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lunedì, 04 febbraio 2008

L’AMBASCIATORE WU ZEXIAN: LA CINA NON HA MIRE IMPERIALISTICHE

 (fonte geostretegie.com trad. di G.P.)

 

L'ambasciatore della Cina a Kinshasa, Wu Zexian, ha accordato un'intervista esclusiva al giornale "Le Potentiel" durante la quale ha parlato della cooperazione tra la Cina e la RDC che allevia i timori degli uni e degli altri sugli accordi di cooperazione firmati nel settembre 2008 con la RDC e sottolinea il principio di base della diplomazia cinese.

 

Signor ambasciatore, in quest'inizio dell'anno 2008, qual’ è lo stato della cooperazione tra la Cina e la RDC?

Innanzitutto, vi ringrazio di offrirmi quest'occasione per indirizzarmi una volta ancora al pubblico congolese. Ci tengo ad auguravi un buon 2008. A proposito della cooperazione Cina-RDC come lei sa, nel mese di settembre 2007, c'è stata la firma di un accordo tra un gruppo di imprese e banche cinesi e la controparte congolese. Dalla firma di quest'accordo, gli esperti, gli ingegneri ed i tecnici dei due paesi si sono messi al lavoro per portare a termine le modalità concrete di questa cooperazione gigantesca. Che io sappia, hanno praticamente coordinato il loro lavoro, da una o due settimane. Dunque, in un futuro molto prossimo, ci sarà l'avviamento di prime sezioni di progetti, oltre alla visita del governatore di Lexim Bank, che è uno degli attori di questa cooperazione. Questa banca finanzierà tutte le operazioni. Mi affretto a dirvi che è atteso verso la fine di questo mese di gennaio precisamente per segnare l'inizio dei lavori. Sarà accompagnato dai rappresentanti di due imprese che sono implicate in questa cooperazione, cioè Crec e Sinohydro. Sono imprese importanti in Cina che hanno competenza nella realizzazione di grandi lavori. Ecco! Si è in uno stato abbastanza soddisfacente del lancio di tutti questi progetti.

Quale è il ruolo del governo cinese in questi progetti?

Il governo cinese sostiene completamente le banche e le imprese cinesi negli sforzi di cooperazione  con i paesi in via di sviluppo. In alcuni paesi, lo schema vuole che sia il governo stesso a firmare gli accordi con i governi dei paesi in questione. Per il caso della RDC, c'è stata la preoccupazione non di appesantire il debito già contratto. Non si può copiare lo stesso schema per ogni governo. La Cina ha voluto differenziare le cose, affidandosi allo schema da impresa ad impresa. Le autorità congolesi hanno dunque affidato il compito alla Gecamines. Si tratta di una joint-venture. È questa joint-venture che prenderà in prestito il denaro di Lexim Bank e lo rimborserà. Questa cooperazione si sostiene su prestiti nella prospettiva dello sfruttamento in comune delle risorse naturali. L'idea di questa cooperazione precisamente, è di condurre due operazioni simultaneamente. Da un lato, lo sfruttamento delle risorse naturali, dell'altro, la realizzazione dei lavori pubblici. Dunque, l'avviamento sarà simultaneo. Ciò vuole dire che la banca dovrà investire, fin dall'inizio, allo stesso tempo nello sfruttamento delle risorse naturali e nella realizzazione dei lavori pubblici. È un'idea brillante.

Chi rimborserà la banca?

Non il governo della RDC. È questa joint-venture creata precisamente dal gruppo cinese e da Gecamines, con il dividendo che deriverà dallo sfruttamento delle risorse naturali. Alla fine, le due parti si ritrovano in questa cooperazione. Da un lato la banca e le imprese cinesi avranno la loro parte con lo sfruttamento delle risorse naturali. Dell'altro, la RDC, attraverso la Gecamines, beneficerà dei suoi vantaggi con i lavori di infrastrutture che saranno realizzati. Quanto allo sfruttamento delle miniere, questo richiede investimenti giganteschi. E mi creda, così come gli esperti hanno lungamente discusso sulle modalità concrete, si tratta di qualcosa che s’inserisce in una logica benefici-benefici, che ne è il principio base. Non ci sarà squilibrio. Non è nostra volontà quella di creare uno squilibrio in questa cooperazione. Sarà qualcosa di benefico tanto per la parte cinese che per la RDC. Sarà una cooperazione molto equilibrata.

Come far evitare alla RDC la spirale dell'indebitamento?

Questo problema ci ha preoccupati fin dall'inizio. Ed è precisamente per la preoccupazione di non  appesantire i debiti del governo della RDC che abbiamo inventato questo modello creando una joint-venture. La responsabilità è dunque chiara. Nel peggiore dei casi, se questa joint-venture non lavora bene e non arriva più a rimborsare la banca, è la banca che si prende la responsabilità e il rischio. Il governo della RDC non è obbligato a rimborsare al posto di questa joint-venture. Fin dall'inizio, si è voluto evitare uno scenario che appesantisse i debiti del governo della RDC. Detto ciò, e questo riassicura i partner, è che noi, come gli ingegneri, i responsabili delle imprese di banche e le imprese cinesi tanto quanto i responsabili congolesi, siamo gente seria. Lanciandoci in tale affare, si è bene analizzata la situazione. Studi di fattibilità sono stati condotti. Gli esperti hanno studiato tutti i dettagli dell'operazione. La conclusione è semplice: attraverso questa cooperazione, il rischio è minore. Invece, ci sarà un profitto per le due parti. Un lavoro meticoloso e dettagliato è stato fatto dalle due parti. Non si fa avventurismo in una cooperazione di tale portata. Quello che ci lega alla parte congolese è fondato su una base seria.

Secondo alcune critiche, il denaro messo a disposizione della RDC rischia di squilibrare la sua economia. Cosa rispondete a questa critica?

Non sono critiche fondate sulla realtà, poiché la realtà ve l'ho spiegata: non ci sarà indebitamento del governo della RDC. Questo è stato del resto spiegato fin dall'inizio, in occasione della firma di quest'accordo. Questi timori o queste critiche non sono fondati. E su questo punto, ho ricevuto giornalisti tanto della stampa congolese che occidentale. Ho discusso con i miei colleghi europei o con le delegazioni venute dall'Europa. Ho spiegato bene ciò che avevo detto per riassicurare tutti, precisamente per quanto riguarda questa preoccupazione o questo timore di vedere il debito della RDC appesantirsi ancora con la firma di questo accordo. A proposito dello squilibrio dell'economia congolese, penso che sia ancora un timore ingiustificato. Per sviluppare l'economia di un paese, occorre innanzitutto sviluppare l'infrastruttura. Se non ci sono infrastrutture, non si può fare nulla. E credo che le autorità congolesi abbiano ragione di privilegiare i progetti di infrastrutture in questa cooperazione. Noi cinesi, abbiamo fatto questo percorso nella vasta riforma della nostra economia verso la fine degli anni 70. Avevamo messo l'accento, ed anche oggi, noi mettiamo l'accento sullo sviluppo delle infrastrutture che è determinante per lo sviluppo economico di un paese. Anziché squilibrare, come alcuni temono, l'economia, sarà certamente un fattore benefico, determinante ed indispensabile per lo sviluppo economico dell'insieme del paese.

Nelle relazioni tra la RDC e le istituzioni di Bretton Woods, si ritorna regolarmente su una cosa: l'incapacità del Congo di assorbire crediti. Pensate che la RDC potrà essere capace di assorbire i miliardi cinesi?

