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ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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martedì, 29 gennaio 2008

IN PAKISTAN GLI USA DANZANO SU UN VULCANO

(Au Pakistan, les Etats-Unis dansent sur un volcan, fonte geostrategie.com, trad. di G.P.)

 

 

L'assassinio, il 27 dicembre, della candidata pakistana alla presidenza ha colpito il mondo intero. Per vederci un po' più chiaro, riportiamo qui di seguito un'intervista a Mohamed Hassan, specialista del Medio Oriente. (Intervista realizzata da Tony Busselen.)

Il Pakistan era già una polveriera ma, dall'assassinio della Bhutto, sono scoppiate sommosse quasi ovunque. Le elezioni previste per l'8 gennaio sono state rinviate al 18 febbraio. Cosa è in gioco?

Mohamed Hassan. Il Pakistan esiste soltanto dal 1947 e, finora la sua classe politica è stata sempre debole. Il paese ha soprattutto conosciuto dittature militari che dipendevano completamente dall'aiuto finanziario degli USA. Tra due colpi di stato, ci sono stati brevi periodi durante i quali sono arrivati al potere presidenti eletti. Così, negli anni 70, Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir, è stato eletto presidente, quindi primo ministro. Nel 1977, veniva deposto dall'esercito e impiccato due anni più tardi. Benazir Bhutto è stata due volte primo ministro (1988-1990 e 1993-1996). Nel 1996, è stata accusata di corruzione ed è dovuta fuggire dal paese.

Benazir Bhutto incarnava un'alternativa democratica, rispetto alla dittatura militare?

H. Il PPP, partito che Benazir Bhutto ha ereditato da suo padre, è un partito populista che promette riforme sociali. È dunque naturale che la maggioranza della popolazione povera del Pakistan ripone in esso le sue speranze. La morte di Benazir ha dunque fatto nascere un movimento di protesta di massa. Ma Bhutto fa parte dell'elite pakistana, di uno dei clan feudali più ricchi del paese e le accuse di corruzione non erano certamente senza fondamento. Il marito di Benazir Bhutto che, oggi, riprende la direzione di fatto del PPP, è chiamato "signor 10%", a causa delle bustarelle che esigeva un tempo presso ogni istituzione pubblica. Del resto, Benazir Bhutto stessa è ritornata d'esilio in ottobre scorso, non senza avere promesso al governo Bush di manovrare a favore di una presenza americana più importante in Pakistan. È per questo che un conosciuto autore pakistano la chiama "la ragazza degli USA".

Chi c’è dietro quest'assassinio?

H. Attualmente, non è ancora molto chiaro. Molto probabilmente, la crisi pakistana è legata alla guerra d'occupazione condotta dagli USA e dalla Nato in Afghanistan. Gli USA vogliono aumentare considerevolmente la loro presenza militare in Pakistan, ma i sentimenti antiamericani molto vivi nella popolazione pakistana rendono tale operazione delicata. Dopo tutto, Musharraf è un dittatore militare che potrebbe essere deposto da una insurrezione popolare avviata dai partiti dell'opposizione. È per questo che le principali personalità dell'opposizione, tra le quali Benazir Bhutto, hanno voluto assolutamente ritornare e partecipare alle elezioni. Queste dovevano in seguito rendere possibile la costituzione di un governo pro-americano che avrebbe avuto più credito fra la popolazione. Probabilmente, un governo di coalizione che comprendesse la lega musulmana di Musharraf, il PMLQ, ed il PPP della Bhutto. A prima vista, quest'ordine del giorno è stato rovesciato dall'assassinio della Bhutto e si potrebbe dunque pensare che quest'ultimo sia da attribuire ad avversari degli USA. Ma l'assassinio può avere avuto lo scopo non di dare più scelta all'elite pakistana: ovvero o l'unità sotto la direzione degli Stati Uniti o allora il caos della guerra civile e della balcanizzazione del paese. In questo caso, non si può escludere neppure che i servizi segreti americani siano implicati nella faccenda. E finalmente, la maggior parte dei partiti d'opposizione ha accettato di partecipare alle elezioni previste per il 18 febbraio. Sembra così che si sia ricaduti nuovamente nello scenario voluto dagli americani.

Perché gli USA vogliono rafforzare la loro influenza sul Pakistan ed installare truppe in territorio pakistano?

H. La guerra condotta dagli USA nel vicino Afghanistan non si svolge assolutamente così come auspicata. Dopo cinque anni, la resistenza è più forte. Gli USA e la NATO hanno registrato qua e là qualche successo ma devono sempre di più ricorrere ad attacchi aerei. Recentemente, il giornale inglese The Morning Star pubblicava cifre a questo proposito: 2.926 attacchi aerei l'anno scorso, contro 1.770 nel 2006 e... soltanto 86 nel 2004! Ciò mostra che gli USA perdono terreno? Il mese scorso, un'indagine dell'ONG pro- occidentale Asia Foundation constatava che l'80% degli Afgani ne aveva abbastanza del governo pro-americano e dell'occupazione? L'incubo dei generali americani e della NATO, è di vedere tagliare le loro linee d'approvvigionamento all'interno del Pakistan. In questo caso, le truppe occidentali non avrebbero praticamente altre scelte che quella di ritirarsi. Questa sconfitta costituirebbe una sconfitta della strategia egemonica di Washington nella regione e potrebbe anche mettere in pericolo l'esistenza futura dell'alleanza della NATO.

Come spiegate i sentimenti chiaramente anti-usa in Pakistan? L'attuale presidente Musharraf tanto quanto la Bhutto è comunque pro-usa?

