Al convegno dei giovani imprenditori a Capri, apparentemente Mieli ha fatto autocritica rispetto all’invito, rivolto agli elettori nel marzo dello scorso anno, di accordare la propria preferenza al centrosinistra. Ha brutalmente affermato che, se questo Governo non sa fare di meglio e decidere (secondo i desideri di coloro, dei quali è portavoce autorevole), è ora che se ne vada, è perfino preferibile che si torni a votare. Subito uno dei “coloro” in questione, “il Monty”, l’ha apparentemente contraddetto e corretto affermando che, pur se indubbiamente questo Governo non combina nulla e dovrà farsi (o altrimenti essere messo) da parte, non si può andare a votare adesso; prima deve essere approvata una (del tutto mitica) nuova legge elettorale, senza la quale mancherebbe “la governabilità” (altro “specchietto per le allodole”, solo utile a ritardare il voto).
In genere, nell’esercito, il maresciallo punisce duramente i soldati per mancanza di disciplina. Poi interviene il capitano (talvolta perfino il colonnello) e ammorbidisce la pena; così la lezione è impartita, ma l’ufficiale prende la gratitudine della truppa (nel caso di “Monty” anche i finanziamenti dello Stato, cioè del Governo), mentre il sottoposto concentra su di sé l’acredine della stessa. Il gioco tra Mieli e il “presidentissimo” (di Confindustria) è esattamente dello stesso genere. Maradona direbbe: “Hijos de puta” (detto con affetto y simpatia, va da sé).
Le strigliate “padronali”, sempre più rudi, a questo Governo dipendono sia dal discredito crescente che si diffonde nel paese, investendo tutte le manovre e manovrine della politica “ufficiale” – discredito che rischia di ostacolare pure i giochi della GFeID – sia dalla necessità di preparare comunque il terreno a tali manovre che puntano, come sempre da quindici anni in qua (da “mani pulite”), a rifare un nuovo centro, con sinistra quale sua appendice, in quanto perfettamente succube e consenziente ai voleri dei “poteri forti”. Questi speravano veramente che le ultime elezioni dessero il tocco finale all’operazione. Invece si sono verificati eventi negativi per l’establishment: una vittoria risicata del centrosinistra, il rafforzamento al suo interno dell’ala detta “radicale” (che pesca i suoi voti nella parte meno fortunata della popolazione e, se la tradisce troppo, perde quanto necessario a far eleggere i suoi capi e capetti), l’affermazione personale di Berlusconi (la rimonta della destra in extremis è del tutto opera sua, mentre Fini e Casini hanno fatto tutto il possibile per preparare il disastro). A questo punto, l’operazione “grande” centro, con sinistra indebolita al seguito, è andata in pappe; il Governo si è vieppiù incartato, dopo aver creato una quantità mai vista di ministri e sottosegretari, onde soddisfare un po’ tutti e prepararsi a veleggiare, e galleggiare, in piccolo cabotaggio.
Nel contempo, la situazione economica si è fatta pesante, con ritmi di sviluppo in netta decrescita. In una congiuntura del genere, si è avuta la “bella pensata” di accrescere la pressione fiscale; non certo per rilanciare un minimo di sviluppo né per migliorare in qualche modo i servizi pubblici e rendere più “veloce” l’amministrazione statale, poiché la spesa dello Stato (crescente) è prevalentemente indirizzata a soddisfare clientele varie, camarille finanziarie e industriali (dei settori meno innovativi e non di punta), gli amici degli amici, i costi della politica (su 60 milioni di abitanti, un milione e trecentomila vivono di pura politica; oltre ai circa 4 milioni di dipendenti fra Stato ed enti locali).
La situazione è disperante, la GFeID non sa come accelerare l’operazione PD (con Veltroni “Re”), che è “l’ultima sua spiaggia”; lo stesso “Monty” deve forse prepararsi alla discesa in campo, quanto meno come carta di riserva e di sostegno. Se però si va ad elezioni adesso, vince sicuramente la destra e l’odiato Berlusca torna a rompere le scatole al cosiddetto “salotto buono” dei dominanti. Bisogna, quindi: a) attaccare il Governo, corroderne le basi, separare (solo all’apparenza, per ingannare chi si fa ingannare) le proprie sorti dalle sue, dare qualche soddisfazione verbale al lavoro “autonomo” ormai al limite della sopportazione, nel mentre non è migliore lo stato d’animo di settori importanti (pur minoritari) dei lavoratori salariati; b) impedire ad ogni costo che si vada subito ad elezioni, sperando nell’invecchiamento e logoramento di Berlusconi, e in una serie di “ammuine” (che richiedono tempo) per sgretolare AN e UDC, e magari anche parte di Forza Italia (vista la tensione creatasi con i “circoli” della Brambilla), al fine di scompaginare e mescolare gli schieramenti attuali (adesso “si scopre” perfino che non vale più la tradizionale dicotomia destra-sinistra; una “grande” scoperta con un ritardo di vent’anni o poco meno). Ancora una volta: “hijos de puta”.
Comunque, non credo affatto che abbiano a disposizione tutto il tempo che ci vorrebbe. Strascicando in questo modo disgustoso una situazione, che più marcia non potrebbe essere, tirano avanti certamente, ma preparano un disordine e una putrefazione della società, che diventeranno miscela esplosiva, sul cui “botto” è inutile fare adesso previsioni.