Credo che il ministro Lumbi abbia utilizzato una parola che caratterizza certamente questa cooperazione: il "baratto". Da un lato, lo sfruttamento delle miniere, dell'altro la realizzazione dei lavori pubblici. Non si tratta dunque di rimettere miliardi tra le mani delle autorità congolesi perché le utilizzino per realizzare lavori pubblici. No! È una cooperazione che consiste nel creare, come ve l'ho descritta, una joint-venture. Cioè, ci sono, non soltanto gli esperti congolesi, ma anche degli esperti cinesi che lavoreranno insieme per gestire tutti i progetti, tanto la situazione delle miniere che la realizzazione dei lavori pubblici. Non si tratta dunque di miliardi messi a disposizione della cassa nazionale della RDC. No. Non è quello. È la joint-venture che gestirà tutte le operazioni.

Poiché parlate del baratto, cosa è stato fatto a livello delle strutture messe in opera  per fare in modo che lo scambio sia equo?

Come ho spiegato poco fa, gli esperti delle due parti hanno lavorato seriamente ed in modo meticoloso per condurre studi di fattibilità. Hanno già realizzato un lavoro notevole e tutto è fondato su una base solida, dopo il lavoro serio degli esperti. Non è un'immaginazione politica. Sono studi di fattibilità realizzati da esperti. Come ho detto, teoricamente, se c'è un fallimento in questa cooperazione, è la banca Lexim Bank che prenderà il rischio e si prenderà le sue responsabilità. Ma la banca è fiduciosa, perché ci sono precisi studi di fattibilità che sono stati già condotti e che dimostrano chiaramente che non c'è motivo di temere. Del resto la Cina è presente in Africa da decenni e conduciamo già cooperazioni di questo tipo. Forse non esattamente sullo stesso modello, ma secondo la realtà dei paesi. In altri stati, abbiamo già attuato con successo questo tipo di cooperazione, come in Africa del nord ed in Sudafrica. E ciò è andato molto bene. Noi siamo fiduciosi per quanto riguarda la RDC.

Si parla sempre più dell'Unione europea che si metterebbe d'accordo con la Cina per prendere in considerazione la cooperazione con l'Africa. La Cina non teme di essere condizionata dall'Unione europea?

No! La Cina è un paese sovrano che ha una politica diplomatica ben determinata. In realtà, la nostra diplomazia è fondata su un principio che si riassume in due parole: la pace e lo sviluppo. La nostra visione è chiara e precisa. Non c'è motivo di temere che la Cina sia condizionata da altri partner. Sviluppiamo le nostre relazioni di cooperazione con tutti. Con l'Africa, l'Asia, l'America e l'Europa. Abbiamo relazioni di cooperazione con tutti. A proposito, dell'idea di cooperare meglio tra la Cina e l'Europa nei nostri sforzi di aiutare nello sviluppo i paesi africani, ci sosterremo sui grandi principi che guidano la nostra diplomazia: rispetto reciproco e vantaggi reciproci. Poiché questo principio è fissato e rispettato, non si può prevedere un'altra cooperazione che consiste nel danneggiare la cooperazione esistente. Non è la visione dei cinesi. Penso che gli europei non proporranno tale cosa ai cinesi. Se la Cina e l'Europa arrivano a cooperare allo scopo di aiutare i paesi africani, ciò deve essere qualcosa di vantaggioso e di benefico per i paesi africani. Diciamo: occorre che le cooperazioni si completino.

In concreto, quest'idea cosa vuol dire? Si potranno vedere un giorno progetti finanziati congiuntamente dalla Cina e dall'Europa a profitto dell'Africa?

Per il momento, non sono ancora al corrente dei progetti concreti, condotti congiuntamente dalla Cina e l'Europa. Il nostro principio, è che siamo favorevoli a tale cooperazione nel senso di favorire lo sviluppo economico dell'Africa. Concretamente, non si ha ancora un progetto comune, ma credo che si inizino a fare passi in questo senso. Ci sono progetti di costruzione di tronconi di strade in Africa finanziate da istituzioni internazionali, compresa l'Unione europea, o altri paesi europei. In questi progetti, quando ci sono state gare d'appalto, sono state le imprese cinesi che hanno vinto i lotti dei progetti finanziati da istituzioni internazionali o europee. Penso che sia una buona forma di cooperazione. Poiché, da un lato, ci sono istituzioni finanziarie internazionali, dall'altro, imprese cinesi che possono realizzare questi progetti. È qualcosa di benefico, perché le imprese cinesi, quando realizzano questi progetti, lo fanno al minor costo con una migliore prestazione. Basta constatare le cose che sono realizzate ovunque in Africa, dall'Africa del nord fino al Sudafrica per convincersene. Nella RDC, ci sono tronconi di strade che sono stati realizzati da imprese cinesi. Credo che le autorità congolesi e la popolazione delle regioni interessate ne siano contente.

La cooperazione Cina-RDC risale agli accordi di settembre 2007. Si possono sapere i settori che hanno beneficiato della competenza cinese?

Come ho spiegato poco fa , ci sarà presto la visita del governatore di Lexim Bank per concretizzare questa cooperazione. Del resto, dalla firma dell'accordo-quadro di questa cooperazione, gli esperti delle due parti hanno lavorato molto per portare a termine le modalità concrete. Per una cooperazione di tale portata, occorre un lavoro meticoloso di preparazione. Per quanto riguarda la seconda parte della vostra domanda, credo che siano tutti i settori che interessano gli investitori cinesi. Perché è un paese che ha tutti i vantaggi per un vero sviluppo economico. Non c’è solo il settore minerario. Avete bisogno di tutto in effetti. L'industria: anziché importare tutti i prodotti dell'estero, sarebbe meglio che voi creaste le vostre fabbriche, sviluppaste la vostra industria per produrre materiale di costruzione, materie di base come l'acciaio, il ferro, ecc.

Voi avete bisogno di produrre articoli d'uso corrente. Potete farlo. Le automobili, anziché importarne, basta creare una fabbrica di macchine, anche se all'inizio non si ha realmente la tecnologia. Ma almeno, si può fare l'assemblaggio e dopo sviluppare la tecnologia. Dunque, tutti i settori potranno svilupparsi, se avete una politica ben definita per sviluppare la vostra industria. L'agricoltura anche. Avete condizioni naturali molto favorevoli. Avete una superficie di terre coltivabili comparabile a quella della Cina. Purtroppo, molte terre sono abbandonate. Occorre creare un ambiente favorevole per attirare gli investitori. Che sono là! Sono pronti a venire, ma osservano ancora. Perché non sono ancora molto sicuri dell'ambiente per fare affari. Poiché sono persuasi che tutto è già messo sulla buona via, gli investitori verranno a lavorare. Sono sicuro che investiranno in tutti i settori, dall'industria, all'agricoltura, al turismo. Su questo punto, avete potenzialità turistiche enormi, una foresta vergine, vaste riserve naturali, bei paesaggi. Sono stato molte volte nell'Est del paese, nella regione dei grandi laghi. Paesaggi fantastici. E se si arriva a sviluppare il settore turistico, ci saranno molti turisti che verranno. Tutto ciò interessa gli investitori. Credo che il governo della RDC dovrebbe compiere sforzi per creare un clima d'investimento attraente perché la gente venga. Io, come ambasciatore della Cina, non fermerei gli sforzi per incoraggiare la gente a venire a vedere, a farsi un'idea esatta prima di restare. Un investitore potente è già venuto a firmare un accordo per coltivare una piantagione di 300.000 ettari di palmeraie. È un buon colpo. Ora, i preparativi sono in corso per piantare. Un progetto tipico dell'investimento cinese in un altro settore che non sia quello delle miniere.

Quante imprese cinesi sono già in Congo?

