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martedì, 05 febbraio 2008

CRISI NELLA BANCA MONDIALE E NEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE

 (Eric Toussaint, fonte IPS, trad. di G.P.)

La Banca mondiale ed il FMI vivono una grave crisi di legittimità. Paúl Wolfowitz presidente della banca dal giugno 2005, è stato obbligato a dimettersi nel giugno 2007 dopo lo scandalo per il caso di nepotismo che lo ha visto protagonista. Mentre molti Stati membri della banca affermavano che era già tempo di mettere a capo dell'istituzione un cittadino o una cittadina del Sud, il presidente degli Stati Uniti ha imposto per l’undicesima volta uno statunitense alla presidenza, Robert Zoellick. All'inizio del luglio 2007 è stato il turno del Direttore generale del FMI, Rodrigo Rato, di comunicare all'improvviso le sue dimissioni. Gli stati europei si sono messi d'accordo per sostituirlo con un francese, Dominique Satrauss-Kahn. Questi fatti recenti hanno messo in evidenza dinanzi alla popolazione dei paesi in via di sviluppo (Ped) come i governi dell'Europa e degli Stati Uniti vogliono mantenere il controllo, senza fessurazioni, delle due principali istituzioni finanziarie multilaterali, mentre un altro europeo, Pascal Lamy, presiede l'OMC. Riassumendo, tanto le circostanze delle dimissioni di Paúl Wolfowitz come la designazione di nuovi direttori alle principali istituzioni che dirigono la globalizzazione dimostrano che il buon governo acquisisce un senso molto relativo quando si tratta della divisione del potere su scala internazionale.

La dimissione forzata di Paúl Wolfowitz

Braccato nel suo fortino, Paúl Wolfowitz ha comunicato nel maggio 2007 la sua rinuncia come presidente della Banca mondiale. Il caso di nepotismo e d'aumento sproporzionato del salario della sua compagna era in realtà nulla più che un semplice "errore" commesso da qualcuno che agiva in "buona fede"? Bagattelle... Conoscere Wolfowitz permette di comprendere meglio come si è arrivati fino a lì. Nel marzo 2005, la decisione di mettere alla presidenza della Banca mondiale il sottosegretario di Stato alla difesa, uno dei principali architetti dell'invasione militare dell'Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003, ha fatto scorrere molto inchiostro. Wolfowitz è un autentico prodotto dell’ apparato di Stato degli USA. Si è interessato, subito, di questioni di strategia militare. Nell'1969, ha lavorato per una commissione del congresso allo scopo di convincere il senato della necessità che gli Stati Uniti dovessero dotarsi di uno scudo antimissile contro l'Unione sovietica. Lo ha ottenuto. Un filo conduttore nel suo pensiero strategico: identificare gli avversari (l'URSS, la Cina, Iraq...) e dimostrare che sono più pericolosi di quanto uno possa immaginare, per giustificare uno sforzo supplementare di difesa (aumento del bilancio, fabbricazione di nuove armi, dispiegamento massiccio di truppe all’estero...), arrivando fino all'inizio di offensive o di guerre preventive. Conosciamo già il seguito.

Due parole sulla traiettoria asiatica di Wolfowitz: dal 1983 al 1986, ha diretto il settore Asia dell'Est e Pacifico del dipartimento di Stato con Ronald Reagan, prima di essere ambasciatore degli Stati Uniti in Indonesia tra il 1986 e 1989. In questo periodo ha attivamente sostenuto regimi dittatoriali, come quello di Ferdinand Marcos nelle Filippine, di Chun Doo Hwan in Corea del Sud o di Suharto nell'Indonesia. Dopo la mobilitazione popolare che ha espulso Ferdinand Marcos nel 1986, Wolfowitz ha organizzato il volo del dittatore, che ha trovato rifugio alle Hawaï, il 50º stato degli USA. Tuttavia, non occorre pensare che Wolfowitz sia il cattivo ragazzo a capo di un'istituzione generosa ed immacolata. E ora di squarciare il velo ed di esigere dalla Banca mondiale che renda conto delle sue azioni da oltre 60 anni, in particolare per quanto riguarda i seguenti punti:

- Durante la guerra fredda, la Banca mondiale ha utilizzato l'indebitamento con fini geopolitici ed ha sostenuto sistematicamente gli alleati del blocco occidentale, regimi dittatoriali (Pinochet in Cile, Mobutu nello Zaire, Suharto nell'Indonesia, Videla in Argentina, il regime di apartheid in Sudafrica, ecc...) che violavano i diritti umani, dirottando verso essi somme considerevoli, e continua sostenendo regimi della stessa natura (Déby nel Chad, Sassou Nguesso in Congo, Biya in Camerun, Musharraf in Pakistán, la dittatura a Pechino, ecc...)

- Nel corso degli anni 60, la Banca mondiale ha trasferito a diversi paesi africani di recente indipendenza (Mauritania, Congo-Kinshasa, Nigeria, Kenia, Zambia, ecc...) i debiti che avevano contratto le rispettive metropoli per colonizzarli, in violazione totale del diritto internazionale;

- Una gran parte dei prestiti accordati dalla Banca mondiale sono serviti a portare avanti politiche che hanno causato danni sociali ed ambientali considerevoli, per fornire accesso a bassi costi alle ricchezze naturali del Sud;

- Dopo la crisi del debito del 1982, la Banca mondiale ha sostenuto le politiche d'adeguamento strutturale promosse dalle grandi potenze e dal FMI, che hanno determinato una riduzione radicale dei bilanci sociali, la soppressione delle sovvenzioni ai prodotti primari, le privatizzazioni massicce, tasse che hanno peggiorato le disuguaglianze, una liberalizzazione demenziale dell'economia che ha esposto i produttori locali alla competizione sleale delle multinazionali. Misure che hanno seriamente deteriorato le condizioni di vita delle popolazioni portando ad una vera colonizzazione economica;

- La Banca mondiale ha seguito una politica che ha riprodotto la povertà e l'esclusione anziché combatterle, ed i paesi che l’hanno applicata alla lettera sono sprofondati nella miseria; in Africa, il numero di persone che sopravvivono con meno di un dollaro al giorno è raddoppiato dal 1981, più di 200 milioni di persone soffrono la fame ed in 20 paesi africani la speranza di vita è sotto i 45 anni.

- Nonostante le proclamazioni magniloquenti, il problema del debito dei paesi del terzo mondo si mantiene nella sua totalità, perché le riduzioni della Banca mondiale sono riservate ad un piccolo numero di paesi docili, invece di rappresentare la fine di una dominazione implacabile, la riduzione del debito non è più di una cortina di fumo che occulta la contropartita di riforme economiche draconiane, che vanno nel senso dell'adeguamento strutturale. Il passivo della Banca mondiale è troppo ingombrante perché sia limitato alle dimissioni di Paúl Wolfowitz. La sua sostituzione con Robert Zoellick non costituisce un miglioramento.

Robert Zoellick, rappresentante commerciale degli Stati Uniti

Zoellick non ha alcuna qualificazione in materia di sviluppo. Sotto il mandato precedente di Bush è stato il principale rappresentante degli Stati Uniti nell'ambito dell'OMC, ed ha privilegiato sistematicamente gli interessi commerciali della più grande potenza economica mondiale a dispetto degli interessi dei paesi in via di sviluppo. Nel corso dei preparativi della riunione dell'OMC a Doha, nel novembre 2001, aveva fatto visita ai governi africani per comperare voti. SI trattava di accettare l'ordine del giorno di Doha, che è deragliato fortunatamente alla fine del 2007. In seguito si è specializzato nel negoziato dei trattati bilaterali di libero commercio firmati dagli Usa con vari PED (Cile, Costa Rica, Repubblica dominicana, Guatemala, Honduras, Giordania, il Marocco, Nicaragua, El Salvador, ecc.), che favoriscono gli interessi delle multinazionali americane e limitano l'esercizio della sovranità dei paesi in via di sviluppo, prima di arrivare ad essere segretario di Stato aggiunto, con Condoleezza Rice. A decorrere dal luglio 2006, Robert Zoellick è stato vicepresidente del Consiglio d'amministrazione della banca Morgan Stanley, incaricato delle questioni internazionali. È importante ricordare che quest'ultima è una principali banche d'affari di Wall Street, chiaramente implicata nella crisi dei debiti privati esplosa nell'agosto 2007 negli Stati Uniti. Inoltre, Morgan Stanley ha preso parte attivamente alla creazione di un assemblaggio colossale di debiti privati a partire dalla bolla speculativa del settore immobiliare. Robert Zoellick andò via da Wall Street per occupare il posto di Paúl Wolfowitz alla presidenza della Banca mondiale nel luglio 2007, appena in tempo per non essere implicato direttamente nella crisi.