Sul referendum organizzato dai sindacati per far approvare dai lavoratori la loro approvazione, di fatto puramente filo-governativa, del cosiddetto protocollo sul Welfare, è inutile spendere molte parole. Si conferma quello che dicevo recentemente sulla necessità che avrebbe questo paese (come in fondo gli altri del capitalismo “occidentale”), per il bene degli stessi lavoratori, di chiudere e sigillare le sedi di simili associazioni filocapitalistiche, e ripartire da capo con l’elezione diretta dei rappresentanti sindacali e il loro mantenimento a spese dei rappresentati (che dovrebbero poterli mandare a casa a calci in c….non appena sgarrano e si fanno burocrati). I sindacati non sono certo la causa, ma il prodotto, ormai però non riformabile e non eliminabile se non con la brutalità di cui appena detto, di un capitalismo del tutto degenerato, completamente in mano ad un apparato finanziario molto simile a quello preminente nella Repubblica di Weimar che inoltre, proprio come il nostro attuale, era pesantemente “condizionato” dal (per non dire subordinato al) grande capitale del paese divenuto oggi predominante (gli USA ovviamente).
Il concetto di democrazia in voga in tale paese, da cui noi l’abbiamo importata supinamente e senza fantasia, è quello di una massa di cittadini ridotti a “opinione pubblica”; anche in tal caso non semplicemente attraverso i massmedia. Bisogna ripetersi: questi ultimi sono prodotto e non causa; sono appunto mezzi, strumenti di un predominio, di cui ricercare i motivi con una analisi strutturale, come era abituato a fare il marxismo prima della degenerazione odierna del ceto intellettuale, tanto “raffinato” e “colto” da sventagliare ai quattro venti chiacchiere ed elucubrazioni del tutto rarefatte. La decadenza e l’ottenebramento da cui è colpita la nostra “civiltà”, la nostra (in)cultura, sono a mio avviso del tutto evidenti; e la democrazia (puramente elettoralistica, piena di imbrogli e trabocchetti e completamente permeata dalla menzogna) è il loro sintomo più evidente. Contro questa “democrazia”, falsa e devastante, è necessario tuonare con tutte le (poche) forze rimaste. Tuttavia, sapendo i pericoli che si possono correre.
Non si deve lasciare libero il passo a chi propagandasse una sorta di nuova Repubblica dei Saggi, di predominio di supposte élites con l’instaurarsi di rigide gerarchie onde ripristinare un “ordine antico”, che del resto sarebbe forte solo in apparenza; nasconderebbe invece una grande fragilità e potrebbe poi spezzarsi, trascinando però i popoli verso avventure poco piacevoli come già avvenuto più volte nella storia. Altrettanto indesiderabile è un caos puramente anarcoide, diffuso e disgregante, che produrrebbe situazioni talmente invivibili, da “lupi contro lupi”, per cui verrebbe infine invocato il “potere forte” con la ricaduta nel discorso precedente. Difficile credo, sempre che si desiderino veramente dei profondi mutamenti, evitare un punto di crisi, una congiuntura di forte disordine e confusione, di apparente mancanza di idee (o invece di una loro tale sovrabbondanza da provocare solo “rumore” in crescita esponenziale). Poi deve comunque sopraggiungere un nuovo ordine (cioè l’“Ordine Nuovo”), in cui non ci siano semplici elezioni una volta ogni tanto, ma ben altra partecipazione; che non sarà mai completa, inutile raccontare fole. Chi agisce in politica deve però battersi non per accrescere l’apatia e l’indifferenza, e nemmeno per inscenare una carnevalata variopinta (magari “arancione”) di “senza idee”, portati in piazza nelle più svariate guise al seguito di abietti individui prezzolati dal grande capitale internazionale.
Non sarà facile riprendere un discorso di vera democrazia non elettoralistica. Sarò condizionato dal passato, ma credo che non si possa evitare di rimisurarsi con La Comune o i Soviet; senza però ripetere a pappagallo le esperienze di allora, che non sono certo passibili di applicazioni così come furono. Occorre ciò su cui insisto spesso: una loro traduzione in “lingua moderna”. Questa loro traduzione esige allora la già accennata analisi strutturale (non però meramente economicistica o supina di fronte al “Destino della Tecnica”). Oggi, praticamente nessuno la fa, e tanto meno i “marxisti” (del resto dei superstiti) che non sono per nulla marxisti, non sanno rinverdire una teoria che ebbe vera grandezza (ma ormai rimpicciolitasi da tempo). Tuttavia, se si fanno chiacchiere sulla democrazia, le sue mere regole e istituzioni possibili, credendo di farle “assorbire” a livello di massa tramite pura “agitazione ideologica”, con fini discussioni tra “sapienti”, ecc., saremo sempre battuti da quelli che accettano le strutture così come esse sono, e curano semplicemente l’accettazione di una loro immagine falsificata da parte delle masse “educate” a tali menzogne.
Occorre una convenienza per tradurre in pratica una nuova democrazia, che un tempo si diceva sostanziale per opporla a quella formale delle classi dominanti (capitalistiche). La sostanza non può appunto essere disgiunta dalla convenienza; e se quest’ultima ha aspetti che per gli schizzinosi intellettuali di certa sinistra sono troppo “materiali”, me ne dispiace: tanto peggio per questi intellettuali, che faranno la fine che hanno sempre fatto nei periodi di veri cambiamenti “strutturali”. Prima predicano l’avvento di “nuove ere”, immaginandole radiose e felici; poi, quando tutto si dimostra un po’ più fangoso, con più ganga che oro, si limitano a brontolare e criticare. La loro sorte è evidentemente segnata; segnata proprio strutturalmente.
