del potere sta causando disagio persino presso la maggioranza degli ayatollah. La distribuzione demagogica di briciole ai poveri non ci deve ingannare: dietro di lui non ci sono solo gli organi di polizia e un apparato di public relations molto occidentale, ci sono anche i nuovi ricchi, il risultato della corruzione di regime [la Guardia rivoluzionaria iraniana non è una milizia operaia, ma una mega-coroporation, il più forte centro di potere del paese].
Inoltre, bisogna tracciare una differenza tra i due candidati principali opposti ad Ahmadinejad, Mehdi Karroubi e Mousavi. Karroubi è effettivamente un riformista, fondamentalmente propone la versione iraniana della politica identitaria e promette favori a tutti i singoli gruppi. Mousavi è completamente diverso: si batte in nome della resurrezione del sogno popolare che ha sostenuto la rivoluzione di Khomeini. Anche se questo sogno era un’utopia, bisognerebbe riconoscere in esso l’utopia stessa della rivoluzione. Significa che la rivoluzione del 1979 non può essere ridotta a un’insurrezione integralista, si trattava di molto di più. E’ il momento di ricordare l’incredibile effervescenza dei primi anni dopo la rivoluzione, con l’esplosione mozzafiato di creatività sociale e politica. Il solo fatto che questa esplosione è stata soffocata dimostra che la rivoluzione era un autentico evento politico, una momentanea apertura che ha scatenato una forza di trasformazione sociale inaudita, un momento in cui «ogni cosa sembrava possibile». Quello che seguì è stata una chiusura graduale tramite la presa del potere dell’establishment islamico. Per metterla in termini freudiani, le proteste di questi giorni sono il «ritorno del rimosso» della rivoluzione khomeinista.
E, last but not least, ciò significa che c’è un potenziale di liberazione nell’Islam. Per trovare un «Islam buono» non c’è bisogno di tornare all’anno Mille, ce l’abbiamo giusto qui, davanti a noi.
Il futuro è incerto, con ogni probabilità chi sta al potere conterrà l’esplosione popolare, e il gatto non cadrà nel precipizio ma riguadagnerà la terra ferma. Comunque, non sarà più lo stesso regime, ma un governo autoritario e corrotto tra gli altri. Qualunque sia l’esito, è di vitale importanza che teniamo a mente di aver assistito a un grande evento di libertà che non rientra nello schema della lotta tra liberali pro-Occidente e fondamentalisti anti-Occidente. Se il nostro cinico pragmatismo ci fa perdere la capacità di riconoscere questa dimensione liberatoria, significa che in Occidente stiamo davvero entrando in un’era post-democratica, preparandoci al nostro Ahmadinejad. Gli italiani già conoscono il suo nome: Berlusconi. Gli altri stanno aspettando in fila.
utente anonimo

#3    26 Giugno 2009 - 13:35
 
La capacità egemonica delle classi dominanti è effettivamente abnorme, dal momento in cui riesce a far passare l'equazione democrazia=capitalismo occidentale (impresa, mercato, mercificazione di ogni aspetto dell'esistenza umana, finzione elettorale). Purtroppo anche la sinistra ha introiettato questo pensiero aberrante. Chi accetta intimamente il capitalismo, non ha chiaramente alcuna possibilità di intravvedere un qualsivoglia orizzonte sociale alternativo. Bisogna prendere atto una volta per tutte che la sinistra radicale si è lasciata totalmente assorbire nei meccanismi economici, politici e culturali della riproduzione sociale capitalistica. Un esempio che porto a sostegno di quanto fin qui esposto è rappresentato da uno dei giornali di riferimento della galassia della cosiddetta sinistra radicale, il Manifesto-quotidiano comunista, in realtà pieno di giornalisti autenticamente anticomunisti e luogo privilegiato dell'americanizzazione culturale più sfrenata. Questa è la sinistra radicale, assolutamente incapace di elaborare una sia pur minima analisi strutturale della formazione sociale capitalistica.
Pasquale S.
utente anonimo

#4    26 Giugno 2009 - 14:07
 
Lettera aperta a un lettore e ai militanti della sinistra radicale, no-global e antagonista

[..] Piotr Ripensare Marx 26 giugno 2009 1. Intanto vorrei moderare un po’ i toni. Con la “”, come ho già detto spesso, mi arrabbio anche ferocemente ma, contrariamente alla metafora dell’amico GP, non vorrei metterla al muro [..]
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#5    26 Giugno 2009 - 14:43
 
Finalmente uno che non aggredisce verbalmente, non insulta pesantemente, non attacca ricoprendo di contumelie chiunque non sia "in linea" con il pensiero propagandato da questo blog ...