H. Una maggioranza crescente della popolazione vive nella povertà e, come musulmana, percepisce la guerra in Afghanistan come una guerra contro tutti i musulmani. Ed ampie frange dell'elite pakistana, partiti dell'opposizione e quadri superiori dell'esercito, di confessione musulmana anche loro, hanno una relazione di  amore - odio con gli USA. Da un lato, dipendono molto fortemente dall'aiuto finanziario degli USA ma dall’ altro, ne sono molto insoddisfatti. La borghesia industriale pakistana sogna da anni di avere accesso - via l'Afganistan - al mercato ricco di sbocchi delle nuove repubbliche indipendenti dall'ex Unione sovietica in Asia centrale. Finché c’è stata la guerra fredda, ha lottato, fianco a fianco, con gli USA, contro la presenza militare dell'URSS in Afghanistan. Del resto, è soprattutto sotto Reagan che molte basi militari sono state installate sul territorio nel quadro di una strategia di respingimento (roll back) con la quale intendevano allontanare l'URSS. La guerra in Afghanistan contro l'URSS, che è durata dal 1979 al 1989, è stata un periodo determinante per comprendere ciò che succede oggi in questa regione. Osama Ben Laden miliardario saudita integralista, è stato allora reclutato dai servizi segreti sauditi per "combattere il comunismo" con la CIA in Afghanistan. Grazie al sostegno del Pakistan, i moudjahiddines afgani erano riusciti a cacciare l'esercito russo dell'Afghanistan. Ma, dopo il ritiro sovietico nel 1989, gli USA hanno semplicemente lasciato decadere la regione. Infatti, per i cinici strateghi americani, lo scopo non era la stabilizzazione e lo sviluppo economico della regione, ed ancora meno la protezione dell'islam di fronte ai "comunisti diabolici" ma gli interessi economici e geostrategici delle loro multinazionali. Era la sola cosa che contava per loro. Ciò appare chiaro quando hanno invaso l’ Iraq negli anni 90 e costruito basi militari sulla "terra sacra" dell'Arabia Saudita. Oussama Ben Laden si è allora messo contro gli USA ed ha fondato Al Qaeda. Negli anni 90, anziché raccogliere i frutti della sua vittoria contro i Russi, la borghesia e l'elite militare del Pakistan ha visto l'Afghanistan affondare in un caos in cui i signori della guerra si combattevano tra loro. Durante questo periodo, le elite pakistane hanno sostenuto i taliban. I taliban erano gente abbastanza giovane formata nelle scuole del Pakistan ed inviati in seguito in Afghanistan per rimettere ordine alla situazione. E ci sono riusciti grazie ad un'applicazione rigorosa della sharia. Non soltanto gli Stati Uniti avevano abbandonato la regione alla sua sorte ma quando Bush non ha più avuto l'assicurazione della fedeltà del suo alleato Ben Laden (perché quest'ultimo era scivolato molto delicatamente verso un'opposizione radicale agli USA), la pressione non ha cessato di crescere. Dopo l'attacco alle torri del WTC dell'11 settembre 2001, un attacco in piena regola contro l'Afghanistan è stato subito avviato poiché era da tempo già preparato. Ma quest'attacco - condotto mentre i taliban erano ancora alleati all'elite pakistana - è stato un nuovo duro colpo per quest’ultima. Inoltre l'aiuto finanziario che riceve dagli Stati Uniti per sostenere lo sforzo della guerra da parte di questi nella regione può soltanto mantenere la sensazione di delusione e di rancore della borghesia pakistana verso gli stessi Stati Uniti. L’odio contro gli Stati Uniti, che si è radicato in Ben Laden dopo il ritiro dell'URSS ed il disimpegno degli USA (anche se Ben Laden è stato sostenuto finanziariamente per anni dalla CIA, non lo dimentichiamo), quest'odio si è introdotto anche nel cuore dell'elite pakistana.

Si può dunque dire che gli USA ballano sul filo del rasoio, in Pakistan. All'inizio di quest'intervista, dicevate che la borghesia pakistana è debole, cosa volevate dire con ciò?

H. Se volete comprendere la povertà estrema del Pakistan durante il feudalesimo e la debolezza della borghesia attuale, dovete tornare all'origine della fondazione dello Stato pakistano, sotto il colonialismo, nell’India britannica. Tanto il Pakistan attuale che il Bangladesh e l'India formavano un insieme in quest'epoca. L’imperialismo britannico ha utilizzato il sistema feudale reazionario dell'India per la gestione dei prodotti agricoli ed ha anche sostenuto il sistema delle casti multisecolari. In Europa, è diffusa l'idea che l'India sia soprattutto un paese di saggezza secolare e di pace interna. Ma l'opposizione all'occupazione britannica è spesso stata molto violenta. Nel 1857, ad esempio, ha avuto luogo la sommossa dei Sepoys, soldati indiani intruppati nelle legioni britanniche. La loro violenza è stata tale che gli inglesi ne sono stati profondamente colpiti e Karl Marx stesso ha condannato il loro atteggiamento "terribile, sconvolgente ed indescrivibile".

Tuttavia, Marx aggiungeva che la "rispettabile" Inghilterra aveva tenuto comportamenti atroci. E, precisa, così disprezzabile che potesse essere il comportamento dei Sepoys, non era nulla più che lo specchio del comportamento dell'Inghilterra in India. E, dopo i Sepoys, si sono susseguite tutta una serie di altre correnti d'opposizione. Per poter controllare un territorio tanto più grande, i britannici installarono ferrovie che permettevano di muovere le loro truppe il più rapidamente possibile. Solo che queste nuove rapide vie di circolazione hanno anche favorito lo sviluppo del commercio e l'arrivo del capitalismo e... l'insoddisfazione verso il colonialismo che sosteneva un sistema feudale ancestrale. Nel 1885, un giovane britannico dal nome David Hume, ha viaggiato attraverso tutto il territorio. È stato colpito dalle contraddizioni: conoscete perfettamente quest'immagine dei britannici coloniali che giocano al cricket o a polo, dotati di camice bianche immacolate, nel loro club accanto alla carestia e della povertà. Hume ha visto ciò ovunque ed ha percepito il pericolo inevitabile di reazioni esplosive e di una guerra d'indipendenza sanguinosa. È lui che ha fondato il Partito del congresso. Voleva applicare riforme all'interno del quadro coloniale: "dobbiamo inquadrare l'elite indiana e formarli alla cogestione del paese." Più tardi, questo Partito del congresso è evoluto verso un partito nazionalistico, di cui Gandhi e Nehru sono del resto stati i capi. Oggi, questo partito è ancora il più importante dell’India. Ma non ha mai realmente potuto accontentarsi del paternalismo e del riformismo di Hume e non può dunque essere comparato, ad esempio, al partito nazionalista cinese di Sun Ya Sen, il Kuomintang. In ogni caso, tale partito, dopo la sua creazione, ha immediatamente superato i 100.000 membri ed ha integrato tanto i musulmani che gli indù.

Non c’era alcun legame tra i musulmani e gli indù in quest'epoca?

