Credo si sappia che cos’è il Mps (Monte Paschi Siena), uno dei pezzi pregiati della finanza detta “rossa” (con alto sprezzo del ridicolo). Questa banca, già tempo fa, passò un brutto momento per aver assorbito la Banca del Salento, dimostratasi poi del tutto dissestata (con la rovina di alcune migliaia di poveracci che le avevano affidato i loro soldini). Si verificò il caso del tutto anomalo dell’ad (amministratore delegato) della banca incorporata – dato per “amico” di D’Alema (che smentì con una lettera al Foglio, smentita a cui non so quanti abbiano creduto) – diventato ad del Mps (l’incorporante), per essere in seguito “dimissionato” dopo la rivelazione del dissesto della banca pugliese (cadendo però in piedi, visto che andò a dirigere la sezione italiana della Deutsche Bank). Nel blog abbiamo raccontato, almeno in parte, questa vicenda circa un anno e mezzo fa. Tralascio quindi la riesposizione degli incresciosi fatti che forse, prima o poi, dovrebbero essere più accuratamente riesaminati poiché sono un vero “paradigma” del modo di procedere del nostro capitale finanziario (con il mondo politico che vi è connesso), e più in generale del capitalismo italiano, attraversato da anni da una autentica guerra per bande.
Vogliamo ancora ricordare che, all’epoca dello scontro interbancario (e intercapitalistico in generale) che condusse alla defenestrazione di Fazio e alla sua sostituzione con il (fino allora) vicepresidente dell’americana Goldman Sachs, il Mps si guardò bene dall’appoggiare l’altro pezzo importante della finanza “rossa”, l’Unipol, nel suo tentativo di acquistare la Bnl (Banca nazionale del lavoro), di cui – dopo l’intervento (sempre molto “ben giocato”) della Magistratura, che mise fuori gioco tale istituto assicurativo, i “furbetti del quartierino”, ecc. – si appropriò invece il Banco di Bilbao, mentre l’Antonveneta, cui mirava il ben noto Fiorani, cadde preda dell’olandese AbnAmro, più tardi incappata in alcune traversie finanziarie.
Più di recente si sono verificate sia l’unione tra Intesa e San Paolo che quella tra Unicredit e Capitalia (in entrambi i casi, si è trattato in realtà dell’incorporazione delle seconde da parte delle prime), per cui sembrava che il Mps dovesse ridursi a poca cosa nel panorama finanziario italiano. Improvvisamente, il “colpo d’ala” (apparente): con una barcata di soldi – da tutti giudicata eccessiva, veramente enorme (9 miliardi di euro), nettamente al di sopra del valore della banca incorporata – il Mps ha “inghiottito” l’Antonveneta rilevandola dall’istituto spagnolo sopra nominato. Per la verità, l’acquisto non è perfezionato, i soldi non sono stati ancora raccolti; se non erro, l’operazione dovrà però concludersi entro il prossimo luglio.
Ricordiamo intanto che tra i “patrocinatori” della banca toscana c’è Caltagirone (suocero di Casini, detto così per inciso) – considerato oggi molto vicino al Pd veltroniano – il quale ha già da tempo rilevato dai Benetton Il Gazzettino (il “quotidiano del nord-est”). Con l’acquisto dell’Antonveneta da parte del Mps viene a formarsi un polo bancario legato, anch’esso, al nuovo organismo politico del centrosinistra; si tratterebbe dunque di una ulteriore mossa compiuta nel tentativo di favorire la penetrazione di tale schieramento in una zona del paese sfavorevole all’attuale maggioranza governativa. Nulla di meglio, per compiere tale tentativo, che mettere in piedi un nodo finanziario-mediatico. Il povero Fassino ha fatto la figura che ha fatto chiedendo al telefono a Consorte: “Allora abbiamo una banca?”. Oggi, se volesse, il più fortunato Veltroni potrebbe ben dire: “Abbiamo finalmente una banca”. Ma queste sono quisquilie.
Interessa assai di più sapere come farà l’Mps a raggranellare infine i soldi (9 miliardi, lo ricordo) necessari per acquistare definitivamente l’Antonveneta. Intanto ha intenzione di lanciare un aumento di capitale di 5 miliardi (che offrirà, come prima opzione, ai già azionisti; e il principale socio privato della banca, con il 4% azionario, è appunto Caltagirone). Due miliardi dovrebbero essere raccolti mediante obbligazioni, 1,95 miliardi tramite cessione di asset (sempre di attività patrimoniali si tratta, malgrado il più anodino nome inglese) considerati “non strategici” (non chiedetemi quali sono e perché non sono strategici; questa non è materia da profani). Infine, è previsto un altro miliardo da raccogliersi mediante emissione di nuove azioni “al servizio di strumenti innovativi di capitale” (anche su questo, non chiedetemi alcuna spiegazione, provate eventualmente a telefonare al centralino del Mps). Se i calcoli non sono un’opinione, siamo perfino oltre i 9 miliardi richiesti, ma tutti sulla carta. Non c’è un solo miliardo di cui si possa dire con certezza: questo lo abbiamo qui ed ora, pronto sull’unghia, ben conservato nella nostra “cassa”.
Qual è però la più “simpatica” notizia diffusa in merito a tale faccenda? In attesa dell’abbondante e florida messe che verrà certamente raccolta da cotanto Istituto, il tutto verrà garantito dall’appoggio di banche, in maggioranza americane (alla faccia della ultimamente tanto declamata italianità), quali Goldman Sachs (che noia, è sempre tra i piedi, non c’è operazione in Italia che non la veda “in mezzo”), Merril Lynch e Citigroup. Queste ultime due, poi, pur essendo anch’esse senza dubbio giganti, sono rimaste pesantemente implicate (e impigliate) nella brutta faccenda dei prestiti immobiliari difficilmente recuperabili (subprime), hanno già dichiarato perdite di non ricordo quanti miliardi di dollari (ma tanti comunque) e, se non vado errato, i loro ad si sono già dimessi. Ci sono poi Crédit Suisse e Mediobanca, ma come “advisors” minori [è possibile tradurre con consulenti, assistenti finanziari, “piazzisti” di attività varie, ecc.? Mah, il termine inglese lascia più spazio all’immaginazione di qualcosa di meraviglioso e che risolve ogni problema, anche quello che Pinocchio tentava di risolvere seminando gli zecchini d’oro!]. Comunque, si tratta di operazioni complesse e non starò a raccontare che comprendo sino in fondo come esse si svilupperanno concretamente (nel frattempo, ho letto che in qualche modo c’entra pure la JP Morgan).