Finalmente una spiegazione pacata e non rabbiosa.

E' già un passo avanti.

Saverio Barrelli
utente anonimo

#6    26 Giugno 2009 - 18:53
 
Complimenti a Piotr perché ha scritto un equlibrato e sottoscrivibile articolo.

Se ci fosse più verità nel mondo questa di Piotr sarebbe la "moderazione", cioè il giusto compromesso tra possibli opinioni diverse.
utente anonimo

#7    26 Giugno 2009 - 18:53
 
Intanto, Trovo molto interessante questo Blog: ricco di spunti di riflessioni e di pareri differenti. Sono d'accordo con Alessandro: è necessario discutere, non denigrare o dare il peggio di noi stessi.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente PierreLouis

#8    27 Giugno 2009 - 00:07
 
http://talib

[..] Sottoscrivo questa lettera di Piotr, da Ripensare Marx 26 giugno 2009 (le foto le ho rubate a Trotzkij, SitoAurora) 1. Intanto vorrei moderare un po’ i toni. Con la “”, come ho già detto spesso, mi arrabbio anche ferocemente [..]
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#9    27 Giugno 2009 - 04:13
 
Sottoscrivo il bell'intervento di Piotr che lucidamente sa cogliere in ordine gerarchico di rilevanza quali siano le questioni prioritarie e fondamentali.

Purtroppo per molta sinistra non solo antagonista (e sedicenti progressisti) la disfatta e' pressoche' totale e avvenuta sul terreno culturale e linguistico. Mentre ha usato e usa una lingua forgiata dal pensiero unico, ha avuto la pretesa di giocare alla grande politica e morale per scadere nella meschineria, nel conformismo anticonformista e nel ridicolo senza neppure accorgersene. (E con il rovinare piu' di una generazione). Con i soli opportunisti a trarne vantaggio.
Senza educati occhi (intellettuali) per vedere e decodificare non si legge il mondo ma si ripetono magari folcloristicamente gli slogan e omogenizzati offerti da qualcun altro.
SB
utente anonimo

#10    27 Giugno 2009 - 12:37
 
poveri Marx, Lenin e gli infiniti altri comunisti (ivi compreso il mite Engels e l'ancora più mite Bucharin). Così poco moderati, che dicevano cioè chi stava da una parte e chi dalla parte opposta, senza buonismi di alcun genere, bensì con linguaggio crudo e netto. Chi sa farlo, confuti le argomentazioni che il sottoscritto porta, senza fingere che tutti gli sporcaccioni siano in buona fede e ci si debba discutere come tra amici. Mi dispiace per chi frequenta ancora simili amici. Miei amici non sono ad esempio mai stati quelli del Manifesto, fin dai tempi delle 200 tesi sul comunismo, fin dai tempi (agosto 1980) in cui la "ragazza" Rossanda scriveva un vergognoso articolo, in cui salutava la "rivoluzione polacca" come nuovo 1917 e Walesa come novello Lenin; fin da quando questi radical chic trattavano la perestrojka e la glasnost come il rinnovamento del socialismo, mentre il sottoscritto - senza moderazione ma con argomentazioni silenziate da questi fetenti - scriveva nell'ottobre 1986 che Gorbaciov era il liquidatore di quella "baracca"; naturalmente senza prevedere i tempi e i modi concreti perché non gioco mai al profeta. Quindi, lo ripeto: si capiscano le argomentazioni e si sostenga il contrario; non si faccia gli ipocriti che amano la discussione moderata come nei bei salotti milanesi o romani. In effetti, fin che ci sarò io, questo blog non diventerà mai un salotto!
glg
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#11    27 Giugno 2009 - 20:09
 