H. No. L'India è tradizionalmente un paese indù disciplinato da un sistema di caste, reazionario e feudale. Appartenete alla casta nella quale siete nati e questa casta determina la vostra occupazione e le vostre relazioni umane. La casta più alta è quella degli Brahmanes, i sacerdoti. La più bassa è quella degli intouchables. In confronto all’induismo, l'islam è una religione progressista che si mostra più flessibile con i commercianti e gli impiegati. Un po' come il protestantesimo nell'Europa del medio-evo. Ma l'islam si introduce gradualmente con o senza violenza all'interno dell'India. Molti indù si convertono all'islam per sfuggire alla casta nella quale sono nati. E lo sviluppo del commercio e degli scambi che è seguito alla costruzione della ferrovia ha determinato la diffusione dell'islam.

E che cos’è questa lotta rilevante tra i musulmani e gli indù di cui si parla così spesso quando è presa in considerazione l'India?

H. È legata alla nascita del Pakistan precisamente. In realtà, la borghesia islamista del partito del congresso ha constatato di essere in minoranza rispetto agli indù. Quindi un certo Ali Gena fonderà la lega islamista nel 1920, l'idea centrale di questa lega era che i musulmani avevano bisogno del loro territorio. La guerra d'indipendenza dell'India è stata molto violenta. I britannici avevano quattro vantaggi da giocare: il vecchio sistema delle caste, la rivalità religiosa tra i musulmani e gli indù, la divisione del paese in mini-stati che avevano ricevuto la loro autonomia ed infine l'opposizione tra il Nord dove vivono gli indiani di pelle bianca ed il Sud. Gandhi sviluppò una strategia per lottare contro questa divisione, ma non si è riusciti a controllare la rivalità religiosa tra i musulmani e gli indù. La lega musulmana ha preteso il suo territorio ed ha intrapreso una guerra sanguinosa durante la quale centinaia di migliaia di persone sono morte. Così è sorto il Pakistan nel 1947 - all'inizio semplice dominio coloniale della Gran Bretagna - che era indipendente dal resto dell'India. E tre anni più tardi (nel 1950), ottenne l’indipendenza. Dieci milioni di musulmani si rifugiarono in Pakistan e molti milioni di indù lo lasciarono. Molte famiglie furono smembrate, poiché abitavano ai due lati della frontiera... Questa guerra è all'origine della tensione ancora molto viva che esiste oggi tra il Pakistan e l'India. Ancora oggi il 14 agosto è giorno di festa nazionale per la separazione del Pakistan dall'India. E non quella del 1950 quando il Pakistan si liberò della Gran Bretagna.

Ma da che dipende esattamente questa debolezza della borghesia pakistana?

H. La borghesia pakistana ha voluto conquistare un mercato e costruire uno Stato in modo artificiale. Il migliore modo di fondare uno Stato nazionale consiste nel creare e sostenere criteri oggettivi, come l'unità geografica ed economica. Ma il Pakistan è in primo luogo costruito in base a credenze religiose. Ciò rende tale costruzione molto fragile. Per risolvere il problema delle diverse lingue parlate nel paese, Ali Gena, ad esempio, aveva scelto l’urdu come lingua di riferimento nazionale. Ma, l’urdu è una lingua minoritaria utilizzata da meno del 7% della popolazione. Soprattutto, la forma geografica dello Stato sembra ingestibile. Il Pakistan è diviso in due parti, ad ovest, il Pakistan propriamente detto e, ad Est, il Bangladesh. Si tratta di una ripartizione più vecchia della stessa creazione del Pakistan, basata sulle differenze religiose tra Bengalesi imposta tra il 1905 ed il 1911 sotto l’autorità dei britannici dopo varie sommosse dei contadini bengalesi nel XIX° secolo. E gli abitanti del Bangladesh sono dunque oggi soprattutto musulmani membri della lega musulmana. Ma non sono tutto sommato soddisfatti dello Stato pakistano. Sulla carta, vedrete che le due parti sono situate a oltre 1.000 chilometri di distanza una dall'altra. Calcutta la capitale del Bangladesh, era precedentemente il centro amministrativo delle Indie britanniche. Gli abitanti del Bangladesh hanno visto questa funzione scivolare da Calcutta verso Islamabad. In Bengala, nessuno parla l’urdu. Inoltre, l'esercito pakistano è per lo più costituito da soldati che provengono dall'ovest del Pakistan. Risultato: dopo una guerra che ha ucciso un milione di uomini, il Bangladesh è stato staccato del Pakistan nel 1971.

La parte del Pakistan che è sopravvissuto non è una base sufficientemente solida per soddisfare l'elite pakistana?

H. Per potere sopravvivere come Stato, considerando la penetrazione sistematica dell'esercito nella vita politica, il Pakistan ha potuto contare sul sostegno della Gran Bretagna negli anni 80 e degli Stati Uniti dal 2001. Le quattro regioni più importanti in Pakistan sono: Penjab, Sindh, Baloutchistan e le terre del nord dove vivono i Pachtounes. Ciascuno di questi territori ha precedenti diversi. Penjab formava nell'India britannica e sotto il colonialismo una provincia comune con il Penjab indiano. Gli abitanti erano soprattutto Sikhs, una variante dell’induismo ed erano volentieri impegnati nell'esercito britannico per la loro forte costituzione fisica. Con l'indipendenza del Pakistan, il Penjab è stato diviso in un Penjab pakistano e in uno indiano. Gli abitanti del Penjab costituiscono il 55% della popolazione pakistana ed il territorio copre il 26% del Pakistan. In Penjab, l'elite proviene dalla nobiltà feudale che invia i suoi figli nell'esercito e che impone dunque, ancora oggi, una forte influenza su di esso. Un esercito che lotta sempre per gli interessi del potere coloniale ed dell’imperialismo. Non è un caso se l'esercito pakistano sotto il comando del colonnello Zia Ul Haq, ultimo dittatore del Pakistan è, ad esempio nel 1970, intervenuto in Giordania durante il settembre nero nel quale 30mila palestinesi sono stati uccisi. Il Baloutchistan oltrepassa i confini dell’Iran, del Pakistan e dell'Afganistan. Alla fine del XIX° secolo, il territorio è stato diviso da una commissione anglo-iraniana nei tre territori attuali. Il 5% appena del popolo pakistano abita in queste regioni che costituiscono il Baloutchistan, ma il territorio copre il 44% del Pakistan. Inoltre, si tratta della regione più ricca del Pakistan per quanto riguarda il petrolio e le riserve di gas. Come provincia che confina con l'Afganistan e l'Iran, e porta di passaggio per le condutture che collegano l'India e l'Iran, è considerato come la parte più strategica del Pakistan dalle forze dell'alleanza americano-britannica. Ma c'è ancora un'altra ragione strategica determinate: dal 2002, la Cina finanzia la costruzione di un porto in alto mare a Gwadar, nel mare dell'Arabia, non molto lontano dalla via di Hormuz dove passano le più grandi riserve di petrolio cinese e il 30% delle riserve mondiali. Un po' più lontano, è stata allargata l’autostrada di Karakoram, che collega Gwadar con la provincia cinese di Xinjang,. La provincia diventerà dunque in un futuro prossimo un importante posto di passaggio per le province interne della Cina e per il mare.

