L’Enel nel perseguire la sua politica di riduzione del debito, oltre ad aver ceduto ai tedeschi di E.On, Endesa Europa e Viesgo, intende scorporare tutte le attività per la produzione di energia da fonti rinnovabili (eccetto i grandi impianti idroelettrici) in una nuova società e quotarla in Borsa, pur mantenendone il controllo. Una strada questa già seguita da altri grandi gruppi, come la spagnola Iberdrola e la francese Edf. Ne parla Paolo Giovanelli in suo articolo pubblicato da il Giornale del 29 Marzo, il quale mette in rilievo come secondo gli analisti di settore, il valore delle società che operano nelle rinnovabili (in particolare l’energia eolica) hanno un valore che è pari a 14 volte il margine operativo lordo, che nel caso dell’Enel è di 900 milioni-1 miliardo. Lo stesso amministratore delegato del colosso elettrico italiano, Fulvio Conti, è pronto a ribadire che si tratta di diversi miliardi di euro, “se si guarda alle valutazioni degli analisti la produzione di energia da combustibili fossili viene valutata 7-8 volte i margini. Con l’energia rinnovabile parliamo di una valutazione 12-14, a volte anche 20 volte l’ebtida”. La nuova società varrebbe 14 miliardi e con un collocamento in Borsa dovrebbe permettere all’Enel di incassare tra i quattro e i cinque miliardi.
Le rinnovabili, sempre secondo Giovanelli, hanno una caratteristica molto particolare, difatti pur non essendo affatto competitive con le altre fonti di energia per gli alti costi di investimento dei nuovi impianti, sono comunque appetibili, e questo grazie ai forti incentivi concessi dai governi europei. Nel caso dell’eolico, per esempio, l’Enel riceve 180 euro per megawattora prodotto, a fronte di un valore di mercato dell’energia che è di 80 euro; ma la cosa ancor più interessante è che questo tipo di incentivo è garantito per legge per 15 anni dall’inizio del funzionamento dell’impianto: niente male per chi controlla queste attività, dato che così riesce ad assicurarsi un rendimento certo per 15 anni.
Ora qui si possono, a mio avviso, fare due ordini di considerazioni. Primo: in relazione agli effetti che le attività umane starebbero provocando sulle variazioni climatiche ed in generale sull’ambiente e le condizioni di vita degli esseri viventi a livello globale. Il fisico Franco Battaglia ritiene che l’incidenza sul riscaldamento globale delle emissioni antropiche è praticamente nullo (secondo appunto l’articolo riportato su questo blog giorni fa); e questo sarebbe stato dimostrato scientificamente dall’N-Ipcc, un organismo scientifico internazionale non governativo (quindi fuori dal controllo politico dei governi) di cui fa parte anche lui stesso. Ora è chiaro che chi è convinto di ciò, ritiene assolutamente inutile investire anche un solo centesimo nelle fonti alternative, anche e soprattutto in virtù del fatto che attualmente hanno ancora dei costi molto elevati che le rendono sconvenienti rispetto alle fonti classiche da combustibili fossili. Non mi sento di credere ciecamente a quel che sostiene Battaglia, anche perché la patente di “non governativo” di cui si fregia l’N-Ipcc non penso sia sufficiente a certificare la totale affidabilità di un qualsiasi organismo; molti altri enti e scienziati, comunque dotati di una certa credibilità, sostengono al contrario che l’incidenza dell’uomo sui cambiamenti climatici sia molto rilevante. Certo non posso condividere un certo catastrofismo, soprattutto quello propalato da ambienti molto poco competenti (questi arrivano a fare previsioni completamente campate in aria, tali previsioni hanno la stessa probabilità di avverarsi di quelle, veramente tante, fatte in anni addietro che addirittura asserivano con sicurezza piena la catastrofe entro i primi anni del ventunesimo secolo o anche prima) i quali vivono di finanziamenti di varia natura ed hanno tutto l’interesse ad alimentare certe convinzioni; però mi sembra giusto considerare, a riguardo degli effetti negativi delle emissioni nell’atmosfera dei gas provenienti dalle attività umane, non solo il riscaldamento globale, ma anche ad esempio l’inquinamento in generale, che è alla base dell’insorgere di parecchie malattie. Questo mi porta a dire che sia sbagliato l’idea di dover abbandonare completamente l’ulteriore sviluppo delle tecniche di produzione dell’energia dalle fonti cosiddette rinnovabili, anche perché non possiamo mai sapere a priori dove effettivamente la scienza ci possa condurre in termini di obiettivi concretamente realizzabili; e questo senza considerare il fatto che ci possono, anche se in parte, affrancare dalle importazioni di gas e petrolio.
Ma vanno fatte anche altre considerazioni di diverso genere. L’articolo di cui parlo, può essere, a mio avviso, preso ad esempio di come, quando si costituiscono e consolidano degli interessi (economici e finanziari), i gruppi sociali che stanno dietro ad essi cominciano via via ad acquisire un potere ed una influenza sempre maggiori. Le cause oggettive alla base degli obiettivi che hanno dato vita a tali interessi (in questo caso il miglioramento delle condizioni ambientali, almeno inizialmente non ha nessun legame con interessi che non siano di carattere tutt’altro che economico) iniziano col tempo ad essere manipolati in maniera del tutto strumentale: tanto più tali gruppi acquistano potere tanto più sono dotati dei mezzi per creare le condizioni sociali e culturali più favorevoli al mantenimento e rafforzamento della loro attività, ingigantendo quelle cause alla base appunto della loro attività economica e finanziaria. Risulta quindi veramente difficile districarsi fra tante divergenti opinioni, e comunque, al di là di come scientificamente stanno le cose, penso che continuare ad investire nell’energia pulita non costituisca una totale iattura, proprio perché le ulteriori scoperte in tale campo potrebbero rivelarci delle sorprese molto positive con ricadute altrettanto positive anche in altre branche della scienza.
