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giovedì, 14 febbraio 2008

MAR CASPIO: Cinque paesi per una ripartizione difficile

di Kimia Sanati (fonte IPS, traduzione di G.P.)

 

 

TEHERAN, feb (IPS) - i cinque paesi bagnati dal Mar Caspio non realizzano come dividerselo. Molto iraniani credono che il governo del presidente Mahmoud Ahmadinejad preveda concessioni alla Russia in cambio dell’appoggio alle sue politiche nucleari. Con una dichiarazione firmata da 370 figure politiche e sociali di spicco è stato criticato lo spirito "avventuristico" della politica estera di Ahmadinejad, cosa che include la divisione del Mar Caspio, ragione di conflitto dalla dissoluzione, nel 1991, dell'Unione sovietica. Le distanze si aggravano a causa dalle ricchezze enormi in petrolio e in gas sottostanti al letto del mare. I paesi con litorale sul Caspio "hanno scelto il momento più adeguato per presentare annunci illegittimi." L’Iran è ora sotto pressione politica e delle sanzioni per il suo programma nucleare e per la sua politica estera ", hanno ammesso. "Ai firmatari di questa lettera preoccupano le azioni e decisioni, occultate agli occhi della nazione, che sono prese in seguito alla debolezza della sovranità nazionale", indica la dichiarazione. L’Iran perse il diritto di avere una flotta nel Caspio dopo essere stato sconfitto in guerra nel 1828 dalla Russia zarista. L'armistizio mise termine alla sovranità iraniana sulle città della costa occidentale. I diritti iraniani furono ripristinati un secolo dopo, con il trattato d'amicizia firmato nel 1921 con l'Unione Sovietica. Un accordo sul commercio ed il trasporto nel Mar Caspio è stato anche firmato tra i due paesi nel 1940, cosa che ha dato ai due paesi la sovranità comune sul mare ed uguali diritti di pesca e di navigazione. Il trattato del 1940 ha stabilito in 10 miglia nautiche il territorio di pesca esclusivo dei due paesi, ma non ha stabilito i limiti delle acque territoriali né ha distinto tra le flotte di trasporto e militari. L'utilizzazione delle risorse del letto marino non è stata esaminata, né nel trattato del 1921 né in quello del 1940. Politici e storici iraniani accampano il fatto che il mare è stato già diviso in parti uguali tra Iran e la oggi dissolta Unione sovietica. Credono anche che i due paesi abbiano diritti uguali su tutte le risorse del mare. Coloro che difendono questo punto di vista credono che la quota dell'Unione sovietica dovrebbe ripartita tra gli Stati che sono ad essa succeduti dopo la dissoluzione del 1991.

Trentuno partiti politici che difendono questa prospettiva hanno imposto al governo di astenersi dal firmare accordi bilaterali con qualsiasi Stato costiero, come Azerbaidjan e Turkmenistan. La polemica si è approfondita in gennaio, quando il cancelliere iraniano Manouchehr Mottaki ha annunciato che l’Iran non mai ha posseduto il 50 per cento del mare e che l'Unione sovietica non gli ha mai permesso di attraversare la linea di Hosseingholi-Astara. Questa delimitazione assegna all’Iran il 11.3 per cento della superficie del Mar Caspio. La cancelleria sottolineò dal giorno seguente che l’Iran non avrebbe consentito di disporre di meno del 20 per cento del Caspio. Il cancelliere Mottaki è stato in seguito convocato dal Comitato nazionale di sicurezza del Parlamento. Non ha ottenuto di convincere i membri del parlamento, molti legislatori della minoranza riformista hanno proposto di sottoporlo ad un giudizio politico. La procedura non è ancora arrivata, tuttavia, all'ordine del giorno parlamentare. "I trattati assegnano all’Iran e l'Unione sovietica la sovranità congiunta del Mar Caspio." Ciò dà luogo alla presunzione erronea che il mare dovrebbe essere diviso a metà, da un lato all’Iran e dall'altro alle vecchie repubbliche sovietiche, in tutti gli aspetti, in particolare per le risorse petrolifere e gazifere ", ha detto a IPS un analista di Teheran. "L’Iran ha lasciato fuori da questi trattati, di proposito, il modo di sfruttamento delle risorse del letto marino." Per questo, Teheran non era sufficientemente forte per difendere i suoi interessi con il suo potente vicino settentrionale", ha aggiunto l’informatore, che ha chiesto di non rivelare la sua identità."