La provincia Sindh e la provincia del Nord esistono ancora?

H. Sì, la regione Sindh è il posto dove si trovano le maggiori industrie. I Bhutto provengono da questa regione e fanno parte dell'elite feudale ricchissima che ha attività industriali. Gli abitanti di Sindh costituiscono il 18% del popolo pakistano e la provincia copre il 23% del territorio pakistano. E là, si trova anche la regione del Nord dove vivono i Pachtounes. I Pachtounes sono una tribù afgana che nel 1879, dopo la seconda guerra dell'Inghilterra contro l'Afghanistan, è stata annessa dall'impero coloniale anglo-indiano dell'epoca. I Pachtounes formano il 13,5% del popolo pakistano ed il loro territorio forma il 9% del territorio pakistano. Sono strettamente legati al popolo afgano ed i nazionalisti afgani credono che questo territorio gli spetti di diritto. Le elite pakistane, da parte loro, considerano l'Afghanistan come il cortile del Pakistan e la porta d'accesso verso i mercati dell'Asia centrale. Inoltre, guidano gli Afgani provando a tenerli sotto il loro controllo. Durante la guerra contro l'Unione sovietica, praticamente tutte le tribù sono state armate dal Pakistan, ma ciascuna separatamente ricevendo armi che non erano compatibili con le armi ricevute dalle altre tribù. Questo per evitare che le tribù afgane si collegassero per formare un esercito opposto al Pakistan. Negli anni 90, i taliban sono stati formati nelle scuole religiose delle Madrasse nel nord del Pakistan per mantenere l'Afghanistan sotto il controllo dei servizi di sicurezza pakistani.

Un amico pakistano mi ha detto che non credeva che il Pakistan potesse continuare ad esistere come un paese unito. Ci si deve aspettare una balcanizzazione?

H. Il popolo pakistano vive in una povertà opprimente che contrasta con il modo di vita ricchissimo condotto dalle elite corrotte che sono succedute ai britannici. La pressione è enorme e la vita comune tra le due classi è difficile. Esistono molte forze intermedie. Nel Béloutchistan, il popolo, che si sente lasciato solo, ha organizzato, in quest'ultimi anni, dei movimenti di resistenza. I Pachtounes vogliono un Afghanistan indipendente e si oppongono alle relazioni d'amicizia che legano i generali pakistani agli Stati Uniti. Una guerra civile comporterebbe danni collaterali terribili e paesi come l'India e l'Iran sarebbero toccati. Tale guerra sarebbe impossibile da controllare da parte degli Stati Uniti e le truppe della NATO. Basta osservare ciò che avviene in Iraq ed in Afghanistan. Le varie anime dell'elite pakistana sono coscienti del pericolo e si mostrano sempre più nazionalistiche. Inoltre, i paesi vicini come la Cina e l'India, hanno bisogno di svilupparsi grazie ad un clima pacifico nella regione. La Cina, particolarmente, applica una politica di stabilizzazione intensiva nella regione. È oggi il terzo partner del Pakistan. Il commercio tra i due paesi aumenta ad un ritmo del 30% l'anno e dal gennaio 2006 è stata istituita tra i due paesi una zona di libero scambio. La tassa d'importazione è stata eliminata da entrambi i paesi per un  grande numero di prodotti. Ho già parlato degli investimenti cinesi nel porto di Gwadar. Nei primi nove mesi del 2006, le imprese cinesi hanno investito per 8,6 miliardi di dollari in contratti per progetti di costruzione. Inoltre, la Cina incoraggia il libero scambio tra il Pakistan e l'India e dandone, peraltro, l'esempio. Così, la Cina, nonostante anni di problemi per le frontiere con l'India, ha compiuto lo sforzo di negoziare seriamente e ridefinire una frontiera chiaramente delimitata. La Cina è anche il secondo partner più importante dell'India. Il commercio ed i progetti economici sono i migliori fattori di stabilità. Come il popolo pakistano potrebbe uscire dalla miseria?

H. Lasciandosi alle spalle l'eredità del colonialismo di cui sono ancora prigionieri attualmente. L'India ed il Pakistan formano un solo paese, la sola differenza è la religione. Ma non dimentichiamo che l'India d'oggi, dopo l'Indonesia con suoi 200 milioni di musulmani, è sempre il secondo paese musulmano più grande al mondo. I due paesi costituiscono un’attrattiva e possibilità economiche reali per la Cina ed hanno entrambi interesse a costruire relazioni di fiducia con essa. E infine, la più importante riforma di cui i due paesi hanno bisogno per sviluppare la loro economia e sbarazzarsi della concezione feudale del possesso del territorio. Una vera riforma agraria deve avere luogo per permette ai contadini di lavorare per loro conto.

 

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martedì, 15 gennaio 2008

Incontro regionale dei partiti comunisti del Medio Oriente

(fonte IPS, tradotto dallo spagnolo da G.P.)

 

Lo scorso 5 gennaio 2008, e sotto il titolo "Gli ultimi eventi recenti nella regione. I piani per il “grande Medio Oriente” e la risposta del movimento comunista ed Antimperialista", ha avuto luogo ad Atene un “conclave” dei partiti comunisti ed operai dei paesi che appartengono all’area geografica del sud e del Mediterraneo, come anche al Mar Rosso e alla zona del golfo Persico.