G.P. mi è testimone che ho sempre avuto molte perplessità e dubbi su Zizek: sulle sue posizioni politiche effettive, ma anche sul suo preteso “sapere”. Nessuno nega la sua intelligenza; ma nessuno nega nemmeno quella di Bernard-Henri Lévy (o Bernard Henry-Lévy, visto che lo trovo scritto ora in un modo ora nell’altro). Vorrei raccontare un piccolo fatto. Ho sempre inviato tutti i miei libri a B., allievo importante di Althusser, senza mai ricevere un solo cenno di risposta. Nel 1999 gli spedii il mio pamphlet contro l’aggressione alla Jugoslavia. Miracolo! Mi giunse una sua breve lettera di cortese ringraziamento, contenente però l’invito a riconsiderare le mie posizioni perché “laggiù” si era verificato il “genocidio” dei kosovari; l’intervento degli Usa & C. era perciò, almeno in parte, giustificato (umanitario; ci si ricorderà che si diceva sempre così, come anche in Irak, Afghanistan, ecc.). Nell’ottobre dello stesso anno, l’Ocse aveva certificato il ritrovamento in Kosovo di, al mas-simo, 2000 cadaveri; quindi nessun genocidio, ma tutto passò inosservato al grosso pubblico (il mio libercolo era uscito appena dopo ottobre, e B. mi aveva ringraziato dell’invio nel modo appena descritto quando ormai il rapporto dell’Ocse era noto a chi avesse voluto prendere atto della realtà). Tornando adesso a Zizek, questi non direbbe nulla di nuovo e di scandaloso se si limitasse a rilevare che i potenti in Iran, come quelli in ogni altra parte del mondo, sono “soggettivamente” tutti eguali. Solo si dà il caso che siano ben diversamente potenti; e quelli che lo sono di più cercano di soggiogare gli altri al loro gioco. Ho appena spiegato con chiarezza il problema in “confusione e decantazione” e non voglio ripetermi. Noto solo che la mia diffidenza verso quest’intellettuale, che mi sembrava anche vendere un po’ di fumo (in particolare proprio trattando di Lenin), risulta ancora una volta suffragata. Ho un vero “sesto senso” per i “falsi amici”, per coloro che “pastrocchiano” con il “nemico”. Sono in buona fede? Allora non sono poi tanto intelligenti; perché dunque alcuni li sopravvalutano e tutte le maggiori case editrici li pubblicano? La verità è che la mia diffidenza è sempre abbastanza precisa. Prendiamo comunque atto che un altro “fine intellettuale” ci dimostra cosa sono normalmente gli intellettuali dell’epoca attuale, ci fa capire perché i dominanti non lesinano loro attenzioni per conferenze, riunioni, pubblicità e articoli su giornali e riviste, editoria sempre a disposizione (e senza tirare fuori un soldo come capita invece a me). Ho rilevato del resto più volte che sta arrivando l’epoca della scelta: o si sta da una parte o dall’altra. Purtroppo, non sono invece maturi i tempi del rivolgimento, non almeno di quello che piace a noi. Qualche rivolgimento, ma d’altro genere, potrebbe invece (forse) verificarsi. Prepariamoci intanto a questa possibilità; temo non proprio piacevole se si realizzasse.
glg
Sia chiaro che Zizek dice cose molto più gravi di quelle che potevo citare. Se qualche altro ne scrivesse di più – e senza “dialoghi tra amici” – ne sarei lieto, perché ho altri impegni.
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#12    27 Giugno 2009 - 20:54
 
Anche dopo questo post, di cui pure riconosco la qualità retorica, ed anzi a più forte ragione, continuo a ritenere che i "segnali di dialogo" lanciati verso la sinistra siano non solo inutili ma dannosi. Se non altro perché alludono all'idea di un orizzonte comune con quest'ultima da recuperare, accreditando al contempo l'esistenza di una subalternità culturale di chi cerchi l'avallo della sinistra per la certificazione delle proprie buone ragioni. E non penso che "il blog" si meriti ciò.
Ma questo in generale sull'idea stessa della "lettera aperta" siccome rivolta (anche, ma direi essenzialmente) a quei destinatari indicati nel suo titolo.
Nello stretto merito, ravviso, anzitutto, una contraddizione tra il richiamo - condivisibile - a non farsi ingannare dai "concetti universali", con il loro carico di ambiguità ideologica ed al contempo suscettibili di essere perfettamente plasmati attorno ed a puntello degli interessi dei dominanti, ed il riferimento ad un non meglio precisato "cambiamento", con la sua indimostrata ineluttabilità ("che per forza di cose prima o poi ci sarà"); a "cambiamenti [asseritamente n.d.r.] fisiologici", che per giunta andrebbero aiutati.
Come se, insomma, i "moti" di Teheran fossero di per sé "giusti" (e giusti perché espressione di importanti istanze sociali), soltanto che bisognerebbe non farli contaminare dalle ingerenze degli USA. Purtroppo, non si accenna minimamente alla possibilità (ma, se si aderisce almeno all'ingrosso alle ipotesi teoriche del blog, si dovrebbe meglio dire, sulla scorta di quanto accaduto nell'ultimo decennio: probabilità) che "moti" ed "ingerenze USA" nascano insieme, ed anzi, quelli siano lo strumento per attuare queste.
Si dirà forse che, questa, è un'ipotesi "complottista", poco scientifica poiché trascura l'analisi strutturale della società iraniana. Bene, accetterei il primo aggettivo ma non il secondo, perché a mio avviso è facile conferire una patina di dignità e radicamento sociale, e quindi una certa necessità storica, a tentativi invece di pure prese del potere, orditi dai soliti noti.
Del resto, e qui rilevo una seconda contraddizione, mi sfugge come si possa, da un lato, sostenere che in Iran [recte: a Teheran] non ci sia "uno scontro verticale di ceti e formazioni sociali" e, dall'altro, che "in Iran c’è una classe media che non ne può più del nucleo dirigente oggi al potere", la quale determinerebbe "una spinta al cambiamento - a quel tipo di cambiamento il cui veicolo e la cui soggettività è appannaggio di una parte minoritaria, ma importante, della popolazione".
A questo proposito, mi pare, insomma, che negli enunciati di Piotr che alludono alla necessità - in definitiva - di “essere saggi” di fronte agli accadimenti di Teheran, ossia di sostenere la protesta perché foriera di cambiamento-fisiologico-che-non-può-non-avvenire [id est: l'irresistibile ascesa della classe media (che vuole essere) globalizzata], giochino un ruolo eccessivo paradigmi di impronta deterministica, tipici di un certo marxismo che sinceramente pensavo fosse stato messo oramai in soffitta.
Le contraddizioni che mi è parso di rilevare, invece, le attribuisco all'indecisione di fondo di Piotr in ordine all'atteggiamento da assumere verso il suo mondo di provenienza. Forse, anche da questo punto di vista, mi permetto di suggerire che occorrerebbe tagliare impeditivi nodi gordiani; una volta per tutte.
Emilio











