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ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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giovedì, 03 aprile 2008

GLI INTERESSI ECOLOGICI di F. D'Attanasio

 

L’Enel nel perseguire la sua politica di riduzione del debito, oltre ad aver ceduto ai tedeschi di E.On, Endesa Europa e Viesgo, intende scorporare tutte le attività per la produzione di energia da fonti rinnovabili (eccetto i grandi impianti idroelettrici) in una nuova società e quotarla in Borsa, pur mantenendone il controllo. Una strada questa già seguita da altri grandi gruppi, come la spagnola Iberdrola e la francese Edf. Ne parla Paolo Giovanelli in suo articolo pubblicato da il Giornale del 29 Marzo, il quale mette in rilievo come secondo gli analisti di settore, il valore delle società che operano nelle rinnovabili (in particolare l’energia eolica) hanno un valore che è pari a 14 volte il margine operativo lordo, che nel caso dell’Enel è di 900 milioni-1 miliardo. Lo stesso amministratore delegato del colosso elettrico italiano, Fulvio Conti, è pronto a ribadire che si tratta di diversi miliardi di euro, “se si guarda alle valutazioni degli analisti la produzione di energia da combustibili fossili viene valutata 7-8 volte i margini. Con l’energia rinnovabile parliamo di una valutazione 12-14, a volte anche 20 volte l’ebtida”. La nuova società varrebbe 14 miliardi e con un collocamento in Borsa dovrebbe permettere all’Enel di incassare tra i quattro e i cinque miliardi.

Le rinnovabili, sempre secondo Giovanelli,  hanno una caratteristica molto particolare, difatti pur non essendo affatto competitive con le altre fonti di energia per gli alti costi di investimento dei nuovi impianti, sono comunque appetibili, e questo grazie ai forti incentivi concessi dai governi europei. Nel caso dell’eolico, per esempio, l’Enel riceve 180 euro per megawattora prodotto, a fronte di un valore di mercato dell’energia che è di 80 euro; ma la cosa ancor più interessante è che questo tipo di incentivo è garantito per legge per 15 anni dall’inizio del funzionamento dell’impianto: niente male per chi controlla queste attività, dato che così riesce ad assicurarsi un rendimento certo per 15 anni.

Ora qui si possono, a mio avviso, fare due ordini di considerazioni. Primo: in relazione agli effetti che le attività umane starebbero provocando sulle variazioni climatiche ed in generale sull’ambiente e le condizioni di vita degli esseri viventi a livello globale. Il fisico Franco Battaglia ritiene che l’incidenza sul riscaldamento globale delle emissioni antropiche è praticamente nullo (secondo appunto l’articolo riportato su questo blog giorni fa); e questo sarebbe stato dimostrato scientificamente dall’N-Ipcc, un organismo scientifico internazionale non governativo (quindi fuori dal controllo politico dei governi) di cui fa parte anche lui stesso. Ora è chiaro che chi è convinto di ciò, ritiene assolutamente inutile investire anche un solo centesimo nelle fonti alternative, anche e soprattutto in virtù del fatto che attualmente hanno ancora dei costi molto elevati che le rendono sconvenienti rispetto alle fonti classiche da combustibili fossili. Non mi sento di credere ciecamente a quel che sostiene Battaglia, anche perché la patente di “non governativo” di cui si fregia l’N-Ipcc non penso sia sufficiente a certificare la totale affidabilità di un qualsiasi organismo; molti altri enti e scienziati, comunque dotati di una certa credibilità, sostengono al contrario che l’incidenza dell’uomo sui cambiamenti climatici sia molto rilevante. Certo non posso condividere un certo catastrofismo, soprattutto quello propalato da ambienti molto poco competenti (questi arrivano a fare previsioni completamente campate in aria, tali previsioni hanno la stessa probabilità di avverarsi di quelle, veramente tante, fatte in anni addietro che addirittura asserivano con sicurezza piena la catastrofe entro i primi anni del ventunesimo secolo o anche prima) i quali vivono di finanziamenti di varia natura ed hanno tutto l’interesse ad alimentare certe convinzioni; però mi sembra giusto considerare, a riguardo degli effetti negativi delle emissioni nell’atmosfera dei gas provenienti dalle attività umane, non solo il riscaldamento globale, ma anche ad esempio l’inquinamento in generale, che è alla base dell’insorgere di parecchie malattie. Questo mi porta a dire che sia sbagliato l’idea di dover abbandonare completamente l’ulteriore sviluppo delle tecniche di produzione dell’energia dalle fonti cosiddette rinnovabili, anche perché non possiamo mai sapere a priori dove effettivamente la scienza ci possa condurre in termini di obiettivi concretamente realizzabili; e questo senza considerare il fatto che ci possono, anche se in parte, affrancare dalle importazioni di gas e petrolio.