La seducente divisa della Banca mondiale (il "nostro sogno, un mondo senza povertà") non deve fare dimenticare che fondamentalmente l'istituzione soffre per un grave difetto di forma: è al servizio degli interessi geostrategici degli Stati Uniti, delle sue grandi imprese e dei suoi alleati, ed è indifferente dinanzi alla sorte della popolazione povera del terzo mondo. Di conseguenza, c'è una sola soluzione in vista: l'eliminazione della Banca mondiale ed il suo rimpiazzo nel quadro di una nuova architettura istituzionale internazionale. Un fondo mondiale di sviluppo, nel quadro delle Nazioni Unite, potrebbe essere legato alle banche regionali di sviluppo del Sud, sotto il controllo diretto dei governi del Sud, in maniera democratica e trasparente.

Dominique Strauss-Kahn, nuovo direttore del FMI

il 1º novembre 2007, Dominique Strauss-Kahn ha assunto prudentemente le sue funzioni davanti al FMI, dopo un lungo processo sapientemente orchestrato: opzione per la sua candidatura da parte di Nicolas Sarkozy allo scopo di indebolire ancora di più l'opposizione politica in Francia; accordo molto rapido sul suo nome da parte dei 27 paesi dell'Unione europea, per tagliare bruscamente le critiche sulla norma tacita che attribuisce ad un europeo la presidenza del FMI (in cambio della direzione della Banca mondiale ad un americano); campagna in numerosi paesi sostenuta da una dispendiosa agenzia di pubblicità, basata l'argomento della "riforma" del FMI e del suo aiuto ai paesi poveri; comparsa sorprendente di un altro candidato (il ceco Josef Tosovky), senza alcuna possibilità di essere scelto, ma che ha dato al processo un aspetto democratico; e finalmente, la designazione all'unanimità di Dominique Strauss-Kahn. Il fine di questa manovra di prestidigitazione mediatica era di mascherare la realtà del FMI, in così grave crisi di legittimità. I paesi di Sud non vogliono più ricorrere a quest’ultimo per sottoporsi in seguito alla sua dominazione selvaggia. Molti di loro (il Brasile, l'Argentina, l'Indonesia, ecc...) sono arrivati anche a saldare il loro debito per liberarsi della sua tutela stringente. E quindi, attualmente il FMI non riesce a coprire le sue spese di funzionamento e la sua stessa esistenza è minacciata. Da qui quella "riforma" necessaria, non per insufflare un cambiamento democratico che tiene conto dell'interesse della popolazione più povera, ma per garantirsi nulla di meno che la propria sopravvivenza ed affrontare la forte contestazione proveniente da ogni parte del pianeta. Il FMI è una istituzione che esige da oltre 60 anni, con la più grande prepotenza, che i governi dei PED applichino misure economiche che favoriscano i ricchi, i creditori opulenti e le grandi imprese. A tal fine, durante gli ultimi decenni il FMI ha contribuito con un appoggio essenziale a tanti regimi dittatoriali e corrotti, da Pinochet in Cile a Suharto in Indonesia, a Mobutu nello Zaire e Videla in Argentina, e, attualmente, Sassou Nguesso in Congo Brazzaville, Déby nel Chad, tra molti altri.

Dopo la crisi del debito degli inizi degli anni 80, il FMI ha imposto senza osservazione intensa dei programmi d'adeguamento strutturale che hanno avuto conseguenze disastrose per i popoli del Sud: tagli dei bilanci sociali, apertura dei mercati alle multinazionali che rovinano i piccoli produttori locali, produzione focalizzata all'esportazione abbandonando il principio della preminenza alimentare, privatizzazioni, un regime fiscale che accentua le differenze... Nessuna istituzione può mettersi sopra i testi e i trattati internazionali, ma il FMI si arroga nei suoi statuti di un'immunità giuridica assoluta. D'altra parte, non potrà essere fatta alcuna riforma senza il consenso degli Stati Uniti, che detengono potere di veto, qualcosa di assolutamente inaccettabile. Qualsiasi progetto di riforma che modifica le relazioni di forza internazionali può essere bloccato dai rappresentanti dei grandi creditori. Questi elementi rendono impossibile ogni cambiamento accettabile del FMI. Di conseguenza, poiché il FMI ha in gran parte dimostrato il suo fallimento in termini di sviluppo umano e che è impossibile esigere che esso renda conto della sua attività da 60 anni, occorre reclamare la sua dissoluzione e la sua sostituzione con un'istituzione a gestione trasparente e democratica, la cui missione sia centrata a garantire il compimento dei diritti fondamentali. E questo perché le principali campagne per l'annullamento del debito su scala mondiale hanno cominciato a venire a capo di un controllo sulle istituzioni finanziarie internazionali, con il FMI e la Banca mondiale in testa.

Eric Toussaint,

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CRISI FINANZIARIA ? di G. Duchini

 

Dopo che Hilferding pose al centro della sua indagine il Capitale Finanziario (1910), con l’intreccio tra Capitale Bancario e Capitale Industriale, si avviò un lungo dibattito sulle ‘crisi’ dello sviluppo capitalistico di tutto il Novecento (già in auge, nel secolo precedente, in seguito alla grande depressione economica del 1873). Nella letteratura economica dell’ultimo secolo, non furono molti gli studiosi che si cimentarono nell’ardua impresa, onde risalire alle cause primarie delle crisi; ma per loro fu più facile proporre soluzioni di uscita non sempre pienamente efficaci (si pensi agli interventi di Roosvelt sulla Spesa Pubblica per far fronte alla crisi del ’29 ).

A quelle soluzioni si accompagnarono  interpretazioni varie che sedimentarono, lungo tutto il secolo, un ginepraio ideologico di proposte su come uscire dalla crisi: da quelle  marxiste, a quelle neo-post-keynesiane, fino a quelle neoliberiste della ‘mano invisibile’ di smithiana memoria, tutte riconducibili al simulacro della maggiore Spesa Pubblica ( per far ripartire lo Sviluppo economico attraverso l’innalzamento del livello della domanda dei consumi).

    Il perché in determinate fasi il capitale Finanziario estende in modo determinante la sua influenza, sino a contribuire a determinare la fine di una intera fase monocentrica dello sviluppo economico (non certo del capitalismo), rimane  sospeso: si tratterebbe di andare oltre, su un terreno di ricerca completamente nuovo, uno sforzo che non rientra nell’ orizzonte teoretico dell’Economista ufficiale. Sulla funzione del Capitale Finanziario, Gianfranco La Grassa, ha svolto un’ opera meritoria, suscettibile di ulteriori approfondimenti, che decostruisce il vecchio scenario (ingolfato dalle sedimentazioni marxiste sulla finanza parassitaria) ed apre un nuovo campo d’indagine e di ricerca teorica sul capitalismo. Occorre, in altre parole,  “riallocare” la sfera finanziaria e darle il suo giusto posto, poiché “non esiste alcuna oggettiva e deterministica deriva parassitaria della finanza; essa non è necessariamente padrona della situazione in ogni congiuntura; il suo rapporto con i gruppi di agenti strategici dominanti (anch’essi interconflittuali) della sfera politica e ideologica-culturale si caratterizzano differentemente in contingenze specifiche e diverse. …….una questione da vedere caso per caso, che si risolve a seconda di determinate congiunture o determinate funzioni cui tale complesso assolve a seconda dell’articolazione geopolitica dei diversi sistemi-paesi sul piano mondiale.”

    La pubblicistica politica corrente tende a spiegare la crisi economica-finanziaria con tutto l’armamentario statistico e probabilistico che è in grado di dispiegare, una specie di termometro che misura  la temperatura della febbre finanziaria, lasciando sul campo soltanto interpretazioni riduttive, totalmente aliene a qualsiasi presupposto teorico di ricerca circa le cause da cui  possono derivare interpretazioni più generali; da questa  premessa si può partire cercando però di discernere il “grano dal loglio” della ricerca empirica, nell’unica accezione di collocazione possibile: entro le strategie finanziarie derivate dai rapporti di dominanza instaurate dalla predominanza Usa.