utente anonimo

#13    28 Giugno 2009 - 06:45
 
io la penso come ho già detto, alzando i toni. G.P.
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#14    28 Giugno 2009 - 09:16
 
molto interessante e pensato l'intervento di Emilio. Credo possa stare sicuro che certo marxismo è definitivamente alle nostre spalle. Solo che la provenienza è quella, le indicazioni "scientifico-strutturali" ci servono ancora; inoltre, i grandi scienziati, per chi non è "aristotelico-antigalileiano", sono fonte di possibili, ma radicali, rielaborazioni del loro pensiero che danno preziosi orientamenti in merito all'analisi anche della realtà attuale. Senza però concessioni alla sinistra, ormai nel baratro della vergogna e degenerazione totale. Tuttavia, tanto per fare un esempio, nelle mie vacanze sarde ho incontrato gente dei Cobas e altri similari. Le discussioni sono in generale state proficue; in ogni caso, il comunicato e la manifestazione di Rifondazione e..."quegli altri" hanno suscitato costernazione e non erano certo approvati. Guardando invece alle organizzazioni, tutte (ripeto: tutte) quelle della sinistra sono nemiche (ripeto: nemiche e non avversarie), rappresentano la punta avanzata di un degrado ormai irreversibile. Nessun contatto più con questi piccoli criminali ("da salotto" però); e nessuna concessione a quelli - questi però spesso soltanto "ultimi giapponesi....ecc.", non dei vermi striscianti - che continuano con le elementari lezioncine di marxismo da "bignamini".
glg
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#15    28 Giugno 2009 - 18:26
 
"Le contraddizioni che mi è parso di rilevare, invece, le attribuisco all'indecisione di fondo di Piotr in ordine all'atteggiamento da assumere verso il suo mondo di provenienza."

Debbo confessare che trovo un poco arbitraria e ingiustificata l'affermazione sopra che potrebbe essere tacciata a sua volta di infantilismo.
Ricordo che uno dei miei primi commenti postati nel blog fu abbastanza ironico o sarcastico nei confronti di Piotr, che non conosco, e che legittimamente si risenti' (anche se quando posto qui c'e' pure sempre una componente ludica e al momento sono preso dall'ascolto su youtube di una grande Dalida).
Mi pare che l'intervento di Piotr (come altri recenti) mostrino oltre alle solide risorse intellettuali, capacita' di analisi ed equilibrio superiori alla media. Nel caso in questione mi sento abbastanza solidale con lui, il problema e' il modo in cui e' stato presentato l'esito delle elezioni iraniane e i parziali tentativi di rivoluzione colorata dagli organi di informazione pilotati dall'elite imperialista usa e dai colonizzatori europei. Inqualificabile e squallido e' stato l'atteggiamento dei cialtroni e mistificatori di sinistra e vari groppuscoli e ong appositamente finanziati, che semplicemente si sono allineati al dictact dell'elite dominante. Mostrandosi per quello che sono.