Il problema della divisione del Mar Caspio è nato con il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, con la nascita di quattro nuovi stati sulle coste della più grande massa d'acqua mediterranea del mondo. Dopo la formazione dei nuovi stati, tanto l’Iran che la Russia hanno sostenuto che i trattati firmati tra Iran e Unione sovietica sul Mar Caspio dovevano essere rispettati, e che, quindi, i cinque stati dovevano usufruire della sovranità sul mare. Tuttavia, il Kazachstan, il Turkmenistan ed Azerbaidjan hanno richiesto un nuovo regime. Lo stato legale del mare è praticamente entrato nel limbo da tale richiesta. "Gli accordi precedenti tra Iran  l'Unione Sovietica appartengono ora alla storia", ha detto il presidente del Kazachstan, Nursultan Nazarbayev, il 16 ottobre a Teheran dinanzi ai capi dei cinque stati costieri, tra loro c’era anche il presidente russo Vladimir Putin. In questo vertice non c’è stato accordo sulla divisione del mare, ma si è emessa una dichiarazione la quale ha stabilito che il regime giuridico del Caspio sarà approvato col consenso degli stati costieri e, dunque, da un trattato definitivo di delimitazione del letto del mare. I capi di Stato hanno anche deciso che il mare dovrebbe soltanto essere utilizzato con fini pacifici, ed hanno invitato a prevenire la soluzione dei conflitti manu militari. Questi paesi non permetteranno che nessun altro utilizzi il proprio suolo in un attacco contro gli altri, ha sancito la dichiarazione.

Il Mar Caspio contiene la terza riserva più grande di petrolio e di gas del mondo, secondo il calcoli degli esperti. La maggioranza dei pozzi petroliferi si trova nel settore marittimo corrispondente all’ Azerbaidjan, ma ulteriori riserve di grezzo e gas ancora non sfruttati sono distribuiti in tutti i settori del Caspio. L’Azerbaidjan ed il Kazachstan sfruttano oggi le risorse petrolifere del Caspio, da cui si estrae tra l’1.6 e il 2.0 per cento della produzione mondiale. L’Iran ha affidato molti studi ad imprese del settore internazionale come Shell e London and Scottish Marine Oil Company, ma ancora non ha cominciato lo sfruttamento reale di un nessuno dei giacimenti petroliferi e gaziferi, alcuni di questi disputati con l’Azerbaidjan. D'altra parte, il Caspio ha un importante potenziale di trasporto marittimo.

Gli Stati Uniti e l'Unione europea, preoccupati dalla sicurezza energetica, fanno pressioni perché le condutture ed i gasdotti che attraversano il Caspio, trasportano energia dal Turkmenistan e dal Kazachstan verso occidente. Di conseguenza, il tracciato passa per il territorio russo.

Dopo crollo dell'Unione Sovietica, alcune repubbliche che la integravano si sono divise il Mar Caspio. La Russia ed il Kazachstan hanno deciso di dividere la parte settentrionale del mare lungo la linea mediana, il 6 giugno 1998. Nel gennaio 2001, la Russia ed Azerbaidjan hanno fatto una divisione simile del letto del mare. Di conseguenza, il settore diviso rappresenta il 54 per cento del letto del mare e delle acque di superficie. L’Iran ed il Turkmenistan, che hanno coste più strette, propongono una divisione del Caspio in parti uguali (20 per cento per ognuno dei cinque stati), mentre gli altri tre paesi incoraggiano una divisione proporzionale alla lunghezza della costa di ciascuno.

"I russi hanno un accesso duale sul Mar Caspio." Benché difendano i diritti di equità degli stati litoranei di utilizzare le acque di superficie, esigono la divisione del letto marino perché l'utilizzo comune della superficie permetterà naturalmente alla flotta militare russa di circolare liberamente sul Caspio ", ha detto a IPS l'analista consultato a Teheran."