Ma vanno fatte anche altre considerazioni di diverso genere. L’articolo di cui parlo, può essere, a mio avviso, preso ad esempio di come, quando si costituiscono e consolidano degli interessi (economici e finanziari), i gruppi sociali che stanno dietro ad essi cominciano via via ad acquisire un potere ed una influenza sempre maggiori. Le cause oggettive alla base degli obiettivi che hanno dato vita a tali interessi (in questo caso il miglioramento delle condizioni ambientali, almeno inizialmente non ha nessun legame con interessi che non siano di carattere tutt’altro che economico) iniziano col tempo ad essere manipolati in maniera del tutto strumentale: tanto più tali gruppi acquistano potere tanto più sono dotati dei mezzi per creare le condizioni sociali e culturali più favorevoli al mantenimento e rafforzamento della loro attività, ingigantendo quelle cause alla base appunto della loro attività economica e finanziaria. Risulta quindi veramente difficile districarsi fra tante divergenti opinioni, e comunque, al di là di come scientificamente stanno le cose, penso che continuare ad investire nell’energia pulita non costituisca una totale iattura, proprio perché le ulteriori scoperte in tale campo potrebbero rivelarci delle sorprese molto positive con ricadute altrettanto positive anche in altre branche della scienza.    

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categorie: ecologia, sviluppo, ambientalismo, decrescita
martedì, 02 ottobre 2007

LA “NOUVELLE VAGUE” DELLA DECRESCITA di M. Tozzato

Luigi Cavallaro, economista che, se non sbaglio, fa riferimento principalmente a Marx e Keynes ha scritto su il manifesto del 16 settembre 2007 un interessante articolo intitolato La nouvelle vague della decrescita.

Cavallaro inizia così l’articolo:

 

Da quando il tracollo dell’esperimento sovietico è sembrato riportare le lancette della storia all’epoca del «trionfo della borghesia», per dirla col titolo del celeberrimo libro di Eric J. Hobsbawm, una nuova idea ha cominciato a farsi strada tra gli orfani irreconciliati dell’idea «crollista». L’idea, molto in sintesi, è che il capitalismo, assai più gravemente che da un antagonismo di classe nel frattempo annacquatosi, sarebbe minato da un rapporto contraddittorio addirittura con la «natura»: la sua propensione alla «crescita illimitata», infatti, prima o poi dovrebbe indurlo a sbattere il muso contro la finitezza del pianeta Terra e delle sue risorse.

È stata la legge dell’entropia a offrire il pilastro teorico su cui edificare una narrazione ancor più fosca del declino irreversibile del modo di produzione (nuovamente) dominante. La presa di coscienza del fatto che tutti i tipi di energia sono destinati prima o poi a trasformarsi in calore non più utilizzabile e che il sistema solare tutto tende verso una «morte termodinamica» ha indotto, infatti, i «neocrollisti» a formulare critiche «radicali» all’idea che il processo economico potesse essere descritto in termini circolari e a esigerne con forza una rappresentazione in termini unidirezionali, rispettosa della «freccia del tempo».