Tuttavia cio' non toglie che la teocrazia iraniana (che e' piu' liberale di altri regimi filo occidentali medio orientali e meno corrotta del potere in Egitto) non soffra di problemi interni e scompensi legati anche all'appropriazione delle risorse petrolifere che rappresentano una fonte di potere robusta. La gestione politica ed economica, con tutte le attenuanti, non e' stata grande cosa e determinati cambiamenti, che difficilmente verranno (probabilmente si accentuera' l'estremismo che e' forse quello che vogliono gli apparenti sostenitori esterni della democrazia) sarebbero necessari o auspicabili per evitare futuri tracolli. Una tale considerazione emerge dall'osservazione della realta' effettuale e non da piu' o meno mitologici influssi di un mondo di provenienza. Almeno nel mio caso dato che poi sono sempre stato uno che ha votato DC.
SB
utente anonimo

#16    28 Giugno 2009 - 21:34
 
a CIA e il laboratorio iraniano
di Thierry Meyssan
*

La notizia di una possibile frode elettorale si è sparsa per Teherán alla velocità della luce e ha fatto scendere in piazza i sostenitori dell’ayatollah Rafsanjani contro quelli dell’ayatollah Khamenei. Questo caos è stato provocato dietro le quinte dalla CIA, che semina la confusione sommergendo gli iraniani di SMS contraddittori. Thierry Meyssan spiega questo esperimento di guerra psicologica.



Action secrète
Contrôle du « Grand Moyen-Orient »


Nel marzo del 2000 la segretaria di Stato Madeleine Albright ha riconosciuto che l’amministrazione Eisenhower organizzò un cambio di regime in Iran nel 1953 e che questo avvenimento storico spiega l’attuale ostilità degli iraniani per gli Stati Uniti. La settimana passata, durante il suo discorso al Cairo rivolto ai mussulmani, il presidente Obama ha riconosciuto ufficialmente che «in piena Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo nell’abbattimento di un governo iraniano eletto democraticamente [1].

A quell’epoca, l’Iran era controllato da una monarchia da operetta diretta dallo Shah Mohammad Reza Pahlavi. Questi era stato insediato sul trono dai britannici, che avevano obbligato suo padre, l’ufficiale cosacco filonazista Reza Pahlavi, a dimettersi. Però lo shah si ritrovava un Primo Ministro nazionalista, Mohammed Mossadeq. Quest’ultimo, con l’appoggio dell’ayatollah Abu al-Qassem Kachani, nazionalizzò le risorse petrolifere [2]. Furiosi, i britannici convinsero gli Stati Uniti a fermare la deriva iraniana prima che il paese sprofondasse nel comunismo. Allora la CIA mise in moto l’«Operazione Ajax», diretta ad abbattere Mossadeq con l’aiuto dello shah e sostituirlo con il generale nazista Fazlollah Zahedi, fino allora imprigionato dai britannici. Zahedi instaurò il regime di terrore più crudele dell’epoca, mentre lo shah faceva da copertura ai suoi abusi posando per le riviste di gossip occidentali.

L’Operazione Ajax fu diretta dall’archeologo Donald Wilber, lo storico Kermit Roosevelt (nipote del presidente Theodore Roosevelt) e dal generale Norman Schwartzkopf senior (il cui figlio omonimo fu comandante dell’Operazione Tormenta nel Deserto). Tale operazione è tuttora un modello di sovversione. La CIA progetta uno scenario che dà l’impressione di una sollevazione popolare mentre si tratta di un’operazione segreta. Il punto culminante dello spettacolo fu una manifestazione a Teheran, con 8.000 comparse pagate dall’Agenzia, per fornire foto convincenti alla stampa occidentale [3].

La storia si ripete? Washington ha rinunciato ad attaccare militarmente l’Iran e ha dissuaso Israele da prendere questa iniziativa. Per ottenere un «cambio di regime», l’amministrazione Obama preferisce giocare la carta -meno pericolosa anche se più incerta- dell’azione segreta. In occasione delle elezioni presidenziali iraniane, grandi manifestazioni contrappongono nelle piazze di Teheran i sostenitori del presidente Mahmud Ahmadinejad e la sua guida Ali Khamenei da una parte e i sostenitori del candidato sconfitto Mir Hossein Moussavi e dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani dall’altra. Tali manifestazioni riflettono una profonda divisione nella società iraniana tra un proletariato nazionalista e una borghesia che lamenta la sua emarginazione dalla globalizzazione economica [4]. Agendo dietro le quinte, Washington cerca di influire sugli avvenimenti per abbattere il presidente rieletto.