Mi interessava solo far notare che questo è il “grande” capitalismo italiano, tutto intento ad operazioni meramente finanziare, condotte assieme a imprese (della superpotenza oggi mondialmente dominante) che, date le loro dimensioni e la ramificazione mondiale, sono sicuramente quelle che hanno in mano “il bandolo della matassa”. Il tutto ha un sapore da Repubblica di Weimar; per fortuna non c’è al momento alcuna “crisi del ‘29” e nemmeno un movimento “nazista” in fieri. La pericolosità di situazioni del genere mi sembra però evidente. L’Italia è un paese attraversato dalle scorrerie altrui, senza progetti industriali, senza sviluppo, senza ricerca scientifico-tecnica, senza un minimo di autonoma capacità di dare autentico impulso a quelle poche imprese di rilievo che abbiamo: Finmeccanica, Eni, Enel, ecc. Tali imprese conseguono certo importanti successi, ma sembrano sempre estranee al nostro sistema-paese; e l’attenzione del nostro miserabile establishment (e dei suoi servi politici) non è mai concentrata su di esse, bensì sulle grandi banche, sulle Generali (altro pezzo della finanza) e, al massimo, sulla Fiat, questa sanguisuga che da oltre mezzo secolo vive di “luce riflessa” (aiuti dello Stato).
A primavera ci sarà il cambio della guardia alla testa delle grandi imprese di pregio appena nominate, che sono ancora in gran parte in “mano pubblica”. Se questo marcio Governo, che infesta il paese e lo sta riducendo al lumicino, ancora non cade, ciò è (in parte) dovuto al fatto che, prima, le nostre cosche in lotta debbono decidere che fare (o forse disfare) di queste imprese d’avanguardia (tramite i loro lacchè di centrosinistra al governo) nonché regolare i loro conti ancora in sospeso (Intesa sta producendo il massimo sforzo, ma è ancora lungi dall’assicurarsi la vittoria nello scontro con Unicredit e gli altri: Mps appunto, Fiat e via dicendo). E’ in corso una lotta multipolare, con alleanze che sempre si annodano e si sciolgono, con posizioni da “giocatori delle tre carte” (come nel caso di Alitalia). Per capirne qualcosa di più preciso, dovremmo avere rapporti privilegiati con i servizi segreti (o almeno con la magistratura “in servizio permanente attivo”). Noi del blog non li abbiamo; ci arrabattiamo e intanto forniamo – a quei troppo pochi che ci leggono – qualche informazione “utile”. Più di così non siamo attrezzati a fare, ci mancano i mezzi.
Dall’epopea gloriosa e tragica del Dottor Faustus, celebrata nella letteratura da Marlowe, Goethe e Mann, alla commedia e alla farsa del Perito Faustus; ancora una volta assistiamo a quel fenomeno di cui aveva già parlato Marx riguardo alle due maniere in cui la storia ama ripetersi. Entrambi hanno venduto l’anima al diavolo, ma se l’antico dottore lo ha fatto per l’invincibile forza dell’amore e del desiderio il secondo è stato vinto dalla brama di potere, ricchezza e gloria presidenziale. Bertinotti però oltre alla bravura nel vendere la sua anima si è anche specializzato nella capacità di produrre, realizzando profitti, “aria fritta” e “fumo” di vario tipo utilizzando le sue capacità, diciamo dialettiche, acquisite con vaste letture che, nonostante le sue ambizioni intellettuali, lo hanno reso particolarmente brillante nello stile, nella forma, ma molto meno sul piano dei contenuti. Avvicinandosi la convention della cosiddetta “Cosa rossa” il “patron” della ditta ha sentito il bisogno di rifilarci, a mò di introduzione, una brillante dimostrazione del suo talento in una intervista a “
Bertinotti prosegue poi rifilando al suo intervistatore un pochino di aria fritta - sul tipo di quella propinataci negli editoriali della “sua” rivista Alternative per il Socialismo – parlando anche di “tattica e strategia” e citando Lenin, Nenni, Togliatti e naturalmente il suo punto di riferimento principale, Riccardo Lombardi, per concludere che << tutto va ripensato. Essere o meno alleati del Pd, stare o meno dentro questo governo: tutto va riposizionato in chiave strategica>>. Ma Faustus ancora una volta ci dimostra la sua “diabolica” abilità e quando l’intervistatore gli domanda se la stagione de l’Unione è arrivata al capolinea gli risponde:<<Intellettualmente io sono già proiettato oltre. Ma politicamente ancora no>>. E il giornalista (Massimo Giannini) aggiunge: <<E qui torna Lenin. Fissata la strategia del tempo lungo, c’è da occuparsi di tattica “hic et nunc”, come dice il presidente della Camera. La tattica impone di combattere, ancora, dentro il quadro delle alleanze consolidate, e dentro il perimetro del governo in carica>>. Devo confessarvi che un utilizzo di questo tipo del pensiero e della pratica di Lenin mi fa venire il vomito; soprattutto quando parte da un individuo (che ne rappresenta molti altri) che non crede in niente, che ogni giorno si diverte a vendere la pelle dei lavoratori e ad appoggiare missioni militari italiane in ogni parte del mondo – predicando beninteso la “non violenza” forse non sapendo che il Mahatma esortava i vili a prendere in mano i fucili quando l’oppressione e l’ingiustizia non fosse contrastabile con altri mezzi – e che a suo tempo ha dichiarato che Hiroshima era stata giustificata, che l’annientamento di milioni di vite, alla fine di una guerra ormai già vinta, era risultato politicamente e militarmente necessario.