      L’ipertrofia finanziaria Usa ha invaso tutte le economie, contagiandole con i prodotti finanziari (titoli spazzatura), in misura maggiore o minore rispetto alle resistenze che il (pre)dominio (Usa) ha incontrato nei singoli stati mentre un discorso a parte meriterebbe la Russia non toccata da questa crisi. L’Europa ha rappresentato l’area dove maggiormente si è concentrata l’attenzione Usa in particolare sui suoi sistemi finanziari interni entro “standard internazionali” da tenere sotto controllo,  riguardo alle politiche monetarie e fiscali, ai sistemi bancari, alla struttura proprietaria delle imprese, ai sistemi contabili…Il controllo degli standard dei vari paesi è stato affidato dal dopoguerra ad oggi, al Fmi (Fondo Monetario Internazionale) coadiuvato dagli organismi internazionali che pubblicano i vari indici ” Moody, Doww Jones,… per le verifiche dei codici di comportamento dei singoli paesi. Se i paesi facenti parte del Fmi non ottemperano alle regole predisposte, al fine di prevenire le crisi, si consiglia (s’impone!) il risanamento, un rientro entro i vincoli delle misure di compatibilità alle strategie preventive del Fmi. Per rendere tali azioni più efficaci, si attivano le truppe coloniali della finanza rappresentate dalle Banche d’Affari private Usa, che accompagnano gli interventi di indirizzo strategico del Fmi concedendo al “paese in crisi” linee di credito,  che  hanno agito, nel tempo, sempre più in profondità,  direttamente nei gangli vitali delle economie poste sotto tutela inserendo, talvolta, i propri consulenti negli organismi chiave di controllo del sistema finanziario e monetario del paese sotto osservazione (si pensi a questo proposito alla nomina di Draghi come governatore della Banca d’Italia, dopo essere stato Vice Presidente della Goldman Sachs (banca d’affari Usa).

    Per consolidare gli indirizzi strategici Usa e rendere permanente e più incisivo il dominio  sul paese in crisi (di autonomia) nella componente finanziaria e come parte di una strategia complessiva, si è trasformata la forma del Capitale Finanziario passando  dal controllo diretto sulle imprese a quello indiretto per il tramite della liquidità (si pensi a tutti i prodotti finanziari in circolazione posseduti dalle banche e dalle imprese) e come conseguenza di questo, nel cambio di natura del credito(prestito) bancario; su questo aspetto, in modo del tutto grossolano, una prima conclusione si può porre: la crescita esponenziale della liquidità internazionale (in sostituzione alla moneta) è posta in relazione alle capacità di indebitamento dei paesi, attraverso gli strumenti essenziali delle politiche fiscali, salariali, riduzione delle politiche sociali, per garantire a tutto il sistema, i serbatoi  nazionali da cui attingere liquidità. Il lavoro “sporco” di trasferimento di liquidità (nazionale), avviene nei confronti di un potere locale, sempre meno autonomo rispetto ad un potere di interdizione Usa, nella concessione di un credito (finanziario) diventato nel tempo un prodotto finanziario; in pratica si concedono, cioè si vendono, debiti (vedi subprime) che il paese Centrale non è più in grado di recuperare, trasformando la funzione della moneta, da intermediaria degli scambi, in attività finanziaria;  la simil-moneta (finanziaria) in sostituzione di quella buona (la moneta cattiva caccia quella buona).

    Per certi aspetti si vive un grande paradosso economico: il debito di ciascun paese mantiene con il proprio deficit l’intero apparato finanziario internazionale Usa, un paradosso che spinto all’estremo porta alle conclusioni che le capacità di indebitamento dei singoli paesi diventano speculari alla crescita della liquidità internazionale, come conseguenza di un sistema che alimenta se stesso. Ma questo complesso meccanismo economico finanziario a dominio Usa si è inceppato, non funziona più; si dice: “ la crisi finanziaria morde l’economia reale”e il Fmi taglia tutte le recenti analisi sulle  crescite in tutte le aree di sviluppo, a cominciare da America e Europa in testa; nessuno sarà esente dal rallentamento, la crescita globale dell’economia mondiale sarà  nel 2008 del 4,1%  invece che del 4,4%; negli Usa la crescita sarà all’ 1,5% (per i suoi standard è una quasi recessione) per l’Italia l’1% o giù di lì. Ma l’impressione che si ha è che si dovranno rivedere ulteriormente queste previsioni, quando lo stesso Fmi afferma che le preoccupazioni sul credito si allargano oltre il settore dei subprime. I governanti europei sembrano non avvertire il peggioramento delle prospettive di crescita quando si dichiara che l’Europa “ha buoni fondamentali per resistere alla bufera” o quando Draghi asserisce che le banche italiane non sono minimamente toccate dalla crisi dei subprime. Prodi leader dimissionario, in un eccesso di ottimismo  che rasenta la disperazione aggiunge che “il nostro sistema bancario è solido, avendo fatto un percorso di riorganizzazione in cui la politica non è intervenuta in modo indebito”.

     L’annuncio della crisi, da parte del grande sistema plutocratico del Fmi sotto ferreo controllo Usa che ha guidato il sistema finanziario di tutto il mondo occidentale prima e dopo la caduta del muro di Berlino, rappresenta un segnale paradigmatico dell’inizio di una nuova fase internazionale, un’avvisaglia sulla rottura di vecchi equilibri con l’ingresso delle nuove economie emergenti sulla scena mondiale. Un quesito da porre: la crisi di liquidità è rappresentata soltanto da una crisi del sistema finanziario o è una crisi più generale del dominio (monocentrico) Usa dovuto alla comparsa di paesi  competitivi in aree geografiche che si smarcano dalle pretese imperiali?

 

G.D. Febbraio ‘08

 

 

 

 

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 14:59 | link | commenti (8)
categorie: usa , africa, geopolitica
giovedì, 18 ottobre 2007

L’AFFERMAZIONE DI UNA STRATEGIA DI POTENZA: LA POLITICA AFRICANA DELLA CINA. Ultima parte.

fonte diploweb.com (trad. G.P.)

CAPITOLO II: QUALE FUTURO PER LA PACE E LA SICUREZZA IN AFRICA?

La presenza cinese in Africa si realizza in un contesto geopolitico portatore di rischi reali per il futuro della sicurezza del continente. Infatti, da un lato l'importanza degli investimenti fatti dalla Cina attraverso molti paesi africani, in particolare nel settore petrolifero, potrebbe tradursi concretamente sul piano della sicurezza con un impegno più marcato di Pechino. D'altra parte, l'offensiva cinese è di rilanciare le rivalità di Pechino con le altre potenze concorrenti, in questo caso gli Stati Uniti e le ex nazioni coloniali, fra cui la Francia.

Sezione 1. Il poker petrolifero: fattore di destabilizzazione

La bulimia petrolifera cinese è un fattore suscettibile di aizzare le rivalità politiche in un continente africano conosciuto per la fragilità delle sue strutture politiche ed economiche. Acconsentendo agli investimenti colossali in Africa, in paesi spesso instabili, è legittimo interrogarsi quando la Cina rispetterà scrupolosamente il principio di non ingerenza negli affari interni degli stati africani. L'atteggiamento di Pechino in Ciad, in Angola, in Costa d'Avorio e in Sudan lascia credere che la Cina non esiterebbe in un futuro prossimo ad intervenire militarmente o incoraggiare iniziative armate in Africa per garantire i suoi investimenti.