Ancora una volta l’Iran è un terreno di sperimentazione di metodi innovativi di sovversione. Nel 2009 la CIA si basa su una nuova arma: il controllo dei telefoni cellulari.

Da quando c’è stata una diffusione generalizzata dei cellulari, i servizi segreti anglosassoni hanno moltiplicato le loro capacità di intercettazione. Mentre l’ascolto dei telefoni fissi necessita dell’installazione di cavi di derivazione, e pertanto di agenti sul terreno, l’ascolto dei cellulari si può fare a distanza grazie alla rete Echelon. Tuttavia questo sistema non permette di intercettare le comunicazioni telefoniche via Skype, e da qui il successo dei telefoni Skype nelle zone di conflitto [5]. Così la National Security Agency (NSA) ha di recente proposto ai provider di tutto il mondo di fornire la loro collaborazione. Quelli che hanno accettato sono stati retribuiti generosamente [6].

Nei Paesi che occupano -Iraq, Afghanistan e Pakistan- gli anglosassoni intercettano tutte le conversazioni telefoniche effettuate tramite cellulari o in connessione con questi. L’obiettivo non è quello di ottenere trascrizioni di questa o quella conversazione, ma individuare le «reti sociali». In altre parole i telefoni sono i delatori che permettono di conoscere con chi si relaziona una certa persona. A partire da qui si possono individuare le reti di resistenza. Successivamente i telefoni permettono di localizzare gli obiettivi individuati e «neutralizzarli».

Per questo nel febbraio 2008 i ribelli afghani hanno ordinato ai diversi gestori di interrompere le loro attività tutti i giorni dalle 17:00 alle 3:00, per impedire che gli anglosassoni seguissero i loro movimenti. Le antenne di quelli che non hanno obbedito a quest’ordine sono state distrutte [7].

Al contrario (eccetto la centrale telefonica danneggiata per errore), l’esercito israeliano si è ben guardato di bombardare le antenne telefoniche a Gaza durante l’operazione Piombo Fuso nel dicembre 2008-gennaio 2009. Qui compare un cambiamento totale di strategia da parte degli occidentali. Dalla guerra del Golfo prevaleva la «teoria dei cinque anelli» del colonnello John A. Warden: il bombardamento delle infrastrutture telefoniche era considerato un obiettivo strategico per diffondere la confusione nella popolazione e contemporaneamente interrompere le comunicazioni tra i centri di comando e i combattenti. Ora è il contrario, è necessario proteggere le infrastrutture delle telecomunicazioni. Durante i bombardamenti di Gaza, l’operatore Jawwal [8] ha fornito credito ai suoi abbonati, ufficialmente per aiutarli, in realtà per interesse degli israeliani.

Spingendosi più oltre, i servizi segreti anglosassoni e israeliani hanno sviluppato metodi di guerra psicologica basati sull’utilizzo estensivo dei cellulari. Nel luglio 2008, dopo lo scambio di prigionieri e cadaveri tra Israele e Hezbollah, i robot hanno inviato decine di migliaia di chiamate ai cellulari libanesi. Una voce in arabo avvertiva di non partecipare in alcun modo alla resistenza e denigrava Hezbollah. Il ministro libanese delle Telecomunicazioni Jibran Bassil [9], ha presentato una denuncia all’ONU contro questa flagrante violazione della sovranità del Paese [10].

Sulla stessa linea, decine di migliaia di libanesi e siriani ricevettero una chiamata automatica, nell’ottobre 2008, che offriva 10 milioni di dollari per qualsiasi informazione che permettesse di localizzare e liberare i soldati israeliani prigionieri. Le persone interessate a collaborare dovevano rivolgersi a un numero nel Regno Unito [11].

Questo metodo viene ora utilizzato in Iran per intossicare la popolazione con la diffusione di notizie allarmistiche e per canalizzare il malcontento che suscitano.

In primo luogo è stata diffusa via SMS durante la notte dello scrutinio la notizia che il Consiglio dei Guardiani della Costituzione (equivalente al Tribunale Costituzionale) aveva informato Mir Hossein Moussavi della sua vittoria. Così l’annuncio, diverse ore dopo, dei risultati ufficiali -la rielezione di Mahmud Ahmadinejad con il 65% dei voti- apparve come un’enorme frode. Tuttavia, tre giorni prima, Moussavi e i suoi amici consideravano sicura la netta vittoria di Ahmadinejad e si sforzavano di spiegarla con gli squilibri nella campagna elettorale. Così l’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani articolava le sue lamentele in una lettera aperta. Gli istituti statunitensi di sondaggi in Iran pronosticavano un vantaggio di Ahmadinejad di 20 punti su Moussavi [12]. In nessun momento è parsa possibile la vittoria di Moussavi, anche se è probabile che i brogli abbiano accentuato il margine tre i due candidati.