"La preoccupazione di molti partiti politici in Iran sulle concessioni alla Russia hanno consistenza, perché il presidente Ahmadinejad si è mostrato disposto a sacrificare fette di sovranità per raggiungere l'obiettivo di integrare il paese nel club nucleare", ha aggiunto. (FIN/2008)

 

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categorie: usa , europa, russia, petrolio, gas
mercoledì, 16 gennaio 2008

le_floor_de_Wall_streetLA PROVA DELLA CRISI? INSERITE SU GOOGLE LE PAROLE "DECEMBER SALES DOWN"* (FONTE GEAB N.21, TRAD. di G.P.)

Un anno fa, LEAP/E2020 annunciava che il 2007 avrebbe segnato l'entrata degli Stati Uniti in ciò che il nostro gruppo aveva chiamato, "la grande depressione US". All'epoca, lo spirito generale era di grande euforia. La parola "subprime" era sconosciuta al grande pubblico e gli esperti ritenevano che la crisi immobiliare americana non avrebbe avuto conseguenze per il resto dell'economia americana (rifiutandosi semplicemente di immaginare che essa potesse avere un impatto globale). Nel corso dell'anno 2007, i fatti hanno tuttavia largamente dimostrato che una crisi sistemica globale stava facendo vacillare tutti i fondamentali sui quali riposa l'economia mondiale dal 1945. E, così come descritto nel GEAB N°17 del settembre 2007, le sette sequenze della fase d'impatto della crisi sistemica globale raggiungeranno simultaneamente il loro picco nel corso dell'anno 2008. Uno degli aspetti, ed allo stesso tempo uno dei catalizzatori, di questa crisi sistemica globale, è l'entrata in una crisi socioeconomica senza precedenti degli Stati Uniti nel 2007 (1), per quanto riguarda le famiglie (2) - duramente colpite dall'esplosione della bolla immobiliare e la loro insolvibilità crescente - e gli operatori finanziari a causa dell'evaporazione pura e semplice di molte centinaia di miliardi USD di attivi. A queste due categorie di attori americani, il 2008 aggiungerà le imprese che saranno prese nella tenaglia tra "credit crunch" e crollo del consumo delle famiglie come anche  di tutte le istituzioni pubbliche i cui redditi fiscali precipiteranno. In particolare da qui all'estate 2008, la crisi finanziaria iniziata dai prestiti immobiliari americani "subprime" si trasformerà in una crisi di più grande ampiezza con l'implosione del mercato del Credit Default Swaps (CDS). Ciò segnerà un nuovo punto di flessione della fase d'impatto della crisi sistemica globale.

 

Asia, Europa e paesi emergenti 2008 – Impatto diretto ma contrastato della grande depressione US: Recessione, stagflazione e reazioni da parte delle istituzioni occidentali

 

Parallelamente questo sprofondamento degli Stati Uniti nella grande depressione darà una frustata all'economia mondiale: l’eurozona entrerà in un periodo di stagflazione quando il resto dell'Ue (Regno Unito in testa), da parte sua, sarà aspirato in un processo di recessione. La Danimarca (e probabilmente presto la Svezia) sta preparando la sua entrata nell’eurozona come ha indicato il suo primo ministro Fog Rasmussen (3) rimettendo l'idea di un referendum sull'euro all’ordine del giorno. Questi due paesi sanno che l’Eurozona non porrà difficoltà alla loro entrata (per trattato, la Svezia dovrebbe in realtà essere già nell’eurozona come da impegni pregressi) (4).