Il presidente continua:<<So bene, e ho persino orrore a pronunciare il termine: “verifica”>> E qui mi tocca aggiungere che anch’io provo orrore ma per motivi molto diversi. E dopo aver levato alti lai contro il governo riguardo ai salari e al lavoro precario, come se il PRC non fosse stato protagonista al pari degli altri alleati di ciò che è stato e ciò che non è stato fatto, quest’uomo che ha venduto la sua anima, il Perito Faustus, ritorna alla tattica piccola piccola. Nei due poli <<si è affermata una larga condivisione su due punti essenziali. Primo: l’attuale sistema istituzionale ed elettorale è un fattore di riproduzione della crisi politica. Dalla Finanziaria al Welfare, tutto dimostra che il bicameralismo perfetto non funziona più. Secondo: la lunga transizione dalla Prima Repubblica è fallita>> a causa soprattutto di <<un duplice difetto: le maggioranze coatte (buone per vincere ma non per governare) e il trasformismo endemico.>> Urge un nuovo sistema elettorale:<<Il sistema proporzionale, con clausola di sbarramento e senza premio di maggioranza, è una soluzione ragionevole.>> Qui il commento mi pare quasi superfluo anche se possiamo domandarci se il Perito Faustus formidabile trasformista, al pari dei suoi sodali della “cosa rossa” (di vergogna), non sia invidioso di Mefistofele che sapeva tramutarsi in cane, in giullare e in molte altre cose e inoltre se non gli capiti di riflettere, ogni tanto, sul fatto che come quest’ultimo si prostrava davanti al suo padrone Lucifero, così a lui capita di inchinarsi di fronte all’idolo brutale denominato governabilità. Ma anche Giannini ad un certo punto sente puzza di bruciato perché gli pare un po’ strano che <<in questo clima di sospetti>> Bertinotti <<benedica anche l’apertura del tavolo con Berlusconi>>. “Magnifica” la risposta del presidente:<<Senta, qui bisognerà prima o poi che un certo centrosinistra decida se il Cavaliere è un protagonista della politica italiana, oppure no. Io, che al contrario di Blair considero quanto mai attuale il cleavage destra/sinistra, penso che lo sia.>> Per chi ha costruito per anni tutta la sua “linea politica” (si fa per dire) fondandosi sull’antiberlusconismo si tratta proprio di una grande e geniale scoperta !
Ma Prodi non deve essere preoccupato:<< Non ci sono due maggioranze diverse, una per il governo, una per la riforma, che si escludono l’una con l’altra.>> Però è anche vero che Faustus sente il bisogno di lanciare un piccolo monito, perché nel gioco in cui si sente un po’ ago della bilancia, tra Prodi e Veltroni, il primo (solo nel senso della sopravvivenza di questo governo, beninteso) potrebbe avere la peggio. Il perito acculturato non può così rinunciare alla sua citazione colta finale: <<Come vedo Prodi, mi chiede? Con tutto il rispetto, di lui mi viene da dire quello che Flaiano disse di Cardarelli: è il più grande poeta morente… Visse ancora alcuni anni . Ma gli ultimi furono terribili.>>
N.B. Non ho niente contro i Periti industriali, anch’io ho quel tipo di diploma e non mi sono mai laureato. La sola differenza è che Bertinotti è un perito elettrotecnico mentre io sono un perito elettronico ma non penso che questo sia significativo.
Però, e quasi me ne dimenticavo, Bertinotti è anche Presidente della Camera dei Deputati mentre io sono un impiegato comunale con qualifica media e tuta blu annessa.
Mauro Tozzato 05.12.2007
Dal sito dell’ ‘Espresso’ veniamo a conoscenza di questo fatterello “In testa un’Alfa 159 nuova fiammante con poliziotti in borghese. Poi una Lancia Thesis con lampeggiante blu e paletta rossa “Servizio di Stato”. Infine un’altra Alfa 159 con poliziotti. Alle 18 e 40 di venerdì 7 settembre gli automobilisti nell’area di servizio Reggello sull’Autostrada del Sole si sono incuriositi pensando che fosse arrivato il presidente della Repubblica in cerca di un panino Camogli. Invece era solo il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, diretto a Bologna per un dibattito alla Festa dell’Unità. Con una certa fretta : dopo breve sosta, l’aggressivo corteo è ripartito a tutto lampeggiante, sorpassando sulla corsia di emergenza i chilometri di coda che come ogni giorno affliggevano il tratto dell’Autosole tra Incisa e Firenze. A Giordano non piacciono nuove autostrade e terze corsie. Ecco perché : per la sua auto blu il traffico è sempre scorrevole.” T. M. Falce e paletta <http://www.spreconi.it/2007/09/falce-e-paletta.html>
E’ probabile che avesse un ‘vincolo sociale’ da rispettare anche in quel caso … esattamente come ieri …
Possiamo malevolmente pensare che correva per partecipare a dibattito sulla precarietà ?
Magari per spiegare come mai alla Camera durante la votazione della Legge 196 ( denominata Pacchetto Treu) del 1997 i 26 deputati del PRC (tutti quelli presenti in aula) votarono a favore del provvedimento che introdusse il precariato. Secondo il Sole 24 ore 1 febbraio 2001 “Il "pacchetto Treu" è stato effettivamente il miglior prodotto dell'Ulivo in questa materia. Non soltanto per l'introduzione (meglio tardi che mai) del lavoro interinale, ma anche per altre disposizioni in materia di assunzioni a termine”. A onor del vero il PRC dovrebbe rivendicare il merito per cui il lavoro interinale, precedentemente vietato dalla Legge n. 1369 del 1960 (Divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro), entrò a far parte dell'ordinamento italiano del lavoro con il pacchetto Treu.
Oppure voleva denunciare il falso bipolarismo elettorale impiegando le parole di Cirino Pomicino, secondo cui la “proposta di Veltroni, e la larga eco favorevole che ha raccolto, sono la pietra tombale su quel bipolarismo elettorale che ha costretto in questi anni ogni schieramento ad accogliere tutto e il contrario di tutto. E l’attuale maggioranza di governo ne è la più plateale conferma.
Quel sistema fu sostenuto agli inizi degli anni Novanta da un malefico intreccio di potere tra alcuni grandi organi di informazione e da una parte del cosiddetto salotto buono del capitalismo italiano, che tutto era tranne che buono, come hanno poi dimostrato i fallimenti aziendali di molti suoi protagonisti.” (‘Non bisogna aver paura del proporzionale di Walter ‘ Geronimo lunedì 12 novembre 2007)
Oppure voleva rivelare come Prodi aveva risanato i conti dell’IRI citando come fonte il Sole 24 ORE del 12 novembre 2007-11-15 secondo il quale “Romano Prodi si vanta di aver risanato l’IRI, ma in realtà ha imputato a riserva (cioè le ha accantonate per proteggere il capitale sociale - ndr) le perdite della siderurgia, perdendo come negli anni precedenti.”