Tuttavia, il grave dell’attuale situazione è che, lasciando pur perdere gli inutili (anzi dannosi) intellettuali sognatori e fantasiosi di cui appena detto, non riusciamo ancora a trovare la strada (strutturale) della convenienza, che possa condurre alla rivolta contro questa democrazia elettoralistica, di cui fulgido esempio – per tornare al punto da cui ero partito – è la consultazione dei lavoratori da parte di queste melmose istituzioni dello Stato che sono gli attuali sindacati (i vertici della “Triplice” ben nota, sia chiaro, non chi si arrabatta contro la totale degenerazione di quelle organizzazioni che furono, nella “preistoria”, vera espressione delle classi lavoratrici).
PS Nel mentre il PdCI almeno denuncia i brogli e il voto plurimo dei lavoratori (per il “si”) – sembra di assistere al film Il grande McGeenty di Preston Sturges del 1940 (1940!) – Bertinotti, Mussi e Ferrero (il più “sinistro” fra i “sinistri”, quello “tanto buono” con gli immigrati) sparano a zero su chi soltanto solleva il minimo dubbio sull’onestà di questi apparati di Stato (CGIL, CISL e UIL), che credo siano fra i peggiori, più putridi e costosi in Italia. Sia chiaro, comunque, che i brogli e il voto plurimo sono un “di più” rispetto alla “perversione” rappresentata dalla democrazia elettoralistica di per sé stessa. Solo il “cretinismo parlamentare”, del tutto innato e consustanziale al ceto politico delle finte “democrazie occidentali”, può portare a tanta degenerazione. Fino a quando la stragrande maggioranza dei lavoratori non capirà in quale abisso di abiezione siano caduti i suoi presunti rappresentanti (nominati a vita, come quei senatori che salvano ogni giorno il Governo), è ridicolo sentir parlare di “Classe”; non esiste proprio, nemmeno “in sé”.
«Decomponendosi lo Stato che ormai non resisteva più all’azione di sfruttamento e parassitismo dei vecchi partiti, bisognava avere il coraggio di fare la rivoluzione per sommergere, rovesciare distruggere queste caste politiche.(...) Queste caste politiche che sciupavano indegnamente i meravigliosi tesori della vittoria italiana dovevano essere disperse e distrutte».
Queste parole, vecchie di più di settant’anni, sembrano pronunciate da un contemporaneo sdegnato dall’attuale situazione politica italiana, dal pantano vergognoso in cui centro-destra e centro-sinistra hanno trascinato il paese corrompendo le sue già fragili istituzioni modellate a misura di una nefasta impalcatura statale basata sulle menzogne e sul parassitismo di ristrette caste politiche e di gruppi economico-finanziari che manovrano all’ombra della stessa politica. Eppure queste parole, tanto attuali e tanto corrispondenti al marciume odierno dei nostri partiti, sono state pronunciate da Mussolini nel ’26. Anche all’epoca la casta di governo stava trascinando il paese alla rovina (con i vari Serrati e Turati che continuavano a prodigarsi per tenere a galla Giolitti ricercando una soluzione parlamentare allo stallo istituzionale, spingendo ad un’assurda passività le masse e favorendo così l’ascesa dei fascisti). Tanto era seria la situazione che persino Bordiga e Salvemini giunsero ad auspicare un repulisti risolutivo (che chiunque l’avesse realizzato avrebbe garantito un servizio al paese, queste sono le parole quasi letterali usate da Bordiga) che facesse crollare le istituzioni liberali e i gruppi notabilari asserragliati a tutela di uno Stato in piena putrescenza.
Di lì a breve si sarebbe capito che, in realtà, l’affermazione del duce, per quanto utile a far fuori una classe dirigente inetta e corrotta, avrebbe trascinato il paese in ben altri drammi, mettendo ancora di più in evidenza le “sviste” storiche di socialisti e comunisti, incapaci di cogliere le opportunità che potevano derivarne per i dominati laddove si fosse riusciti a trasformare il malcontento generalizzato in situazione realmente rivoluzionaria.
Si comprende allora, ieri come oggi, che lo sbocco dalla crisi può derivare dall'avanzata di nuovi gruppi sociali i quali, in un certo senso, devono sì essere definiti rivoluzionari ma in un ambito di mantenimento delle coordinate sistemiche di fondo (i cosiddetti rivoluzionari dentro il capitale), entro cui è inserita una determinata formazione sociale.
Non si deve mai sottovalutare la forza politica e sociale che questi gruppi possono mettere in campo, soprattutto perché si trovano ad agire sullo stesso terreno di malcontento delle forze antisistemiche. Se nel ’19-’20 i socialisti furono incapaci di condurre fino alle estreme conseguenze le legittime rivendicazioni di contadini e operai, in una situazione di crisi e di disfacimento dell’economia italiana e dello Stato liberale, il fascismo, invece, riuscì ad inserirsi proficuamente in quelle contraddizioni fino a saldarle in un blocco sociale “d’urto”, composto dalla piccola borghesia contadina e dalla media e piccola borghesia dei centri urbani. Il risultato sarà esplosivo tanto che il fascismo perverrà “alchemicamente” ad incarnare, grazie ad una efficace costruzione ideologica, tanto le tendenze anticapitalistiche che quelle antiproletarie, fondando la sua spinta rivoluzionaria su una classe abbastanza numerosa (anche se eterogenea e diversificata al suo interno com’è generalmente il ceto medio) che si sentiva troppo stretta tra la grande borghesia imprenditoriale e il proletariato. Il fascismo datosi una base sociale solida - essendo stato in grado di orientare queste contraddizioni più in senso antiproletario che non contro il grande capitale - attuerà la sua normalizzazione capitalistica ma fuori dalle secche del contesto politico precedente.