Successivamente sono stati selezionati dei cittadini tra quelli che si sono fatti conoscere in Internet per conversare su Facebook o tra gli abbonati alle linee di informazione Twitter. Quindi hanno ricevuto, sempre tramite SMS, le informazioni -vere o false- sull’evoluzione della crisi politica e sulle manifestazioni in corso. Si trattava di messaggi anonimi che diffondevano notizie di sparatorie e di numerosi morti; notizie che ad oggi non hanno avuto conferma. Per una sfortunata coincidenza di calendario, l’impresa Twitter ha dovuto sospendere il servizio per una notte, il tempo necessario per la manutenzione delle sue installazioni. Ma il Dipartimento di Stato USA è intervenuto per obbligarla a sospendere questa operazione [13]. Secondo il New York Times, queste azioni hanno contribuito a seminare la sfiducia nella popolazione [14].


Simultaneamente, con un nuovo sforzo, la CIA ha mobilitato i militanti anti iraniani negli Stati Uniti e nel Regno Unito per aumentare il disordine. E’ stata distribuita una Guida pratica della rivoluzione in Iran, che comprende vari consigli pratici tra i quali:
Impostare gli account Twitter sul fuso orario di Teheran.
Centralizzare i messaggi sugli account Twitter@stopAhmadi, iranelection e gr88.
Non attaccare i siti internet ufficiali dello Stato iraniano. «Lasciate fare all’esercito» USA per questo (sic).

Una volta attuati, questi consigli impediscono qualsiasi autentificazione dei messaggi Twitter. Non si può più sapere se li inviano...
utente anonimo

#17    29 Giugno 2009 - 03:10
 
La mia frase riportata nel commento 15 è sufficientemente chiara per constatare come essa consista in quella che secondo me è la spiegazione della duplice contraddizione (critica dell’uso di taluni concetti generici da parte della sinistra radicale/uso di concetti generici, come quello di “cambiamento”; esclusione dell’esistenza in Iran di uno scontro di classi sociali/affermazione dell’esistenza in Iran di uno scontro tra la classe media ed i dirigenti oggi al potere) in cui è incorso Piotr nel post.
Ciononostante, l’autore del commento 15 si dilunga, peraltro in modo generico, su una questione - “cambiamento in Iran si/cambiamento in Iran no” - che costituisce solo uno dei due termini nei quali si è estrinsecata la prima di quelle due contraddizioni; e trascura del tutto ciò che era proprio in discussione nella suddetta frase, ossia, appunto, la spiegazione della rilevata duplice contraddizione.
Frase, dunque, che non ha certo bisogno d'interpretazioni, basta leggerla, è anche semplice; al punto tale che la si può capire anche in condizioni di estatico e ludico rapimento dovuto all'ascolto di canzonette.
Emilio

utente anonimo

#18    30 Giugno 2009 - 00:19
 
"...che costituisce solo uno dei due termini nei quali si è estrinsecata la prima di quelle due contraddizioni..."

Non ho tempo, ne' voglia ne' attitudine mentale oggi per dedicarmi a disquisire del niente. Se uno si inventa delle contradizioni logiche o linguistiche e si perde nei meandri del nominalismo e sofismo aristotelico deve essere per derivarne qualche giovamento psichico individuale, ma la realta' non cambia e nessuno e' obbligato ad andargli dietro, se non per l'essenziale movente della carita' cristiana.

Le contraddizioni sollevate sono nominalistiche e irrilevanti. Distraggono.

L'Iran e' una teocrazia che presenta grossi problemi socio economici interni, a partire dalla strutturazione del potere e spartizione del surplus generato dal petrolio. Appare evidente una spaccatura e conflitto a livello di elite sulle strategie politiche da seguirsi.
Siccome la storia mostra che le interferenze degli stranieri servono solo a far peggiorare le cose, gli iraniani devono risolversi i loro problemi, cosi' come dovrebbero fare gli africani, e prendere a calci in culo i vari lanzichenecchi supposti esperti di varie istituzioni e organizzazioni internazionali dietro ai quali cessa di crescere persino l'erba. Fin che non lo faranno saranno condannati alla miseria.

Le interferenze nel processo elettorale iraniano sono state palesi, con un candidato di opposizione che ha goduto di apporti finanziari notevoli e provenienti dall'estero.

