Negli ultimi due giorni vari quotidiani ed agenzie stampa hanno commentato l’indagine campionaria di Bankitalia sui bilanci delle famiglie italiane nel 2006. L’Ansa parla di un reddito reale delle <<famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente>> sostanzialmente stabile dal 2000 al 2006 (+ 0,3 %) ; il Corriere riporta un aumento del <<reddito medio dei lavoratori dipendenti italiani>> dello 0,96 %. Per il lavoro autonomo (prevalentemente artigiani e imprenditori) il Corriere riferisce di un aumento del 13,86 % e l’Ansa del 13,1 % del reddito medio in termini reali. I dati riportati nei vari organi di stampa si presentano poi ancora più contrastanti per altri aspetti: Repubblica, Ansa e Corriere concordano su un aumento del 4,3 % dei redditi da lavoro dipendente nel triennio 2004-2006, mentre, per quanto riguarda gli autonomi, se Ansa e Repubblica danno un 11,2 % in più per lo stesso periodo, il Corriere al contrario scrive che il reddito <<degli autonomi [nel 2004-2006 n.d.r.] è rimasto al palo. Il che vuol dire che l’euro ha avvantaggiato questi ultimi, mentre i dipendenti hanno avuto vantaggi dalla recente ripresa economica>>. Su Repubblica ci viene data una indicazione su questa (apparente ?) discordanza: l’aumento dell’11,2 % riguarderebbe il reddito familiare degli autonomi, mentre i redditi dei singoli lavoratori sarebbero stati addirittura in calo dello 0,1 %. A questo punto la “sociologia economica applicata” dovrebbe venirci in soccorso perché non possiamo essere sempre noi a spiegare il significato di una serie di dati che, essendo esposti sempre l’uno dietro l’altro senza alcun chiarimento, ottengono il risultato di non far capire un “acca” ai poveri lettori dei giornali ( i “padroni” dei nostri organi di informazione non lo faranno mica apposta ?). A quale ripresa poi ci si riferisca qualcuno me lo dovrebbe spiegare, tutt’al più si potrebbe accennare ad un semestre di “ripresina” congiunturale; oltretutto qualcun’altro mi dovrebbe dire quanti rinnovi contrattuali sono stati realizzati nel quadriennio 2004-2007, per non parlare poi del “controcuneo” fiscale, cioè l’assenza annosa di qualsiasi provvedimento che permetta di supplire al mancato recupero del “fiscal drag” vista l’attuale inflazione “effettiva”. Ancora su Repubblica si legge, poi, che la differenza nella dinamica del reddito sarebbe, soprattutto negli ultimi anni, divergente anche all’interno del lavoro autonomo: imprenditori, commercianti titolari di impresa e artigiani avrebbero migliorato la loro condizione mentre sarebbe stato negativo il trend di liberi professionisti e lavoratori atipici. Un altro splendido esempio di come si possano esporre dei dati in una maniera iperconfusa per non far capire niente alla gente ci è fornito ancora dalla lettura incrociata sugli indebitamenti degli italiani nei testi riportati su Repubblica e Ansa. Repubblica scrive:<< I mutui costituiscono il 60 % del totale dell’indebitamento mentre quelli per acquisto di beni di consumo solamente il 10%>>; per capire però come queste percentuali riferite alle masse monetarie possono essere confrontate con i comportamenti delle famiglie bisogna essere così disperati da andare a leggersi ancora cosa dice l’Ansa:<<Più alto il numero delle famiglie indebitate per acquisto di beni di consumo (12,8%), dall’auto al divano nuovo, che invece per il classico mutuo acceso per comprare la casa (11,6%).>>
Mi pare che si tratti di un aggiunta non da poco ! Ma adesso passiamo al macigno che continuano a farci ingoiare. Per chi abbia la memoria corta ricordiamo che il 1° gennaio 2002, dopo la cosiddetta fase transitoria, è arrivata fisicamente nelle mani di circa 300 milioni di europei la nuova moneta in vigore nell’Unione Monetaria Europea: l’euro. I signori di Bankitalia vogliono far credere ai lavoratori dipendenti che dal 2000 al 2006 i salari reali sono aumentati di poco, ma sono comunque aumentati, se non proprio dello 0, 9 almeno dello 0,3 %. Ebbene tutti i cittadini italiani e perfino quei “posapiano” dei sindacati consumatori (Adusbef e Federconsumatori) sanno che la <<conferma da parte dell’Istat del tasso di inflazione all’1,8% [per il 2007.n.d.r.], contro il 2,1 del 2006, ci ricorda purtroppo che nel nostro paese le “bufale” si possono riprodurre>> anche se le dimensioni non sono paragonabili a quella del 2002 quando <<tutte le famiglie italiane soffrirono un raddoppio dei prezzi durante il cambio euro-lira, a causa di manovre anomale e speculative ed in assenza di verifiche e di controlli da parte del Governo di allora>> e ciò nonostante quell’autentica associazione a de….. che si chiama Istat stabilì che l’inflazione del 2002 si era attestata << al 2,5%, in discesa rispetto al 2,7% del 2001>>. Mi fermo qui perché mi è venuto il mal di stomaco.
Mauro Tozzato 29.01.2008
(fonte www.dedefensa.org - Euredit S.P.R.L)
trad. di G.P.
18 gennaio 2008 - la crisi non cessa di gonfiarsi, ampliarsi, secondo una dinamica che non sembra possa rallentare da sola. Di questo si tratta. Più che “la” crisi finanziaria con tutte le sue implicazioni e spiegazioni economiche, con tutte le ipotesi (quali provvedimenti finanziari, economici, prendere, ecc.?), ci si trova dinanzi alla crisi del capitalismo.