Finalmente veniamo all’oggi, anche per attestare, mutatis mutandis, quanto di quel passato c’è nell’attuale fase politica italiana. In verità la situazione è profondamente diversa, sia per gli attori sociali in gioco sia per la struttura economico-produttiva dell’Italia dei nostri giorni. Tuttavia un punto di contatto emerge chiaramente e riguarda la corruzione e l’inettitudine di partiti e istituzioni statali completamente asserviti ad alcuni gruppi dominanti economico-finanziari che noi abbiamo definito con l’acronimo GF e ID (Grande Finanza e Industria Decotta). C’è da dire che questa volta occorre dare ragione, ahimé, all’editoriale di Paolo Guzzanti apparso su Il Giornale di ieri. Si parla tanto di Casta e di malcontento, ma da chi è partito effettivamente questo allarme e chi lo sta sfruttando? Che la situazione economica e politica dell’Italia sia gravissima è sotto gli occhi di tutti e le tasche della gente sono l’unico vero indicatore statistico per un paese che non gira più come dovrebbe. Finalmente, si comincia a dare la giusta responsabilità dei risultati che non arrivano ad una classe politica insulsa ed inefficiente che diviene ancora più odiosa laddove distribuisce privilegi a sé stessa mentre lo stivale si sfaglia e il morale degli italiani finisce sotto il “tacco”. Ma da chi parte la campagna contro la fantomatica “Casta”? Da due giornalisti del Corriere della Sera “figliocci” di un Direttore, quel Paolino Mieli, che solo un anno fa perorava la causa salvifica incarnata da Prodi e dal Centro-sinistra. Dice espressamente Guzzanti: “Paolo Mieli e il suo giornale (Beppe Grillo è un comprimario clamoroso ma da solo impotente) sono stati non i cronisti, ma i creatori e portabandiera di questa crociata. E non soltanto perché sono due giornalisti del Corriere quelli che hanno scritto
La frase del titolo può essere interpretata in più sensi, e ognuno va bene. So che purtroppo non s’è ancora “rotta” a sufficienza, affinché si verifichino quei “bruschi cambiamenti” che sarebbero necessari; ma forse siamo sulla buona strada, che non sarà però brevissima.
Non ho intenzione di enfatizzare il dissenso espresso dagli operai a Mirafiori, in una riunione “blindata”, le cui notizie sono filtrate attraverso i partecipanti. Mi interessa solo il quadro che “dipinge”: un vero pezzo di “socialismo reale” – e se ancora in molti non capiscono che quel processo storico non conduceva, nemmeno nelle intenzioni, al socialismo e comunismo, non so proprio cosa si possa dire e fare – estremamente indicativo del tipo di “democrazia” propugnato dalla “sinistra progressista”. In ogni caso, ci sono stati i fischi che Angeletti negava spudoratamente al TG4, ammettendo solo qualche disagio e contestazione. I “si” vinceranno grazie a riunioni in cui non è consentita alcuna vera organizzazione della protesta (anche i dirigenti della FIOM, alla fin fine, mi sembra si stiano comportando maluccio, coprendo di fatto la spudoratezza dei vertici sindacali) e al voto dei pensionati (52% degli iscritti alla CGIL e 50% di quelli della CISL); ma anche perché ormai la cosiddetta base operaia non ha più alcuna voce in capitolo ed è dunque disorientata, depressa, incazzata ma sfiduciata, priva di una qualsiasi rappresentanza effettiva.
Per tornare ad averla, sarebbe necessario un intervento di forza che sciogliesse gli attuali sindacati, ne presidiasse a tempo indeterminato le sedi per impedire la loro riapertura e, nel contempo, lasciasse piena libertà di associazione alle varie categorie di lavoratori, con elezione (e sempre possibile revoca in ogni momento) dei loro rappresentanti, pagati integralmente dalla “base” senza il benché minimo sostegno dello Stato. I sindacati oggi esistenti sono infatti apparati di Stato fra i più reazionari e corrotti, con dirigenti di vertice inamovibili (fino a quando non vengano cooptati nelle altre Istituzioni centrali e locali dell’amministrazione pubblica), e gestiti con singolare ottusità burocratica da uno sciame di funzionari inetti e solo interessati alla “carriera”.
Nel mondo politico, con totale insensibilità e arroganza abituale, continua sempre più vorticosamente la commedia delle parti. I ministri e parlamentari della sedicente “cosa rossa” (che, giorno dopo giorno, è “lavata con Omo” e appare ancor più bianca di qualsiasi bianco) sono di rara meschinità e pochezza intellettuale, individui attaccati alle loro poltrone per mantenere le quali manovrano confusamente e senza alcuna idea, con battute estemporanee al posto della manifestazione di idee; essi giocano al buonismo e al progressismo che ormai non risolvono un solo problema di un paese allo sbando più totale. Del Premier e dei suoi complici governativi, della sinistra ora “riformista” ora “moderata” ora “liberaldemocratica”, delle primarie per eleggere il capo di un Partito che più antidemocratico e elitario di così non potrebbe nascere, è inutile parlare perché non c’è molto da dire. Non esistono programmi, solo (giri di) parole vuote, un continuo tramare pestando però acqua nel mortaio. Una inconcludenza completa, tutto sommato coperta, sia pure con frasi di scontento e mugugni, da parte delle inutili Autorità europee.