Non ho cifre esatte. Ma so che ci sono molte grandi imprese cinesi. C'è ad esempio l'impresa delle telecomunicazioni ZTE. È precisamente il proprietario di ZTE che ha avuto l'idea di investire nelle palmeraie. C'è anche la società Wang Wi che è là da tempo. E quindi, molte società sono nei lavori pubblici, nella costruzione delle strade: Sinohydro ad esempio. Un'altra opera nel settore dei ponti e delle strade. Citeremo altre imprese importanti nel settore minerario. Non poche piccole imprese lavorano anche nel settore delle miniere. Ma poiché non sono venute a registrarsi all'ambasciata, non ho l'idea del loro numero. In ogni caso, spero che ci siano sempre più investitori che vengano e che non lavorino soltanto nel settore minerario, ma anche in altri settori, anche in quello immobiliare. È un paese che ha in gran parte bisogno di costruzioni, tanto per gli alloggi, gli uffici che per altri impianti come i supermercati, ecc..

Si può conoscere il numero dei cinesi vivono in Congo?

È un vero rompicapo, perché coloro che vengono non si registrano all'ambasciata. Ritornano, ripartono senza che lo sappia. È molto difficile fare un censimento. Non c'è obbligo per i cittadini cinesi di registrarsi all'ambasciata. Alcune grandi imprese hanno avuto l'idea di informarsi presso l'ambasciata per esaminare la situazione degli investimenti. Ma i piccoli imprenditori, molto spesso, vengono e ripartono, ritornano senza che l'ambasciata lo sappia. È molto difficile avere un'idea esatta.

Quanti cinesi verranno per i lavori di infrastrutture nella RDC, si avanzano cifre tra i 20 mila e i 40 mila?

Occorre innanzitutto eliminare questa visione che è molto vecchia, quest'immagine che ricorda il vecchio tempo dove la manodopera cinese a buon mercato era utilizzata in maniera massiccia nella realizzazione dei lavori di base in altre regioni del mondo. È un'immagine che è già superata. Ed ora, ciò che si constata in Africa o in altre regioni del mondo, quando occorre realizzare cantieri da parte di imprese cinesi e che ci sono sì cinesi ma soprattutto manodopera locale. La ragione è molto semplice. La manodopera locale è economica. È molto più interessante utilizzare la manodopera locale che fare venire operai cinesi che non sono più economici e costano molto. Dunque, è nettamente più interessante utilizzare la manodopera locale che fare venire molta manodopera cinese. Eccetto gli ingegneri, i tecnici ed alcuni operai qualificati perché i lavori vadano rapidamente. Non si è ancora calcolata la cifra esatta dei cinesi che arriveranno. È un dettaglio. Non è importante, poiché importante è realizzare i lavori, gli studi di fattibilità. Si dice che la Cina possa sviluppare atteggiamenti impérialisti come il mondo occidentale. E’ di questo parere?

Evidentemente, non si può essere d'accordo con questa visione per cui la Cina diventerà un paese imperialista. La Cina non è mai stata un paese imperialista. Al contrario, la Cina si è sempre mostrata molto amichevole riguardo agli altri paesi in via di sviluppo, perché anche noi siamo in una fase di sviluppo. La Cina è il più grande paese in via di sviluppo. Incontriamo le difficoltà degli altri paesi in via di sviluppo. Abbiamo simpatia e comprensione per gli altri paesi in via di sviluppo e pensiamo che da soli non ci si possa sviluppare a fondo. Occorre che tutti i paesi in via di sviluppo crescano insieme. È ciò che permetterebbe al mondo di svilupparsi realmente. L'esempio può essere molto semplice. Se la RDC arriva a svilupparsi rapidamente nei settori economici, industriali, agricoli... scaturirebbe un grande mercato per i prodotti cinesi. E gli scambi tra la Cina e la RDC potrebbero moltiplicarsi per dieci, venti, cento. Dunque, è qualcosa di benefico. Lo sviluppo degli altri paesi in via di sviluppo sarebbe qualcosa di fondamentalmente benefico anche per la Cina. Diciamo sempre che occorre per i paesi in via di sviluppo aiutarsi su una base benefica di vantaggi reciproci. Non ci sono mai state idee imperialiste nella diplomazia cinese. Il fatto è tutto qui. Abbiamo fornito molti aiuti ai paesi in via di sviluppo, compresa la RDC senza alcun retropensiero. Non abbiamo mai provato a dominare o controllare o influenzare questo o quel paese. Al contrario, quando apportiamo qualcosa, lo facciamo con sincerità. Pensiamo che sarebbe meglio se lavorassimo insieme sulla base degli interessi reciproci. È sempre il nostro messaggio. 

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 12:21 | link | commenti
categorie: cina, geopolitica, congo
martedì, 29 gennaio 2008

IN PAKISTAN GLI USA DANZANO SU UN VULCANO

(Au Pakistan, les Etats-Unis dansent sur un volcan, fonte geostrategie.com, trad. di G.P.)

 

 

L'assassinio, il 27 dicembre, della candidata pakistana alla presidenza ha colpito il mondo intero. Per vederci un po' più chiaro, riportiamo qui di seguito un'intervista a Mohamed Hassan, specialista del Medio Oriente. (Intervista realizzata da Tony Busselen.)

Il Pakistan era già una polveriera ma, dall'assassinio della Bhutto, sono scoppiate sommosse quasi ovunque. Le elezioni previste per l'8 gennaio sono state rinviate al 18 febbraio. Cosa è in gioco?

Mohamed Hassan. Il Pakistan esiste soltanto dal 1947 e, finora la sua classe politica è stata sempre debole. Il paese ha soprattutto conosciuto dittature militari che dipendevano completamente dall'aiuto finanziario degli USA. Tra due colpi di stato, ci sono stati brevi periodi durante i quali sono arrivati al potere presidenti eletti. Così, negli anni 70, Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir, è stato eletto presidente, quindi primo ministro. Nel 1977, veniva deposto dall'esercito e impiccato due anni più tardi. Benazir Bhutto è stata due volte primo ministro (1988-1990 e 1993-1996). Nel 1996, è stata accusata di corruzione ed è dovuta fuggire dal paese.

Benazir Bhutto incarnava un'alternativa democratica, rispetto alla dittatura militare?

H. Il PPP, partito che Benazir Bhutto ha ereditato da suo padre, è un partito populista che promette riforme sociali. È dunque naturale che la maggioranza della popolazione povera del Pakistan ripone in esso le sue speranze. La morte di Benazir ha dunque fatto nascere un movimento di protesta di massa. Ma Bhutto fa parte dell'elite pakistana, di uno dei clan feudali più ricchi del paese e le accuse di corruzione non erano certamente senza fondamento. Il marito di Benazir Bhutto che, oggi, riprende la direzione di fatto del PPP, è chiamato "signor 10%", a causa delle bustarelle che esigeva un tempo presso ogni istituzione pubblica. Del resto, Benazir Bhutto stessa è ritornata d'esilio in ottobre scorso, non senza avere promesso al governo Bush di manovrare a favore di una presenza americana più importante in Pakistan. È per questo che un conosciuto autore pakistano la chiama "la ragazza degli USA".

Chi c’è dietro quest'assassinio?

H. Attualmente, non è ancora molto chiaro. Molto probabilmente, la crisi pakistana è legata alla guerra d'occupazione condotta dagli USA e dalla Nato in Afghanistan. Gli USA vogliono aumentare considerevolmente la loro presenza militare in Pakistan, ma i sentimenti antiamericani molto vivi nella popolazione pakistana rendono tale operazione delicata. Dopo tutto, Musharraf è un dittatore militare che potrebbe essere deposto da una insurrezione popolare avviata dai partiti dell'opposizione. È per questo che le principali personalità dell'opposizione, tra le quali Benazir Bhutto, hanno voluto assolutamente ritornare e partecipare alle elezioni. Queste dovevano in seguito rendere possibile la costituzione di un governo pro-americano che avrebbe avuto più credito fra la popolazione. Probabilmente, un governo di coalizione che comprendesse la lega musulmana di Musharraf, il PMLQ, ed il PPP della Bhutto. A prima vista, quest'ordine del giorno è stato rovesciato dall'assassinio della Bhutto e si potrebbe dunque pensare che quest'ultimo sia da attribuire ad avversari degli USA. Ma l'assassinio può avere avuto lo scopo non di dare più scelta all'elite pakistana: ovvero o l'unità sotto la direzione degli Stati Uniti o allora il caos della guerra civile e della balcanizzazione del paese. In questo caso, non si può escludere neppure che i servizi segreti americani siano implicati nella faccenda. E finalmente, la maggior parte dei partiti d'opposizione ha accettato di partecipare alle elezioni previste per il 18 febbraio. Sembra così che si sia ricaduti nuovamente nello scenario voluto dagli americani.