Il mercato ed i suoi meccanismi non rispondono più. Il regolatore supremo sembra essere scomparso. La crisi del capitalismo esprime la crisi di una civilizzazione, - o, meglio poiché è il riflesso poco attraente della nostra situazione, la crisi della civilizzazione. Il cronista (politico ed economico) Anatole Kaletsky, per il quale abbiamo già mostrato stima, ci dà una riflessione generale su questa crisi globale che vale la pena di leggere, - nel Times del 17 gennaio. Kaletsky descrive il malstrom che percorre senza rallentare il mondo bancario. Gli esempi abbondano, tutti assolutamente indescrivibili dal punto di vista delle cifre, come la sorte dei due giganti finanziari del capitalismo americanista, Citigroup e Meryl Lynch: "On Tuesday these two companies, universally recognised as the biggest and brashest symbols of America's financial hegemony and the triumph of market capitalism in every corner of the world, were forced to raise $21billion of new capital from national investment funds owned by governments in Asia and Middle East. These bailouts raised to $35billion the rescue capital received by Merrill Lynch and Citigroup in the past three months and to almost $100billion the total cash injections into Western financial institutions from the sovereign wealth funds or ruling families of Abu Dhabi, Kuwait, Dubai, Saudi Arabia, China, Singapore and South Korea."
A cose fatte, questa rivoluzione delle nostre concezioni capitalistiche con lo scenario che sia apre sulle potenze finanziarie di un mondo finora percepito come complementare se non marginale rispetto al nostro proprio centro di potenza, costituisce, secondo Kaletsky, un trasferimento arduo del centro di gravità di tale potenza (vedere più in là). Almeno, l'operazione dovrebbe sollevarci, poiché costituisce un rafforzamento venuto dall'esterno? E bene, per niente. I "mercati" hanno reagito con un pessimismo nero, come se nulla di positivo (il recupero di Citigroup e di Meryl Lynch) fosse avvenuto. Ciò implica, osserva Kavetsky, un nuovo appello ai "fondi sovrani", questo cavallo di Troia dei nuovi ricchi beoti entrati nel cuore del capitalismo per corromperlo. Kaletsky vede due conseguenze colossali in questi eventi: «As a result, Asian and energy-producing sovereign wealth funds will soon become the biggest shareholders in most of the leading American and European financial institutions. In this sense, the bailouts of Citigroup and Merrill Lynch will be remembered as milestones, marking a decisive shift in the centre of gravity of the world economy towards Asia after five centuries of financial, economic and therefore political dominance by Europe and
»Secondly, if the markets prove right in their initial pessimistic reaction, then these cash injections will inevitably be seen not as canny investments but as government bailouts. That, in turn, will imply the present global financial crisis simply cannot be solved by private market forces. If market confidence cannot be restored in stricken banks, however much new money they raise and whatever management changes they undertake, then governments and regulators around the world will be faced with a stark choice.
»Either they will have to accept a long period of financial paralysis, leading inevitably to a deep global recession and maybe even a Japanese-style decade of depression or they will have to step in with a Plan B, involving public sector intervention of some kind that overrules the judgment of market forces. This, too, would represent an important milestone in what looked until recently like the inevitable progress of free-market capitalism around the world.»
Kaletsky dice che la sua prima osservazione riguarda ovviamente un caso storico, una valutazione piuttosto di tipo filosofico sull'evoluzione delle grandi forze nella storia. Si tratta di apprezzare il significato di quest'intervento della potenza finanziaria di una sfera esterna del centro di potenza della civilizzazione, per salvare o tentare di salvare questo centro di potenza. D'altra parte, la realtà di questi "fondi della sovranità" implica che si tratti di potenze finanziarie con un significato politico poiché sono per la maggior parte nelle mani di autorità pubbliche (governative). Ciò conduce alla seconda osservazione, questa molto più urgente perché riguarda l'intervento diretto dei pubblici poteri del centro della potenza attualmente in ritirata e minacciata dal crollo (USA principalmente, ma anche UK ed Europa in certo modo). Passare da un intervento indiretto (aiuto finanziario senza contropartita fondamentale) ad un intervento diretto, come suggerisce Kaletsky, implica che si arrivi nel cuore della crisi: la questione della possibilità della presa di una decisione. In questa crisi, le potenze finanziarie private che crollano mostrano un'irresponsabilità politica straordinaria. Sono incapaci, e neanche ne hanno il desiderio, di liberarsi delle tare del sistema, ma considerano soprattutto i soli interessi privati, incapaci di una valutazione collettiva delle necessità. Kaletsky nota: " Today, even as they hovver on the brink of insolvency and are forced to raise billions of dollars of new money to survive, most of the leading international banks are paying out large - and in some cases increasing - bonuses to their employees, enormous golden parachutes to their failed directors and dividends to their shareholders. In the case of Morgan Stanley, for example, the $5billion of new funding raised from the Chinese Government has been almost exactly matched by an increase in the bonus pool for payment to its supposedly talented employees. Citi, meanwhile, after paying out more than $100million to its sacked chief executive, is now planning to pay out roughly half the new capital it raised this week as a dividend next month."
Ogni giorno le notizie vanno in questo senso. Accentuano la sensazione dell'irresponsabilità di quest'autorità delle potenze finanziarie in crisi, della loro assenza di visione collettiva per ciò che occorrerebbe chiamare una specie di "bene pubblico" per garantire la sopravvivenza del capitalismo, della loro visione strategica ridotta ad una percezione quasi burocratica, a forza di paralisi, imprigionata dalle norme immemorabili del profitto, dalla cupidigia illimitata che va a vantaggio di queste sole autorità. C'è la sensazione di una corruzione psicologica profonda (oltre che immorale), di una corruzione psicologica senza ritorno di quest'autorità. Il sito WSWS.org riporta, in un'analisi pubblicata oggi, questi dettagli che sono stati appena resi noti, i quali mostrano che somme considerevoli che influiscono in maniera massiccia sulla crisi ($39 miliardi per il 2007 per i primi 5 istituti finanziari) sono versate ad individui, in generale dirigenti, già congedati per incompetenza:
«As Citigroup, Merrill Lynch and other finances houses were announcing their staggering losses for the last quarter, Wall Street released one other telling figure. Bonuses paid out for the five biggest financial firms topped a record $39 billion in 2007, the vast bulk of this fortune going to a relative handful of top executives. They pocketed these immense sums even as their shareholders suffered losses of more than $80 billion and as they prepared the wave of mass layoffs that is now beginning to sweep through the finance industry.»