Dell’opposizione non si sa se provare commiserazione o spernacchiarla. Berlusconi si dimostra sempre più un omuncolo dal punto di vista politico. E’ patetico nel suo sfornare sondaggi (che possono rovesciarsi in pochi mesi, come dimostra l’Inghilterra, dove i conservatori sono passati dal 12% di vantaggio all’11% di svantaggio nei confronti dei laburisti), aspetta l’implosione dell’avversario (un bel modo per dimostrare che non ha alcuna idea nella “zucca”), parlotta ora con Dini, ora con Mastella, ora con altri minori, senza capire che quelli fanno i loro giochi, ma sempre entro coordinate precise che escludono di far cadere il Governo per andare ad elezioni di vero azzardo per tutti. Un vero incapace “a bischero sciolto”. Ma certo se uno vede e ascolta i rincalzi (Fini, Casini, ecc.), capisce che “lui” resta il famoso “orbo Re nella terra dei ciechi”.
Bossi, con il suo avventurismo casereccio e un po’ ridicolo, fa cadere le braccia. Uno non minaccia sempre a parole, senza mai fatti, che il Lombardo-Veneto partirà alla conquista “armata” dell’intera Italia. Detto così, già si capisce che si tratta di trombonate; fra l’altro, i lombardo-veneti sono sicuramente fra i più incazzati della situazione, ma stanno ancora complessivamente benino; nessuno rischia grosso quando ha da perdere qualcosa o anche più di qualcosa. Inoltre, non si organizzano bande armate per promuovere “brusche precipitazioni”, se non si prepara il terreno con i corpi speciali “in armi” (che sono addestrati ad usarle e hanno mezzi ed organizzazione adeguati all’uso). Altrimenti, bastano “due carri armati”, qualche mitragliatrice o lanciafiamme, al massimo uno-due aerei (e forse è già troppo) per disperdere una marmaglia scalcinata, che ha solo in testa interessi “regionali”; una forza che voglia veramente una “brusca precipitazione” deve avere come minimo un respiro nazionale.
Infine, abbiamo le classi dirigenti industriali e finanziarie che, da decenni e non da oggi, sono fra le più inette e parassite e sfatte di tutto il mondo capitalistico “avanzato” (ormai siamo nettamente indietro anche rispetto alla Spagna). Non è disgraziatamente possibile spazzarle via in un battibaleno. La prima mossa dovrebbe essere quella di scompaginare e disperdere le loro rappresentanze politiche, approfittando del disgusto montante nei confronti di queste ultime da parte di un numero crescente di italiani. Tuttavia, per ottenere un simile risultato non è sufficiente la semplice antipolitica e il malcontento generico per quanto acuto. Tali stati d’animo servono come base, per far crescere il disordine e il disorientamento più completi, che alla fine richiederebbero però un intervento d’ordine.
Perché questa è in fondo la rivoluzione (adesso non discuto dei suoi contenuti e di chi essa fa gli interessi), che non è mai il semplice caos, ma l’evento che da quest’ultimo nasce come sua soluzione e passaggio ad un nuovo ordine (sempre tralasciando al momento i contenuti dello stesso). Non a caso, le rivoluzioni si conducono a buon esito finale non semplicemente con le masse in movimento disordinato che magari “assaltano la Bastiglia”; e nemmeno con quelle più organizzate che “prendono il Palazzo d’inverno”. L’inveramento della rivoluzione è nella sua fase finale, poiché essa consiste, in senso proprio e definitivo, nell’instaurare, con brusco salto in altra dimensione (storico-sociale e però anche istituzionale), il nuovo ordine.
Ovviamente, siamo lontani da simili prospettive; le ricordo soltanto per coloro che a volte sparano parole come se fossero pallottole, mentre in realtà semplicemente partecipano al Festival delle c…..te, cui si dedicano in molti, sia a destra che a sinistra. E’ ormai necessario pensare ad un sobrio attacco sistematico ad entrambi questi schieramenti che dimostrano ogni giorno di più la loro inutilità, la loro incapacità di afferrare veramente la gravità della situazione (interna e internazionale), di cui siamo appena agli albori (malgrado duri da una quindicina d’anni almeno), e che sono convinto andrà incancrenendosi con ritmo via via accelerato nei prossimi anni e decenni.
Non vengo a raccontare che ho idee ben precise in merito alle possibili soluzioni; nessuno dimostra di averle, e meno che meno quelli che ci governano attualmente nonché gli “altri” che smaniano per sostituirli alla direzione (si fa per dire, nessuno dirige più nulla) del paese. Non posso, come singolo individuo, sopperire al vuoto totale creato in Italia dalle classi dette dirigenti (in realtà solo dominanti con protervia e cieca sopraffazione). C’è solo da iniziare un lavoro sistematico, che sia di denuncia, di messa in luce del disastro provocato dall’azione di questi dominanti; e si può anche delucidare, nel meno peggiore dei modi possibili, il quadro interno e internazionale in cui dobbiamo abituarci a muoverci nei prossimi tempi. Incominciamo, per quanto sta nelle nostre possibilità; e al più presto.
Sempre più, mi sembra, si palesa quanto nel blog si va scrivendo da tempo: la situazione (politica ed economica) esistente nel nostro paese è estremamente fragile ed instabile. In pratica, non esiste più quello che normalmente si intende per politica: né il Governo né coloro che dovrebbero gestirla e svilupparla hanno la possibilità di riconquistare un minimo di credibilità e di fiducia presso i cittadini, salvo che per qualche autentico tifoso – quindi insensato come lo sono i tifosi – di questo o quello schieramento. Il Governo e le forze che lo sostengono si dimostrano privi di qualsiasi idea e capacità di decisione effettivamente autonoma, indipendente, su una qualsiasi materia: interna e internazionale. Indubbiamente, veder durare questa “maggioranza” è un autentico tormento; si capisce immediatamente che, continuando così, si va incontro a uno sfacelo assai pericoloso. Tuttavia, non si può non constatare che il possibile ricambio di tale maggioranza non risolverebbe alcunché, perché avremmo al governo altri incapaci, altrettanto arroganti e senza idee che servano a qualcosa di più della pura gestione e conservazione di posizioni di potere per conto di altri. Non è assolutamente vero quello che sostengono i cosiddetti “compagni”, e cioè che si è costretti ad appoggiare gli sciamannati attualmente al governo in quanto rappresenterebbero il “meno peggio”; sarebbe altrettanto assurdo però sostenere l’esatto contrario. E’ proprio la convinzione che esista un “meno peggio” – da chiunque venga coltivata – a portarci verso il “sempre peggio”.