La termodinamica, in tal modo, è diventata la «fisica del valore economico» e la legge dell’entropia «la radice della scarsità economica», come scrisse l’economista e statistico di origine rumena Nicholas Georgescu-Roegen.

 

I prodotti del lavoro sono il risultato certamente della trasformazione tecnica di oggetti naturali (e sociali) comunque già precedentemente divenuti oggetto di lavoro ( materia prima) e/o mezzi di lavoro però il processo di produzione è di carattere  fondamentalmente sociale: anche i valori d’uso considerati in se stessi non sono mere cose ma oggetti che stanno in rapporto di utilità al fine del soddisfacimento di bisogni umani.

  

Continua ancora Cavallaro:

 

Le forme di vita delle piccole comunità di cacciatori-raccoglitori e, in genere, delle società precapitalistiche sono state descritte come altrettanti Eden, in cui gli individui vivevano in armonia con l’ambiente circostante, appropriandosene giusto quel tanto che serviva a sfamarsi e a riprodursi. Il fatto che l’arrivo dell’Homo sapiens sapiens in un qualche nuovo territorio fosse immancabilmente seguito da un’ondata di estinzioni di animali di grossa taglia, che molte comunità contadine praticassero un’agricoltura basata sul metodo «taglia e brucia», che eventi atmosferici banali potessero condannare intere comunità alla fame e che le condizioni di lavoro e di vita fossero terrificanti è stato semplicemente dimenticato. Così come è stata dimenticata una lettera in cui Engels commentava severamente con Marx le pretese di un tal Podolinskij di «esprimere rapporti economici in misure di fisica».

 

A questo punto l’economista prende in considerazione l’ultimo lavoro di  Serge Latouche - lo studioso francese che può esserne considerato il principale rappresentante - intitolato La scommessa della decrescita (Feltrinelli, pp. 215, euro 16) «un vero e proprio manifesto teorico della Società della decrescita». La decrescita è per Latouche:

 

«uno slogan politico con implicazioni teoriche, è un "termine esplosivo" che cerca di interrompere la cantilena dei "drogati" del produttivismo». Più che di decrescita, precisa anzi lo studioso, bisognerebbe parlare di «a-crescita», perché «si tratta di abbandonare la fede e la religione della crescita, del progresso e dello sviluppo».

Si propone inoltre il recupero di una dimensione di vita

 

«conviviale», secondo l’accezione che ne propose negli anni ’70 Ivan Illich: si tratta infatti di sollecitare la «capacità da parte di una collettività umana di sviluppare un interscambio armonioso tra gli individui e i gruppi che la compongono e della capacità di accogliere ciò che è estraneo a questa collettività».

 

Come molti ecologisti, Latouche afferma perentoriamente che «una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito». Non è però chiaro se stia parlando della crescita dei valori d’uso o della crescita del loro valore di scambio espresso in moneta. E’ solo per i primi, infatti, che valgono le leggi fisiche; il secondo può aumentare in maniera indefinita. Non c’è alcuna impossibilità «fisica» capace di impedire che il valore di scambio di un paio di scarpe cresca di dieci, cento o mille volte, ci può essere al massimo una difficoltà fisica di accrescere di cento o mille volte la produzione mondiale di valori d’uso che abbiano «natura» di scarpe. Solo se si ritiene che il prezzo delle merci rifletta la loro «scarsità» - una credenza tipicamente neoclassica, che s’impose ai tempi della rifondazione della teoria economica da parte di Jevons, Menger e Walras - si può rinvenire nella «crescita del Pil» una misura dello «sforzo» imposto dalla società all’ambiente. Ma che il prezzo delle merci sia una funzione delle reciproche scarsità relative è un’affermazione teoricamente infondata, come hanno dimostrato Garegnani e Sraffa ormai quasi cinquant’anni fa.