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Questo improvviso amore scandinavo per la moneta unica non deriva da una conversione recente ai meriti dell'integrazione europea, bensì da una presa di coscienza sulle turbolenze monetarie, finanziarie ed economiche che rischiano di essere fatali alle economie di piccolo taglio, non protette dall'integrazione completa in sistemi economici più grandi. A Est dell'Ue si assiste anche a tentativi di revisione al ribasso dei termini necessari all'entrata in Eurolandia. Tuttavia i differenziali della situazione economica sono ancora troppo importanti per permettere a questi paesi di essere al riparo quando la tempesta colpirà causticamente nel 2008 (del resto anche la Danimarca e la Svezia sono in ritardo sugli eventi). Tuttavia l’eurozona non offrirà prospettive molto stimolanti nell'anno a venire, con una crescita attorno all’ 1%. Ma rispetto al resto del mondo, essa sarà di gran lunga la zona meno toccata dall'impatto della crisi. I rischi di divergenza interna delle economie dell’eurozona sono naturalmente reali, ed il gruppo LEAP/E2020 ha avuto occasione di sviluppare le sue anticipazioni sull'argomento nei recenti numeri di GEAB, ma la sensazione che domina oggi nell’eurozona è soprattutto la conservazione di una valuta che sembra proteggere efficacemente gli europei che la utilizzano delle turbolenze esterne. Ciò imporrà alla BCE ed all’eurogruppo di trovare mezzi di cooperazione più efficaci per integrare le attese delle opinioni pubbliche e delle varie economie. Si constata del resto che i discorsi politici contro la BCE (in particolare di Nicolas Sarkozy) sono stati messi in sordina in quest'ultimi mesi. E poiché la Germania inizierà ad essere anche interessata dal tasso EUR/USD (che supererà prossimamente gli 1,50 per orientarsi verso gli 1,70 da qui alla fine del 2008), è l’insieme degli attori del gioco monetario ed economico europeo che sarà pronto a trasformarsi. Secondo LEAP/E2020 ciò assumerà in particolare la forma di un aumento dal 2% al 3% del limite massimo accettabile d'inflazione per la BCE, che dà, de facto, una più grande flessibilità alla fissazione dei tassi d'interessi da parte della banca centrale europea.

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Note:

(1) O più esattamente “con un precedente” al quale ormai la maggior parte degli esperti e dei mass media specializzati fa spesso riferimento, cioè la crisi del 1929 e la grande depressione che seguì nel corso degli anni 1930. A questo riguardo, il gruppo di LEAP/E2020 ha dimostrato, nei numeri precedenti di GEAB, che la presente crisi è tuttavia molto più grave di quella del 1929.

(2) Se alcuni dubitano ancora della recessione negli Stati Uniti, li invitiamo ad un esercizio molto semplice: ricercare l'espressione "december sales down" su Google e constatare l'elenco impressionante di imprese di tutti i settori (vendita al dettaglio, macchine, elettronica, beni mobili...) che hanno visto le loro vendite cadere nel dicembre 2007, periodo di solito fastoso a causa delle feste di fine d'anno.

(3) Fonte: Financial Times, 22/11/2007

(4) Fonte: Commissione europea, DG affari economici e finanziari

 

*Titolo Originale: Phase de plein impact global de la Très Grande Dépression US

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categorie: usa , europa, subprime
giovedì, 03 gennaio 2008

LE SETTE SEQUENZE DELLA FASE D'IMPATTO DELLA CRISI SISTEMICA GLOBALE (2007-2009)

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 fonte LEAP/E2020, trad. di G.P.

 

Dopo la presa di coscienza generalizzata dell'esistenza di una crisi globale, lo svolgimento della fase iniziale della crisi sistemica globale diventa prevedibile con più precisione.

I fattori psicologici implicati e i tipi di azioni e di reazioni dei diversi attori interessati illuminano considerevolmente il processo a venire. Il gruppo di ricercatori di LEAP/E2020 ritiene dunque ormai che la fase d'impatto della crisi sistemica globale in corso sia più lunga di ciò che LEAP aveva previsto un anno fa (cf. GEAB N°8). Infatti, l'ampiezza della prima scossa finanziaria e bancaria presa in considerazione, nell'agosto 2007, significa, per il nostro gruppo di ricercatori, che l'impatto si svilupperà sotto forma di sette sequenze principali, che influiscono in modo specifico sulle principali regioni del mondo. La fase d'impatto si dispiegherà così in due anni a partire dal punto di flessione superato nell'aprile 2007 (cf. GEAB N°12), fino alla fine 2009, in seguito comincerà la fase detta di "decantazione" (cf. GEAB N°5) che corrisponderà alla perpetuazione dei nuovi equilibri del sistema mondiale. Fino a giugno 2007, nei numeri del GEAB, LEAP/E2020 ha anticipato e descritto la depressione del sistema ed ha previsto i crolli venire. D'ora in poi, i nostri gruppi si preoccuperanno di anticipare gli sviluppi delle sette sequenze del crollo. In questo numero dell'ottobre 2007 del GEAB (N°18), LEAP/E2020 analizza le grandi direttrici di ciascuna delle sette sequenze e sviluppa un calendario preciso per ciascuna di esse. L'insieme è del resto raccolto in una tabella temporale sintetica della fase d'impatto (fino alla fine 2009). In questo comunicato pubblico è presentata la sequenza 1 oltre all'elenco delle sei altre sequenze.