Per cui è comprensibile che per Cuccia affermò che “E’ imbarazzante scegliere Prodi e Berlusconi ” : una comprensione del lagrassiano ‘gioco degli specchi’, rimasto così oscuro alla sinistra radicale.
O ,collocandosi in una dimensione storica, voleva denunciare non genericamente
In fatti accadde che il commissario unico per
Non siamo in grado di conoscere quale di queste ipotetiche opzioni avrà scelto.
Prima che scatti il penultimatum che il segretario del PRC ha intimato (si fa per dire,… o meglio, solo per dire…) al governo, chissà se scioglierà il vincolo del segreto (politico) professionale e rivelerà i veri motivi per cui per la ventitreesima volta ha consentito di tenere in vita un esecutivo espressione, con la formula lagrassiana, della Grande Finanza e Industria Decotta.
Nel mio Politica in dissoluzione, economia in degrado (di lunedì della scorsa settimana) avevo previsto che Prodi avrebbe superato, pur nel marasma e nel “mercato” più incredibile, il passaggio della finanziaria, lasciando deluso Berlusconi, che sembra essersi fatto prendere in giro da Dini. Avevo fornito anche una serie di motivazioni del perché sarebbe avvenuto un fatto del genere, motivazioni che non credo si troveranno facilmente in giro. Dopo un paio di giorni, una parte di queste ultime sono state addotte anche da altri due giornalisti (non certo “di sinistra”), certo più informati di me, ma forse un po’ meno “liberi”, per cui a me sembra abbiano detto meno di ciò che si poteva dire e che penso di aver spiegato più esaustivamente.
Avevo anche scritto che da metà novembre sarebbe iniziata la dissoluzione del centrodestra. Ovviamente, non mi aspettavo il coup de théâtre di Berlusconi. Solo i profeti possono “indovinare”; chi ha qualche buon strumento d’analisi “prevede” (parzialmente) la sostanza dei processi, non le forme specifiche con cui essi si svolgono concretamente. Comunque, ero vivamente sorpreso che nessun politico si rendesse conto di quanto ha capito un comico come Grillo, cioè l’enorme e rapidamente crescente distacco (con disgusto) della gente dalla politica; ovviamente non da quella grande (che, del resto, la suddetta gente nemmeno capisce, però spesso la segue), ma da quella di questi omuncoli che costituiscono l’indecoroso ceto politico italiano. Mai visti tanti arroganti inetti e per di più disonesti, opportunisti, voltagabbana come sono tutti i politici di questa presunta “seconda repubblica” (al minuscolo!), di qualsiasi parte politica siano, salvo qualche rara eccezione individuale; e solo parziale perché sembra proprio che il clima parlamentare dia luogo ad una malattia contagiosa e permanente. Pensate che Fini e Casini (ma anche la Lega in fondo), dall’opposizione (fasulla), si sono messi a dialogare con la maggioranza sulle “riforme” ed in particolare su quella elettorale, in ciò facilitati dai sermoni della “massima” carica, che favorisce a mio avviso una ben precisa parte, da cui proviene; ma anche “da destra”, i politicanti di professione hanno volentieri abboccato all’amo, sperando di cavarne vantaggi per i loro medio-piccoli partiti (e ovviamente per loro stessi).
Il paese è chiaramente in gravi difficoltà: un tessuto sociale sempre più disfatto, un’economia in mano a gang “chicaghesi”, previsioni di stagnazione per almeno due anni anche da parte di organismi (interni e internazionali) ufficiali. Non siamo per nulla alla povertà diffusa, ma certo si nota con chiarezza una riduzione non lieve né tanto meno effimera del tenore di vita (e andare avanti, è facile; tornare indietro crea tanti mugugni). Della “sicurezza” nemmeno parlo, perché è in buona parte una “cantilena” atta a sviare l’attenzione della gente, ma comunque contribuisce al malessere crescente. In una simile situazione, questi disonesti e corrotti, di poca sostanza e di ancor meno cervello – tutti tronfi perché ci rappresentano in Parlamento – pretendono di interessare la popolazione, discutendo intorno alla “riforma elettorale”: alla spagnola, alla francese, alla tedesca, maggioritaria pura, proporzionale pura, una via di mezzo tra le due, e via smaniando dietro a politologi di “chiara (in)fam(i)a”, che intanto intascano, alla facciaccia nostra, migliaia di euro per scrivere editoriali cazzerecci su giornali di una povertà di idee assoluta, diretti da autentici manipolatori in perfetta mala fede e lautamente pagati, dalla finanza parassita e dall’industria assistita politicamente, per rincoglionirci.
Immagino che gli imbecilli ironizzeranno sugli “8 milioni di voti” raccolti nei gazebo, ricordando gli 8 milioni di baionette mussoliniane. In realtà, di questi tempi, i milioni si “sprecano”: gli otto di Berlusconi sono come i quattro dell’investitura di Prodi, i tre e mezzo di quella di Veltroni, i cinque del referendum sindacale; come i milioni che sfilano nelle manifestazioni, dove gli spazi occupati ne indicano si e no un quinto dei dichiarati, a meno che questi mentitori “destri”, “sinistri”, sindacalisti, politici, giornalisti, ecc. non abbiano trovato il modo di ovviare alla “impenetrabilità dei corpi”. E’ tutto un imbroglio, una realtà virtuale, uno spettacolo per rimbambiti dalla TV. Resta, sicuro, solo il malcontento crescente e il qualunquismo (non l’Uomo Qualunque del dopoguerra, semplicemente lo schifo e disprezzo per questi politicanti che ci guastano le serate con le loro impresentabili facce). I milioni di manifestanti, firmatari, partecipanti, ecc. sono più svalutati dell’euro, che si pavoneggia perché vale poco meno di un dollaro e mezzo, dimenticando che ormai ha lo stesso potere d’acquisto di, si e no, 7-800 lire del 2001.