Perché gli USA vogliono rafforzare la loro influenza sul Pakistan ed installare truppe in territorio pakistano?

H. La guerra condotta dagli USA nel vicino Afghanistan non si svolge assolutamente così come auspicata. Dopo cinque anni, la resistenza è più forte. Gli USA e la NATO hanno registrato qua e là qualche successo ma devono sempre di più ricorrere ad attacchi aerei. Recentemente, il giornale inglese The Morning Star pubblicava cifre a questo proposito: 2.926 attacchi aerei l'anno scorso, contro 1.770 nel 2006 e... soltanto 86 nel 2004! Ciò mostra che gli USA perdono terreno? Il mese scorso, un'indagine dell'ONG pro- occidentale Asia Foundation constatava che l'80% degli Afgani ne aveva abbastanza del governo pro-americano e dell'occupazione? L'incubo dei generali americani e della NATO, è di vedere tagliare le loro linee d'approvvigionamento all'interno del Pakistan. In questo caso, le truppe occidentali non avrebbero praticamente altre scelte che quella di ritirarsi. Questa sconfitta costituirebbe una sconfitta della strategia egemonica di Washington nella regione e potrebbe anche mettere in pericolo l'esistenza futura dell'alleanza della NATO.

Come spiegate i sentimenti chiaramente anti-usa in Pakistan? L'attuale presidente Musharraf tanto quanto la Bhutto è comunque pro-usa?

H. Una maggioranza crescente della popolazione vive nella povertà e, come musulmana, percepisce la guerra in Afghanistan come una guerra contro tutti i musulmani. Ed ampie frange dell'elite pakistana, partiti dell'opposizione e quadri superiori dell'esercito, di confessione musulmana anche loro, hanno una relazione di  amore - odio con gli USA. Da un lato, dipendono molto fortemente dall'aiuto finanziario degli USA ma dall’ altro, ne sono molto insoddisfatti. La borghesia industriale pakistana sogna da anni di avere accesso - via l'Afganistan - al mercato ricco di sbocchi delle nuove repubbliche indipendenti dall'ex Unione sovietica in Asia centrale. Finché c’è stata la guerra fredda, ha lottato, fianco a fianco, con gli USA, contro la presenza militare dell'URSS in Afghanistan. Del resto, è soprattutto sotto Reagan che molte basi militari sono state installate sul territorio nel quadro di una strategia di respingimento (roll back) con la quale intendevano allontanare l'URSS. La guerra in Afghanistan contro l'URSS, che è durata dal 1979 al 1989, è stata un periodo determinante per comprendere ciò che succede oggi in questa regione. Osama Ben Laden miliardario saudita integralista, è stato allora reclutato dai servizi segreti sauditi per "combattere il comunismo" con la CIA in Afghanistan. Grazie al sostegno del Pakistan, i moudjahiddines afgani erano riusciti a cacciare l'esercito russo dell'Afghanistan. Ma, dopo il ritiro sovietico nel 1989, gli USA hanno semplicemente lasciato decadere la regione. Infatti, per i cinici strateghi americani, lo scopo non era la stabilizzazione e lo sviluppo economico della regione, ed ancora meno la protezione dell'islam di fronte ai "comunisti diabolici" ma gli interessi economici e geostrategici delle loro multinazionali. Era la sola cosa che contava per loro. Ciò appare chiaro quando hanno invaso l’ Iraq negli anni 90 e costruito basi militari sulla "terra sacra" dell'Arabia Saudita. Oussama Ben Laden si è allora messo contro gli USA ed ha fondato Al Qaeda. Negli anni 90, anziché raccogliere i frutti della sua vittoria contro i Russi, la borghesia e l'elite militare del Pakistan ha visto l'Afghanistan affondare in un caos in cui i signori della guerra si combattevano tra loro. Durante questo periodo, le elite pakistane hanno sostenuto i taliban. I taliban erano gente abbastanza giovane formata nelle scuole del Pakistan ed inviati in seguito in Afghanistan per rimettere ordine alla situazione. E ci sono riusciti grazie ad un'applicazione rigorosa della sharia. Non soltanto gli Stati Uniti avevano abbandonato la regione alla sua sorte ma quando Bush non ha più avuto l'assicurazione della fedeltà del suo alleato Ben Laden (perché quest'ultimo era scivolato molto delicatamente verso un'opposizione radicale agli USA), la pressione non ha cessato di crescere. Dopo l'attacco alle torri del WTC dell'11 settembre 2001, un attacco in piena regola contro l'Afghanistan è stato subito avviato poiché era da tempo già preparato. Ma quest'attacco - condotto mentre i taliban erano ancora alleati all'elite pakistana - è stato un nuovo duro colpo per quest’ultima. Inoltre l'aiuto finanziario che riceve dagli Stati Uniti per sostenere lo sforzo della guerra da parte di questi nella regione può soltanto mantenere la sensazione di delusione e di rancore della borghesia pakistana verso gli stessi Stati Uniti. L’odio contro gli Stati Uniti, che si è radicato in Ben Laden dopo il ritiro dell'URSS ed il disimpegno degli USA (anche se Ben Laden è stato sostenuto finanziariamente per anni dalla CIA, non lo dimentichiamo), quest'odio si è introdotto anche nel cuore dell'elite pakistana.

Si può dunque dire che gli USA ballano sul filo del rasoio, in Pakistan. All'inizio di quest'intervista, dicevate che la borghesia pakistana è debole, cosa volevate dire con ciò?

H. Se volete comprendere la povertà estrema del Pakistan durante il feudalesimo e la debolezza della borghesia attuale, dovete tornare all'origine della fondazione dello Stato pakistano, sotto il colonialismo, nell’India britannica. Tanto il Pakistan attuale che il Bangladesh e l'India formavano un insieme in quest'epoca. L’imperialismo britannico ha utilizzato il sistema feudale reazionario dell'India per la gestione dei prodotti agricoli ed ha anche sostenuto il sistema delle casti multisecolari. In Europa, è diffusa l'idea che l'India sia soprattutto un paese di saggezza secolare e di pace interna. Ma l'opposizione all'occupazione britannica è spesso stata molto violenta. Nel 1857, ad esempio, ha avuto luogo la sommossa dei Sepoys, soldati indiani intruppati nelle legioni britanniche. La loro violenza è stata tale che gli inglesi ne sono stati profondamente colpiti e Karl Marx stesso ha condannato il loro atteggiamento "terribile, sconvolgente ed indescrivibile".