§1. Una presenza sempre più aperta nelle zone di conflitto

In Ciad, nuovo paese petrolifero ambito da Pechino nonostante le sue relazioni diplomatiche con Taiwan, la crisi istituzionale progressiva ha conosciuto il suo parossismo nel 2006 con la crisi nel Darfour e le offensive ripetute dei movimenti ribelli. L'aumento dei movimenti d'opposizione armata si è tradotto in molti attacchi che mirano a sovvertire il potere del Presidente Idriss Deby. Nel gennaio 2006, uno dei capi  dell'opposizione è stato ricevuto a Pechino, il che alimenta i sospetti di un aiuto cinese in tali combattimenti. Ndjamena non esita a denunciare l'aiuto militare cinese accordato alla raccolta di fondi per Démocratie e Liberté di Mahamat Nour, dagli ultimi attacchi di novembre e di dicembre 2006. La Cina è accusata di essere complice con il Sudan per accelerare la caduta del Presidente Idriss Deby e procedere ad una nuova ridistribuzione delle "carte" petrolifere. In Angola, paese appena uscito da una lunga guerra civile nel 1997, la Cina si è impegnata in una vasta operazione d’influenza che preoccupa gli osservatori. Si sostituisce al FMI ed alla BM per accordare prestiti preferenziali a questo paese in cambio del suo petrolio. È accusata dall'opposizione politica di finanziare la campagna elettorale del partito al potere, il MPLA. Senza pregiudizio per le prossime elezioni, inizialmente previste per il 2006 ma ancora rifiutate fino al 2008-2009, non è escluso che questo paese in ricostruzione non ricada nei demoni della violenza a causa della capacità della classe dirigente di sottrarsi alle critiche ed all'arbitrato della Comunità internazionale grazie alla manna cinese. Infine, in Costa d'Avorio, anche se il paese non presenta un grande interesse immediato sul piano energetico, la Cina approfitta della crisi attuale per stabilirsi durevolmente. Oltre al sostegno militare che accorda a questo paese in guerra civile dal 2002, la Cina porta un appoggio diplomatico alle autorità ivoriane. Così, in seguito ai bombardamenti del campo militare francese di Bouaké, nel novembre 2004, il Consiglio di sicurezza dell'ONU, con la risoluzione 1572, ha decretato un embargo sulle armi e sanzioni contro le persone riconosciute colpevoli "di violazioni gravi dei diritti dell'uomo e del diritto internazionale umanitario in Costa d'Avorio". Nel febbraio 2006, dopo gli attacchi dei partigiani del Presidente Laurent Gbagbo contro le forze onu, il Consiglio di sicurezza ha deciso di colpire gli istigatori di queste violenze con il congelamento dei loro averi ed il divieto di uscire dal paese. Pur approvando la risoluzione dell'ONU, Pechino è comunque riuscita a far togliere dall'elenco il coniuge del presidente Simone Gbagbo le cui posizioni estremistiche sono tuttavia ben note. Fino a quando il sostegno militare cinese continuerà ad alimentare un conflitto che minaccia a lungo termine tutta la sotto-regione occidentale africana?

§2. Verso una protezione militare diretta degli investimenti petroliferi?

In Sudan, dinanzi ai rischi di sabotaggio e d'attacco delle infrastrutture petrolifere nel Sud del paese da parte dei movimenti ribelli nel 2000, il governo non ha lesinato sui mezzi per attuare una politica di terrore e di spostamento forzato delle popolazioni Dinka e Nuers che vivevano vicino ai giacimenti. Questi metodi usati per creare un perimetro di sicurezza hanno moltiplicato gli esodi massicci di popolazione ed hanno alimentato le tensioni nel sud del paese. La necessità di sicurezza attorno ai pozzi petroliferi ha trasformato letteralmente questa parte del paese in un immenso “Far West” dove si concentrano forze multiple di sicurezza. Se alcune società ricorrono alle strutture private come Executive Outcomes, altre come la China Petroleum Engineering and Construction Group fanno ufficialmente appello alle forze armate governative. Tuttavia, sottolinea Jennifer Hery, "la popolazione locale sostiene che i lavoratori cinesi sono armati e sembrano rapidi nell’usare le loro armi.[11)" In uno dei suoi reportage dell'agosto 2000, il quotidiano britannico Daily Telegraph accusava la Cina di essere pronta ad inviare contingenti di soldati in Sudan per proteggre i suoi investimenti petroliferi. Quest’accusa veniva fatta  in seguito alla cattura di un gruppo di cinesi da parte dei ribelli dell'esercito di liberazione dei popoli del Sudan del Sud (SPLA) nel corso di combattimenti contro le forze governative. Peggio ancora, secondo una relazione di Amnesty International, [12) i lavoratori delle pipe-lines del GNPOC avrebbero beneficiato della protezione di combattenti afgani e malesi legati a reti terroristiche internazionali. Insomma, la presenza cinese si accompagna spesso ad una facilità di riarmo dei paesi e di un'esacerbazione delle tensioni legate alla sfida petrolifera. Vi è un sovrascorrimento di rischi evidenti di sicurezza, in particolare con lo sviluppo di zone di non diritto o rette dalla sola legge della protezione degli investimenti petroliferi.

Sezione 2. Verso un rilancio delle rivalità tra grandi potenze?

Naturalmente, l'aumento della diplomazia cinese in Africa rilancia la rivalità sorda tra potenze in quest'era di riconfigurazione delle posizioni geopolitiche. Contrariamente ad alcune previsioni che relegavano il continente al rango di spazio avulso alla sfida geopolitica principale, il commissario europeo Louis Michel informa in termini non equivoci: "È un fatto, in poco tempo l'Africa è diventata un continente ambito, poiché strategicamente importante." L'Africa conta oggi. In primo luogo, l'Africa conta in termini di fonti d'energia. L'energia proveniente dall'Africa svolge un ruolo importante nella sicurezza energetica di tutti i grandi consumatori mondiali, quali gli Stati Uniti, l'Europa e la Cina[13). Oltre alla rimessa in discussione del modello di sviluppo occidentale, il partenariato sino-africano potrebbe condurre ad nuovo trasferimento delle rivalità di potenza sul continente africano. Quest'ipotesi è fondata soprattutto dallo sguardo, sempre più critico, gettato da Washington sull'espansione della diplomazia cinese attraverso il mondo, in Africa principalmente. Si aggiunga che la Francia, anche se non reagisce ancora ufficialmente all'apertura cinese, inizia a manifestare una certa preoccupazione quanto al mantenimento delle sue relazioni privilegiate con le sue ex colonie. Infine, generalmente, l'Unione europea non intende essere messa da parte a causa dell'interesse che presta alla guerra energetica latente che si sviluppa attraverso il mondo.

§1. Il partenariato di fronte agli interessi degli Stati Uniti

Anche se la Cina cerca di condurre uno "sviluppo pacifico" sotto l'insegna dei "quattro no" del Presidente Hu Jintao (no all’egemonismo, no alla politica della forza, no ad una politica dei blocchi, no alla corsa al riarmo) evitando ogni forma di scontro con le potenze concorrenti, in particolare gli Stati Uniti, occorre riconoscere che la sua nuova diplomazia inizia ad attirare l'attenzione dei dirigenti americani. Nel documento riguardante la strategia di sicurezza nazionale pubblicato nel 2006, l'amministrazione americana esprime apertamente i suoi timori in questi termini: "loro(i cinesi) sviluppano il commercio, ma agiscono come se potessero in un certo qual modo chiudere l'approvvigionamento energetico del mondo o cercare di dirigere i mercati piuttosto che aprirli, come se potessero applicare un mercantilismo di un'epoca screditata e sostenere paesi ricchi di risorse naturali senza tenere conto delle divergenze di condotta di questi regimi in materia di politica interna o della loro cattiva condotta all'estero". Questa critica mette in rilievo l'emergere della Cina come attore significativo sulla scena economica mondiale, con la sua domanda apparentemente inesauribile di materie prime. Sottolinea anche la grande sfida per gli Stati Uniti che puntano sull'Africa per il rifornimento energetico di molti settori. A lato delle sue obiezioni d'ordine economico, Washington nella sua lotta contro il terrorismo potrebbe rapidamente trovarsi in conflitto aperto con Pechino, più precisamente in alcune parti del continente. Infatti, l'appoggio diplomatico portato da Pechino ad alcuni regimi in posizione delicata con la Comunità internazionale favorisce lo sviluppo di zone di non diritto propizie all'impianto di gruppi terroristici. Il Sudan che si è distinto in passato come un santuario di terroristi musulmani è spesso accusato di proteggere combattenti d'origine islamica (afgani, malesi, sudanesi ecc.....). questa situazione entra in conflitto con la nuova visione strategica antiterrorista degli Stati Uniti. Infatti, il progetto del "grande Medio Oriente" elaborato da Washington riguarda stranamente molti paesi petroliferi africani (Mauritania, Mali, Algeria, Sudan ecc....) aventi rapporti commerciali con la Cina. Questo progetto che va dalla Mauritania al Pakistan consacrerebbe, in caso di successo, il dominio da parte degli Stati Uniti su una zona contenente il 65% delle riserve petrolifere mondiali. Tale controllo metterebbe gli Stati Uniti in una posizione favorevole rispetto alla Cina che, cosciente del pericolo, sembra spingere in avanti accelerando il suo insediamento in Africa. Nella lotta contro il terrorismo, si tratta per l'amministrazione americana di trasformare il grande Medio Oriente in una zona pacifica e chiusa a qualsiasi libertà d'azione di gruppi armati incontrollabili. Come ha sottolineato Brett Schaefer, specialista di questioni di regolamentazione alla "Heritage Foundation" di Washington, ad una conferenza tenuta il 7 marzo 2006, sull'influenza crescente della Cina in Africa ed in America latina: "vero campo di battaglia della guerra contro il terrorismo, l'Africa subsahariana è sempre più vulnerabile di fronte all'estremismo islamico, che prova ad estendere la sua influenza attraverso Sahel e l'Africa dell'Est." Ne deriva che le crisi politiche ed umanitarie che imperversano in Africa, ad esempio la situazione nella provincia sudanese del Darfour, interessa particolarmente gli Stati Uniti inizialmente per ragioni umanitarie, ma in seguito e soprattutto a causa di interessi strategici. La creazione di un ordine americano in Africa annunciato per settembre 2008 mostra che gli Stati Uniti sono risolutamente decisi a portare la loro strategia antiterrorista in zone "sotto protezione cinese". Il futuro delle relazioni sino-americane potrebbe conoscere una svolta decisiva in Africa, alla luce di quest'analisi di Drew Thompson: "gli Stati Uniti potrebbero vedere nella Cina un concorrente ed interessarsi sempre più allo sviluppo progressivo delle sfere d'influenza cinesi." Nello stesso tempo, la Cina potrebbe interpretare gli sforzi americani per promuovere la stabilità e la democrazia in Africa come ostacoli all'accesso alle materie prime ed una volontà di rallentare il suo presunto sviluppo pacifico[14). "(siamo noi che traduciamo)."