Vorrei commentare brevemente due-tre notizie di questi ultimi giorni, poiché sono una (certo minore) dimostrazione di quanto appena detto in merito all’equivalenza (non eguaglianza) delle posizioni dei politici “destri” e “sinistri” per quanto concerne la loro protervia, il disprezzo della popolazione e persino la mancanza di semplice senso dell’opportunità. Finalmente, sembra si riesca ad ottenere il trasferimento del magistrato di Catanzaro che indaga, fra le altre, su faccende legate alla (s)vendita dell’Italtel alla Siemens, in cui avrebbe potuto venire implicato, o almeno “toccato”, l’attuale Premier (all’epoca, presidente dell’IRI di cui faceva parte l’azienda italiana venduta). Chi legge il blog – e anche chi conosce qualche mio scritto – sa bene che cosa penso di certa magistratura e dell’operazione “mani pulite” dei primi anni novanta. Odio pure il regolamento dei conti giudiziario anziché politico; ho infatti sempre provato disgusto per l’atteggiamento, veramente ottuso e cupamente fazioso, di chi ha sempre sperato di poter liquidare un Berlusconi – ritenuto un “ladro”, senza tener conto della nutritissima schiera di imprenditori finanziari e industriali, che hanno fatto del capitalismo italiano una accozzaglia di bande “come nella Chicago degli anni ‘20” (frase ormai ben nota) – mediante l’azione mirata di magistrati conniventi con la sinistra.
Detto tutto questo, mi sembra atteggiamento miope, oltre che da “impuniti”, quello di servirsi di una serie di motivazioni di pura forma legale per impedire al magistrato di Catanzaro di mettere in luce un comportamento, che ha leso interessi economici – e non solo tali – del paese. In ogni caso, come già per le telefonate tra Consorte e i leader diessini, anch’essi di fatto salvati con escamotages di pura forma, è proprio di “cattivo gusto” rimuovere chi sta indagando su fatti non inventati, anche se non ancora indicatori della precisa colpevolezza di “potenti” personaggi in merito alla vicenda appena sopra accennata. Tuttavia, si è avuta nei confronti del ministro Mastella una inusitata solidarietà perfettamente bipartisan. E non si faccia finta di essere garantisti; si tratta proprio di un riflesso di complice difesa da parte di quella che è adesso invalso l’uso di denominare “la Casta”, i cui membri non accettano che a qualcuno venga in testa di metterli sotto i riflettori di una inchiesta, magari “a rischio” di sollevare il coperchio rispetto a poco chiare operazioni che potrebbe aver fatto uno qualsiasi di loro. La mentalità da “compagni di merenda”, l’insofferenza di fronte a domande relative al loro comportamento non limpido, sono le stesse in ogni personaggio di questo squallidissimo ceto politico, come aveva già messo in luce anche la sua abitudine ad essere ampiamente favorito nell’acquisto o affitto di case, nell’aumentarsi stipendi, rimborsi viaggi, pagamento di consulenti, vari altri privilegi in merito a innumerevoli servizi (trasporti, ristorazione, ecc.) che gli appartenenti alla “Casta” riservano a sé e a collaboratori o magari “amici”.
Personalmente, non ho grande trasporto per Grillo (non sto parlando del comico ma del “tribuno”) – per il semplice motivo che, anche se in buona fede, non credo che la sua “agitazione” vada nel senso giusto – ma certamente questi personaggi della politica sono il peggio che si possa immaginare per gestire gli “affari” di un qualsiasi paese. E non ha veramente alcuna importanza che vada al governo la destra o invece la sinistra. Per cui, anch’io non sopporto più la faccia di Prodi, non ne posso più di Padoa-Schioppa e Visco, mi fanno venire la nausea tutti i governanti al gran completo; ciononostante, non sono particolarmente interessato alla “caduta del Governo” e a “nuove elezioni” che porterebbero “altri mostri” al posto di quelli attuali. E’ necessario che maturino le condizioni per qualche svolta un po’ più radicale, pur se non so al momento predirne i lineamenti; senza tener poi conto che i tempi della “maturazione” sono tali da trasformarla in vero e proprio processo di putrefazione della società italiana e del suo arretrato sistema economico.
Il blitz con cui sono stati liberati due agenti dei servizi segreti italiani in Afghanistan non mi sembra particolarmente ben riuscito. I due agenti sono rimasti feriti (uno a rischio di vita), uno dei due accompagnatori afgani è morto (e l’altro ferito). Intanto, è disgustoso l’atteggiamento razzistico per cui i due “inferiori” non vengono quasi mai nominati, salvo che incidentalmente e solo da pochi commentatori. Questa volta però tutti – quelli che se ne stanno comodamente a casa a non rischiare nulla – hanno inneggiato alle virtù “militari” e “maschie” del Governo, che ha dato senza esitazioni il nullaosta al blitz, perché con “i terroristi non si tratta”. Si è protratta la schifosa ipocrisia per cui le truppe di occupazione sono laggiù per salvare la democrazia (come in Irak!) e per aiutare la popolazione (liberando il maggior numero possibile dei suoi componenti dalla “sofferta” permanenza in questa “valle di lacrime”). Alla TV ho sentito qualcuno (di destra come di sinistra) che ammetteva qualche cattiveria in più negli “altri”, mentre noi italiani (sempre “brava gente”) siamo in quel paese solo per una sorta di volontariato umanitario.