Sequenza 1: L'infezione finanziaria globale per via dell'indebitamento americano: Cento anni dopo i "prestiti russi", i "debiti americani"

Sequenza 2: Il crollo borsistico in particolare in Asia e negli Stati Uniti: Da - 50% a -20% in un anno, per le borse, a seconda delle regioni del mondo

Sequenza 3: Lo scoppio  delle bolle immobiliari mondiali: Regno Unito, Spagna, Francia e paesi emergenti

Sequenza 4: Tempesta monetaria: La volatilità più alta e quella più bassa sui fondi di dollari US

Sequenza 5: Stagflazione dell'economia globale: “Recesflazione” negli USA, crescita morbida in Europa, recessione

Sequenza 6: " grande depressione" negli Stati Uniti, crisi sociale ed aumento di una gestione militare dei conflitti

Sequenza 7: Accelerazione brutale della ricomposizione strategica globale, attacco all'Iran, Israele vicino al baratro, caos mdio-orientale, crisi energetica

 

SEQUENCE 1 - L'infezione finanziaria globale via indebitamento americano: Cento anni dopo i "prestiti russi", i "debiti americani" (2° Trimestre 2007 - 3° Trimestre 2008) come ha spiegato il gruppo di LEAP/E2020 nel GEAB N°17, la dimensione finanziaria della crisi attuale ha la sua origine soprattutto nel fatto che nel corso degli ultimi due decenni, l'economia americana si è principalmente specializzata nella produzione di "debiti" (delle famiglie, delle imprese e delle istituzioni pubbliche) e che una parte crescente di questo debito collettivo è stata venduta a detentori stranieri che si stanno impaurendo e che rischiano non di essere mai più rimborsati dell'integrità dei loro prestiti (grazie ai quali è stato finanziato l’American way of life in questi ultimi anni). I più diffidenti, o piuttosto i più perspicaci, iniziano anche a chiedersi se saranno semplicemente rimborsati. Il raffronto con i prestiti russi non è così soltanto una caratteristica umorale ma davvero un paragone ragionevole poiché ormai siamo entrati in una situazione in cui, se non stampassero la valuta che funge loro da mezzo di pagamento, gli Stati Uniti sarebbero in una situazione di insolvibilità poiché il loro indebitamento collettivo supera il 400% del PNL.

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Evolution de la dette totale des Etats-Unis (privée et publique) - 1957/2006 - Sources Grandfather Economic Report/ US Federal Reserve

 