A Questa riunione hanno preso parte i rappresentanti della Tribuna democratica progressista del Bahrein, AKEL (di Cipro), il Partito Comunista della Grecia (KKE), il Partito Tudeh (Iran), il Partito Comunista d’Israele, il Partito Comunista Giordano, il Partito Comunista Libanese, il Partito del Popolo palestinese, il Partito Comunista sudanese, il Partito Comunista siriano e il Partito Comunista della Turchia. Inoltre, ha preso parte Kyriakos Triantafillidis, europarlamentare di AKEL e presidente della Commissione del Parlamento europeo per le relazioni con il Consiglio legislativo palestinese; ed il suo collega europarlamentare del partito KKE Giorgos Toussas, membro del comitato precedentemente citato. A assistito ed ha dato il suo saluto a tutti i riuniti anche una delegazione del Partito Comunista Cubano. La riunione, che si è incaricata di organizzare e di patrocinare ad Atene la KKE, costituisce il prolungamento di un'altra riunione precedente, a carattere straordinario, che si è svolta nell'agosto 2006 a seguito dell'invasione ingiusta da parte d’Israele del Libano e all'aggressione continua che è perpetrata contro il popolo palestinese. I partiti della regione hanno discusso dell'escalation che in questa zona sta imprimendo l'intervento imperialista ed i gravi problemi per popoli ivi presenti determinati dal piano USA-NATO per la formazione di un "Grande Medio Oriente", come pure l’ingerenza delle forze reazionarie che ha propiziato la  "guerra contro il terrorismo", agendo su una area molto vasta del territorio. La conferenza di Annapolis, tenutasi recentemente, concepita per adeguarsi alle linee maestre tracciate da piani americani di portata più generale, ha determinato un peggioramento ed un aggravamento della situazione. I partecipanti hanno segnalato che i comunisti si pongono all'avanguardia nella lotta per la democrazia e per gli interessi dei popoli; all'avanguardia anche nella lotta politica ed ideologica segnata dall’ obiettivo di smascherare e di dare battaglia all'azione di quelle forze politiche che aspirano a trarre vantaggio dalla situazione e che allo stesso tempo si presentano come "difensori" dei popoli, quando, effettivamente, vegliano soltanto sui propri interessi particolari e per accreditarsi presso gli Stati Uniti. Si è sottolineata la necessità che occorre dotare la lotta dei popoli di una forte unitarietà, sia di classe che politica.

Si è espressa, analogamente, preoccupazione di fronte all’aizzamento delle divisioni e dei conflitti di natura religiosa, settaria o etnica. Molti dei partecipanti hanno denunciato i piani imperialisti per dividere e smantellare i paesi, come anche l'aggressività di cui il sionismo si serve nella regione. I partecipanti hanno sottolineato la necessità di lavorare attivamente in funzione della creazione di un fronte politico e sociale unito nella regione con un più vasto appoggio internazionale di partiti, movimenti ed organizzazioni, per lottare contro il piano imperialista che contempla la formazione di un "Grande Medio Oriente" e la sua supposta "democratizzazione".

Alla luce dell'evoluzione recente degli eventi, i partecipanti hanno espresso la loro preoccupazione dinanzi alla possibilità di un'escalation virulenta degli attacchi imperialisti contro i popoli in Libano, Palestina, Siria, Iraq, Afghanistan e Pakistan. Dinanzi a questa situazione, i partecipanti pensano che si debba rafforzare il movimento di solidarietà internazionale con i popoli della regione, dando appoggio alla lotta delle forze democratiche e progressiste della regione per la democrazia, la libertà e la giustizia sociale; ad un'azione libera, sindacale e politica, da lacci ed ostacoli delle forze che combattono contro l’ imperialismo; allo sviluppo di un'attività in condizioni piena libertà e di legalità dei movimenti e dei partiti progressisti. Hanno sottolineato, allo stesso modo, la necessità di intensificare ancora di più la lotta per difendere la sovranità nazionale e l'integrità territoriale di ogni paese di fronte a qualsiasi intervento imperialista che è condotto sotto qualsiasi pretesto.

E’ stato rimarcato il fatto che la lotta e la resistenza dei popoli non è terrorismo, ma che è diritto di ogni popolo scegliere i modi che caratterizzano la propria lotta. Concludendo, i presenti alla riunione si sono impegnati ad intensificare la lotta in difesa del diritto inalienabile di tutti i popoli a decidere in proprio e a decidere in modo sovrano il futuro della propria terra. I partecipanti hanno espresso la loro solidarietà alla Cuba socialista, esigendo la rimozione dell’embargo americano.

I partecipanti hanno detto inoltre di esigere:

 

-          Il ritorno della sovranità del popolo in Libano e la cessazione di qualsiasi tipo controllo e blocco aereo, marittimo e frontaliero, come pure delle violazioni quotidiane israeliane. È necessario effettuare riforme per resistere alla divisione del Libano su basi etniche e religiose.

-          Il ritiro dell'esercito israeliano dei territori palestinesi, libanesi e siriani occupati dal 1967, lo smantellamento totale degli insediamenti e la demolizione del muro israeliano. La creazione di uno stato palestinese con Gerusalemme capitale. La soluzione dell'affare dei profughi ed il ritorno dei profughi palestinesi secondo la risoluzione 194 dell'assemblea dell'ONU, in linea con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'ONU relative alla questione.

-          La liberazione immediata da parte di Israele di tutti i prigionieri politici libanesi, palestinesi e degli altri paesi arabi.

-          Un Medio Oriente libero dalle armi nucleari, a cominciare dall'eliminazione dell'arsenale nucleare d’Israele.

-          La fine delle minacce e degli atti d'intimidazione da parte degli USA e di altre forze imperialiste contro il popolo della Siria e la liberazione delle alture del Golán.

-          La cessazione di tutte le minacce di attacco militare o imposizione di sanzioni economiche contro l’Iran, come pure solidarietà con la lotta del popolo iraniano per la pace, la democrazia, i diritti umani e la giustizia sociale.

-          Il ritiro immediato delle truppe imperialiste d'occupazione dell'Iraq e dell'Afghanistan, ed il diritto dei popoli di decidere da sè il proprio.

-          La cessazione immediata delle operazioni militari turche contro i kurdi nel nord dell'Iraq, che sono causa di nuovi interventi imperialisti.

-          Il ritiro delle forze turche d'occupazione da Cipro e la soluzione del problema di Cipro in accordo con le risoluzioni ONU, il diritto internazionale e gli accordi di alto livello che puntano ad una soluzione federativa bizonale e bicomunale

-          Lo smantellamento di tutte le basi militari straniere dai paesi della regione. I partecipanti si sono detti contro l’installazione di nuove basi.

 

Nella riunione si sono esaminate varie proposte di iniziative ed azioni congiunte, tra cui:

-          Visite di delegazioni congiunte dei partiti comunisti e operai nei paesi della regione (specialmente in Libano, Palestina, Siria ed Israele).

-          Coordinamento nel Parlamento europeo e nell'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. Inviti ai partiti comunisti ed operai della regione, specialmente del Libano, della Palestina, della Siria e d’Israele, a prendere parte alle sessioni del Parlamento europeo.