Tuttavia, Marx aggiungeva che la "rispettabile" Inghilterra aveva tenuto comportamenti atroci. E, precisa, così disprezzabile che potesse essere il comportamento dei Sepoys, non era nulla più che lo specchio del comportamento dell'Inghilterra in India. E, dopo i Sepoys, si sono susseguite tutta una serie di altre correnti d'opposizione. Per poter controllare un territorio tanto più grande, i britannici installarono ferrovie che permettevano di muovere le loro truppe il più rapidamente possibile. Solo che queste nuove rapide vie di circolazione hanno anche favorito lo sviluppo del commercio e l'arrivo del capitalismo e... l'insoddisfazione verso il colonialismo che sosteneva un sistema feudale ancestrale. Nel 1885, un giovane britannico dal nome David Hume, ha viaggiato attraverso tutto il territorio. È stato colpito dalle contraddizioni: conoscete perfettamente quest'immagine dei britannici coloniali che giocano al cricket o a polo, dotati di camice bianche immacolate, nel loro club accanto alla carestia e della povertà. Hume ha visto ciò ovunque ed ha percepito il pericolo inevitabile di reazioni esplosive e di una guerra d'indipendenza sanguinosa. È lui che ha fondato il Partito del congresso. Voleva applicare riforme all'interno del quadro coloniale: "dobbiamo inquadrare l'elite indiana e formarli alla cogestione del paese." Più tardi, questo Partito del congresso è evoluto verso un partito nazionalistico, di cui Gandhi e Nehru sono del resto stati i capi. Oggi, questo partito è ancora il più importante dell’India. Ma non ha mai realmente potuto accontentarsi del paternalismo e del riformismo di Hume e non può dunque essere comparato, ad esempio, al partito nazionalista cinese di Sun Ya Sen, il Kuomintang. In ogni caso, tale partito, dopo la sua creazione, ha immediatamente superato i 100.000 membri ed ha integrato tanto i musulmani che gli indù.

Non c’era alcun legame tra i musulmani e gli indù in quest'epoca?

H. No. L'India è tradizionalmente un paese indù disciplinato da un sistema di caste, reazionario e feudale. Appartenete alla casta nella quale siete nati e questa casta determina la vostra occupazione e le vostre relazioni umane. La casta più alta è quella degli Brahmanes, i sacerdoti. La più bassa è quella degli intouchables. In confronto all’induismo, l'islam è una religione progressista che si mostra più flessibile con i commercianti e gli impiegati. Un po' come il protestantesimo nell'Europa del medio-evo. Ma l'islam si introduce gradualmente con o senza violenza all'interno dell'India. Molti indù si convertono all'islam per sfuggire alla casta nella quale sono nati. E lo sviluppo del commercio e degli scambi che è seguito alla costruzione della ferrovia ha determinato la diffusione dell'islam.

E che cos’è questa lotta rilevante tra i musulmani e gli indù di cui si parla così spesso quando è presa in considerazione l'India?

H. È legata alla nascita del Pakistan precisamente. In realtà, la borghesia islamista del partito del congresso ha constatato di essere in minoranza rispetto agli indù. Quindi un certo Ali Gena fonderà la lega islamista nel 1920, l'idea centrale di questa lega era che i musulmani avevano bisogno del loro territorio. La guerra d'indipendenza dell'India è stata molto violenta. I britannici avevano quattro vantaggi da giocare: il vecchio sistema delle caste, la rivalità religiosa tra i musulmani e gli indù, la divisione del paese in mini-stati che avevano ricevuto la loro autonomia ed infine l'opposizione tra il Nord dove vivono gli indiani di pelle bianca ed il Sud. Gandhi sviluppò una strategia per lottare contro questa divisione, ma non si è riusciti a controllare la rivalità religiosa tra i musulmani e gli indù. La lega musulmana ha preteso il suo territorio ed ha intrapreso una guerra sanguinosa durante la quale centinaia di migliaia di persone sono morte. Così è sorto il Pakistan nel 1947 - all'inizio semplice dominio coloniale della Gran Bretagna - che era indipendente dal resto dell'India. E tre anni più tardi (nel 1950), ottenne l’indipendenza. Dieci milioni di musulmani si rifugiarono in Pakistan e molti milioni di indù lo lasciarono. Molte famiglie furono smembrate, poiché abitavano ai due lati della frontiera... Questa guerra è all'origine della tensione ancora molto viva che esiste oggi tra il Pakistan e l'India. Ancora oggi il 14 agosto è giorno di festa nazionale per la separazione del Pakistan dall'India. E non quella del 1950 quando il Pakistan si liberò della Gran Bretagna.

Ma da che dipende esattamente questa debolezza della borghesia pakistana?

H. La borghesia pakistana ha voluto conquistare un mercato e costruire uno Stato in modo artificiale. Il migliore modo di fondare uno Stato nazionale consiste nel creare e sostenere criteri oggettivi, come l'unità geografica ed economica. Ma il Pakistan è in primo luogo costruito in base a credenze religiose. Ciò rende tale costruzione molto fragile. Per risolvere il problema delle diverse lingue parlate nel paese, Ali Gena, ad esempio, aveva scelto l’urdu come lingua di riferimento nazionale. Ma, l’urdu è una lingua minoritaria utilizzata da meno del 7% della popolazione. Soprattutto, la forma geografica dello Stato sembra ingestibile. Il Pakistan è diviso in due parti, ad ovest, il Pakistan propriamente detto e, ad Est, il Bangladesh. Si tratta di una ripartizione più vecchia della stessa creazione del Pakistan, basata sulle differenze religiose tra Bengalesi imposta tra il 1905 ed il 1911 sotto l’autorità dei britannici dopo varie sommosse dei contadini bengalesi nel XIX° secolo. E gli abitanti del Bangladesh sono dunque oggi soprattutto musulmani membri della lega musulmana. Ma non sono tutto sommato soddisfatti dello Stato pakistano. Sulla carta, vedrete che le due parti sono situate a oltre 1.000 chilometri di distanza una dall'altra. Calcutta la capitale del Bangladesh, era precedentemente il centro amministrativo delle Indie britanniche. Gli abitanti del Bangladesh hanno visto questa funzione scivolare da Calcutta verso Islamabad. In Bengala, nessuno parla l’urdu. Inoltre, l'esercito pakistano è per lo più costituito da soldati che provengono dall'ovest del Pakistan. Risultato: dopo una guerra che ha ucciso un milione di uomini, il Bangladesh è stato staccato del Pakistan nel 1971.

La parte del Pakistan che è sopravvissuto non è una base sufficientemente solida per soddisfare l'elite pakistana?

H. Per potere sopravvivere come Stato, considerando la penetrazione sistematica dell'esercito nella vita politica, il Pakistan ha potuto contare sul sostegno della Gran Bretagna negli anni 80 e degli Stati Uniti dal 2001. Le quattro regioni più importanti in Pakistan sono: Penjab, Sindh, Baloutchistan e le terre del nord dove vivono i Pachtounes. Ciascuno di questi territori ha precedenti diversi. Penjab formava nell'India britannica e sotto il colonialismo una provincia comune con il Penjab indiano. Gli abitanti erano soprattutto Sikhs, una variante dell’induismo ed erano volentieri impegnati nell'esercito britannico per la loro forte costituzione fisica. Con l'indipendenza del Pakistan, il Penjab è stato diviso in un Penjab pakistano e in uno indiano. Gli abitanti del Penjab costituiscono il 55% della popolazione pakistana ed il territorio copre il 26% del Pakistan. In Penjab, l'elite proviene dalla nobiltà feudale che invia i suoi figli nell'esercito e che impone dunque, ancora oggi, una forte influenza su di esso. Un esercito che lotta sempre per gli interessi del potere coloniale ed dell’imperialismo. Non è un caso se l'esercito pakistano sotto il comando del colonnello Zia Ul Haq, ultimo dittatore del Pakistan è, ad esempio nel 1970, intervenuto in Giordania durante il settembre nero nel quale 30mila palestinesi sono stati uccisi. Il Baloutchistan oltrepassa i confini dell’Iran, del Pakistan e dell'Afganistan. Alla fine del XIX° secolo, il territorio è stato diviso da una commissione anglo-iraniana nei tre territori attuali. Il 5% appena del popolo pakistano abita in queste regioni che costituiscono il Baloutchistan, ma il territorio copre il 44% del Pakistan. Inoltre, si tratta della regione più ricca del Pakistan per quanto riguarda il petrolio e le riserve di gas. Come provincia che confina con l'Afganistan e l'Iran, e porta di passaggio per le condutture che collegano l'India e l'Iran, è considerato come la parte più strategica del Pakistan dalle forze dell'alleanza americano-britannica. Ma c'è ancora un'altra ragione strategica determinate: dal 2002, la Cina finanzia la costruzione di un porto in alto mare a Gwadar, nel mare dell'Arabia, non molto lontano dalla via di Hormuz dove passano le più grandi riserve di petrolio cinese e il 30% delle riserve mondiali. Un po' più lontano, è stata allargata l’autostrada di Karakoram, che collega Gwadar con la provincia cinese di Xinjang,. La provincia diventerà dunque in un futuro prossimo un importante posto di passaggio per le province interne della Cina e per il mare.