Apprendiamo da Il Giornale di oggi (10 dicembre 2007) che l’ex candidato democratico alla Casa Bianca, già vicepresidente degli USA, Al Gore, oltre ad essere un indefesso sostenitore delle tematiche ambientaliste è, soprattutto, un ottimo imprenditore. Siccome nella società capitalistica tutto può essere impacchettato e venduto (basta stare attenti ai gusti e alla sensibilità dei consumatori) il mancato presidente degli Stati Uniti ha trovato un filone merceologico tutto suo e ne ha saputo trarre molteplici vantaggi, politici ed economici. Mancato Presidente ma non mancato imprenditore, dunque. Al Gore non fa il venditore porta a porta di aspirapolvere, servizio forse più utile per le casalinghe di tutto il mondo, ma fornisce un’ opera completa di ripulitura del pianeta (una tempesta di chiacchiere) alla quale associa l'entertainment cinematografico.
“Salvare il mondo dal disastro ambientale? Fa bene anche al portafogli: secondo il giornale londinese Sunday Times, Al Gore, ex vice presidente degli Stati Uniti e massimo attivista globale nella lotta ai cambiamenti climatici, ha guadagnato oltre 75 milioni di euro in sette anni grazie a libri, conferenze, investimenti in tecnologie e aziende ambientaliste. Gore, 59 anni, questa settimana riceverà il premio Nobel per la pace a Oslo prima di volare alla conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici di Bali, dove terrà un atteso intervento. Il giornale scrive che l’ex candidato alla presidenza Usa nel 2000 percepisce un cachet di 117.000 euro per ogni discorso (ne tiene quasi 150 all’anno, ma molti sono gratuiti, come nelle scuole e per associazioni senza fini di lucro); ha azioni in Google per 22 milioni di euro, in Apple per 4,5 milioni, ha intascato circa 6 milioni di euro come anticipo sul suo prossimo libro ed è anche consigliere di una finanziaria Usa”. Strano che Al Gore, dall’alto della sua coscienza ambientalista, investa in società informatiche che contribuiscono ad accelerare l’ammasso di rifiuti tecnologici che seppellisce il pianeta. Si, perché l’obsolescenza precoce delle apparecchiature elettriche ed elettroniche genera volumi di rifiuti ben superiori ad altri beni di consumo. Senza contare la pericolosità di smaltimento di alcuni materiali contenuti nei Pc come il piombo.
In secondo luogo, occorrerebbe aggiungere che per ogni conferenza di Al Gore si mobilitano migliaia di persone le quali, se non si servono del teletrasporto, usano mezzi come aerei, bus, automobili ecc. ecc. Chissà poi se i libri scritti da Al Gore, una montagna di fogli inutili, siano stampati su carta riciclata per evitare l’abbattimento della foresta amazzonica…
Più inquinamento per combattere l’inquinamento. Un ossimoro che la dice lunga sugli obiettivi di Gore. Del resto, questo perdente di successo doveva trovare una via per rifarsi il look e, magari, partire con lo sprint giusto alla prossima occasione elettorale. Va da sè che l’accresciuta fama di eroe ambientalista e un immeritato nobel in tasca possono aiutarlo.
Anche qui da noi il dibattito su inquinamento ed energie alternative prende, da un po’ di tempo, le prime pagine dei giornali e satura i servizi dei vari TG. Ma c’è molta approssimazione e poca scientificità da parte dei sedicenti oratori specializzati, i quali, lobbizzati fino al midollo, decidono secondo il termometro del loro portafoglio se la situazione è più o meno grave.
Sta di fatto che le cosiddette energie alternative diventano un affare da sovvenzionare con i soldi pubblici. Eppure come sostiene lo scienziato Franco Battaglia “A noi risulta che le fonti solare, eolica, geotermica (che, non dimentichiamolo, è nucleare "naturale"), da rifiuti e da biomassa (cioè legno), tutte insieme, nel 2000, hanno fornito meno del 2% del consumo mondiale: praticamente zero in Medioriente e in Africa; inferiore al 3 per mille in Europa orientale e all'1.1% in Asia e Oceania (meno dell'1.9% in Giappone); e inferiore al 3% sia in ciascuna delle Americhe sia in Europa occidentale (valore che non viene superato neanche dai soli Stati Uniti). L'unico Paese al mondo che ci risulta in grado di fornire valori percentuali con 2 cifre prima della virgola (e con solare o eolico quale contributo principale) è
Anche noi quindi abbiamo il nostro Al Gore, costui si chiama Pecoraro-Scanio. L’ineffabile Ministro continua a indire conferenze su ambiente ed energia invitando a parlare non scienziati (i quali lo smentirebbero subito) ma esperti di “caccia e pesca” adattati all’argomento e preventivamente catechizzati su quello che si può o non si può dire, così come accaduto nella Conferenza Nazionale sul Clima di qualche mese fa. Al Ministro non è bastata quella figuraccia e i dati sparati a cazzo su una platea disertata dagli esperti. Da qualche parte ho letto che qualcuno, di cui non ricordo il nome, ha definito il nostro Ministro dell’ambiente “una specie di ministro del clima alla minchia di mare”. Mai espressione fu così felice tanto che andrebbe estesa anche al suo sodale americano.