-          Continuare con le azioni congiunte e la mobilizzazione di tutti i partiti durante il presente anno. Approfittare degli atti di massa e delle iniziative come festival, cortei, ecc., per il rafforzamento della solidarietà.

-          Sostenere le mobilitazioni di protesta contro i piani imperialisti per un "Nuovo Medio Oriente" in occasione della visita di Bush in Medio Oriente nel gennaio 2008.

-          Fare pressione sui governi che accettano o non reagiscono contro il piano per un "nuovo Medio Oriente" e non condannano l'aggressività israeliana verso i popoli della regione, gli insediamenti, il muro ed il genocidio contro il popolo palestinese.

Atene, 5 gennaio 2008.

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E' IN USCITA:

copertinars9

 

Indice

Editoriale


L. Dorato
Comunismo e Comunità. Individuo e Comunità
nella dialettica tra intimo e comune, p. 4

C. Preve
Comunismo e Comunità, p. 28

M. Neri
Razionalità, populismo e trasgressione, p. 40

L. Dorato
Riflessioni sul comunismo e sulla comunità umana:
libertà, doverediritto, proprietà e lavoro, p. 44

G. Petrosillo
Ideologia, Stato, Geopolitica, p. 51

A. Catalano
Hic Rhodus, hic salta. O della necessità di impostare
la questione dell'immigrazione oltre ogni luogo comune, p. 60


G. La Grassa
Povero Marx! Rispettiamo ciò che ha detto, poi ridiscutiamolo, p. 67

M. Tozzato
Abbozzo di una critica del concetto di sostanza di valore in Marx, p. 74

G. Paciello
L’irresistibile discesa di Benny Morris. Un “nuovo” storico
diventato vecchio, anzi razzista, p. 80


M. Brumini
1917-2007: Novanta anni dopo la Rivoluzione bolscevica.
Raccogliere l’eredità, per andare oltre, p. 99

C. Preve
Gianni Vattimo. Un comunista postmoderno?, p. 107


La rivista quadrimestrale Comunismo e Comunità consta di 124 pagine ed ha il prezzo consigliato di 7,50 eu
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mercoledì, 28 novembre 2007

AFGHANISTAN: PICCOLO DOSSIER SU CIO’ CHE GLI ITALIANI NON DEVONO SAPERE

(a cura di G. La Grassa e A. Berlendis)

Nel pezzo scritto ieri sera per il blog, avevo preannunciato l’inserimento di un articolo di poco meno di un mese fa apparso, a quanto ne so, soltanto sul Sole24ore (almeno per quanto riguarda la grande stampa di carattere nazionale). Quanto alla TV, non credo proprio che abbia mai dato le notizie qui riportate. Un nostro “bloggista” ha poi “scovato” altri due articoli che non hanno certo avuto diffusione. Non sono notizie “di giornata”, ma ritengo utile che siano conosciute più largamente, perché indicano con estrema chiarezza quale tipo di “missione di pace” sia quella condotta in Afghanistan, anche dalle nostre truppe. Ed è vero che tali notizie sono nascoste perfino dalla sinistra detta “estrema”, che fa la “pacifista” e, per salvarsi l’anima”, chiede il ritiro delle truppe, ma non fa mai cadere un governo di ipocriti e mentitori, al servizio dei guerrafondai imperialisti USA. Adesso, per l’ennesima volta, ci si dichiara pronti a votare a favore di questo governo, ma con “verifica a gennaio”. Che cialtroni! Mai visto individui più marci di così. Ma tanto sanno di poter fare di tutto con quella parte della popolazione italiana (la peggiore e più corrotta) che continua a sostenerli e votarli. A questo punto, le socialdemocrazie del 1914 erano di un candore abbagliante di fronte a questo ciarpame che ha solo l’apparenza dell’umano. Ma pagheranno, oh se pagheranno! Purtroppo, non saremo noi a farli pagare; non importa, purché paghino!!

 

Soldati italiani in battaglia

di Gianandrea Gaiani   da Il Sole 24 Ore del 31/10/2007

Afghanistan. Offensiva dei taiebani nella provincia di Farah, sotto il comando del generale Macor

 

I talebani sono penetrati in forze nel settore dell'Afghanistan occidentale presidiato dalle truppe Nato sotto il comando italiano. Lunedì, circa 400 jihadisti provenienti dalla provincia meridionale di Helmand sono entrati nel distretto di Gulistan, nella provincia di Farah, la più calda tra le quattro assegnate al Comando regionale Ovest della Nato, guidato dal generale degli alpini Fausto Màcor.

Secondo quanto riferito dal capo della polizia di Gulistan, Abdul Rehman Sarjang, i talebani si sono uniti ai guerriglieri locali per prendere il controllo del capoluogo dove «hanno sparato contro la popolazione uccidendo sette persone». Un portavoce dei talebani, Yousuf Ahmadi, ha confermato la conquista del distretto abitato da circa 55mila persone, per l'8o% di etnia pashtun e per il resto tagiki.

Sarjang ha dichiarato che i suoi agenti hanno subito tre caduti, ma hanno ucciso o ferito oltre una ventina di talebani prima di ripiegare di fronte alla superiorità numerica del nemico. «Abbiamo dovuto effettuare una ritirata tattica», ma l'ufficiale ha confermato che truppe afghane e della Nato stanno combattendo per «riprendere il controllo totale del distretto». Un'affermazione che confermerebbe il coinvolgimento delle truppe italiane schierate a Farah insieme a 200 militari americani del Provincial reconstruction team e a un reparto di Berretti verdi, forze speciali che dipendono però dal comando di Enduring Freedom.


Proprio per contrastare la penetrazione talebana, il comando italiano ha dislocato fin dall'anno scorso a Farah un centinaio di fanti della Forza di reazione rapida e alcuni distaccamenti di incursori. Nessuna fonte ufficiale italiana ha fornito notizie sulle operazioni in corso. Secondo indiscrezioni le truppe italiane per il momento non parteciperebbero direttamente agli scontri, ma fornirebbero supporto a un battaglione dell'esercito afghano e ai reparti di polizia impegnati nei combattimenti.

I mezzi in dotazione comprendono tre elicotteri da trasporto CH-47, due velivoli teleguidati da ricognizione Predator (in grado di mantenere per lungo tempo una sorveglianza capillare del territorio) e cinque elicotteri da combattimento Mangusta (due recentemente spostati dall'aeroporto di Herat alla base di Farah).