Di fronte a tutti questi pigmei che si fingono “professionisti della politica”, sta un “piazzista” che sente gli umori della “ggente”, e non poteva inoltre non accorgersi che si stava mettendo di nuovo in piedi contro di lui una “gioiosa macchina da guerra” come quella dichiarata tronfiamente nel 1993 da Occhetto, ormai montatosi la testa e incapace di capir più nulla dopo essere riuscito, con l’abiura del passato, a farsi coccolare dai nostri “poteri forti” in perfetta connivenza (subordinata) con quelli di “oltreatlantico”. Allora, comunque, tali poteri, pur con sordi conflitti interni, erano abbastanza sotto il controllo dell’Avvocato. Eppure, Berlusconi fece saltare tutto il progetto accarezzato dagli ambienti che tentavano di creare un nuovo regime tramite l’uso scorretto della magistratura. Ma oggi? Non nomino nemmeno i singoli personaggi scadenti del “piccolo establishment”, che cercano un faticoso accordo in una congiuntura di arretramento economico e soprattutto sociale assai grave. Sono personaggi di tanta ricchezza (ottenuta in gran parte tramite gli aiuti di politici totalmente asserviti), ma di una piccolezza di vedute solo nascosta da giornalisti pagati per ingigantire le loro imprese da magliari.
Le carte dell’ennesimo attacco a Berlusconi sono state di fatto scoperte con il progetto di legge Gentiloni, che è, inutile essere ipocriti, antimediaset. Ed è proprio la minaccia di appoggiarlo da parte di Fini, almeno così si dice, ad aver messo il “pepe al culo” al Cavaliere. In questo caos (e insieme palude), credo proprio che quest’ultimo si appresti a buttare all’aria il tavolo per la seconda volta, e più facilmente che non la prima, pur se ha quindici anni di più sul groppone (e certo contano). Ma ha di fronte dei tali nani che all’80% (o poco meno) gli riuscirà il gioco di squasso delle rozze manovre altrui. Certamente, ci riuscirà nel palcoscenico di questa politica così miserabile (sul piano economico è già un’altra faccenda). Per fortuna, malgrado certi sciocchi e mascalzoni abbiano cercato di parlare di fascismo montante tramite lui, Berlusconi ha poco a che vedere con le capacità di quella corrente politica del passato. Pochi si rendono conto che la configurazione economica e la miserabilità politica dell’Italia odierna ha indubbie rassomiglianze (in peggio) con quelle della Repubblica di Weimar; tenendo però conto che non sussiste quella condizione fondamentale rappresentata dalla crisi del 1929 e dai pesantissimi debiti di guerra imposti alla Germania. Tuttavia, mancano in particolare (probabilmente anche per l’assenza della condizione appena detta) le capacità di penetrazione popolare dei fascismi di allora. Tanti incoscienti (di oggi, perché ieri avevamo ben altri cervelli, fra cui soprattutto il nostro Gramsci) credono di poter ridurre il nazifascismo alle mascelle in fuori di Mussolini o alle mossette “charlotiane” di Hitler.
Nulla di più sciocco. I gruppi dirigenti di quei movimenti capivano benissimo che cos’erano i blocchi sociali, quale struttura partitica (e di “squadre d’azione” collegate, ma al momento opportuno anche sconfessate, addirittura sterminate, se necessario) era la più idonea a scagliare il crescente malcontento delle maggioranze, talvolta dette “silenziose”, contro gli avversari al fine di schiacciarli (non di trattare con essi); sapevano con quali gruppi economici allearsi, ma senza esserne pura emanazione servile; sapevano come collegarsi a certe Istituzioni e soprattutto a parti dei “corpi speciali in armi”; erano dentro una ideologia (nazionalismo, antisemitismo, ecc.), della quale di fatto si servivano per indirizzare i colpi verso gli obiettivi che rappresentavano veramente gli ostacoli da abbattere. Per fortuna, nessuna di queste capacità è presente in Berlusconi; solo un po’ di sensibilità di manager della divisione marketing di una impresa. Con il ceto politico che abbiamo, e con i gruppi finanziari e industriali che di questo si servono, basta per scompigliare i giochi. La nostra miserabile classe dominante (parassiti finanziari e industriali assistiti dallo Stato) tenta da quindici anni di rifare il sistema politico onde renderlo assolutamente prono ai suoi voleri: all’inizio, come ricordato, puntando su Occhetto e i rinnegati del Pci, oggi su Veltroni (che afferma di non essere mai stato comunista nemmeno quando era iscritto a quel partito).
Non ce l’hanno mai fatta, e non ci riusciranno nemmeno questa volta. Hanno nuovamente obbligato Berlusconi a fare una mossa “azzardata”. Ma lo è poi tanto? E lo era quindici anni fa, quando fu costretto (sissignori, costretto dalle minacce di Occhetto, quindi dei gruppi industrial-finanziari cui egli era asservito, di rovinarlo economicamente e di togliergli le TV per papparsele loro) a scendere in campo? No, “carini” e scemi di “sinistra”; non vi rendete nemmeno conto che vi siete legati mani e piedi a classi dirigenti economico-finanziarie (a loro volta senza più autonoma dignità di fronte alla potenza predominante, gli Usa) che sono il peggio esistente nel mondo intero. Negli anni 50-60, il Pci aveva discreti rapporti con uomini – pur appartenenti alle forze di governo – come Mattei (Eni) o Saraceno (vicepresidente Iri), e altri simili: tutti personaggi che ne avessimo oggi….., “saremmo a cavallo”! I rinnegati, com’è d’altronde nelle “ferree leggi della Storia”, sono proni di fronte a incredibili gruppi dirigenti di imprese finanziarie, dedite agli imbrogli, e di imprese industriali, che “vanno tanto bene” da continuare a “disseccare” le “casse dello Stato”.
