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ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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martedì, 06 novembre 2007

SOTTO IL SEGNO DEL DRAGO: LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE ITALIANE

di G. Duchini

 

     La crisi attuale delle piccole e medie imprese, tornata alla cronaca per le truffe sui ‘derivati’, è la conseguenza di scelte ben precise  nel regime delle autorizzazione dei Controllori della Consob e  della Banca d’Italia. La responsabilità di tale crisi non è semplicemente lo specchio dell’inefficienza del sistema Italia, come si continua a ripetere nei mass media e da parte del Governatore Draghi di Bankitalia , è anzitutto il controllo pervasivo del Capitale Finanziario Usa, per il tramite dei suoi fiduciari italiani (in busta paga della banca d’affari Goldman Sachs)) ed inseriti ai massimi gradi degli Istituti del Controllo Istituzionale del Credito, che  hanno permesso la diffusione dei ‘prodotti finanziari’,  nati  nei laboratori di ingegneria finanziaria d’oltre Atlantico, onde svuotare i Bilanci delle imprese attraverso un indebitamento spropositato, a seguito dei contratti dei ‘derivati,’ tutti a perdere per le imprese. Il sistema finanziario e bancario di riferimento (in Europa) che regola ed amministra le imprese è denominato con linguaggio criptico da addetto ai lavori,  bank oriented” che assume, nella intermediazione bancaria, il seguente significato: il finanziamento delle banche alle aziende “viene concesso in partecipazione del rischio, con la garanzia delle banche ai rischi di finanziamento  delle imprese”.   Di converso, nel sistema bancario italiano, si è creata una anomalia unica in Europa: le banche italiane hanno venduto la garanzia del rischio (sulle variazioni di  interessi e cambi), come se rappresentassero la copertura del rischio; i piccoli imprenditori già fortemente esposti nei confronti del finanziamento bancario, si trovano a dover fronteggiare un vero e proprio pericolo proveniente dai  derivati sottoscritti con gli istituti di credito, risultati veri e propri ‘bidoni,’ contratti fasulli, venduti da tutte le banche italiane con tacito assenso, praticamente autorizzate, dai controllori istituzionali, di Bankitalia ‘in primis.’

         Quante sono le piccole medie imprese in difficoltà , a seguito dei contratti venduti dalle banche, non è dato di sapere, anche se si parla 50 mila imprese con valore pari a dieci miliardi di euro. Quello che è certo che si sono innalzati i livelli di rischio e di cessazione di attività delle aziende con la possibilità di veder  sparire interi segmenti  di produzione, sopravvissuti finora alla concorrenza dei mercati internazionali, con la conseguenza che le aziende sopravvissute alla ‘debacle’ finanziaria, ed alle turbolenze manovrate della finanza internazionale vengono messe sempre più a margini  del mercato del profitto e della produttività. La finanza Usa  erode sempre più i patrimoni delle imprese attraverso una strutturazione (nascondimento) sempre più complessa dei prodotti finanziari, le cui incidenze negative sull’economia vengono conosciute solo alla fonte: vere e proprie bombe a orologeria, rappresentate non solo da derivati, ma anche dai subprime, private equity; un gioco finanziario coperto, dagli istituti finanziari Usa (ed in particolare dalle banche d’affari) e dato in (com)missione alle banche italiane e,  attraverso le quali, rifornirsi della massa di liquidità finanziaria da bruciare nella fucina della competizione, onde garantire un livello di produttività (quello Usa), nel controllo dei mercati internazionali. La sottrazione del potere d’acquisto alle imprese, realizzata in modo subdolo, con le garanzie delle Istituzioni (bancarie), svuota i patrimoni aziendali con particolare ‘accanimento terapeutico nei confronti delle piccole imprese. Del resto, i ‘derivati’ sono copertura di rischi (non coperti) e certi nel loro verificarsi; un indebitamento d’impresa contratto  per  garanzie di rischi di svalutazione del patrimonio, risultando a fine contratto, una svalorizzazione  dello stesso patrimonio, dovuto ad un nuovo indebitamento nei confronti della banca.

     Nell’esperienza italiana del ‘dopo mani pulite’, la classe politica sopravvissuta (in prevalenza piciista),  dopo aver svenduto a prezzi stracciati un intero sistema industriale, a colpi di svalutazione della lira nel ’92, all’epoca dei governi Amato ed in accordo con l’allora presidente dell’Iri Prodi (con Draghi Direttore del Tesoro),  ha proseguito e favorito le svendite  dei patrimoni industriali, con l’aiuto trasversale delle destre, in maniera molto particolare; non potendo più procedere alla svalutazione della moneta, con l’ingresso della lira nella zona Euro, si sono creati nuovi metodi di svalutazione patrimoniale: i prodotti finanziari, immessi in modo massiccio in questi ultimi anni nelle imprese, hanno sostituito la svalutazione della moneta degli anni Novanta e continuato con ciò quella dismissione industriale. Di recente (2005) , l’introduzione in Europa dei “Principi Contabili Internazionali (Ias),” vera e propria architrave dei nuovi criteri di valutazione del Patrimonio delle imprese, hanno rappresentato, non un semplice adeguamento di contabilità del bilancio delle imprese europee a quelle Usa (si veda a questo proposito il mio articolo apparso sul blog  del 31 marzo 2007), ma una sostanziale ‘legalizzazione’ di una prassi già da tempo consolidata con l’inserimento in Bilancio di prodotti finanziari con maggiore pervasività rispetto al passato. I nuovi principi di valutazione adottati nei criteri del “fair value e present value,” valutazioni secondo la logica delle aspettative di mercato (la fantomatica mano invisibile) a cui mirano le “potenziali controparti:” controparti non alla pari, ma nell’interesse primario di chi controlla e trasforma il prodotto finanziario e con maggiore capacità di intrusione nel patrimonio aziendale, scardinandolo dall’interno e disarticolandolo, nell’equilibrio tra finanziamento ed investimento (secondo i sacri principi ragionieristici) e svuotandolo di valore, nell’apparente logica della concorrenza del mercato (finanziario). Si pensi a questo proposito agli effetti che stanno producendo i ‘derivati e collaterali’ nei confronti dell’unica realtà italiana residua, quella delle piccole-medie imprese: una realtà  invidiata, nel passato, grazie alle capacità  di adattamento e di inserimento nei ‘segmenti’ di produzione, rimasti scoperti nella divisione internazionale del lavoro.