§2. Quali reazioni aspettarsi dalla Francia e dall'Ue?

Dal lato della Francia, il partenariato sino-africano non lascia più insensibili. Una relazione di 200 pagine dedicata alla penetrazione cinese, pubblicata nel gennaio 2006 dal gabinetto Bd-consultant, conclude sulla necessità di adottare misure vigorose per salvaguardare la politica africana della Francia. Dopo aver puntato il dito sul dinamismo economico cinese in Africa, la relazione cita che "l'efficacia cinese contrasta con una passività relativa francese (...). senza una reazione che mira a rinvigorire e rivitalizzare i diversi aspetti della nostra presenza, la Cina occuperà probabilmente un posto più importante della Francia sulla scena africana." Questa sentenza inequivocabile annuncia misure audaci che susciteranno una rivalità franco-cinese al livello di continente, soprattutto nei paesi dove gli interessi petroliferi francesi sono oggi minacciati dall'insediamento cinese. Infatti, le ditte petrolifere francesi Total ed Elf sono sempre più oggetto di concorrenza da parte dei loro omologhi cinesi in Gabon e in Congo. Il Gabon, di cui più dell'80% del legno è esportato in Cina, è passato nello spazio di un decennio a diventare il secondo cliente della Cina. Il Congo ha concluso nel marzo 2005 con la società petrolifera Sinopec cinese un accordo di sfruttamento di due blocchi off-shore. Sullo sfondo delle rivalità economiche, non si è escluso che la concorrenza tra ditte cinesi e francesi sia la rimessa in discussione della fragile stabilità di questi due paesi. In passato, l’impresa francese ELF è stata accusata di avere finanziato fazioni ribelli per sovvertire nel 1998 il governo del Presidente Pascal Lissouba in Congo, poco favorevole all'epoca ai loro interessi, poiché aveva incoraggiato l'arrivo di nuovi investitori come Occidental Petroleum, Shell o Exxon. La volontà cinese di ancorare la sua presenza in Africa centrale può a lungo termine tradursi in un sostegno ad una fazione armata più sensibile alla sua espansione. In Gabon, gli interessi finanziari francesi che potrebbero costituire leve per garantire la stabilità e la democratizzazione del regime di Omar Bongo, sono sempre più indebolite dall'insediarsi dei cinesi. La corte assidua della Cina a questo dirigente africano, che ha del resto moltiplicato i suoi viaggi a Pechino, lascia pensare che questo ultimo potrebbe guardare  alla Cina per fare fronte ad eventuali condizionalità francesi. Nel perimetro africano, la presenza cinese rimette molto chiaramente in discussione lo spirito de la Baule sul quale contava, in primo luogo, la Francia per iscrivere le sue ex colonie sui cammini del buongoverno. Occorre constatare oggi che una ripresa della politica africana della Francia passa per un confronto aperto con il partenariato sino-africano. Questa lotta è già cominciata nelle istituzioni internazionali in cui la Cina utilizza tutta la sua influenza per proteggere i suoi alleati economici contro eventuali sanzioni. La durata del conflitto ivoriano sottolinea fino a che punto la Francia non dispone più di leve la cui efficacia era indubitabile nella gestione dei conflitti africani. Ad ogni modo, l'instaurazione di strutture politiche sino-africane realizzabili preoccupa al punto che Renaud Delaporte annuncia il fallimento delle ambizioni francesi in Africa in questi termini: "Mettendo deliberatamente il vertice sino-africano nel quadro di un dialogo Sud-Sud, la Cina si impone come la sola potenza capace di offrire all'Africa la speranza di una politica di sviluppo realistico, pragmatico e quindi applicabile. Ratifica il fallimento di trentatre anni di politica africana francese (49)". L'Ue di cui il 20% delle importazioni petrolifere proviene dall'Africa non tarderà probabilmente a confrontarsi con la strategia cinese in Africa. Infatti, la perdita progressiva di concessioni petrolifere, l'arretramento delle imprese europee del BTP eventualmente costringerà l'Ue a pensare al futuro economico sul continente in occasione del prossimo vertice euro-africano previsto per il secondo semestre 2007. Anche se il petrolio africano non costituisce una sfida strategica per la maggioranza dei suoi membri, resta il fatto che la guerra del gas del dicembre 2005 vinta dalla Russia (che fornisce il 25% del gas ed il 42% del petrolio all'Ue) incita ad interessarsi ad altre fonti d'approvvigionamento, fra cui quelle Africane. Infine, nel momento in cui l'Ue intende insufflare un nuovo dinamismo alla sua cooperazione con l'Africa mediante la promozione di accordi multilaterali(50) la Cina accetterà di seguirla rispetto al "partenariato di valori" di cui parla Louis Michel, commissario europeo allo sviluppo ed all'aiuto umanitario?