Manifestazioni di protesta che sono seguite, e che hanno riguardato limitati settori sociali senza per ora coinvolgere i lavoratori per esempio di produzioni strategiche, sono state cavalcate e descritte a proprio uso e consumo dagli organi di disinformazione delle elite mondiali, che inseguono unicamente i propri interressi.

Alla sceneggiata si e' immediatamente associata la sinistra cialtrona e mistificante, nelle folcloriche versioni alternativiste o radicalscic: essa ha platealmente mostrato di essere manovrata da opportunisti che hanno la funzione di abbindolare e manipolare gli ingenui per fingere un artificiale progressismo o democraticismo, quando nella pratica sono perfettamente allienati e promotori del pensiero unico e degli interessi dei gruppi dominanti. Quella della finta opposizione e' una strategia vecchia come il mondo.

La venuta meno, nel bene e nel male di una superpotenza che goda del rispetto morale ed eserciti una sorveglianza mondiale puo' dare la stura al caos in certe aree.

Infine la realta' e' sempre un poco contradditoria e non lineare come si vorrebbe. E la lingua parlata che viene prima della sistematizzazione grammaticale ne rispecchia a suo modo la natura.
La lingua matematica presenta una cogenza necessaria per produrre certi risultati, ma non a caso chiama caos i sistemi che non riesce a linearizzare.

Il problema della sinistra cialtrona non sta nel non individuare anche problemi reali, ma nello specifico uso delle figure retoriche per privilegiare astrazioni e universalismi per programmaticamente distrarre e allontanare dalla comprensioen della realta'.

Con amicizia
SB
utente anonimo

#19    30 Giugno 2009 - 08:41
 
Condivido al 100% il post di Piotr e non ci trovo nessuna contraddizione. Invece trovo che la critica di Emilio scada nel semplicismo: il bene tutto da una parte, il male tutto dall'altra; nessuna complessità o articolazione di cui discutere o addirittura osare nominare, pena l'accusa di incoerenza e contraddizione. Per quanto credo sia giusto e sacrosanto schierarsi, evitare il buonismo, definire amici e nemici, quel modo di ragionare porta all'autoreferenzialità e ad una visione statica e cristallizzata che rischia di frantumarsi nel momento in cui verrà in contatto con le contraddizioni REALI della storia e delle vicende terrene. Questo modo di ragionare rasenta il dogma e ha poco di scientifico, a mio parere (per quel che può valere, comunque). Piotr, da buon matematico, non incorre mai in questo trabocchetto e si pone realmente con un atteggiamento scientifico, non lesinando critiche e non avendo nessun rimorso a schierarsi, nonostante immagino quanto possa essere difficile. Le sue critiche sono fercoci, ma nonostante tutto mostra rispetto per i nemici. Non è buonismo, ma solo educazione.
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#20    30 Giugno 2009 - 10:52
 
Tutto molto bello, ma attendo che mi si indichi dove e come avrei inventato le "contraddizioni logiche e linguistiche" che ho segnalato nonché, ancora, in che modo mi sarei perso "nei meandri del nominalismo e sofismo aristotelico [vero e proprio ossimoro, quest'ultima espressione, e sfregio disinvoltamente inferto allo Stagirita]".
Amenoché la logica non sia considerata, dal mio interlocutore, un accessorio ingombrante che depista dalla "realtà".
Alla quale, certo, sembra che egli, stando alle sue discettazioni, abbia un canale di accesso privilegiato, magari “garantito” da una spruzzata di “carità cristiana”. Miracoli dell'adaequatio rei et intellectus.
Saluti.
Emilio



utente anonimo

#21    30 Giugno 2009 - 14:12
 
A parte tutto, comunque, approfitto per manifestare la mia stima a Emilio, uno dei commentatori del blog che considero più intelligente e informato e di cui condivido qualsi sempre le analisi.
Un caro saluto
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#22    30 Giugno 2009 - 23:13
 
Ringrazio Omeopatia per l'attestato di stima, esemplare "carota" a mo' di controcanto del suo "bastone" precedente (fuor di metafora: su quest'ultimo commento, naturalmente, dissento; andrebbe però "decostruito" perché condensa, a mio avviso, una summa di equivoci e sovrapposizioni concettuali la cui chiarificazione può assumere portata più generale di questo scambio e dunque costituire occasione propizia per iniziare una rivisitazione di nozioni importanti quantomeno al fine di tentare una decente intelligibilità della fase; ma questioni ancor più urgenti premono, e lavoro chiama ulteriore lavoro; compito infinito, comunque). Transeat.
Emilio.



utente anonimo

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