 

novembre ‘07

   

 

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 07:14 | link | commenti
categorie: economia, europa, draghi, grande finanza
lunedì, 22 ottobre 2007

L’ITALIA SOTTO IL SEGNO DEL DRAGO di G. Duchini

Diventare un paese di ‘draghi finanziari’. Ecco l’imperativo categorico che ha accompagnato  Mario Draghi, nel suo protagonismo quindicennale, prima come grande negoziatore del cambio, insieme al Presidente Ciampi, al fine di garantire il rientro della lira nel meccanismo del sistema monetario europeo (1996) dopo l’espulsione decretata nel settembre ’92 e, successivamente, dal ’98 in poi, recandosi nelle principali capitali europee, per concludere accordi atti a favorire l’ingresso traumatico dell’Italia nell’eurozone, insieme all’ambizioso progetto della riduzione del deficit e del debito pubblico, rivelatosi, nel tempo, un vero e proprio salasso per tutta l’economia nazionale. Non starò a ripetere chi era Mario Draghi, diventato Governatore in sostituzione di Fazio nel 2006, né del suo stipendio  di dieci milioni in euro, come consulente della banca d’affari Usa Goldman Sachs, né dei 350 mila euro l’anno percepiti (come Governatore), né tanto meno, degli 8 mila dipendenti di Bankitalia, a fronte di poche centinaia di occupati della Banca d’Inghilterra e di Olanda. Vorrei rimanere al suo messaggio nel recente convegno di Foligno, del settembre 2007, che offre una interpretazione a dir poco sorprendente sulle dinamiche finanziarie create dalle banche, nella vendita dei titoli, dai ‘suprime’, ai più recenti derivati. Draghi afferma, in un linguaggio criptico da addetto ai lavori, che se “il prestatore (banca) trasferisce parte del rischio a terzi, l’incentivo a valutare la solvibilità del creditore può risultare indebolita. E dunque i derivati possono modificare in maniera sostanziale lo stesso modus operandi di una banca. Gli istituti che fanno maggiormente uso di ‘securitization’ comprimono meno i loro impieghi in presenza di aumenti di tassi.” La decodifica può essere espressa in questo modo: le banche con l’autorizzazione di Bankitalia hanno riempito di derivati i patrimoni delle piccole e medie aziende italiane e di gran parte degli Enti locali compresi Comuni, Municipalizzate e Regioni, in quantità tale che il meccanismo di trasmissione di impulso della politica monetaria nei confronti dell’economia non funziona più, o funziona solo in parte; le variazioni dei tassi di sconto della banca centrale  Federal-Reserve (Usa) di concerto con la sottomessa Bce (Europa), onde regolare in aumento o riduzione la massa di liquidità creditizia, cominciano a perdere colpi, in particolare in Italia, per la succitata sovraesposizione  di derivati collocati nei patrimoni sociali delle aziende: un annacquamento dei patrimoni con titoli volatili la cui manovra monetaria, nella regolazione del credito finanziario,  comincia a non avere più la presa di prima,     

    Ma che cosa sono questi derivati? I prodotti finanziari che rispondono al nome di subprime, private equity…e derivati, nascono in provetta un po’come le cellule staminali create artificialmente, queste vengono innestate sulle parti viventi del tessuto moltiplicandosi e rigenerandosi continuamente; così il prodotto finanziario, e il derivato nella fattispecie, viene immesso nel tessuto del patrimonio delle imprese, trasformando negativamente, il valore del patrimonio sociale dell’azienda. I derivati,  secondo quanto dice una Circolare della Banca d’Italia del 1999,” sono quei contratti che insistono su elementi di altri schemi negoziali (quali valute, tassi di interessi, tassi di cambio, indici di borsa) e il cui valore economico deriva dal valore del titolo sottostante o degli altri elementi di riferimento.”  Come si può dedurre, i derivati, nati per coprire i rischi dell’operare economico, in particolare di quelli del cambio e dell’interesse, si sono trasformati, in speculazioni basate su scommesse simili alle corse dei cavalli. Come tutte le scommesse, l’azienda dopo aver puntato la propria somma presso la banca, chiude il contratto con il versamento della somma, nel caso della perdita, o passa dalla “cassa”, nel caso della vincita; ma un particolare, e non da poco, rilevato nella recente inchiesta televisiva di “Reporter”dice che: i prodotti derivati imposti dalle banche alle imprese sono risultati tutti a perdere, con rilevanti valori negativi per i patrimoni delle imprese. Secondo una recente analisi di Bankitalia, la dinamica del mercato dei derivati in Italia è superiore alla media registrata negli altri paesi europei; Draghi nel recente convegno di Foligno ha sostenuto che il valore totale dei derivati ammonta a 10 volte il Pil mondiale, cioè oltre 300 trilioni di dollari( un tre seguito da dodici zeri)  come dire, i derivati rappresentano ordigni di distruzione di massa  di tipo finanziario destinati prima o poi a esplodere.

 

 

            

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 10:44 | link | commenti (1)
categorie: , draghi, grande finanza
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