CONCLUSIONI

La fine della guerra fredda e la riconfigurazione delle relazioni di potenza hanno inserito la RPC nell'elaborazione di una strategia d'espansione e di affermazione originale. Mentre fino a quel momento, la concorrenza militare sembrava essere il garante della potenza degli stati, Pechino ha inaugurato una nuova fase di affermazione centrata sul concetto di sviluppo pacifico. L'obiettivo ultimo è di partecipare all'emergere di un mondo multipolare di cui la Cina potrebbe occupare, un giorno, una delle prime piazze anche se non necessariamente la prima. Per raggiungere quest'obiettivo e per evitare ogni conflitto (con gli Stati Uniti in particolare) suscettibile di compromettere la sua irradiazione, la Cina si dispiega secondo una "diplomazia asimmetrica" dove le relazioni economiche bilaterali occupano un posto centrale. Moltiplicando i successi economici dalla riforma iniziata da Deng Xiaoping nel 1978, la Cina non ha messo molto tempo per capire che il mantenimento del suo posto nel mondo è strettamente legato alla sua capacità di differenziare e assicurare le sue fonti d'approvvigionamento energetiche. È in un tale contesto che Pechino, dopo un periodo di letargia durato più di un decennio, ha deciso di iniziare un partenariato strategico dinamico con l'Africa. Fermamente attaccata alle correnti dei cambiamenti profondi che caratterizzano l'universo post-guerra fredda, la Cina si è lanciata in una dinamica di calibratura della sua diplomazia per metterla al servizio dei suoi obiettivi strategici, fra cui il più importante risiede nella sicurezza energetica. La scelta dell'Africa non è affatto fortuita poiché il continente ha sempre rappresentato una parte fondamentale nell'irradiazione della Cina. Meglio, il partenariato strategico sino-africano, dal lato di Pechino, è un modello distante dalle vie battute del colonialismo e dallo sfruttamento stabiliti dalle vecchie potenze. Questa fraseologia angelica che caratterizza il discorso ufficiale cinese ha tuttavia difficoltà a nascondere i cambiamenti intrinseci della politica africana della Cina: gli imperativi del mercato prevalgono ormai sul discorso militante degli anni 70. Sul piano economico, anche se è ancora prematuro parlare di pericolo, le tendenze pesanti lasciano chiaramente vedere che il modello di cooperazione cinese in vigore ricorda la politica di sfruttamento delle materie prime delle potenze occidentali nel periodo successivo alle indipendenze africane. In questo senso, si collega ad una logica di predazione e non garantisce alcuna crescita a lungo termine delle economie africane. È sintomatico che la terza visita del presidente cinese nello Zambia nel febbraio 2007 si sia svolta sotto alta sorveglianza poliziesca, a causa dei rischi di manifestazioni violente dei lavoratori del settore minerario controllato dalle ditte cinesi. Nella maggior parte delle capitali africane, le proteste, contro la concorrenza sleale al settore privato nazionale e la violazione dei diritti sindacali degli imprenditori cinesi, si amplificano di giorno in giorno. Grosso modo, gli indici economici della presenza cinese in Africa non indicano la presenza di una “boa di salvataggio” per le economie locali alla deriva. Al massimo, l'offensiva cinese offre soltanto l'illusione di uno sviluppo ai paesi africani ricchi in materie prime, in petrolio in particolare. Nel settore politico, mettendo al cuore della sua strategia il principio di non ingerenza e di neutralità nelle sue relazioni con i paesi africani, la Cina ha introdotto nuovi parametri nella valutazione del futuro politico ed economico del continente. Mentre fino ad allora il decollo economico del continente si basava soprattutto sull'applicazione di norme di condizionalità, il partenariato proposto da Pechino è presentato come una minaccia diretta al processo democratico iniziato nella maggior parte degli stati africani. Gli sforzi d'integrazione sostenuti dalla UA e dalla Comunità internazionale si vedono così tirati fuori dall'alternativa offerta da Pechino a regimi politici poco propensi ad assoggettarsi alle norme di democratizzazione e di buona gestione. Il Sudan, l'Angola e lo Zimbabwe costituiscono il gruppo di testa che, probabilmente, andrà allargandosi nei confronti dell'indifferenza di Pechino alle critiche della sua politica africana. Purtroppo, in questo settore particolare, la Cina non ha lezioni da ricevere dall'occidente che ha sostenuto ed incoraggiato regimi autocratici sul continente africano. Come lnota Lionel Vairon, "la Cina si trova in una situazione simile a quella delle vecchie potenze coloniali (...) che hanno portato il loro sostegno a regimi autocratici (...). l'ingerenza negli affari di questi stati era allora la norma, ma nessuno se ne risentiva, e soprattutto i dirigenti africani ne beneficiavano in cambio di rendite e di un'impunità immane(51)." Lungi dal garantire lo sviluppo dell'Africa, il partenariato strategico sino-africano solleva anche interrogativi legittimi sul futuro della pace e della sicurezza. Il sostegno militare incondizionato di Pechino a regimi politici dittatoriali, la vendita incontrollata di armi delle imprese cinesi ed i tentativi di un'implicazione militare diretta di Pechino nella protezione dei suoi investimenti petroliferi sono altrettanti argomenti preoccupanti. Nel momento in cui le potenze occidentali sembrano trascurare il continente africano o vi ha mantenuto soltanto una soglia di presenza minima, la Cina ha mostrato la sua capacità di assumere un nuovo ruolo di potenza emergente. Dando prova di un dinamismo impressionante, ha messo in atto una strategia globale per trovare nuove frontiere alle sue popolazioni ed alla sua economia. Attore a pieno titolo della mondializzazione, Pechino ha compreso il vantaggio che poteva tirare fuori dall'Africa utilizzando una delle armi più temibili del dopo guerra fredda: la potenza economica. Questa potenza in azione attraverso tutto il continente non ha ancora rivelato tutte le sue intenzioni. In tutti i casi, oltre ai problemi che continua a sollevare, sfida l'Africa sulla sua capacità di assumere su di sè il proprio destino e considerare l'aiuto esterno, ovunque provenga, come un supplemento e non il principale perno del suo sviluppo. Infatti, più che un tentativo di demonizzazione del pericolo rosso, l'Africa dovrebbe mettersi all’opera per presentare una strategia globale al partner cinese, e aggirare così il bilateralismo destrutturante della Cina. È con la forza delle sue proposte politiche, economiche, sociali e di sicurezza che sarà in grado di misurare l'utilità del partenariato benefici-benefici proposto dalla Cina. Il NEPAD potrebbe essere il punto di partenza ed il quadro istituzionale di relazioni multilaterali sino-africane. Dopo il fallimento di molti decenni di cooperazione con l'occidente, il partenariato sino-africano può essere un momento storico di valutazione e di decisione per l'Africa, del nuovo orientamento delle sue relazioni con i partner esterni dello sviluppo. In questa prospettiva, una delle monete più sicure potrebbe certamente nascere dal suo nuovo contatto con l'impero di mezzo che, dopo molti secoli d'occupazione coloniale, sembra avere definitivamente girato le spalle all'ideologia che ha sempre nutrito la sua politica estera a profitto del realismo e del pragmatismo, i nuovi paradigmi della diplomazia cinese su scala mondiale.

 

[10]  44 Jean-Christophe Servant, « La Chine à l’assaut du marché africain » op. cit.p.5

[11] 45 Jennifer Héry, « le Soudan entre pétrole et guerre civile », Harmattan, 20003 p40-41

[12] 46 Rapport Amnesty International, « The Human Price of Oil », Mai 2001

[13] 47 Louis Michel, Commissaire européen au Développement et à l'Aide humanitaire, « Il est temps de remettre l'Afrique au centre de la politique extérieure européenne », Conférence publique sur la Stratégie Afrique, Berlin, le 28 novembre 2006

 

[14] 48 Drew Thompson, “Economic growth and soft power: China’s Africa strategy”: Volume 4, publié par la Foundation Jamestown; Décembre 2004  

49 Renaud Delaporte, op.cit. p.30

50 Louis Michel, Commissaire européen au Développement et à l'Aide humanitaire « Il est temps de remettre l'Afrique au centre de la politique extérieure européenne » op. cit.

51 Lionel Vairon, Défis chinois, introduction à une géopolitique de la Chine, Ellipses 2006. p.97

 

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categorie: cina, africa, geopolitica
mercoledì, 17 ottobre 2007

L’AFFERMAZIONE DI UNA STRATEGIA DI POTENZA: LA POLITICA AFRICANA DELLA CINA. Parte V

fonte diploweb.com (trad. G.P.)

Sezione 1. Le minacce sullo Stato democratico e l'integrazione politica

 

Mettendo le sue relazioni con i paesi africani sulla base immutabile e sacrosanta della "neutralità e della non ingerenza", la diplomazia cinese sembra costituire un freno all'emergenza dello Stato di diritto in Africa. Nello stesso tempo, ritarda l'integrazione politica del continente pur dando a Pechino i mezzi della sua irradiazione nelle istituzioni internazionali a scapito delle potenze concorrenti.