Per il momento, per il fatto che hanno ancora una posizione centrale tanto in termini di valuta che di pilastro del sistema finanziario mondiale (1), possono utilizzare l'indebolimento continuo della loro valuta per rimborsare il resto del pianeta con carta straccia (evoluzione anticipata nel GEAB N°2 del febbraio 2006). Hanno anche tentato di nascondere l'insolvibilità crescente dei loro attori economici facendo rivendere dalle banche di Wall Street (ed ai loro avidi partner internazionali) degli attivi finanziari "virtuali", il cui valore si basa su formule matematiche oscure, i famosi CDOs (Cf GEAB N°17). Questo metodo di valorizzazione è equivalente a quello utilizzato nell'antichità per conoscere la volontà degli Dei quando si aprivano le viscere di un pollo per leggere il futuro. I CDOs funzionano sullo stesso principio (con il dettaglio che è il portafoglio dell'acquirente che si fa “sviscerare”): oggi, quest'attivi fittizi sono ovunque nel bilancio delle banche, piccole e grandi, nei portafogli degli "hedge funds", nelle tesorerie delle imprese... E nessuno ha la minima idea di quanto valgono (2), cosa che lascia pensare, nel mondo della finanza, che non valgano molto. Le cifre delle perdite annunciate in quest'ultimi giorni dalle grandi banche internazionali lasciano il nostro gruppo perplesso: soltanto una ventina di miliardi di dollari in totale. Si sarebbe dunque assistito, dalla metà agosto 2007, ad interventi storici (e che continuano ad esserlo) delle banche centrali del mondo intero, che iniettano centinaia di miliardi di euro nel sistema finanziario mondiale per tentare di rimettere in moto (per il momento senza risultati significativi) la "pompa della liquidità" mondiale avendo come sola ripercussione negativa, per le grandi banche internazionali una piccola perdita di 20 miliardi di dollari nella curva di crescita dei loro profitti? Per LEAP/E2020, si raggiunge un grado estremo di manipolazione degli azionisti, dei risparmiatori e degli investitori (3). Del resto, ciò prova che coloro che credevano che la crisi finanziaria fosse ormai superata prendono i loro desideri per la realtà (a meno che non stiano speculando attualmente in borsa) (4), le grandi banche americane hanno appena preso la decisione di creare un "pool" di 75 miliardi di dollari per fare fronte al rischio di crollo del mercato delle azioni nel caso di un'estensione della crisi di liquidità. Secondo LEAP/E2020, le somme che stanno evaporando (secondo la presa di coscienza che la maggior parte dei CDOs non valgono di fatto gran cosa) si misurano in centinaia di miliardi di dollari e in non decine. Con questa "forza di battitura" di settantacinque miliardi, Hank Paulson, il segretario di Stato del Tesoro US e vecchio proprietario di Goldman Sachs, ha orchestrato la contribuzione diretta delle banche americane alla Difesa contro la crisi di fiducia in gestazione. Secondo il nostro gruppo, è attualmente uno dei pochi dirigenti americani ad avere una certa coscienza dell'ampiezza della crisi in corso e a tentare di essere attivo (6) (piuttosto che re-attivo come lo è ad esempio Ben Bernanke, il patron della FED). Spera, secondo i nostri ricercatori, di riuscire ad evitare la trasformazione di questa crisi di liquidità in una crisi di fiducia immensa in tutti i valori finanziari e monetari americani. E si è reso conto che l'azione delle banche centrali non bastava ad arginare il problema. Infatti, dopo due mesi di infusioni finanziarie massicce e continue, un ribasso dei tassi della FED (-0,5%) e la pausa nell'aumento dei tassi della BCE, nulla è cambiato. Attualmente i grandi istituti finanziari, in particolare americani, hanno cercato di guadagnare tempo nella speranza di un miglioramento della situazione, per i più ottimisti o i più ingenui, o più probabilmente per organizzare l'uscita dai loro bilanci del massimo possibile di perdite, trasferendole su altri operatori affinché la crisi fosse spalmata su tutti. Le banche americane sono naturalmente in prima linea su quest'affare poiché è il loro mercato che va in fumo. Ed il pool recentemente creato è l'indicatore che ci si avvicina ad una nuova scossa finanziaria, ancora più brutale di quella dell’agosto scorso, che il nostro gruppo anticipa tra novembre 2007 e febbraio 2008. Per LEAP/E2020, occorrerà attendere ancora un anno perché l'entità delle perdite generate dalla crisi dei "subprimes" e la sua amplificazione a causa dei CDOs possa essere misurata interamente. Durante questo tempo, assisteremo ad una crisi di fiducia crescente nel sistema finanziario americano (7) ed indirettamente anche sui sistemi finanziari occidentali. I margini di manovra al ribasso dei tassi della FED sono esauriti, a meno di vedere il dollaro US crollare letteralmente (8); un'opzione che ormai i partner economici degli Stati Uniti (europei in testa, e cinesi più con discrezione) prevedono e tentano di prevenire. Se nei numeri precedenti, abbiamo già in gran parte esposto nei dettagli le conseguenze prevedibili di questa crisi finanziaria sui partner degli Stati Uniti, detentori di attivi finanziari americani, è utile ricordare che l’impatto principale sarà negli Stati Uniti anche perchè quasi il 30% del debito americano è detenuto da operatori privati americani. Ritorneremo su quest'aspetto nella sequenza "sulla grande depressione US".