Ciò che indicano questi "dettagli" quantificati in $miliardi, è la conferma dell'irresponsabilità totale del sistema dinanzi alla sua crisi; cioè, del sistema del " libero mercato ", del sistema degli interessi privati e particolari, del "free-market capitalism" come lo chiama Kaletsky.
Di qui la questione che pone Kaletsky riguardo alle condizioni di un intervento massiccio dei pubblici poteri, - urgente, nelle settimane che vengono - questione che essenzialmente riguarda il potere e gli orientamenti strategici che il suo esercizio permette d’imprimere. Kaletsky porta a termine la sua cronaca con questa questione: «If banks are to continue receiving implicit government guarantees then regulatory steps will have to be taken to ensure that these guarantees are reflected in their financial management, remuneration policies and risk controls. How exactly this can be done is a complex subject which economists, financiers and politicians will need to debate and to which different countries will probably find different answers.
»But something clearly must be done to ensure that banks, their employees and their shareholders pay an adequate price for the implicit insurance they enjoy from governments and taxpayers - whether those governments are in America and Europe or in Asia and the Middle East. In the case of
La nostra impotenza e la potenza della crisi
La decisione pressante con la quale si è confrontato Gordon Brown, è quella della "nazionalizzazione" della banca Northern Rock. Poiché Northern Rock, caricata fino al midollo, dall'agosto 2007, da iniezioni massicce di fondi (principalmente pubblici), di cui nessun "investitore" del tipo "fondi sovrani" ne vuole, è alla deriva ed occorre prevedere l'ultima decisione della nazionalizzazione. La banca, il sistema bancario in generale nel sistema capitalistico, non può essere abbandonata alla sua sorte, come lo furono e lo sono diversi settori economici, perché il suo crollo condurrebbe immediatamente ad una crisi economica profonda per quanto riguarda direttamente il cittadino (il cittadino-elettore), ad un panico generale dei risparmiatori e dei depositanti. È l'equilibrio anche delle nostre società, dunque dei poteri politici che presuntamene le dirigono, che è in causa. Simbolicamente, poiché la fase visibile della crisi è in particolare cominciata con la crisi di Northern Rock, la nazionalizzazione sarebbe una decisione terribile. Sarebbe un processo a tutto il capitalismo del libero mercato sul quale si fonda la nostra "civilizzazione". E, naturalmente, sarebbe soltanto un inizio. Lo stesso Gordon Brown ha invitato, il 29 gennaio a Londra, i suoi principali colleghi europei (la tedesca Merkel, il francese Sarkozy, ai quali l'italiano Prodi è riuscito ad aggiungersi per sua insistenza). Dopo una tragi-commedia dietro le quinte, poiché non era stato invitato in partenza, risulta che anche il presidente della Commissione europea Barroso sarà presente. (
Il 5 marzo 1933, Franklin Delano Roosevelt (FDR) presta giuramento. Allo stesso tempo, il suo segretario al tesoro lascia la cerimonia e raggiunge i suoi nuovi uffici dove assume le sue funzioni. Lavora immediatamente a decisioni politiche per la nuova amministrazione. La prima sarà di ordinare la chiusura delle banche US. Da molte settimane, i fallimenti bancari si contano ogni giorno per decine, che accelerano fino alla vertigine l'immersione del paese nella disintegrazione. (André Maurois nel settembre 1933: "se aveste fatto il viaggio verso la fine dell'inverno (1932-33), avreste trovato un popolo completamente disperato. Per alcune settimane, l'America ha creduto che la fine di un sistema, di una civilizzazione, fosse molto vicino.") Questa decisione di chiusura delle banche presa da FDR il giorno dopo il suo insediamento segna la presa del potere da parte della politica su una situazione fino ad allora lasciata alla grande saggezza del libero mercato. Ci troviamo abbastanza vicino a tale momento di decisione. La differenza è che non c’è stata, nel frattempo, la percezione di una crisi finanziaria ed economica dell'ampiezza di quella del 1931-33 (la vera grande depressione US) perché "la crisi" si manifesta in modo molto diverso. Si manifesta più su scala globale che nazionale e più variamente, con parossismi da "crisi sistemica settoriale" in altri settori oltre ai settori finanziari ed economici. Ciò ci restituisce una realtà più puntuale e si può allora accettare l'idea che il "nostro 1929" è certo l'11 settembre 2001, il tempo supplementare essendo trascorso a causa della nostra capacità d’illusione (virtualismo) e facendo per questo peggiorale la situazione. La crisi del 1929-33 era già una crisi di civilizzazione (Maurois usava le parole giuste) che si manifestava negli USA, già modello della nostra civilizzazione, ma fu catalogata come finanziaria ed economica soltanto. La crisi d'oggi è ovviamente una crisi di civilizzazione, infinitamente peggiore, ed i settori finanziari ed economici di questa crisi non sono più i soli a manifestare questo stato di crisi. (C'è la crisi dell'ambiente, la crisi dell'energia, la crisi strategica e politica, ecc..) Siamo nel 1933 perché ci avviciniamo del momento della conquista del potere da parte di FDR, il momento in cui "il potere politico prende il potere", - non per gusto o ambizione, o convinzione, ma perché gli eventi non gli lasciano altre scelte. (È vero che prima di FDR, la politica di Hoover corrispondeva esattamente alla dottrina del " laisser faire " attualmente in corso, che implica interventi più o meno importanti del potere politico senza mai conquistare il potere della decisione.) Gli eventi conducono oggi il potere politico a questo dilemma. Occorrerà scegliere. O, detto differentemente, poiché non ha neppure scelta: dovrà prendere la decisione "di prendere il potere". A partire da ciò si aprono questioni senza risposta. Potrà e avrà i mezzi per trasformare questa decisione di "conquista del potere" in atti efficaci e decisivi? Approfitterà di questa "conquista del potere" per modificare radicalmente i grandi orientamenti del nostro tempo storico? E così via. A priori, queste domande spingono al pessimismo di risposte piuttosto negative. Ma la crisi ha una forza, in particolare di persuasione per l’azione diretta anche senza coscienza delle circostanze estreme della sfida, che la nostra potenza non conosce più. Occorrerà anche vegliare, a misura dell'avanzamento degli eventi, per tenere separati i diversi poteri nazionali, nonostante il livellamento della globalizzazione. È ovvio che, nel periodo determinante che si apre, il potere américanista, in crisi profonda d'impotenza e di paralisi, oltre ad essere ciecamente legato all'ideologia liberale del non interventismo, è di gran lunga il potere meno armato per rispondere agli sforzi della crisi. (Ed è esso che fa, più o meno coscientemente, riferimento al 1939-1933.) Per fare avanzare la sua azione riformista d'intervento sistematico nel 1933-34 (del resto senza ottenere altra cosa che un miglioramento temporaneo), FDR dovette realizzare una ristrutturazione profonda dell'apparato governativo.