Non è il caso di inveire, anche perché non manca molto tempo alla punizione esemplare degli “occidentali” in quelle lande e, in tempi non secolari, nel limitrofo Pakistan (vero perno del non lontanissimo cambio di equilibri geopolitici mondiali). E’ solo da rilevare come ancora una volta, al di là delle differenze di tono, destra e sinistra siano assolutamente concordi nel lavoro di servaggio (agli USA) da compiere. Divertente (si fa per dire), in modo del tutto particolare, il ventaglio di “variazioni sul tema” messo in mostra dalla cosiddetta sinistra. Prodi e diessini indistinguibili dalle destre; la sinistra democratica del tutto comprensiva verso le esigenze del blitz; Rifondazione su posizioni di mediazione; i “comunisti” (che desolazione questa insistenza a denominarsi ancora così) che chiedono il ritiro delle truppe invece di dimostrarsi minimamente credibili, ritirandosi dal Governo e, soprattutto, votandogli contro e facendolo cadere sulla politica estera di marcato e ipocritamente ammorbidito (non però in questa occasione) asservimento alla Nato, cioè agli USA.
Ormai, la commedia delle parti di questa sinistra è la più manifesta delle vergogne da cui è affetta la politica italiana. Siamo al suo abituale comportamento opportunista e nel contempo “patriottico”; come nel lontano 1914, quando il mondo si avviò alla tragedia mentre oggi siamo ancora alla farsa (pur sempre tragica, però, con morti veri). Tanto vale che la maschera venga gettata del tutto; ma per questo occorrerebbe eliminare al gran completo il quadro politico esistente in questo paese da barzelletta. Per il momento non si vede all’orizzonte la soluzione necessaria. Però .… spesso nella storia le precipitazioni avvengono velocemente e quasi mai previste.
Altro “fatto” di politica estera che non riguarda, in tal caso, la sola Italia, bensì il quadro mondiale. Dopo una preparazione di mesi, in gran segreto e con poche notizie, gli israeliani hanno effettuato il loro ennesimo blitz (assassino) sulla Siria per distruggere un (vero o presunto?) sito atomico (o di preparazione in tal senso?). Ammesso che la notizia sia vera (e sembra proprio così), nessuno, nemmeno la Siria stessa, ha protestato in senso forte e con precisione di notizie circa l’accaduto. I giornali italiani, che hanno raccontato l’evento (nel senso dell’operazione appena citata), erano molto soddisfatti all’idea di tecnici nordcoreani sepolti sotto le macerie del bombardamento assieme ai loro “assistiti” siriani. I “superuomini” israeliani – i veri robot dell’immaginazione cinematografica di un Crichton – hanno eliminato un po’ di “subumani” asiatici e arabi. Passano i secoli, ma la mentalità colonialista dei “nostri” è sempreverde.
Tutti si dimostrano soddisfatti, in particolare, perché il non fare chiasso sull’evento in questione dimostrerebbe che tutti gli Stati (comprese Russia e Cina) sono d’accordo nella lotta al terrorismo e agli “Stati canaglia”, quindi in definitiva all’estremismo islamico, il nuovo Diavolo presentato al “pubblico occidentale” per distrarlo dalle reali crisi e devastazioni che il capitalismo mondiale sta nuovamente preparando “accuratamente”. La “distrazione” durerà ancora per un certo periodo di tempo – non però lungo in termini storici – ma va detto fin da oggi che l’interpretazione dell’impunita aggressione israeliana, e del silenzio che l’avvolge, non è quella che ne danno i commentatori superficiali e insieme canaglieschi (e lo sono ancora una volta tutti, da destra a sinistra).
Ci stiamo avviando, forse perfino con qualche accelerazione rispetto a quanto si poteva pensare fino a poco tempo fa, verso quella che definisco epoca policentrica, termine più generale che comunque ricomprende in sé la conflittualità meglio conosciuta come interimperialistica. Non esiste attualmente nemmeno il più piccolo barlume di quella che veniva definita lotta di classe; il più banale e generico conflitto capitale/lavoro è una questione di semplice competizione (più o meno aspra) redistributiva, da un secolo caratteristica dei capitalismi avanzati, man mano che questi – a partire dal primo fra essi: l’Inghilterra – hanno attraversato lo stadio agrario-industriale per addivenire a quello industriale-agrario e oggi terziario-industriale. E’ molto probabile che sia troppo generico definire con un unico termine – capitalistico – tutti i vari paesi che si vanno via via aggiungendo alla lista di quelli in sviluppo, lungo i cammini segnati dall’organizzazione economica per imprese e dalla competizione tra queste nel mercato; sarà prima o poi necessario distinguere fasi diverse di quello che un tempo fu definito “il progresso della formazione economica della società” (moderna in particolare).