Nel 1993, queste classi dirigenti inette tentarono di creare, via “mani pulite”, un regime a loro totalmente asservito, ma distrussero i partiti per cui votava la maggioranza della popolazione, senza rendersi conto che quella “gente” non era poi così facilmente indirizzabile come volevano loro, verso un blocco di forze egemonizzato dai postpiciisti. Fu facile per Berlusconi prendersi quell’elettorato. Adesso, ripetono l’idiozia; mesi e mesi (e anche più) di trame oscure e complicate, di “scazzi” continui e ipocrite riconciliazioni, per mettere in piedi un “Partito democratico”, senza accorgersi dell’insofferenza crescente della “ggente”, del distacco dalla politica in una situazione sociale ed economica sempre più degradata. E ancora improvvide minacce di togliere parte delle reti TV all’oppositore, che non si vuol accettare nel “salotto buono” (ormai composto da gente volgare, grossolana, senza nemmeno un decimo di “signorilità borghese”; solo degli squallidi parvenus). E Berlusconi ha interpretato l’antipolitica, l’insofferenza della gente per tante chiacchiere e disquisizioni di una "Casta" ormai sputtanata quotidianamente per gli incredibili privilegi di cui gode.
Per fortuna (loro, non nostra), il Cavaliere sputa sul "teatrino della politica" ma si diverte a recitare sulla scena dello stesso. Per cui, si servirà dello scompiglio creato, e del suo essersi riportato al centro della scena (del palcoscenico, non della cabina di regia), per ricollocare Fini e Casini nel ruolo (minore) che meritano e dichiararsi il vero interlocutore di Veltroni. Quest’ultimo e Berlusconi sono la più appropriata personificazione del miserando gioco degli specchi tra sinistra e destra: entrambi vanesi, superficiali, finti bonaccioni, “luogocomunisti”. Il secondo è meno fastidioso perché anche megalomane, mentre il primo assomiglia troppo a quei “fraticelli” scalzi, umili, con gli occhi al Cielo imploranti il “buon Dio”, fregandosi sempre le mani (come Ballantini, l’imitatore di Bruno Vespa) e poi……. via un bell’inchiappettamento di pargoli. In fondo Berlusconi ha detto di aver letto tutto “Il Capitale” (chissà se sa che è in tre libri, e belli grossi) e di averlo capito a menadito; il che, se mi permettete, è una delle più belle barzellette da me sentite. Veltroni è accreditato invece di amare “Giovannona coscia lunga” e altri film similari; non ha nemmeno quel minimo di anticonformismo che avrebbe potuto portarlo a dichiarare la sua preferenza per “Gola profonda”. Eppure dice di essere un “clintoniano”; le sue contraddizioni sono evidenti.
Scusatemi l’ultimo pezzo poco serio, ma voi capirete che non sto parlando di persone, né di avvenimenti, seri. O ci serviamo di questa massa di mentecatti per tirarci fuori qualche risata oppure creperemo di cirrosi epatica in pochi anni. In ogni caso, ho tralasciato in questo pezzo proprio il “dietro della scena”, dove d’altronde gli avvenimenti sono sempre più confusi. Sul piano generale, siamo ben lungi dall’essere usciti da una crisi finanziaria al momento strisciante, ma sempre più pericolosa, anche perché, almeno in Europa (e l’Italia è il fanalino di coda di quest’ultima), siamo in evidente stagnazione (stando ai dati ufficiali che potrebbero perfino celare, data la mascalzonaggine delle classi dirigenti e di tutto ciò che manovrano, anche una recessione). Quanto alla situazione esistente in Italia, nell’ambito dello scontro fra i sedicenti “poteri forti”, siamo ancora in stallo. Attendiamo almeno di vedere come va a finire l’attribuzione della poltrona di ad in Telecom, dove il più accreditato è il ben noto Bernabé, candidato di Intesa (“ispiratrice” di Prodi), ma con una dichiarazione di gradimento da parte di chi dovrebbe essere in contesa con quest’ultima (Geronzi: ex Capitalia, oggi Mediobanca, azionista forte di Generali); dichiarazione convinta, di circostanza, di accettazione di una mezza sconfitta? Ai giorni, settimane e mesi prossimi, “l’ardua sentenza”.
Quanto a Berlusconi, e alla sua mossa a sorpresa, si può sicuramente dire che ha di nuovo messo in confusione le manovre del “piccolo establishment”, ma senza nessuna visione di lungo respiro. Porta disordine, impedisce che si saldino i giochi politici dei suoi avversari, ma non li attacca mai né si confronta apertamente con loro. Continua a muoversi nel “teatrino della politica” e le sue “batterie” si concentrano su obiettivi di retroguardia quali sono quelli della “sinistra estrema”. Sono sicuro che egli stesso capisce che il governo non è schiavo di quest’ultima, ma egli continua su questo ritornello per non attaccare i veri nemici. Solo alcuni che scrivono sul “suo” Giornale sparano sporadici colpi (che il nostro blog riprende e riprenderà sempre) sugli ambienti finanziari e industrial-assistiti (dallo Stato) che fanno capo a Montezemolo, Bazoli, Profumo, Geronzi, Mussari (Montepaschi), ecc. Mi dispiace per certi “sinistri” (non so se in mala fede o sciocchi), ma Berlusconi è proprio il contrario del “fascista”; crede di potersela cavare con così scarso coraggio e senza alcuna lungimiranza strategica. Non prenderà mai alcun potere; ma ciò che fa basta ad impedire anche la vittoria degli altri, i quali sono sia divisi sia di altrettanto bassa levatura strategica (e asserviti alle mene americane come, appunto, nella Repubblica di Weimar).
Intanto, in una situazione simile, tutto andrà sempre più allo sfascio o almeno allo sfilacciamento e logorio irreversibili del tessuto socio-economico del paese. Si vanno accumulando molte condizioni di possibili rotture e brusche lacerazioni. Non so se si formeranno, in tempi non eccessivamente lunghi, gli agenti in grado di assumere un ruolo importante nel momento cruciale. Quello che so, è che non apparterranno alla “sinistra”, ormai completamente persa al gran completo: o venduta o ossessionata da continue nuove scissioni per andare “un po’ più a sinistra”. Una vera raccolta di rinnegati (ma di bassa qualità politica) o di salmodianti le litanie della vecchia “lotta di classe”. Via da questa gente, allontaniamocene al più presto e definitivamente.