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(…)Le proprietà del denaro sono mie, di me suo possessore: le sue proprietà e forze essenziali. Ciò ch'io sono e posso non è dunque affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella fra le donne. Dunque non sono brutto, in quanto l'effetto della bruttezza, il suo potere scoraggiante, è annullato dal denaro. Io sono, come individuo storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe: non sono dunque storpio. Io sono un uomo malvagio, infame, senza coscienza, senza ingegno, ma il denaro è onorato, dunque lo è anche il suo possessore. Il denaro è il più grande dei beni, dunque il suo possessore è buono: il denaro mi dispensa dalla pena di esser disonesto, io sono, dunque, considerato onesto; io sono stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di ogni cosa: come potrebbe essere stupido il suo possessore? Inoltre questo può comprarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti non è egli più intelligente dell'uomo intelligente? Io, che mediante il denaro posso tutto ciò che un cuore umano desidera, non possiedo io tutti i poteri umani? Il mio denaro non tramuta tutte le mie deficienze nel loro contrario?(…)
Karl Marx
Ben Bernanke, con un ottimismo ostentato, prevede che non ci sarà recessione, eppure le perdite provocate dai subprime, come egli stesso ammette, potrebbero raggiungere i 5oo mld di dollari. Cifre cospicue che, al contrario, confermano l’ipotesi di “recessflazione” già avanzata da questo blog, attraverso gli studi dei ricercatori del LEAP/E2020.
Le grandi banche continuano a sprofondare sotto il peso dei mutui ad elevato tasso d’insolvenza, tra queste Citygroup che ha annunciato svalutazioni fino a 24 miliardi, accompagnate da 17-24mila licenziamenti e un taglio del 40% dei dividendi, seguita a ruota da Merryll Linch, con perdite da subprime per 10 mld, nel solo periodo ottobre-dicembre, dopo aver effettuato svalutazioni per 14,6 mld, mentre altri istituti sono già sotto indagine negli Usa da parte della SEC (
A quanto sembra le capacità di autoregolazione e la mano invisibile del mercato, elementi tanto decantati dell’economia classica e neoclassica, si risolvono nella visibilissima mano delle banche centrali, chiamate a riparare i guasti prodotti dalla sfera finanziaria che viaggia indipendentemente dall’economia reale.
Gli stessi analisti hanno lanciato l’allarme in un momento in cui la situazione era già compromessa, dimostrando che la loro comprensione del problema è arrivata solo un attimo prima dell’uomo comune. Da ciò si percepisce che anche loro non hanno ben chiaro il quadro globale della crisi e brancolano nel buio. Del resto, si è solo nella I fase del “ciclone”, quello che potrebbe infine travolgere l’economia statunitense e tutte le altre ad essa legate.
Secondo gli studi che abbiamo riportato sul blog, da parte di esperti indipendenti, l’ “ondulazione” dovrebbe approfondirsi con tanto di “occlusione” (per restare nell’ambito della metafora meteorologica) - fino all’esplodere della situazione con una serie di fallimenti a catena che trasferiranno sulla produzione materiale il peso della speculazione finanziaria degli ultimi anni – proprio durante la prima parte del 2008. Effettivamente tutti i segnali sembrano andare in questa direzione.
Le soluzioni prospettate dalle Banche centrali restano per il momento di “scuola”, poiché la mera iniezione di liquidità serve più che altro a ritardare gli effetti ma non certo a risolvere una crisi che si annuncia devastante, stando almeno ai paragoni (che si sprecano) con la famosa crisi del ’29. E se i confronti devono essere fatti è bene farli fino in fondo e ricordare che durante il crollo delle borse della fine degli anni ’20 non tutte le banche e le imprese si piegarono sulle gambe ed alcune, anzi, si rafforzarono proprio a spese delle concorrenti (come nel caso dei Rockfeller). Oggi tutto lascia pensare che proprio
Oltre agli interventi citati comincia a farsi strada quello dei cosiddetti fondi sovrani (provenienti soprattutto dai paesi esportatori di petrolio e dalle economie che hanno avuto, negli ultimi anni, una crescita esponenziale come quella cinese) i quali hanno a disposizione ingenti riserve valutarie da poter investire nei mercati finanziari, mettendo così qualche pezza alle falle aperte dalla speculazione. Eppure, fino a qualche tempo fa i fondi sovrani erano visti come uno spauracchio dal sistema occidentale in quanto si temeva che alcuni paesi, non proprio amici, potessero, attraverso queste imponenti “masse” monetarie, influenzare maggiormente le economie dei sistemi "democratici". Ma dalla notte dei tempi pecunia non olet, soprattutto se si è appesi ad un filo che comincia a sibilare per la tensione a cui è sottoposto.
Tuttavia, occorre stare ben attenti a non confondere questa crisi con la caduta del sistema nel suo complesso, come ha già spiegato
Alla politica spetterà l’ultima parola sulla situazione ed è probabile che proprio nel paese centrale si proceda ad una ridefenizione degli assetti geoeconomici e geopolitici, con conseguente riposizionamento degli equilibri strategici di tutto il globo. In ogni caso questa crisi finanziaria non sarà senza conseguenze come invece millantato dai guru delle banche centrali.