 

§1. Le minacce sullo Stato democratico

 

A.    Lo scudo cinese o i rischi di promozione del malgoverno

Per salvaguardare i suoi rapporti commerciali ed allo scopo di restare fedele alla sua "diplomazia di non rottura", Pechino non esita ad utilizzare il suo statuto di membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'ONU per difendere i suoi alleati. Così in luglio e in settembre del 2004, ha minacciato di utilizzare il suo diritto di veto per bloccare l'adozione di sanzioni politiche e petrolifere contro il Sudan accusato di genocidio nel Darfour. Nell'aprile 2005, si è astenuta sulle disposizioni di cattura della Corte penale internazionale (CFI) che mira a tradurre in giudizio i responsabili sudanesi implicati in crimini di guerra nel Darfour. Oggi, il Sudan si oppone sempre allo spiegamento di truppe dell’ONU sul suo suolo, con il sostegno discreto di Pechino. Per fare fronte al suo isolamento internazionale, il Presidente Robert Mugabe dello Zimbabwe ha intrapreso una politica d'apertura in direzione delle imprese cinesi. In cambio, il primo ministro cinese non ha trascurato di esprimere il sostegno della Cina alla riforma agraria nello Zimbabwe. Incantato da Pechino, Robert Mugabe ha dichiarato nel maggio 2005 in occasione del 25° anniversario dell'indipendenza del suo paese: "occorre voltarsi verso Est, laddove si alza il sole”.  In Etiopia, gli appelli insistenti degli Stati Uniti a favore dell'organizzazione di elezioni trasparenti, nel 2005, sono stati ignorati dal partito al potere che "raccomandava un ravvicinamento con Pechino come alternativa(35). "D'altra parte, con la Nigeria, nonostante le condanne multiple del regime autoritario di Sani Abacha da parte della Comunità internazionale, la Cina si era mostrata molto conciliante, proseguendo risolutamente la sua politica energetica con questo paese. Ugualmente in Angola, la RPC è accusata dalle organizzazioni non governative di sostenere indirettamente la campagna elettorale del Presidente Eduardo Dos Santos, con il finanziamento di numerosi progetti elettoralistici per il partito al potere. Questa situazione rappresenta una minaccia per la costruzione dello Stato di diritto in Africa. In primo luogo, il sostegno della Cina costituisce una boa di salvataggio per regimi politici spesso denigrati. Perpetua inoltre il malgoverno politico del continente sotto il pretesto del rispetto della sovranità degli stati. Infine, è in grado di scalzare gli sforzi delle organizzazioni dei diritti dell'uomo interessate ad issare i paesi africani nel gruppo delle nazioni rispettose degli standard in materia di diritti elementari della persona. Infatti ,il futuro politico del continente africano è strettamente legato alla sua capacità di inserirsi nella Comunità internazionale sotto qualsiasi punto di vista. Come sottolinea Yves Alexandre Chouala "il partenariato tra l'Africa ed i paesi sviluppati riposa su elementi essenziali - rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, democratizzazione della vita politica - che funzionino se non come costrizioni assiologiche almeno come valori politici da cui far dipendere, contemporaneamente, l'ammodernamento e la civilizzazione della configurazione internazionale degli Stati(36). "È dire che nel settore dei valori politici fondanti l'ammodernamento, il partenariato strategico sino-africano non offre affatto prospettive politiche realizzabili, tanto che la Cina stessa continua ad essere regolarmente messa al bando da chi si occupa di questioni sui diritti dell'uomo. Lungi dall’imporre ai paesi africani valori ideologici e politici dell'occidente, la sfida è di fondare l'ordinamento internazionale attorno a criteri selettivi chiaramente identificabili e misurabili. Come nota Louis Michel, commissario europeo allo sviluppo ed agli aiuti umanitari, "non si tratta più, oggi, di considerare l'Africa soprattutto come "un beneficiario" o "un continente in sviluppo” o addirittura “sottosviluppato", bensì come un partner a pieno titolo, un nuovo attore del sistema multipolare mondiale, dotato degli attributi della potenza politica, economica e strategica e capace di relazioni normali con gli altri poli mondiali (37)."

 

B.    La dissociazione della coppia economia-politica

La proclamazione della non ingerenza negli affari interni degli stati africani, anche fondata di diritto, pone problemi nel contesto del deficit democratico del continente. A questo titolo, alla tappa attuale dell'inserimento dell'Africa nel concerto delle nazioni democratiche, il partenariato cinese dispiega un'insufficienza di dimensione se comparata con la AGOA o con gli accordi (UE-ACP) di Cotonou. La AGOA è un accordo che mira a promuovere il commercio tra l'Africa e gli Stati Uniti sotto l'insegna della promozione di criteri politici molto selettivi che vanno della democratizzazione, alla liberalizzazione, passando per la buona gestione ed il rispetto dei diritti dell'uomo. Quattordici paesi africani sono stati esclusi da questa nuova legge che autorizza l'entrata negli Stati Uniti in esenzione doganale e senza quota fino al 2008 dei prodotti che provengono dal continente africano. Si tratta dell'Angola, del Burkina, del Burundi, delle Comore, della Costa d'Avorio, del Gambia, della Guinea equatoriale, della Liberia, della Namibia, della Repubblica Democratica del Congo, della Somalia, del Sudan, del Togo, dello Zimbabwe. Quanto all'Unione europea, non aveva esitato a sospendere la sua cooperazione nel 1990 con il Sudan (firmatario degli accordi di Lomé Europa-ACP) per inosservanza dei diritti dell'uomo, della democrazia e del processo di pace. Ha ribadito, nel marzo 2007, la sua volontà di sospendere il suo aiuto al Sudan di fronte al rifiuto delle autorità di questo paese di autorizzare uno spiegamento di caschi blu nel Darfour. Il Forum sino-africano del novembre 2006 ha proposto un'iniziativa simile senza alcuna condizione politica, che offre così un'alternativa ai paesi récalcitranti o bolsi nel rispetto dei diritti dell'uomo. Come faceva osservare il sottosegretario di Stato americano aggiunto agli affari africani, il sig. Michael Ranneberger, il 28 luglio 2006 davanti alla sottocommissione degli affari africani della camera dei rappresentanti: " La Cina, esercita un'influenza crescente sul continente africano, e si può temere che abbia l'intenzione di aiutare i dittatori africani, ad ottenere un dominio sulle ricchezze naturali dell'Africa e a distruggere la maggior parte dei progressi che i paesi africani hanno realizzato in quest'ultimi quindici anni in materia di democratizzazione e di gestione degli affari publici(38).

 

§2.La messa in discussione dell'integrazione politica del continente

 

A.    Verso il ritorno del nazionalismo

Il partenariato strategico sino-africano si sviluppa anche in un contesto politico predominato, dalla messa in opera di un ordine del giorno africano centrato sulla ricerca di una più grande integrazione politica del continente. Infatti, la creazione dell' UA nel 2002 segna una tappa determinante nella marcia del continente verso l'unificazione politica. Questa visione unitaria è sottesa dall'idea di fare pesare l'Africa nelle istituzioni internazionali per influenzare i vari dibattiti (come il raggiungimento degli obiettivi del Millennio per lo Sviluppo), ed indurre la Comunità internazionale a negoziare non più con un conglomerato di stati ma piuttosto con le strutture sotto-regionali, regionali o continentali, in particolare con la UA. Il passo unitario ha iniziato a portare i suoi frutti con l'invito regolare dei capi africani promotori del NEPAD ai vertici del G8. È da temere che la nuova diplomazia cinese rompa questa dinamica. Da un lato, l'approccio bilaterale privilegiato da Pechino, soprattutto con i paesi petroliferi, può mantenere l'illusione di uno sviluppo distinto e relegare in secondo piano le preoccupazioni unitarie del continente. A questo proposito, l’attivismo di Pechino irrita il Sudafrica che, in mancanza di petrolio, vede i suoi due principali concorrenti, la Nigeria e l'Angola, approfittare in gran parte della manna cinese. La presenza cinese aizza le rivalità sorde tra i tre paesi candidati ad una seggio permanente nel consiglio di sicurezza. D'altra parte, l'Angola intende trarre vantaggio dal sostegno cinese per invertire l'equilibrio sotto-regionale in Africa australe per il momento predominato dalla direzione sudafricana.