In Italia si è aperta la stagione delle cosiddette consultazioni democratiche “leggere”. Questa overdose di democrazia consultativa è iniziata con il referendum sul welfare, dove il plebiscito sull’accordo di luglio è figlio di votazioni poco trasparenti, con tanto di sgherri sindacali che tenevano lontani i curiosi, ed ha avuto un seguito con le primarie del Partito Democratico, laddove votare tre, quattro, cinque volte è stato un vero e proprio gioco da ragazzi, così come svelato dalle telecamere di Striscia
Il problema è grave perché il “maanchismo” di Veltroni ha un doppio compito, “novocainizzare” la pubblica opinione costringendola in un abbraccio soporifero del tipo “volemose bene semo tutti italiani” “ma anche” portare a termine quel progetto di lunga data di Grande Centro allargato che sbrighi le “pratiche” ancora sospese dei gruppi economico-finanziari dominanti. I tempi stringono a causa del malcontento generale e i veri padroni dell’Italia, Unicredit-SanIntesa-Fiat e tutto il gruppo di comando asserragliato nel salotto buono dei poteri forti tenta una via disperata per la propria sopravvivenza.
E’ da un po’ di tempo che si blatera di caste politiche, sindacali, amministrative ecc. ecc. ma dato che gli attacchi provengono dall’interno, dai medesimi gruppi di potere e dal circo massmediatico a questi asservito, la denuncia di sprechi, ruberie e appannaggi vari, è molto simile alla strategia di quei pentiti che svelano solo i nomi delle cosche nemiche; insomma si tratterebbe di un mero regolamento di conti tra delinquenti, una guerra tra bande con una strategia differenziata e ancora aperta.
L' altro ieri con “sardonismo” appena velato i lorsignori si sono messi tutti in fila per votare alle primarie, da Nanni Bazoli di SanIntesa a Profumo di Unicredit. Quest’ultimo si è anche fatto prendere dai sensi di colpa dell’uomo “normalmente” democratico, in quanto era stato tentato dal non andare ad esprimere la sua preferenza ma poi ha ceduto alle sirene del Pd. De Benedetti, invece, quello che prenderà la tessera n.1 del Pd è stato avvistato a Torino mentre quel mammasantissima di Geronzi, da quando è divenuto Presidente di Mediobanca, sta cercando di apparire come un uomo al di sopra delle dispute politiche.
A Montezemolo è invece bastato avere un colloquio con Veltroni, per spiegargli le strategie a venire e la necessità di accelerare su Prodi, che prima sbaracca meglio è per tutti
Proprio
«Decomponendosi lo Stato che ormai non resisteva più all’azione di sfruttamento e parassitismo dei vecchi partiti, bisognava avere il coraggio di fare la rivoluzione per sommergere, rovesciare distruggere queste caste politiche.(...) Queste caste politiche che sciupavano indegnamente i meravigliosi tesori della vittoria italiana dovevano essere disperse e distrutte».
Queste parole, vecchie di più di settant’anni, sembrano pronunciate da un contemporaneo sdegnato dall’attuale situazione politica italiana, dal pantano vergognoso in cui centro-destra e centro-sinistra hanno trascinato il paese corrompendo le sue già fragili istituzioni modellate a misura di una nefasta impalcatura statale basata sulle menzogne e sul parassitismo di ristrette caste politiche e di gruppi economico-finanziari che manovrano all’ombra della stessa politica. Eppure queste parole, tanto attuali e tanto corrispondenti al marciume odierno dei nostri partiti, sono state pronunciate da Mussolini nel ’26. Anche all’epoca la casta di governo stava trascinando il paese alla rovina (con i vari Serrati e Turati che continuavano a prodigarsi per tenere a galla Giolitti ricercando una soluzione parlamentare allo stallo istituzionale, spingendo ad un’assurda passività le masse e favorendo così l’ascesa dei fascisti). Tanto era seria la situazione che persino Bordiga e Salvemini giunsero ad auspicare un repulisti risolutivo (che chiunque l’avesse realizzato avrebbe garantito un servizio al paese, queste sono le parole quasi letterali usate da Bordiga) che facesse crollare le istituzioni liberali e i gruppi notabilari asserragliati a tutela di uno Stato in piena putrescenza.
Di lì a breve si sarebbe capito che, in realtà, l’affermazione del duce, per quanto utile a far fuori una classe dirigente inetta e corrotta, avrebbe trascinato il paese in ben altri drammi, mettendo ancora di più in evidenza le “sviste” storiche di socialisti e comunisti, incapaci di cogliere le opportunità che potevano derivarne per i dominati laddove si fosse riusciti a trasformare il malcontento generalizzato in situazione realmente rivoluzionaria.
Si comprende allora, ieri come oggi, che lo sbocco dalla crisi può derivare dall'avanzata di nuovi gruppi sociali i quali, in un certo senso, devono sì essere definiti rivoluzionari ma in un ambito di mantenimento delle coordinate sistemiche di fondo (i cosiddetti rivoluzionari dentro il capitale), entro cui è inserita una determinata formazione sociale.
Non si deve mai sottovalutare la forza politica e sociale che questi gruppi possono mettere in campo, soprattutto perché si trovano ad agire sullo stesso terreno di malcontento delle forze antisistemiche. Se nel ’19-’20 i socialisti furono incapaci di condurre fino alle estreme conseguenze le legittime rivendicazioni di contadini e operai, in una situazione di crisi e di disfacimento dell’economia italiana e dello Stato liberale, il fascismo, invece, riuscì ad inserirsi proficuamente in quelle contraddizioni fino a saldarle in un blocco sociale “d’urto”, composto dalla piccola borghesia contadina e dalla media e piccola borghesia dei centri urbani. Il risultato sarà esplosivo tanto che il fascismo perverrà “alchemicamente” ad incarnare, grazie ad una efficace costruzione ideologica, tanto le tendenze anticapitalistiche che quelle antiproletarie, fondando la sua spinta rivoluzionaria su una classe abbastanza numerosa (anche se eterogenea e diversificata al suo interno com’è generalmente il ceto medio) che si sentiva troppo stretta tra la grande borghesia imprenditoriale e il proletariato. Il fascismo datosi una base sociale solida - essendo stato in grado di orientare queste contraddizioni più in senso antiproletario che non contro il grande capitale - attuerà la sua normalizzazione capitalistica ma fuori dalle secche del contesto politico precedente.