Non hai veramente capito qualcosa,
finché non riesci a spiegarlo a tua nonna
Albert Einstein
Non essendo in possesso di competenze specifiche, tentare di articolare riflessioni sensate su argomenti come la dinamica dei sistemi finanziari e la cornice istituzionale e giuridica del sistema economico può essere giustificato solo da urgenti esigenze di tipo politico in senso lato. Mi pare che
(1) << All'interno di un'azienda (corporation) si definisce Corporate Governance l'insieme di regole, di ogni livello, (leggi, regolamenti etc..) che disciplinano la gestione dell'azienda stessa. La corporate governance include anche le relazioni tra i vari attori coinvolti (gli stakeholders, chi detiene un qualunque interesse nella società) e gli obiettivi per cui l'azienda è amministrata. Gli attori principali sono gli azionisti (shareholders), il management e il consiglio di amministrazione (board of directors)>>.
(2) <<Patti aventi per oggetto l’esercizio del diritto di voto nelle società con azioni quotate e nelle società che le controllano>>.
(3) <<Il private equity è uno strumento di finanziamento mediante il quale un investitore apporta nuovi capitali all'interno di una società (target), generalmente non quotata in borsa, che presenta un'elevata capacità di generare flussi di cassa costanti e altamente prevedibili. L'investitore si propone di disinvestire nel medio-lungo termine realizzando una plusvalenza dalla vendita della partecipazione azionaria. Gli investimenti in Private Equity raggruppano un ampio spettro di operazioni, in funzione sia della fase nel ciclo di vita aziendale che l'azienda target attraversa durante l'operazione di private equity, sia della tecnica di investimento usata.>>
(4) <<Operazione di acquisizione di una società, effettuata ricorrendo soprattutto al capitale di prestito e che quindi punta allo sfruttamento della leva finanziaria. Generalmente si costituisce una società […] con ridotto capitale di rischio e ampio indebitamento […] e si acquista l’azienda che interessa; successivamente si ha la fusione tra le due società con il trasferimento dell’indebitamento sulla società acquisita. Il flusso di redditi che si presume consistente e che in futuro sarà generato dalla gestione aziendale consentirà il rimborso dei debiti assunti.>>
Mauro Tozzato 16.01.2008
Prima di iniziare a parlare dell’argomento che sarà oggetto del mio scritto, lasciatemi irridere alla “grande democrazia americana” basata, come ormai in tutto l’occidente “servo” di questa nazione prepotente, sulle elezioni lobbistiche e affaristiche. La Hillary ha vinto nel New Hampshire o per la recita della parte di donna secondo gli stereotipi del genere, fingendo commozione e asciugandosi ostentatamente una lacrimuccia, o per brogli incredibili e sfacciati (secondo quanto riportato da G.P. nel blog sotto questo mio scritto). Del resto, anche in Georgia hanno vinto i filooccidentali con brogli denunciati dalla controparte, ma su cui la stampa europea, appunto asservita ai sopraffattori americani, non ha sollevato obiezioni, mentre si è sempre scatenata nel denunciarli non appena vincono “gli altri” (come ad esempio in Bielorussia). Non ho alcuna intenzione di nascondere che, tra queste meschine sceneggiate dette “democrazia” e un’aperta dittatura, tutto sommato preferisco quest’ultima. Contro di essa si ergono degli uomini, a votare le corrotte lobbies “democratiche” corre quella parte della popolazione ridotta ad “animali da cortile”. Bisogna svergognare e combattere sistematicamente questa democrazia, un vero obbrobrio da seppellire sotto le macerie che sta producendo in tutto il mondo rendendo i popoli, da essa anche solo toccati, degli ammassi di robot umanoidi (odiosi e monocordi, a differenza dei buffi e teneri “androidi” di “guerre stellari”).
Chiarito il mio punto di vista (nettamente “antidemocratico”, se la democrazia restasse questa autentica “monnezza”; altro che quella napoletana!), passo ad altro. La crisi batte alle porte, e mi sembra sia unanimemente ammesso che durerà almeno per il 2008 e 2009, creando quasi certamente difficoltà notevolissime soprattutto in un paese ormai sfasciato qual è il nostro. Impossibile dire al momento se si dimostrerà controllabile o meno, di quale reale gravità essa sarà, quali i suoi risultati in termini politici e sociali; troppe le incognite in questo problema. Tuttavia, esiste almeno una certezza: si continuano ad ascoltare i cosiddetti esperti, gli economisti, che insistono con la globalizzazione e stabiliscono correlazioni tra semplici dati economici senza tenere nel giusto conto la politica, in particolare quella degli Stati dei paesi che, al contrario degli ormai smarriti organi politici del capitalismo “occidentale” (tutti subordinati pedissequamente agli Usa), stanno crescendo “ad est” quali probabili nuovi poli di lotta tra potenze.
Non esiste alcuna globalizzazione, se non nell’apparenza di superficie del mercato, di cui si cantano le “virtù” qualora resti “libero” da influenze “esterne”. Se il suo funzionamento non corrisponde alle leggi, contrabbandate dagli economisti di cui sopra come del tutto virtuose e assolutamente oggettive e neutrali (alla guisa, che so, della legge di gravitazione universale), ciò sarebbe semplicemente dovuto a turbative dell’asettico libero scambio mercantile da parte della invadente politica (statale); questi “Soloni” si dimostrano sempre più inutili (anzi dannosi per i poveracci che credono alle loro ricette) con le loro sbrodolature economicistiche pseudoscientifiche. In questa sede, tuttavia, non intendo parlare direttamente del fenomeno detto crisi, ma delle sue più decisive (e strutturali) cause determinanti, che non sono strettamente economiche né tanto meno semplicemente finanziarie.
Le crisi, come del resto le guerre, sono fenomeni insiti nell’assenza di coordinamento dovuta al conflitto intercapitalistico, diciamo più genericamente tra dominanti. Quanto più acuto e vasto è il conflitto in oggetto, tanto maggiore e generale diventa il caos; il suo livello più alto dipende, in ultima istanza, dallo sviluppo ineguale dei capitalismi (cioè delle diverse formazioni particolari di tale tipo), un esempio lampante del quale è oggi rappresentato dalla crescita impetuosa dei paesi asiatici, pochi decenni fa considerati “campioni” del sottosviluppo. Nel ‘900 (prima metà), l’entrata in una fase pienamente policentrica, dopo il definitivo declino della supremazia centrale inglese, determinò sia la “grande crisi” (1929-33) sia fenomeni ben più incisivi e squassanti quali le due guerre mondiali. Dopo una fase cinquantennale di apparente congelamento della situazione (la “guerra fredda” tra i due “campi”), si affermò una nuova prevalente centralità statunitense.