Se i dati forniti dalla polizia verranno confermati, quella in corso nel Gulistan è la più grande offensiva talebana nel settore a comando italiano. Per questo pare improbabile che le truppe italiane e alleate non vengano coinvolte nei combattimenti tenendo conto della debolezza delle truppe governative e che i consiglieri militari italiani e americani addestrano e accompagnano in azione i battaglioni afghani.

Il distretto del Gulistan era già stato occupato dai talebani che ne vennero cacciati dopo aspri combattimenti nel settembre 2005, in base alla tattica che prevede di assumere il controllo di un distretto per poi ritirarsi all'arrivo dei rinforzi alleati. Con l'esclusione di Musa Qala, a Helmand, ormai da un anno in mano agli uomini del mullah Omar.

MISTERI AFGHANI

Analisi Difesa anno 8 numero 82  del  27 novembre 2007

Editoriale

di Gianandrea Gaiani

14 novembre - E’ proprio vero che il genio italico non conosce confini. Anche negli angoli più remoti del mondo sappiamo imporci per la nostra capacità di integrarci con le popolazioni locali, superandole spesso per capacità nelle loro caratteristiche peculiari. Tutti sanno che l’Afghanistan è una terra misteriosa ma pochi si sono accorti che dopo cinque anni di missione a Kabul e a Herat noi italiani siamo riusciti ad essere più misteriosi degli afgani soprattutto quando si tratta di raccontare le operazioni belliche. Una vecchia regola della comunicazione ci ricorda che “più si parla più aumentano le probabilità di dire sciocchezze” ma a volte anche il silenzio rischia di coprire di ridicolo specie quando si tratta del silenzio delle istituzioni. I misteri afgani o i misteri italiani in Afghanistan cominciano ad essere molti, a nostro avviso troppi per un paese democratico.

Il mistero del blitz - A quasi un mese e mezzo dal blitz del 24 settembre che portò alla liberazione dei due agenti del SISMI catturati dai talebani, nulla è stato finora chiarito. Il maresciallo Lorenzo D’Auria pare sia deceduto in seguito alle ferite provocate dagli incursori britannici dello Special Boat Service. Pare, perché di certo nulla è stato detto da nessuna fonte ufficiale. Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, in Parlamento ha ammesso di non disporre dei dettagli sull’operazione mentre secondo Massimo Brutti, vice presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi che ha ascoltato l’ammiraglio Bruno Branciforte, “il SISMI non ha elementi diretti su come si è svolto il blitz”. Possibile che né il ministro né i servizi d’intelligence sappiano raccontarci com’è andata quella vicenda ? Eppure l’operazione è stata condotta dal comando NATO di Herat, guidato dal generale italiano Fausto Macor, che ha attivato per il blitz la Task Force 45, l’unità di forze speciali italiane comandata da un ufficiale del 9° reggimento Col Moschin. Secondo quanto riferito da notizie d’agenzia, l’ammiraglio Branciforte avrebbe ammesso che alcuni italiani si trovavano sugli elicotteri quando è scattata l'operazione delle forze inglesi anche se il compagno di sventura di D’Auria ha riferito di aver visto solo “personale inglese”. Da quanto reso noto l’intelligence aveva scoperto l’edificio dove erano detenuti i due militari ma il governo non autorizzò il blitz notturno degli incursori italiani per non mettere in percolo i civili del villaggio. Azioni del genere vengono però preferibilmente condotte di notte. I civili dormono (anche se il Ramadan aumenta le attività notturne della popolazione), così come parte dei sequestratori e gli incursori devono attaccare bersagli fissi contando sul vantaggio offerto dai visori notturni dei quali i talebani sono privi. Fonti autorevoli hanno riferito che il via libera al raid arrivò da Roma troppo tardi, quando ormai in Afghanistan era l’alba. Ritardi dovuti alle accese discussioni su rischi e implicazioni politiche del blitz, complicati dalla trasferta a New York di Romano Prodi e Massimo D’Alema. Anche la dinamica dell’attacco suscita perplessità. I britannici, da forze di supporto, divennero protagonisti quando i mezzi con gli ostaggi partirono verso sud richiedendo un attacco immediato anche se il commilitone di D’Auria ha riferito che il blitz è scattato dopo due ore di viaggio. Gli incursori italiani entrarono nel covo ormai abbandonato dei talebani mentre i britannici attaccarono i due veicoli impiegando elicotteri e Land Rover in un attacco frontale necessario ma che ha esposto gli ostaggi. Strano poi che due italiani siano stati liberati da incursori britannici con un raid condotto all’interno del settore italiano e quando i nostri reparti speciali si trovavano in quell’area. Vuoi vedere che a Roma hanno preferito lasciare agli inglesi il lavoro sporco per avere meno rogne dai loro “alleati” ambientalisti e comunisti?

Il mistero dei mezzi “saltati in aria" - Intervenendo il 30 ottobre all’apertura dell'anno accademico della Scuola di Applicazione di Torino, il capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Fabrizio Castagnetti ha dichiarato alla stampa che “di questo passo rischiamo di non poter sostituire i mezzi che i talebani ci fanno saltare in aria”. Un commento schietto ai possibili tagli della legge Finanziaria sul Bilancio della Difesa ma l’espressione utilizzata induce a porsi una domanda. Quanti mezzi italiani sono stati fatti saltare in aria dai talebani ? La censura posta dal ministro Parisi sulle operazioni in Afghanistan non solo impedisce ai reporter di seguire sul campo le attività dei nostri militari ma ha anche ridotto quasi a zero il flusso d’informazioni fornite dagli uffici stampa di Kabul ed Herat. In base alle scarne notizie degli ultimi 12 mesi i mezzi distrutti dai talebani dovrebbero essere due blindati Puma, tre veicoli Lince e un fuoristrada di modello civile. L’affermazione del generale Castagnetti sembrerebbe però indicare che i mezzi andati perduti siano molti di più di una mezza dozzina dal momento che, se così non fosse, la loro sostituzione non costituirebbe un grave problema finanziario. Considerato che alcuni scontri a fuoco che hanno coinvolto i nostri soldati sono stati rivelati solo da fonti giornalistiche, è quasi certo che, in assenza di vittime italiane, molte azioni di combattimento non siano state rese note dal Ministero della Difesa. Veicoli e mezzi blindati potrebbero aver subito seri danni o essere stati distrutti da mine stradali, lanciarazzi talebani o colpi di mortaio e razzi sparati dentro le basi della NATO. Attacchi che potrebbero anche non aver provocato danni seri agli equipaggi. Considerato che i mezzi li paghiamo noi contribuenti, sarebbe utile sapere da fonti ufficiali come stanno le cose.