 

Questi ultimi passaggi richiederebbero una riflessione approfondita, e sicuramente non sono molto competente in materia, però mi pare che non sia del tutto inesatto dire che i prezzi delle merci siano anche determinati dalle reciproche scarsità relative. Ed è comunque vero che la crescita del valore del Pil non misura e non viene misurata dal dispendio di energie fisico-sociali nel processo di produzione tecnico-organizzativo.

 

Ma facciamo finta che la confusione non ci sia e che, quando parla di «decrescita», Latouche intenda riferirsi solo ad una decrescita della produzione di valori d’uso. Come arrivarci? «Il cambiamento reale di prospettiva può essere realizzato attraverso il programma radicale, sistematico, ambizioso delle "otto R": rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare», e la leva che lo studioso francese si propone di agire è la tassazione. Aumentando di «dieci volte» i costi di trasporto e incrementando la tassazione sulle macchine, «le aziende che seguono la logica capitalistica sarebbero ampiamente scoraggiate. In un primo tempo, un gran numero di attività non sarebbe più "redditizia" e il sistema resterebbe bloccato».

A quel punto, sarebbe senz’altro possibile «togliere sempre maggior quantità di terra all’agricoltura intensiva», semplicemente - aggiungiamo noi - perché le aziende agricole capitalistiche avrebbero decretato fallimento, e si potrebbe senz’altro «darla all’agricoltura contadina, biologica, rispettosa degli ecosistemi». E questa dinamica, che farebbe sì che «ogni produzione che può essere realizzata su scala locale e al fine di soddisfare bisogni locali» venga «realizzata localmente», contribuirebbe «anche a risolvere il problema della disoccupazione»: già, perché la decuplicazione della tassazione e il consequenziale blocco delle imprese capitalistiche avrebbero anche questa spiacevole conseguenza - qualche centinaio di milioni di disoccupati.

Sarebbe comunque una questione momentanea: presto le persone tornerebbero «ad apprezzare il territorio circostante» e «a temere di allontanarsi da casa loro», e comincerebbero «a riparare, a comprare prodotti di seconda mano, senza provare il sentimento di svalorizzazione di sé». E’ il «paradiso» immaginato da Latouche: una società in cui «le vettovaglie sono molto meno numerose, ma ciascuno ne ha quante bastano e regna un clima di gioia inebriante suscitata da una condivisa frugalità».

 

Ispirandosi a Ivan Illich, rileva Cavallaro, per Latouche diventa presupposto indispensabile per la riuscita del programma delle «otto R»

 

un’«autotrasformazione» non violenta della «società», che non faccia uso di leggi, decreti o polizia e che sia nondimeno capace di «suscitare un numero sufficiente di comportamenti virtuosi».

 

Non è chiaro se Latouche immagini un processo in cui sempre più persone comprano i suoi libri, si convincono della bontà delle sue idee, si danno appuntamento in piazza o in altro luogo «conviviale» e cominciano a concertarsi su come attuare il programma delle «otto R», ma non ci sembra di intravedere altro modo per produrre il presupposto indispensabile al suo obiettivo. E se la «pedagogia delle catastrofi» rivendicata nell’ultimo capitolo del suo libro genera proposte politiche del genere, sovviene per la «decrescita» un distico caro a Marx: «là dove mancano i concetti / s’insinua al momento giusto una parola».

 

In effetti ci pare di poter concludere con l’autore dell’articolo che la cosiddetta decrescita viene, da quello che dovrebbe essere il suo principale e autorevole rappresentante, presentata come una costruzione edificante ed onirica, particolarmente lontana dalla realtà e dai conflitti reali, anche riguardanti le problematiche ambientale, che sono effettivamente sul tappeto.

 

Mauro Tozzato                        02.10.2007

 

 

 

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 06:49 | link | commenti
categorie: economia, marx, decrescita, keynes
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