La provincia Sindh e la provincia del Nord esistono ancora?

H. Sì, la regione Sindh è il posto dove si trovano le maggiori industrie. I Bhutto provengono da questa regione e fanno parte dell'elite feudale ricchissima che ha attività industriali. Gli abitanti di Sindh costituiscono il 18% del popolo pakistano e la provincia copre il 23% del territorio pakistano. E là, si trova anche la regione del Nord dove vivono i Pachtounes. I Pachtounes sono una tribù afgana che nel 1879, dopo la seconda guerra dell'Inghilterra contro l'Afghanistan, è stata annessa dall'impero coloniale anglo-indiano dell'epoca. I Pachtounes formano il 13,5% del popolo pakistano ed il loro territorio forma il 9% del territorio pakistano. Sono strettamente legati al popolo afgano ed i nazionalisti afgani credono che questo territorio gli spetti di diritto. Le elite pakistane, da parte loro, considerano l'Afghanistan come il cortile del Pakistan e la porta d'accesso verso i mercati dell'Asia centrale. Inoltre, guidano gli Afgani provando a tenerli sotto il loro controllo. Durante la guerra contro l'Unione sovietica, praticamente tutte le tribù sono state armate dal Pakistan, ma ciascuna separatamente ricevendo armi che non erano compatibili con le armi ricevute dalle altre tribù. Questo per evitare che le tribù afgane si collegassero per formare un esercito opposto al Pakistan. Negli anni 90, i taliban sono stati formati nelle scuole religiose delle Madrasse nel nord del Pakistan per mantenere l'Afghanistan sotto il controllo dei servizi di sicurezza pakistani.

Un amico pakistano mi ha detto che non credeva che il Pakistan potesse continuare ad esistere come un paese unito. Ci si deve aspettare una balcanizzazione?

H. Il popolo pakistano vive in una povertà opprimente che contrasta con il modo di vita ricchissimo condotto dalle elite corrotte che sono succedute ai britannici. La pressione è enorme e la vita comune tra le due classi è difficile. Esistono molte forze intermedie. Nel Béloutchistan, il popolo, che si sente lasciato solo, ha organizzato, in quest'ultimi anni, dei movimenti di resistenza. I Pachtounes vogliono un Afghanistan indipendente e si oppongono alle relazioni d'amicizia che legano i generali pakistani agli Stati Uniti. Una guerra civile comporterebbe danni collaterali terribili e paesi come l'India e l'Iran sarebbero toccati. Tale guerra sarebbe impossibile da controllare da parte degli Stati Uniti e le truppe della NATO. Basta osservare ciò che avviene in Iraq ed in Afghanistan. Le varie anime dell'elite pakistana sono coscienti del pericolo e si mostrano sempre più nazionalistiche. Inoltre, i paesi vicini come la Cina e l'India, hanno bisogno di svilupparsi grazie ad un clima pacifico nella regione. La Cina, particolarmente, applica una politica di stabilizzazione intensiva nella regione. È oggi il terzo partner del Pakistan. Il commercio tra i due paesi aumenta ad un ritmo del 30% l'anno e dal gennaio 2006 è stata istituita tra i due paesi una zona di libero scambio. La tassa d'importazione è stata eliminata da entrambi i paesi per un  grande numero di prodotti. Ho già parlato degli investimenti cinesi nel porto di Gwadar. Nei primi nove mesi del 2006, le imprese cinesi hanno investito per 8,6 miliardi di dollari in contratti per progetti di costruzione. Inoltre, la Cina incoraggia il libero scambio tra il Pakistan e l'India e dandone, peraltro, l'esempio. Così, la Cina, nonostante anni di problemi per le frontiere con l'India, ha compiuto lo sforzo di negoziare seriamente e ridefinire una frontiera chiaramente delimitata. La Cina è anche il secondo partner più importante dell'India. Il commercio ed i progetti economici sono i migliori fattori di stabilità. Come il popolo pakistano potrebbe uscire dalla miseria?

H. Lasciandosi alle spalle l'eredità del colonialismo di cui sono ancora prigionieri attualmente. L'India ed il Pakistan formano un solo paese, la sola differenza è la religione. Ma non dimentichiamo che l'India d'oggi, dopo l'Indonesia con suoi 200 milioni di musulmani, è sempre il secondo paese musulmano più grande al mondo. I due paesi costituiscono un’attrattiva e possibilità economiche reali per la Cina ed hanno entrambi interesse a costruire relazioni di fiducia con essa. E infine, la più importante riforma di cui i due paesi hanno bisogno per sviluppare la loro economia e sbarazzarsi della concezione feudale del possesso del territorio. Una vera riforma agraria deve avere luogo per permette ai contadini di lavorare per loro conto.

 

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giovedì, 03 gennaio 2008

CINA: DIPENDENZE ENERGETICHE E MISURE DI COMPENSAZIONE

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del Generale (CR) Daniel Schaffer, consulente internazionale sull'Asia presso EMR International ed International Focus (Fonte: Diploweb.com, trad. di G.P.)

 

 

 

I bisogni energetici cinesi sono diventati enormi nello spazio di alcuni anni. La Cina ha consumato nel 2004 più di 6 milioni di barili di petrolio al giorno. Ne consumava appena 5 nel 2002. A questo ritmo consumerà tra 10 e 12 milioni di barili all'inizio del 2010. Se la Cina è in gran parte autosufficiente in carbone, la sua capacità di produzione petrolifera non gli permette più di soddisfare le sue necessità, alla stregua delle altre fonti classiche d'energia di cui dispone, come l'idroelettricità ed il nucleare.

 

Un nuovo candidato sul mercato internazionale dell'energia

 

Questo è il problema che, di colpo, trasforma la Cina, a partire dal 1993, in un candidato nuovo, vorace ed offensivo sul mercato internazionale dell'energia. Se così non fosse la Cina si troverebbe in una situazione di dipendenza energetica e di vulnerabilità strategica. Per fare fronte a queste necessità determinanti, la Cina ha inizialmente praticato una politica di sfruttamento intensivo delle sue risorse interne allo scopo di limitare al massimo la sua dipendenza esterna che non cessa tuttavia di crescere. In parallelo ed in complemento, conduce una politica che la porta ad esplorare tutte le vie possibili di compensazione ed impegnarsi, con convinzione autentica, in un programma complesso di ricerca e di sviluppo sulle energie nuove ed i risparmi d'energia

 

I - lo sfruttamento e la redditività delle risorse nazionali

 

Il carbone

 

Attualmente, quello carbonifero è il solo settore che conferisce alla Cina un'ampia indipendenza poiché le sue riserve toccano i 115 miliardi di tonnellate. È anche un settore che gli permette di giocare sui corsi del mercato mondiale, in particolare su quello del carboncoke. Ne sono testimonianza i negoziati sino-europei che si sono svolti a Bruxelles, all'inizio del 2004, per esigere da Pechino, sotto minaccia di ricorrere all'arbitrato dell'OMC, di consegnare all'Europa le stesse quote di coke del 2003, cioè almeno 4,5 milioni di tonnellate, ed allo stesso prezzo. Per tentare di evitare la domanda europea, la Cina ha avanzato l’argomentazione delle necessità crescenti delle sue acciaierie, cosa che è in parte vera.