E’ tuttavia sufficientemente ben definita la struttura delle relazioni internazionali – all’interno della formazione sociale globale – se si pone in luce la lotta tra “grandi potenze” per la suddivisione delle varie sfere d’influenza (e del mercato mondiale, delle aree di investimento, ecc.). Tale lotta conosce diverse fasi (o epoche): in alcune si manifesta la netta prevalenza di una delle “grandi potenze”, in altre ci si riavvia ad un nuovamente “equilibrato” scontro tra di esse per la supremazia. Va comunque rilevato che la “storia” scritta in termini geopolitici è stata tutto sommato, finora, un po’ più precisa di quella spiegata dalle ideologie interessate alla “struttura di classe” e alla lotta tra le classi. Il marxismo ha creduto di poter sopperire a tale carenza, fornendo infine lo “strumento” – non solo d’analisi teorica ma di condotta pratica – per l’emancipazione dei dominati dai dominanti; oggi, tuttavia, guardando indietro e facendo un appena sommario bilancio di un secolo di conflitti, ci accorgiamo che in definitiva la lotta per tale emancipazione è stata una “via traversa” della “Storia” per portare all’affermazione, in una serie di paesi (come appena considerato, tutti genericamente definiti capitalistici), di nuove classi dominanti di tipo particolare che, ancora una volta, si identificano con la “marcia” delle varie formazioni particolari (paesi in genere) trattati quali interi in reciproca lotta (“geopolitica”) nell’arena mondiale, occupata dalla formazione sociale globale.
Oggi, sta riprendendo vigore lo scontro – per il momento soprattutto economico e politico – tra alcuni di questi interi; in particolare, per il momento almeno, tra USA, Russia e Cina, con altri outsiders (fra i quali, non sembra proprio esserci alcun paese di una Europa “in pappe”). Il “terrorismo” e altri “fatterelli strani” vanno valutati e sempre meglio analizzati alla luce di tale crescente conflitto, tendenzialmente policentrico; tutti dovuti, in specie, alla ancora netta prevalenza militare – e buona anche in termini di avanzamento della ricerca scientifico-tecnica – degli Stati Uniti, che non possono certo essere affrontati negli stessi termini del confronto tra “potenze” a cavallo tra otto e novecento (per questo tendo a utilizzare prevalentemente la denominazione di policentrismo piuttosto che quella classica di imperialismo).
E’ però interesse dei dominanti “occidentali” – dei “padroni” statunitensi e dei “dipendenti” europeo-giapponesi – porre al primo posto l’antagonismo tra popoli e culture (e religioni), proprio per nascondere il fattore centrale rappresentato dal loro sordo, ma sempre più cogente, scontro con nuove potenze (di tipologia capitalistica). In questo compito sono purtroppo aiutati da quei rimasugli marxisteggianti (e comunistoidi), ancorati tuttora a forme sempre più sbiadite e pasticciate di terzomondismo; d’altronde, ancora più confusionari e del tutto negativi sono quelli cristallizzati nella fideistica credenza del conflitto capitale/lavoro (interno al capitalismo avanzato e di tipologia nettamente distributiva) in quanto “contraddizione antagonistica principale” dell’epoca. E’ ora di dire con estrema chiarezza che si dovrà certo riprendere quella che fu detta un tempo “analisi di classe”, utilizzando però una teoria, solo derivata dal marxismo, assai più affinata e sgrossata da molteplici tesi ormai smentite dai fatti. Nel frattempo, si deve tener nel massimo conto la lotta (geopolitica) tra paesi, aree socioeconomiche (oltre che culturali) specifiche, insomma tra interi; dando nel contempo rilevanza adeguata ai riflessi di tale lotta all’interno di questi ultimi, ma con particolare riguardo al conflitto tra gruppi dominanti: alcuni più dipendenti, altri meno o niente, rispetto ai centrali odierni (quelli USA).
Per quanto riguarda tali compiti, nulla di buono può venire dagli schieramenti definiti ormai stancamente, per pigra abitudine, destra e sinistra; ben sapendo che nell’ambito di quest’ultima, come sua ala (minoritaria) detta “estrema”, si colloca da tempo la frangia tuttora autodefinientesi “comunista”, quando non ha più nulla a che vedere con tale tradizione, che fu sempre caratterizzata dalla lotta aperta e senza quartiere contro l’opportunismo della sinistra, considerata, giustamente, una forza di totale appoggio al capitalismo nelle sue forme classico-“occidentali”. Fra l’altro, un tempo tale sinistra fu blandamente riformista, mentre è oggi schifosamente reazionaria e ipocrita in ogni suo atteggiamento di pura copertura – sceneggiata da ideologi solo assetati di servile e meschino potere – dei dominanti effettivi.
Queste le “minori” riflessioni suggeritemi dai “fatti del giorno”, che ribadiscono la totale inutilità del pendolarismo governativo tra due schieramenti di arroganti, incapaci, ipocriti, membri della cosiddetta “Casta”; si tratta di mignatte attaccate al corpo della società italiana, che ne minano le basi di una convivenza minimamente civile. Non esiste il destr-sinistr, bensì una grande infezione dalla quale sarebbe necessario guarire presto, prima del tracollo finale. Aggiungo, per evitare equivoci, che la guarigione non sta nel “centro” con appendice di “sinistra moderata”, predicato da certi ambienti confindustriali e finanziari, la parte peggiore e più malata del capitalismo italiano (e non solo). E’ un processo complessivo e assai vigoroso quello che dovrebbe mettersi in moto per ottenere la guarigione. Per quanto di assai difficile realizzazione, è a questa prospettiva che si deve guardare, smettendola con i rigurgiti del passato, che è ormai morto e deve essere infine sepolto. Si deve dire basta, non ne possiamo più, a destra e sinistra, ma anche ai residui marxistoidi e comunisteggianti che si pongono come semplice appendice della sinistra; sono i meno pericolosi, ma comunque sempre tanto perniciosi e da seppellire anch’essi.