Il mistero della battaglia invisibile - I progressi della tecnologia militare italiana hanno raggiunto livelli portentosi nella prima decade di novembre. Ormai sono molti i paesi avanzati in grado di mettere in campo aerei e navi “stealth”, cioè invisibili ai radar. Noi italiani però operiamo con successo su scala ben più ampia rendendo invisibile una grande battaglia in corso ormai da quasi due settimane. Come vi raccontiamo nell’articolo di copertina oltre 700 talebani hanno conquistato a fine ottobre due distretti della provincia di Farah mettendone a ferro e fuoco un altro. Indiscrezioni e frammenti di notizie sono emerse da fonti afgane e internazionali ma dal comando di Herat e dal Ministero a Roma nessuno ha rilasciato commenti o dichiarazioni. Eppure laggiù sono i nostri soldati a combattere. O almeno dovrebbero visto che alcune fonti afgane rilevano accuse della popolazione che rimprovera i soldati alleati (cioè gli italiani) di non affiancare le truppe locali in combattimento. Un’affermazione infamante, che ha il sapore di un’accusa di codardia ma alla quale finora nessuno, in uniforme o in doppiopetto, ha risposto. Neppure uno scarno comunicato o un “stiamo ripiegando su posizioni prestabilite”, la formula usata dalla propaganda per edulcorare le sconfitte durante la seconda guerra mondiale. Anche la riconquista di uno dei due distretti perduti , il 9 novembre, è giunta da fonti locali confermate l'11 novembre da un interessante comunicato del comando della Combined Joint Task Force 82 che dal quartier generale di Bagram ha riferito della liberazione di Gulistan effettuata da truppe afgane, della NATO e di Enduring Freedom.

Circa 500 soldati italiani, afgani e americani hanno combattuto e vinto insieme. Ma Parisi e D'Alema non ci avevano detto che non ci sarebbero più state sovrapposizioni tra ISAF ed Enduring Freedom nel nostro settore ? Ricordiamo male o iI due ministri si erano addiruttura spinti a chiedere la chiusura della missione antiterrorismo americana ? Che sia questo il mistero da tenere segreto agli alleati di governo verdi e comunisti che certo mal digerirebbero la notizia che gli italiani in Afghanistan combattono al fianco degli amerikani? Sotto pressione, la Difesa ha risposto il 14 novembre all'interrogazione dell'onorevole Severino Galante (Pdci) ammettendo che nell'a prima decade di novembre militari italiani "in attività di ricognizione e supporto alle forze di sicurezza afgane hanno subito isolati attacchi da parte di elementi ostili" ed hanno risposto al fuoco"..

Il mistero delle vittime civili - Il cittadino/contribuente italiano non deve sapere che è in corso la più massiccia offensiva talebana contro il settore presidiato dai nostri soldati, né che il 5 novembre è stata denunciata la morte di alcuni civili colpiti per errore dai bombardamenti aerei della NATO contro un gruppo di talebani nella provinciali Badghis. Un’area affidata alle truppe spagnole ma sotto il comando italiano. Vuoi vedere che anche gli italiani, dopo aver accusato gli anglo-americani di bombardare indiscriminatamente i civili, ordinano ai jet di colpire i talebani nonostante i rischi di provocare danni collaterali? Le vittime civili di Badghis, come sempre tutte da confermare, sarebbero due bambini, colpiti da bombe che avrebbero distrutto molte case. Anche su questo argomento tutto tace, anzi, tutti tacciono. Un silenzio che stride ancor di più notando che alle stesse domande rispondono senza difficoltà militari e politici afgani ai quali, di questo passo, dovremmo chiedere presto una mano per ripristinare la democrazia in Italia. L’aspetto più incredibile è la miopia e l’arroganza di una classe politica che zittisce e mortifica i militari mentre nega l’informazione all’opinione pubblica, senza rendersi conto che così facendo si sta scavando da sola la fossa. A quel funerale saranno in pochi a spargere lacrime.

 

Afghanistan, guerra sul fronte occidentale La provincia di Farah, sotto comando italiano, sta cadendo in mano ai talebani

 02.11.2007  http://www.peacereporter.net/

Si combatte ormai da cinque giorni sul fronte occidentale di Farah, provincia rientrante sotto il comando regionale italiano di Herat. L’esercito afgano, nonostante il supporto aereo della Nato, non riesce a fermare l’avanzata talebana partita all’inizio della settimana.

L’avanzata talebana verso ovest. Oltre settecento guerriglieri armati fino ai denti e dotati di decine di fuoristrada erano scesi lunedì dalle loro roccaforti sulle montagne di Musa Qala, nella provincia di Helmand, muovendo verso ovest e prendendo il controllo del distretto montano di Gulistan, nella parte orientale della provincia di Farah. Da lì, due giorni dopo, hanno proseguito la loro avanzata verso ovest, calando in forze nelle vallate del distretto di Bakwa. L’esercito governativo e la polizia afgana non hanno potuto fare altro che ripiegare e chiamare i rinforzi Nato arrivati sotto forma di cacciabombardieri e forze speciali – che in questa area comprendono alcune decine di incursori dell’esercito e della marina italiani. Qari Mohammad Yousuf, portavoce dei talebani, ha dichiarato che il loro obiettivo è prendere il controllo di tutta la provincia.

Trecento morti in una settimana. Il bilancio ufficiale dei combattimenti, che ora infuriano a poche decine di chilometri dal capoluogo provinciale, è finora di oltre venti militari afgani morti e di circa sessanta presunti talebani uccisi. Si parla anche di diverse vittime tra i civili, che il governo attribuisce però al fuoco talebano.

In contemporanea con l’avanzata verso ovest, dalle loro basi nell’Helmand settentrionale i talebani hanno scatenato altre offensive anche verso sud e verso est, attaccando il distretto di Nad Alì nella provincia di Helmand, quello di Arghandab nella provincia di Kandahar e quello di Baluch nella provincia di Uruzgan. Le forze Nato britanniche, canadesi e olandesi sono riuscite a respingere gli attacchi solo dopo violente battaglie nelle quali, secondo la Nato, sarebbero rimasti uccisi circa 180 presunti talebani e molti soldati afgani. Vittime che portano a quasi 300 i morti della sola ultima settimana di guerra in Afghanistan, e a oltre 6 mila quelli dall’inizio del 2007.

Enrico Piovesana

 

 

 

 

 

 

 

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 11:29 | link | commenti (6)
categorie: usa , afghanistan, guerra, , nato
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