 

Pesare sui corsi mondiali del carbone

 

Tuttavia, l'obiettivo era veramente di pesare sui corsi mondiali, giocando allo stesso tempo sui prezzi e sulle quote. Nel 2002, la tonnellata di carbone era venduta a 79$. Essa era passata a 350$ nel primo trimestre dal 2004. La Cina esportava 15 milioni di tonnellate di coke nel 2003, cioè la metà del mercato mondiale. Nel 2004, decideva di ridurre approssimativamente di metà queste cifre, in una forchetta che andava dagli 8,5 ai 9,8 milioni di tonnellate. È con questi elementi che è iniziato il contenzioso tra la Cina e l'Europa. La Cina, tuttavia, ha accettato di cedere ma solo per quest'anno così l'emergenza di un contenzioso identico sembra prevedibile nel 2005.

 

Gli approvvigionamenti di petrolio

 

In compenso, riguardo ai suoi approvvigionamenti di petrolio, la Cina è, dal 1993, fortemente dipendente dall'estero. Infatti, le sue riserve attuali comprovate gli conferiscono soltanto una prospettiva di 9 anni di consumo. Alcuni grandi giacimenti petroliferi, come quello di Daqing, si stanno esaurendo. Quello di Xifeng, recentemente scoperto, non può, con 108 milioni di tonnellate (810 milioni di barili), che coprire soltanto 5 mesi di consumo annuale cinese dati gli attuali livelli. Nel 1999, la Cina importava 36 milioni di tonnellate di petrolio. Nel 2003, ne faceva pervenire 78. nel 2004, le sue importazioni in previsione saranno da 100 a 120 milioni di tonnellate, cifra che, in proiezione, raggiungerà 210 milioni nel 2010.

 

Una ricerca globale di petrolio

 

Per fare fronte a necessità sempre più imperiose, la Cina sta adottando una politica estremamente aggressiva, globale e polifunzionale (diritti di sfruttamento, riacquisti di società straniere, riacquisti di parti di esse, cooperazione, acquisti di concessioni) destinata a conquistare una parte sempre più elevata delle risorse mondiali. L'altro scopo è di differenziare al massimo le sue fonti d'approvvigionamento, tenuto conto dell'instabilità che regna in Medio Oriente da cui dipende attualmente al 50%. I dati in tal senso, senza peraltro pretendere di essere esaustivi, danno una descrizione di questa politica cinese di diversificazione (Tali dati, che qui non riporto per motivi di spazio, possono essere consultati al seguente link: http://www.diploweb.com/forum/schaeffer.htm , nota mia G.P.). Da questo punto di vista, il discorso terzomondista della Cina, che si dichiara il "più grande paese in via di sviluppo del mondo" e il suo totale disprezzo della legge americana d’Amato, che non sembra riguardarla, gli permette andare sui mercati di paesi a rischio come il Sudan e l'Angola. Ciò avrebbe potuto accadere anche con la Libia. Ma dobbiamo ammettere l'ipotesi secondo la quale americani e i britannici, i quali hanno subodorato che l'approccio cinese alla Libia era suscettibile di soffiare loro una parte importante delle risorse petrolifere libiche, hanno deciso di accelerare il perdono del presidente Khadafi per l'attentato di Lockerbie. Altrove, la Cina compensa parzialmente il prezzo delle sue importazioni con armamenti. È il caso dell Kuwait, dell'Egitto e dell'Iran.

Infine, occorre chiedersi per quanto tempo la Cina beneficerà di una certa immunità nei paesi a rischio, in particolare musulmani, tenuto conto delle sue attività di repressione del movimento autonomista ouighour, di cui una parte è toccata dall’attivismo fondamentalista islamico.

 

Gli approvvigionamenti di gas naturale

 

Sul piano del gas naturale, consumo e produzione interni si equilibrano dando, alla fine, alla Cina, una leggera eccedenza. Ma ha fin da ora anticipato le sue necessità future. È il motivo per cui la Cina conduce, riguardo all'estero, la stessa attività d'acquisizione di gas naturale come quella messa in atto per il petrolio. Attualmente ci sono 4 terminali destinati ad accogliere il gas naturale liquefatto che proviene dall’ Australia e altri sono in costruzione: tre sotto la responsabilità della China National Oil Offshore Corporation (CNOOC) nel Guangdong, Zhejiang e Fujian, ed il quarto, sotto la responsabilità della China Petroleum and Chemical Corporation (SINOPEC) (SINOPEC), nel Shandong.

 

Risorse sufficienti in combustibile nucleare

 

Nel settore del nucleare, la Cina non soffre per la necessità risorse estere in materia di combustibile. Con 14 miniere, le sue risorse in uranio sono in gran parte sufficienti a rispondere al suo consumo attuale, potendo prevedere serenamente uno sviluppo ulteriore dell'energia nucleare.

 

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II - le azioni di riduzione della dipendenza energetica

 

Le necessità energetiche della Cina, ed in particolare quelle petrolifere, la mettono dunque in situazione di dipendenza e, quindi, di vulnerabilità strategica. È il motivo per cui compie un certo numero di sforzi per ridurre gli effetti di questa situazione ricercando formule di compensazione.

 

Le importazioni di "know-how"

 

Nel settore petrolifero fa appello ad alcuni "know-how" stranieri, in particolare per esplorazione e sfruttamento petrolifero dove, infatti, ha numerose insufficienze nelle tecniche seguenti: lo sfruttamento dei giacimenti che arrivano a fine di rendimento, lo sfruttamento dei giacimenti situati in conformazioni geologiche complesse, e quella dei giacimenti offshore. Per compensare queste lacune, si è impegnata in una politica di cooperazione internazionale sostenuta da misure che incitano gli investimenti. La preoccupazione dei cinesi resta tuttavia quello di acquisire, non appena possibile, la maturità tecnologica in tutti i settori dello sfruttamento petrolifero in cui si sentono ancora deboli. È il motivo per cui, appena controllano una tecnologia nuova e si sentono pronti a svilupparla ulteriormente essi stessi, non rinnovano i contratti di cooperazione.

A titolo di esempio la CNOOC, che ha siglato 150 accordi e contratti con 70 società straniere - che cooperano sul 35% dei siti della società cinese - garantisce solo oggi il 50% della sua produzione.

 

I progetti di sviluppo dell'energia nucleare

 

A seguito della penuria di energia elettrica che la Cina ha subito nel corso dell'estate 2003, le autorità cinesi hanno preso atto dell'insufficienza della capacità nazionale di produrre energia nucleare. Questa soddisfa oggi soltanto l'1,5% delle necessità. L'obiettivo è dunque di portare, entro il 2020, il nucleare al 4% della produzione d'energia, cosa che corrisponderà all’istallazione di 35.000 megawatt ed alla costruzione di 20 o 25 nuovi lotti. Per realizzare i suoi impianti attuali (Daya Bay, Ling Ao, Tian Wan, Qin Shan I, II e III) la Cina ha fatto appello alle tecnologie francesi, russe, canadesi. Ma, sembrerebbe che abbia deciso, nel realizzare il suo programma di sviluppo, di ricorrere soltanto a un solo fornitore di tecnologia, cosa che lascia predire una concorrenza dura tra i vari richiedenti, tra i quali l'americana Westinghouse che tenta di introdursi nell’affare proponendo la costruzione di due reattori da 1.100 megawatt. Il dossiers presentato all'amministrazione americana è in corso d'esame per l’approvazione. La decisione potrebbe arrivare alla fine del 2004 o agli inizi del 2005 (l’accordo è stato firmato il 16 dicembre 2006, nota mia G.P.).