Finalmente veniamo all’oggi, anche per attestare, mutatis mutandis, quanto di quel passato c’è nell’attuale fase politica italiana. In verità la situazione è profondamente diversa, sia per gli attori sociali in gioco sia per la struttura economico-produttiva dell’Italia dei nostri giorni. Tuttavia un punto di contatto emerge chiaramente e riguarda la corruzione e l’inettitudine di partiti e istituzioni statali completamente asserviti ad alcuni gruppi dominanti economico-finanziari che noi abbiamo definito con l’acronimo GF e ID (Grande Finanza e Industria Decotta). C’è da dire che questa volta occorre dare ragione, ahimé, all’editoriale di Paolo Guzzanti apparso su Il Giornale di ieri. Si parla tanto di Casta e di malcontento, ma da chi è partito effettivamente questo allarme e chi lo sta sfruttando? Che la situazione economica e politica dell’Italia sia gravissima è sotto gli occhi di tutti e le tasche della gente sono l’unico vero indicatore statistico per un paese che non gira più come dovrebbe. Finalmente, si comincia a dare la giusta responsabilità dei risultati che non arrivano ad una classe politica insulsa ed inefficiente che diviene ancora più odiosa laddove distribuisce privilegi a sé stessa mentre lo stivale si sfaglia e il morale degli italiani finisce sotto il “tacco”. Ma da chi parte la campagna contro la fantomatica “Casta”? Da due giornalisti del Corriere della Sera “figliocci” di un Direttore, quel Paolino Mieli, che solo un anno fa perorava la causa salvifica incarnata da Prodi e dal Centro-sinistra. Dice espressamente Guzzanti: “Paolo Mieli e il suo giornale (Beppe Grillo è un comprimario clamoroso ma da solo impotente) sono stati non i cronisti, ma i creatori e portabandiera di questa crociata. E non soltanto perché sono due giornalisti del Corriere quelli che hanno scritto
Forse si ricorderà l’articolo scritto qualche mese orsono (Ladri! Ladri! Ladri!) sul tentativo ordito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dall’INPDAP per dare avvio al prelievo automatico di uno 0,15% sull'importo lordo delle pensioni degli ex-dipendenti pubblici che percepiscono più di 599 euro al mese. All’epoca, avevamo messo in guardia da questa manovra “truffaldina” atta alla sottrazione di denaro ai pensionati con la scusa di fornire agli stessi un servizio, mai richiesto, di agevolazione sui mutui ipotecari edilizi concessi dalla cassa di Gestione Unitaria delle Prestazioni Creditizie e Sociali dell’IPDAP stesso. Si trattava (e si tratta) in realtà di una trappola a “scopo estorsivo” perché, in primo luogo, i vantaggi promessi non sono realmente tali considerato che l’Istituto Nazionale di Previdenza dei Dipendenti della Pubblica Amministrazione antepone alla concessione del credito la compilazione graduatorie annuali per l’accesso ai suddetti benefici che scontano tempi di attesa giurassici. In secondo luogo, e qui sta il vero inganno, i pensionati che non vogliono aderire all’iniziativa devono comunicare, per tempo, la loro volontà altrimenti agisce la regola (imposta da chi e sulla base di quale legge?) del silenzio-assenso.
Bene, sembra che ieri siano partiti i primi depliants “postatarget” dell’Istituto in questione. Secondo quanto riferisce Giancarlo Lehner sul Giornale di ieri i depliants, dalla copertina accattivante, non sono proprio il massimo della trasparenza tant’è che molti pensionati potrebbero avere grosse difficoltà a compilare il modulo di non adesione: “Sulla copertina c'è un nonno inconsapevole che ride beato insieme alla sua nipotina; la didascalia detta: «I servizi Inpdap non hanno età / Guida per chi è in pensione». Tuttavia, non si tratta affatto di una guida, bensì di una cattiva azione a danno del nonno ridente e inconsapevole. All'interno, firmata da tal Giuseppina Santiapichi, nientemeno che direttore generale dell'Inpdap, si legge una letterina tesa a promuovere l'iscrizione «volontaria» alla Gestione unitaria.
Ancora una volta le istituzioni di questo paese, guidate dalla “cosca” di centro-sinistra, si “preoccupano” del nostro futuro frugandoci nelle tasche. Imporre la regola del silenzio-assenso, quando si tratta di categorie deboli come i pensionati, vuol dire essere totalmente in malafede. I pensionati più anziani sono generalmente afflitti da mille problemi fisici, dalle difficoltà motorie ai problemi di vista, così che finiranno per rassegnarsi all’ennesimo balzello senza protestare più di tanto, mentre “lorsignori” potranno dire di aver raggiunto gli scopi preventivati.
ARRIVEDERCI A LUNEDI'
Accade alla realtà di presentarsi, prima facie, semanticamente invertita. Di fatti, è un’unica voce quella che, dalle bocche del circo mediatico ufficiale, alza i suoi alti lai contro l’antipolitica trionfante tra le italiche popolazioni, sempre più sfinite dall’infingardaggine e dal ladrocinio della cosiddetta “Casta” o “Cosca”. In verità, se il termine politica indica, nel suo significato etimologico, l’interesse e la cura per le cose e i fatti della polis è ovvio che l’antipolitica è meglio rappresentata da chi si fa gli affaracci propri perpetrando odiosi appannaggi mentre tutto intorno è una valle di lacrime senza fine.
Mastella, ieri a Ballarò, si sentiva crocefisso da accuse infamanti (tra le quali l’aver pagato appartamenti in zone metropolitane a prezzi popolar-parlamentari o quella di aver utilizzato aerei di stato per portare a spasso il figliuolo)e tirava verso di sé
Un esempio varrà a chiarire come si è sostenuta finora l’azienda torinese. Pare, di fatti, che solo negli anni ’90 quest’ultima abbia ricevuto dallo Stato trasferimenti “pubblici” pari ai dividendi distribuiti ai propri azionisti “privati”. Tradotto significa che siamo noi italiani a pagare le operazioni della Fiat, soprattutto quando la stessa sbaglia i propri investimenti.
Allora ha ragione Ribecchi, urge una "lotta di casta" senza quartiere che spazzi via al più presto tutto il marciume politico ed economico di questa Italia sempre più depressa.