Sia durante la fase di congelamento (nella prima metà anni ’70) che in quella di monocentrismo Usa (verso la seconda metà anni ’90), si produssero due congiunture di intenso squilibrio nel sistema capitalistico, ma non scoppiò alcuna crisi devastante. In questi ultimi decenni, ma soprattutto dopo il crollo del “socialismo”, si è sciorinato tutto l’armamentario concernente la globalizzazione, le virtù del libero scambio, ecc. Come già all’epoca del predominio inglese (prima metà dell’800 con la teoria dei costi comparati di Ricardo, accesamente contrastata da quella di List relativa alla “industria nascente”, favorevole alla crescita della Germania), anche in questa seconda fase monocentrica i neoliberisti giocano in favore della sudditanza dell’intero mondo agli Usa; tramite appunto le schematiche e ingannevoli tesi della globalizzazione e del libero commercio internazionale, che creerebbe ricchezza per tutti (una menzogna che si ripete da ormai due secoli e che trova ancora degli ingenui pronti a crederci, mentre alcuni ben remunerati “esperti” la diffondono con sempre più complicate argomentazioni statistico-matematiche, vero “cagliostrismo” in salsa pseudoscientifica!).
L’incontrastato monocentrismo statunitense è fortunatamente durato poco. Tuttavia, il cammino intrapreso per entrare in una nuova fase policentrica è appena agli inizi; a mio avviso, il suo sbocco finale è pressoché ineluttabile, ma i tempi in cui ciò avverrà e quali paesi assurgeranno alla fine a reali nuovi poli conflittuali per la supremazia globale (che non ha logicamente nulla a che vedere con le fantasie della globalizzazione liberista!), non è per null’affatto ancora deciso con chiarezza. Non a caso, solo 3-4 anni fa la previsione era di un principale antagonismo Usa-Cina, che si sarebbe affermato nel giro di una ventina d’anni. Oggi, l’antagonista principale del paese predominante sembra invece la Russia; l’India, inoltre, si sviluppa attualmente a tassi non lontani da quelli cinesi e non è certo escluso che contenda il primato in Asia al suo grande vicino. Il Giappone è in affanno – eppure, quindici anni fa, si teorizzava un mondo tripolare tra Usa, Germania e, appunto, Giappone (anzi, quest’ultimo veniva trattato ormai quale futuro dominatore della scena mondiale al posto degli Stati Uniti) – ma sarebbe assurdo considerarlo del tutto fuori gioco.
In un mondo così in movimento, lo scoordinamento aumenta; dunque, si accresce la probabilità di crisi di portata più vasta rispetto a quelle finora conosciute. Esse si manifestano sempre di prim’acchito, in un sistema capitalistico, nei loro aspetti finanziari, e in particolare con disordini borsistici che vanno aggravandosi (non con andamento lineare e continuo, naturalmente). Chi cerca di non rimanere alla superficie, tipo i marxisti tradizionali, “scendono” fino a una serie di determinanti di tipo pur sempre economico, ma valutate nel loro aspetto reale, inerente alla produzione, all’andamento di costi, prezzi, profitti (e loro saggi), e via dicendo. Solo una diversa serie di ipotesi teoriche (che sto in parte sviluppando nel sito) può dimostrare l’insufficienza di tali analisi economicistiche. Una considerazione meno deficitaria deve portarsi al livello dello scontro geopolitico, dei rapporti di forza tra formazioni capitalistiche particolari (e tra capitalismi con struttura sociale, livelli e, ancor più, tassi di sviluppo differenti). La crisi incombe così come si accresce la probabilità di scontri di tipo latamente bellico; il che non implica sempre guerra guerreggiata, cioè scontri militari diretti tra i nuovi poli in conflitto (per il momento almeno, grande rilievo avranno i servizi segreti e i loro contrasti complessi e nascosti, con flussi multipolari fra loro intrecciati in modo quasi inestricabile, data la loro scarsa visibilità).
Le crisi, come gli urti di tipologia bellica (i più acuti e densi di effetti sono oggi in gran parte sotterranei), mutano i rapporti di forza tra i poli conflittuali, i quali cercano di gestire tali avvenimenti. E’ ovvio che non ci riescano compiutamente, che anzi si trovino spesso a navigare a vista in assenza di preciso orientamento; guai però a pensare che, in tali periodi procellosi, i “soggetti politici” si debbano soltanto adeguare a presunte leggi del tutto oggettive e che procedono verso il loro (pre)determinato sbocco, il quale è invece il risultato di molteplici e multiformi strategie di lotta, implicanti l’utilizzazione di mezzi di vario tipo: economici come politici (e militari) e anche culturali (tipo lo “scontro di civiltà”).
Innanzitutto, prendiamo atto che il declino statunitense non impedisce a questo paese – ancora il più potente; non solo militarmente bensì anche scientificamente e tecnologicamente (e come solida struttura industriale e finanziaria) – di rivedere la sua strategia e di tentare di arginare la perdita di influenza. Il conflitto in Irak non sembra andare oggi molto bene per chi intende resistere allo straniero; l’insensato (almeno per noi) conflitto tra sunniti e sciiti ha favorito un qualche accordo tra gli Usa e i primi, fra l’altro mirante a contenere l’eventuale spinta proveniente dall’Iran (che potrebbe avere più difficoltà interne di quanto appare; ma la butto là, sia chiaro). Pure il conflitto tra Israele e palestinesi, per quanto il primo non sia più così baldanzoso e potente come un tempo, è piuttosto impantanato. Mi sembra che lo slancio arabo, e in generale musulmano, sia per lo meno in fase di stallo (temporanea?). Si spera di più in Afghanistan, e nel vicino Pakistan, ma perché quella zona è confinante con le potenze in crescita (Russia e Cina in particolare), cui vanno assegnate molte più probabilità di riuscire ad intaccare in modo incisivo il predominio centrale statunitense rispetto alla fin troppo esaltata lotta delle “masse diseredate” dei paesi musulmani. Si può anzi dire fin d’ora che quest’ultima si è in buona parte infilata in un cul di sacco, dal quale uscirà solo in presenza di un netto accrescimento della potenza russa e cinese (ma Russia e Cina agiscono, sia chiaro, per i propri interessi, alla guisa di qualsiasi altro settore dei dominanti; niente sciocche illusioni al riguardo!).