 

I programmi di R&D sull’ energia

 

Per limitare gli effetti dei costi e dei consumi energetici, i cinesi si sono anche lanciati, in parallelo con altri sforzi, in una politica di ricerca e di sviluppo sull’ energia.

Questa si esprime in molti programmi:

- Il "Programma nazionale di ricerca e di sviluppo delle alte tecnologie", o programma 863, chiamato così perché è stato deciso nel mese di marzo 1986; uno degli 8 orientamenti fissati riguarda l'energia. Gli altri coprono la biologia, l'aeronautica, le tecnologie dell'informazione, i laser, l'automazione ed i nuovi materiali. Nel 2001, e nel quadro di questo programma, sono stati lanciati due progetti-chiave relativi ai risparmi d'energia: l'automobile elettrica, il treno a sollevamento.

- Il programma Torch (1988) di cui i 3 progetti principali hanno l'energia come tema. Si tratta delle nuove energie, del controllo delle alte energie e dei risparmi d'energia. I progetti del Programma Torch, il cui obiettivo è l'industrializzazione e la produzione in serie dei prodotti in R&D, coprono parzialmente quelli del Programma 863. Oltre ai 3 progetti principali citati, il programma Torch riguarda i nuovi materiali, le biotecnologie, l'elettronica e le tecnologie dell'informazione, l'integrazione opto-meccano-elettronica, la tutela dell'ambiente.

 

A seguito del lancio di questi piani, un certo numero di applicazioni concrete come la gassificazione e la liquefazione del carbone iniziano a vedere la luce, tecnologia che la Cina ha acquisito e perfezionato attraverso i suoi contatti con il Sudafrica: la società Sasol ed Eskom.

Presso Sasol, ha acquisito la tecnologia di liquefazione del carbone, e probabilmente del gas naturale con i due metodi Fischer Tropsch. Questi erano stati comperati nel 1950 presso i tedeschi e sviluppati da Sasol a partire dal 1955 allo scopo di ridurre le importazioni sudafricane di petrolio mettendo a profitto le riserve nazionali di carbone ed instaurare così le basi di un'industria chimica. Presso la società Eskom, la Cina sembra essersi anche interessata alla tecnologia PBMR (Pebble Bed Modula Reactor), reattore ad alta temperatura (HTR) raffreddato ad elio ed equilibrato alla grafite. L'università di Qinghua si è dotata di una HTR sperimentale di cui una delle applicazioni potrebbe riguardare la liquefazione del carbone poiché la fornitura di alte temperature con questo tipo di reattore apre possibilità interessanti d'applicazione nell'industria chimica. L'argomento della liquefazione del carbone in Cina, benché non sia stato fatto nessun riferimento al Sudafrica, è oggi di dominio pubblico. Essa figura nel rapporto 2001 d'esecuzione del programma 863. Il 12 marzo 2004, il governo cinese ha ufficialmente annunciato la creazione, a Shanghai, del primo centro di ricerca e di liquefazione del carbone, e la costruzione, in corso di completamento, in Mongolia, del primo centro di produzione di combustibile con liquefazione del carbone. A partire dal 2005, una prima linea produrrà 1 milione di tonnellate di combustibile e raggiungerà i 5 milioni nel 2008, con 4 linee in funzione, cosa che richiederà il cracking (piroscissione, nota mia G.P.) di 15 milioni di tonnellate di carbone. Nello stesso tempo, i cinesi rivelavano l'abbandono temporaneo di due progetti previsti nel Heilongjiang e nello Yunnan.

 

La creazione di riserve di combustibili

 

Fra le altre misure decise per circoscrivere i rischi di una dipendenza dall’estero c’è la creazione di riserve di combustibili. Nel 2002, queste avrebbero soddisfatto soltanto 15 giorni di consumo nazionale. Nel 2005, con il completamento di 4 siti di magazzinaggio, che conterranno un totale di 6 milioni di tonnellate di combustibile, obiettivo fissato dal X piano quinquennale (2001/05), la Cina disporrà di 35 giorni di consumo. Nel 2010 questa cifra potrebbe essere portata, secondo alcune fonti, tra 70 e 75 giorni. Il governo cinese si mostra più circospetto, annunciando 50 giorni soltanto. In questo settore, le difficoltà che si presentano al governo cinese sono tanto tecniche che amministrative. I cinesi devono, infatti, riuscire a dominare la tecnologia specifica delle riserve artificiali di idrocarburi e quelle di controllo degli stock. Per risolvere i problemi legati tanto alla gestione tecnica che alla gestione finanziaria è stato creato un "Ufficio delle riserve di idrocarburi".

 

Ricerca di giacimenti petroliferi nazionali e contenziosi territoriali

 

Infine, la Cina ha avviato una politica di ricerca di nuovi giacimenti nazionali, cosa che l’ha condotta a sostenere vigorosamente un certo numero di rivendicazioni territoriali sulla sua periferia, a volte molto lontana. Fra queste, ci sono le pretese sulla totalità del mare della Cina meridionale, e non soltanto sui 4 arcipelaghi presenti, come lascia credere l'informazione internazionale deformando la realtà. Oltre agli altri aspetti strategici che copre questa rivendicazione, uno di questi è l’esistenza, in questo bacino, di riserve stimate, e non provate, di 17,7 miliardi di tonnellate di idrocarburi.

 

Idroelettricità e problemi di vicinato

 

In parallelo agli sforzi compensativi condotti per coprire il deficit petrolifero, la Cina ha intrapreso una politica di sfruttamento massimo della sua rete idrografica, ne è testimonianza la diga faraonica delle Tre Gole, ma anche la costruzione di dighe sui corsi d'acqua Himalaiani, corsi d'acqua che bagnano l'Asia del sud ed il Sud-est asiatico (Birmania ed Indocina). Questa politica crea dunque problemi determinanti di vicinato con i paesi rivieraschi, spogliati nell’ approvvigionamento naturale di acqua, in particolare per la loro agricoltura. In alcuni casi, il regime cinese accondiscende a studiare il problema. Così, sotto copertura di considerazioni d'ordine ecologico, il governo cinese ha deciso, nel mese d'aprile 2004, di sospendere la costruzione di una diga sul Salween, fiume che bagna la Birmania. Sarebbe meglio tuttavia vedere in ciò un gesto verso un paese che, di fronte all'India, favorisce direttamente la strategia regionale cinese.

 

Sforzi verso le energie rinnovabili

 

Infine, la Cina porta l'accento, con più o meno buonsenso e convinzione, sulle energie rinnovabili, anche se le attività nel settore, attualmente non mostrano affatto profitti. La ricerca e lo sviluppo sulle energie rinnovabili sono parti integranti del programma 863.

 

Energia solare

 

Nel settore dell'energia solare, la produzione di pannelli solari, è cresciuta plausibilmente del 15% dal 1987, anno dell'applicazione del programma 863, al 1997, anno in cui sono state decise misure per accelerare e migliorare questa produzione. L'obiettivo è, da un lato, di ridurre i costi dei pannelli solari e della loro istallazione e, dall'altro, aumentare i rendimenti dei pannelli. Dal 10 al 13%, comunque poco rispetto ai rendimenti americani, che si aggirano attorno al 70%, l'obiettivo è di raggiungere un rendimento dal 16 al 18% in un futuro che non sembra essere ben determinato.

 

Energia eolica

 

L'energia eolica, si è sviluppata in Cina da una decina di anni. Gli impianti sono stati realizzati in province costiere ed in Mongolia, ed in altrettante province vicine alle principali zone industriali ed urbane visto che le risorse dell’altopiano tibetano non sono ancora state messe a profitto. Nel 2004, la potenza in energia eolica sarà di 345 megawatt. Il X piano ha stabilito di realizzare un impianto di 1,5