 

B.    La fidelizzazione del voto africano all'ONU

Chiamando ad accrescere l’influenza dell'Africa nelle istituzioni internazionali, la Cina cerca piuttosto di sviluppare una rete di alleati per mantenere un vivaio di partner suscettibili di controbilanciare l'influenza delle potenze concorrenti. La prospettiva dell'allargamento del Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha già dato un assaggio del duello diplomatico ingaggiato da Cina e Giappone in Africa. Pechino apprezza tutto il peso delle voci africane che gli hanno permesso nel 1971 di avere il suo seggio di membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, a scapito di Taiwan. La recente nomina di una cinese alla testa dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha rimarcato l'importanza del voto dei 48 paesi africani, che rappresentano il 25% alle Nazioni Unite. D'altra parte, non è escluso che la divisione dei paesi africani si accentui al livello delle istituzioni internazionali attorno alle questioni, ad esempio, legate ai diritti dell'uomo, un settore dove Pechino eccelle nell’immobilismo. Inoltre, anche se la questione taiwanese non è più al centro della sua azione in Africa, Pechino, a sostegno del suo successo economico, utilizza ormai la diplomazia del “portafoglio” per isolare Taiwan, con un certo esito. Dopo il ristabilimento delle relazioni diplomatiche del Senegal con la RPC nel 2004, rimangono soltanto quattro paesi africani (Burkina-Faso, Gambia, Sao Tome e Principe, Ciad) su 53 a sostenere Taipei. L’opportunismo di alcuni stati africani è tale che la serie Taipei-Pechino è lungi dal conoscere il suo epilogo e trascinerà con sè, certamente, un'enfasi nella divisione del continente negli organismi internazionali. Riassumendo, la non ingerenza cinese elevata a principio immutabile, minaccia pericolosamente il futuro politico del continente africano. Come osserva Valérie Niquet, "Pechino utilizza la sua condizione di membro del consiglio di sicurezza dell'ONU per offrire garanzie politiche a regimi corrotti." La Cina ha buon gioco sul tessuto del terzo mondo, questa pratica ricorda le strategie che i paesi occidentali avevano realizzato appena dopo la liberazione; ritarda le evoluzioni democratiche necessarie in Africa”(39).

 

Sezione 2: Le prospettive economiche: opportunità o pericoli?

 

Anche se apparentemente le nuove relazioni sino-africane sono portatrici di opportunità economiche per il continente, resta il fatto che non garantiscono uno sviluppo economico realizzabile e soprattutto, presentano reali rischi di déstrutturazione del tessuto industriale embrionale dei paesi africani.

 

 §1. Le opportunità economiche

 

A.    Se lo sviluppo venisse dall'oriente?

La penetrazione economica di Pechino si accompagna alla promozione del modello cinese basata sull'idea di una compatibilità sino-africana, quasi naturale. Infatti, a lato del passato di umiliazione e di privazione giudicato comune, la Cina insiste sulla necessaria complementarità  sino-africana. Nel corso della sua visita in Nigeria, nell'aprile 2006, il Presidente Hu Jintao non ha trascurato di metterla in evidenza dinanzi ai parlamentari dichiarando: "l'Africa ha risorse ricche ed un grande potenziale di mercato, mentre la Cina ha accumulato nel suo ammodernamento un'esperienza vantaggiosa e delle tecniche pratiche." La cooperazione sino-africana ha dunque vaste prospettive. L’argomentazione cinese riposa sull'adattamento delle tecniche cinesi al substrato sociale ed economico dei paesi africani, in ragione della loro semplicità e della loro frugalità. "Questa visione genera emulazione al punto che alcuni pensano che il partenariato sino-africano offra prospettive di sviluppo reale dell'Africa. Inoltre, "l'autoritarismo politico raddoppiato dall'apertura economica, fonte di crescita (40)" non lascia indifferenti i dirigenti africani. Alla Cina piace ricordare che è il più grande paese in via di sviluppo e che l'Africa rappresenta il più vasto complesso in via di sviluppo. A questo titolo, e secondo ogni verosimiglianza, la complementarità va da sé. Pechino ha bisogno delle materie prime del continente africano per sostenere la sua crescita, mentre l'Africa è alla ricerca di capitali, di prodotti e del "know-how" cinese. Questa visione si è tradotta dal lato di Pechino in una rivalutazione dell'aiuto allo sviluppo dell'Africa grazie ad un approccio multidimensionale che va dell'assistenza tecnica, ai prestiti e crediti senza interessi, passando per le realizzazioni di carattere sociale. Queste opportunità si misurano inizialmente con il miglioramento della crescita in alcuni paesi, quindi al livello degli aiuti allo sviluppo e alle prospettive economiche in esse racchiuse.

 

B.    Il commercio cinese fattore di crescita

Gli effetti positivi della presenza cinese in Africa derivano soprattutto dall'aumento della domanda di materie prime e dunque dal loro prezzo di vendita. Per esempio, la domanda cinese d'acciaio è aumentata del 20% tra 1992 e 2002, mentre l'aumento medio mondiale non era che del 4%. Alcuni stati sono cresciuti per l’espansione del commercio sino-africano. Così la Nigeria e l'Algeria hanno conosciuto un tasso di crescita rispettivamente del 6,8% e del 10%. L'Africa ha oggi il suo tasso di crescita il più elevato (circa 6% nel 2006) in parte grazie al dinamismo della presenza cinese. Gli scambi commerciali sino-africani hanno avuto un aumento folgorante in quest'ultimi anni, con un aumento del 535% dal 1995. Pechino è diventato il terzo partner commerciale dell'Africa, dopo la Francia e gli Stati Uniti. Più di 800 imprese cinesi si sono stabilite in Africa e la Cina importa il 30% del suo petrolio dal continente africano. Nel settore dell'aiuto allo sviluppo, i crediti e i prestiti cinesi si quantificheranno in 5 miliardi di dollari entro il 2009, senza contare la firma a margine del terzo vertice sino-africano, di 16 accordi commerciali tra 12 imprese cinesi e 10 paesi africani che riguardano un valore di 1,9 miliardi di dollari.

 

C.    Un aiuto pubblico differenziato ed un partenariato motore dello sviluppo

Nel settore dell'aiuto pubblico, il segnale è stato già dato dal Presidente cinese, Hu Jintao che, in occasione della sua visita in Africa del 2004, aveva promesso una cooperazione economica verso le infrastrutture, l'agricoltura e lo sviluppo delle risorse umane. Le misure previste dal vertice sino-africano del novembre 2006 lasciano pensare che la Cina sia impegnata nella realizzazione di queste promesse in Africa. Infatti, prevede di inviare i 100 ingegneri agronomi, creare 10 centri-pilota agricoli, costruire 30 ospedali, ed offrire gratuitamente 300 milioni di yuans per lottare contro il paludismo nel corso dei prossimi tre anni. Per l'istruzione, Pechino prevede di inviare 300 giovani volontari cinesi per aiutare a creare 100 scuole rurali in Africa e portare da 2000 a 4000 il numero delle borse studio accordate ogni anno dal governo cinese agli studenti africani. Nel settore delle prospettive economiche suscettibili di rappresentare una reale sfida di sviluppo, va notato che l'aumento dei costi di trasporto marittimo potrebbe gradualmente portare la Cina a favorire la creazione di un'industria di trasformazione delle materie prime (bauxite e ferro) sul continente. Si aggiunge che la firma degli accordi di partenariato economici (APE) tra le strutture regionali africane e l'Ue porterebbe gli industriali cinesi a produrre all'interno di queste regioni al fine di accedere al mercato europeo ed approfittare così della prossimità geografica. Infine, l'avvio di una cooperazione tecnologica inciterebbe a pensare che un trasferimento di "know-how" cinese contribuirebbe ad accelerare lo sviluppo di alcuni settori, in particolare agricoli ed industriali. In breve, il partenariato strategico è vissuto da molti dirigenti africani come un'opportunità economica. In un contesto di chiusura del mercato europeo, l'Asia, e la Cina in particolare, rappresentano un'alternativa. Alcuni osservatori vi vedono anche un nuovo mezzo per ridare all'Africa un ruolo strategico, rafforzando così il suo potere di negoziato grazie alla diversità degli interlocutori. Il Presidente Olesegun Obasanjo della Nigeria, ammirato dinanzi al futuro delle relazioni sino-africane ha esclamato: "auspichiamo che la Cina diriga il mondo e quando sarà il caso, noi vogliamo essere appena dietro voi." Quando andrete sulla luna, non vogliamo essere lasciati indietro ".

 

§2. I pericoli economici della presenza cinese

 

Dietro le cifre e le promesse dell'offensiva cinese, occorre interrogarsi sul futuro economico del continente alla luce delle tendenze che si delineano in molti settori. Innanzitutto, la presenza economica cinese incontra dei limiti a livello della generazione di un quadro strutturale africano favorevole alla crescita, e che si iscrive negli schemi d'integrazione in corso. In secondo luogo, i meccanismi del partenariato ricordano sotto diversi aspetti lo squilibrio commerciale che ha sempre caratterizzato gli scambi tra l'Africa e le sue ex potenze coloniali. Infine, la presenza cinese non è sempre sinonimo di creazione di ricchezza a causa dei metodi in vigore.