Si è fin troppo ingigantita l’importanza delle “masse in rivolta”; nella fase odierna – non in generale e per tutta “l’eternità”; tornerà anche il momento delle rivoluzioni popolari, ma più in là – vale cento volte di più la potenza dei paesi in accelerato sviluppo; se quest’ultima non cresce, non ci sarà nessuna lotta di massa in grado di invertire la “ruota della storia”. Gli Usa l’hanno ben capito: la loro forte presa sull’Europa (e sull’Italia, nuovamente diventata centrale per il loro predominio in questa zona, dopo la sottovalutazione che condusse al rovesciamento del regime Dc-Psi con l’utilizzazione della magistratura nel 1993) lo dimostra. Il 1999 – con la guerra contro la Jugoslavia (che ha dato una bella scossa alla Russia mettendola sull’avviso), in cui l’Europa, e in particolare l’Italia del sinistro governo D’Alema, fu costretta ad assumere addirittura una posizione di forte aggressività per conto dei predominanti – è stato un tornante decisivo; soprattutto dopo di allora, i paesi europei orientali (già antirussi) sono divenuti base (talvolta anche militare) di operazioni statunitensi miranti al nuovo “accerchiamento” della Russia.
Anche le varie trame Usa – basate sul dispositivo della “democrazia” elettoralistica (corrotta e affaristica) – in Ucraina e Georgia che si vorrebbe far entrare nella Nato, così come l’intenzione di apprestare un sistema antibalistico posizionato nei paesi europei orientali, sono ulteriori strumenti di questa politica di accerchiamento e/o di contenimento della Russia che inaspettatamente – pur amputata rispetto all’Urss a causa del crollo dell’intero sistema “socialista”, dimostratosi incapace di rispondere al dinamismo capitalistico – sta accrescendo la sua rinnovata potenza. Nella stessa direzione vanno i tentativi statunitensi di penetrazione nelle diverse Repubbliche centroasiatiche (in alcune si sono anche installate basi militari), cui Russia e Cina hanno risposto con l’OCS, cioè il “patto di Shanghai” [sei paesi membri: Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan, cioè ben 4 delle 5 repubbliche centroasiatiche; vi sono poi quattro paesi “osservatori”: India, Iran, Pakistan, Mongolia]. L’OCS, che sempre più si rivela un buon contraltare alle mene degli Stati Uniti intese a mantenere la propria sfera d’influenza asiatica e a ostacolare la crescita delle nuove “potenze a est”, raggruppa paesi abitati da metà della popolazione mondiale e in possesso di metà delle riserve di gas e petrolio globali. Si tenga presente che la controffensiva russa nell’area centroasiatica ha già conseguito il risultato di far chiudere o mettere in chiusura un paio di basi americane (Khanabad in Uzbekistan e l’aeroporto di Manas in Kirghizistan, mentre in tale paese la base aerea di Gansi è tuttora affittata agli americani, ma si tratta comunque dell’unico loro avamposto rimasto in quell’area).
In questo contesto sarà interessante assistere agli sviluppi della prossima crisi, forte o debole che sia. Di fronte ad essa, che al momento si presenta ancora nel suo aspetto “di superficie” finanziario – e non potrebbe essere diversamente in un mondo dominato dalla produzione (capitalistica) generalizzata di merci – la formazione particolare che ha maggiori probabilità di uscirne non dico indenne, ma meno toccata, dovrebbe essere proprio la Russia. Tale paese dipende certamente ancora troppo dall’estrazione ed esportazione di gas e petrolio (soprattutto del primo); si tratta di un elemento di debolezza nel lungo periodo, se la Russia non svilupperà nuovamente una forte industria (anche militare), ma nel breve presenta invece aspetti positivi. E’ ovvio che una crisi mondiale vedrà diminuire la domanda di fonti energetiche. Tuttavia, la Russia esporta gas e petrolio verso decine e decine di paesi; inoltre, la centralizzazione (politica) della sua economia – per quanto oggi basata sui due pilastri capitalistici: mercato e impresa – le consentirà di meglio controllarne l’andamento, una volta che anch’essa fosse interessata dai fenomeni della crisi (o recessione) mondiale. Insomma, la Russia ha sistemi di risposta, ai fenomeni negativi della congiuntura economica, che si riveleranno con molta probabilità più efficaci di quelli dei paesi capitalistici di tipologia “occidentale” (fra cui va annoverato il Giappone).
La Cina può apparire più sensibile ed esposta a pericoli, dati i suoi evidenti legami finanziari con gli Usa. Innanzitutto, essa tiene l’yuan abbastanza agganciato al dollaro; ultimamente, ha concesso un minimo di rivalutazione della sua moneta, ma in generale la conserva ancora su livelli piuttosto bassi rispetto a quanto vorrebbero i paesi dell’occidente. Inoltre, vi sono molti intrecci tra alcune grandi banche cinesi e americane; ultimamente le prime hanno concesso liquidità alle seconde, e perfino acquisito (almeno in prospettiva) partecipazioni azionarie in esse. Si potrebbe dunque pensare a un abbastanza convergente andamento dell’eventuale congiuntura negativa nei due paesi. Tuttavia, si tratta di un’impressione legata ancora una volta a considerazioni troppo sbilanciate in direzione della centralità e predominanza dell’economia – e delle sue “leggi” presunte oggettive, di carattere deterministico, quindi ineluttabili e incontrollabili – rispetto a una politica supposta impotente nei confronti di queste ultime (un po’ come un villaggio del Bangladesh di fronte a un’ondata anomala generata da un maremoto). La Cina ha senza dubbio un sistema economico interessato ampiamente da forme capitalistiche – le solite: impresa e mercato – che è tuttavia sottoposto a un forte intervento dei poteri centrali. Questi non possono evitare l’eventuale congiuntura negativa, ma ne influenzeranno comunque in modo non irrilevante l’evoluzione, gli sbocchi, lo stabilirsi di un certo assetto dei rapporti di forza a livello internazionale.
Gli Usa stanno cercando di accelerare – nell’ultimo anno dell’attuale presidenza – le loro operazioni tese a rinsaldare (o comunque tenere) posizioni predominanti in Medio Oriente (imputridimento della situazione in Irak, “pace” con le armi in Palestina) e ad alimentare le “rivoluzioni democratiche” in Georgia, Ucraina, che vorrebbero estendere al Pakistan (l’uccisione della Bhutto è stato un brutto colpo, ma comunque verrà fatto il possibile, con i dovuti brogli, pressioni, minacce, ricatti, corruzione, ecc. per far vincere le elezioni previste in febbraio ai loro “servitori”). Da non sottovalutare le trame per disturbare la Russia nelle sue zone di influenza centroasiatiche onde metterla sulla difensiva, e magari approfittarne per lanciare un attacco all’Iran. In tal evenienza, però, sono sufficienti attacchi aerei al fine di provocare mutamenti radicali all’interno di questo paese? Perché, se tale obiettivo non venisse raggiunto, si provocherebbe un effetto boomerang; e pensare ad occupazioni militari del territorio iraniano è piuttosto avventuristico. In ogni caso, nulla di tutto quanto è stato appena detto sarà conseguito in tempi brevi, prima ancora del prodursi della congiuntura critica (pesante o meno che sia). E non è possibile prevedere se quest’ultima accelererà i piani aggressivi statunitensi o li smusserà.
Appare comunque assai probabile che il cosiddetto “disaccoppiamento” (degli effetti prodotti dalla crisi nel sistema economico del paese predominante in rapporto a quelli provocati negli altri paesi capitalistici) sarà effettivo per quanto concerne Russia e Cina (per i motivi sopra accennati), mentre è quasi sicuramente un errore di prospettiva per quanto riguarda Europa e Giappone, aree sufficientemente omogenee pertinenti al capitalismo di tipologia “occidentale” (dei funzionari del capitale). Il “disaccoppiamento” sarebbe credibile se le dette aree fossero capaci di sganciarsi dalla subordinazione agli Stati Uniti; poiché così non è, esse saranno investite pienamente da ogni onda di crisi che partisse dal paese predominante centrale. Il blog e i suoi normali lettori rappresentano però un elemento “castrante”, per cui ogni analisi deve essere ridotta all’osso. Pur attenendomi a questo principio, ho già allungato molto il mio discorso; per cui lo tronco (di brutto) qui e rinvio le considerazioni sull’Europa (e, in particolare, sulla “disgraziata” Italia) al prossimo futuro.
Dopo la presa di coscienza generalizzata dell'esistenza di una crisi globale, lo svolgimento della fase iniziale della crisi sistemica globale diventa prevedibile con più precisione.
I fattori psicologici implicati e i tipi di azioni e di reazioni dei diversi attori interessati illuminano considerevolmente il processo a venire. Il gruppo di ricercatori di LEAP/E2020 ritiene dunque ormai che la fase d'impatto della crisi sistemica globale in corso sia più lunga di ciò che LEAP aveva previsto un anno fa (cf. GEAB N°8). Infatti, l'ampiezza della prima scossa finanziaria e bancaria presa in considerazione, nell'agosto 2007, significa, per il nostro gruppo di ricercatori, che l'impatto si svilupperà sotto forma di sette sequenze principali, che influiscono in modo specifico sulle principali regioni del mondo. La fase d'impatto si dispiegherà così in due anni a partire dal punto di flessione superato nell'aprile 2007 (cf. GEAB N°12), fino alla fine
Sequenza 1: L'infezione finanziaria globale per via dell'indebitamento americano: Cento anni dopo i "prestiti russi", i "debiti americani"
Sequenza 2: Il crollo borsistico in particolare in Asia e negli Stati Uniti: Da - 50% a -20% in un anno, per le borse, a seconda delle regioni del mondo
Sequenza 3: Lo scoppio delle bolle immobiliari mondiali: Regno Unito, Spagna, Francia e paesi emergenti
Sequenza 4: Tempesta monetaria: La volatilità più alta e quella più bassa sui fondi di dollari US
Sequenza 5: Stagflazione dell'economia globale: “Recesflazione” negli USA, crescita morbida in Europa, recessione
Sequenza 6: " grande depressione" negli Stati Uniti, crisi sociale ed aumento di una gestione militare dei conflitti
Sequenza 7: Accelerazione brutale della ricomposizione strategica globale, attacco all'Iran, Israele vicino al baratro, caos mdio-orientale, crisi energetica
SEQUENCE 1 - L'infezione finanziaria globale via indebitamento americano: Cento anni dopo i "prestiti russi", i "debiti americani" (2° Trimestre 2007 - 3° Trimestre 2008) come ha spiegato il gruppo di LEAP/E2020 nel GEAB N°17, la dimensione finanziaria della crisi attuale ha la sua origine soprattutto nel fatto che nel corso degli ultimi due decenni, l'economia americana si è principalmente specializzata nella produzione di "debiti" (delle famiglie, delle imprese e delle istituzioni pubbliche) e che una parte crescente di questo debito collettivo è stata venduta a detentori stranieri che si stanno impaurendo e che rischiano non di essere mai più rimborsati dell'integrità dei loro prestiti (grazie ai quali è stato finanziato l’American way of life in questi ultimi anni). I più diffidenti, o piuttosto i più perspicaci, iniziano anche a chiedersi se saranno semplicemente rimborsati. Il raffronto con i prestiti russi non è così soltanto una caratteristica umorale ma davvero un paragone ragionevole poiché ormai siamo entrati in una situazione in cui, se non stampassero la valuta che funge loro da mezzo di pagamento, gli Stati Uniti sarebbero in una situazione di insolvibilità poiché il loro indebitamento collettivo supera il 400% del PNL.

Evolution de la dette totale des Etats-Unis (privée et publique) - 1957/2006 - Sources Grandfather Economic Report/ US Federal Reserve
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