 

Notes :

(1) La crise systémique globale est justement le processus entraînant de la fin de cette situation avantageuse dont ont bénéficié les Etats-Unis depuis 50 ans.

(2) « Moody's cuts credit ratings on about 2000 subprime bonds »,
Wall Street Journal, 12/10/2007

(3) « Asset-backed paper falls for ninth straight week »,
MarketWatch/DowJones, 11/10/2007

(4) « What Citigroup did'nt say »,
MarketWatch/DowJones, 07/10/2007

(5) « Big banks, Treasury discuss help for securities markets »,
MarketWatch/DowJones, 13/10/2007

(6) On l'avait déjà constaté avec ses tentatives de prévenir une collision commerciale frontale entre la Chine et les Etats-Unis sous la pression du Congrès et des industriels américains ; même si ces efforts restent sans impact significatif.

(7) « Lazy portfolios betting big overseas », MarketWatch/DowJones, 08/10/2007

(8) « Strong silence from US on dollar's weakness »,
International Herald Tribune, 10/10/2007

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categorie: economia, usa , europa, grande finanza
martedì, 11 dicembre 2007

GAZPROM E PUTIN CONQUISTANO IL CUORE DELL'EUROPA

di Renaud FRANÇOIS 01/12/2007 (fonte diploweb, trad. di G.P.)

Nel 2004, il presidente russo, Vladimir Poutine, dava alle stampe con Vassili Chestakov ed Alexeï Levitski, un libro intitolato storia, teoria e pratica del judo. Vi descriveva come, "con un minimo di sforzi ottenendo un effetto massimo", si può squilibrare un avversario più potente e più forte. Anziché resistere all'attacco dell'avversario, basta coprirsi fino all'ultimo secondo perché quest'ultimo, improvvisamente privato di resistenza, si trovi a terra, portato via dal suo slancio.
In base ai risultati che ha recentemente ottenuto in materia energetica, appare ovvio che Vladimir Putin, da judoka eccellente qual’ è, non ne ha dimenticato i fondamentali. Il 23 ed il 24 giugno 2007, gli stati derivati dalla disgregazione dell'Jugoslavia (Bosnia-Herzegovina, Croazia, Macedonia, Monténégro, Serbia e Slovenia) ed i loro vicini regionali (Albania, Bulgaria, Grecia e Romania) si sono riuniti a Zagabria per quello che è stato presentato come un primo vertice energetico dei Balcani. Nonostante gli sforzi importanti intrapresi dagli Stati Uniti nella regione nel corso dell'ultimo decennio per bandire la Russia da questa zona, i rappresentanti di questi paesi hanno deciso di stendere il tappeto rosso per un ospite speciale, V.Putin, permettendo così alla Russia di fare il suo ritorno in una regione che "fa parte" della sua storia. Alla vigilia della partenza del presidente russo per Zagabria, Roma aveva appena reso pubblica la sua intenzione di costruire con Mosca ciò che il Wall Street Journal presentava come un "gasdotto nel cuore dell'Europa". Questo annuncio, intervenuto meno di un mese dopo gli accordi energetici tra Gazprom e l'Austria, ha suonato le campane a morte del progetto Nabucco[1), ardentemente sostenuto dagli Stati Uniti che vedevano in questo progetto la possibilità di mantenere Mosca lontana della loro nuova sfera d'influenza in Europa del sud e del Sud-Est. Dopo Zagabria, il Presidente Putin si è recato ad Istanbul, in Turchia, per partecipare al vertice dell'organizzazione per la cooperazione del Mar Nero e difendere l'idea di contratti energetici a lungo termine. In meno di 72 ore, tutta la cartina energetica dell'Europa è stata ridefinita.
Il Valzer di Vienna
La Russia non ha perso tempo nel consolidare il vantaggio acquisito, dall'11 al 13 maggio, in occasione del vertice energetico di Turkmenbachy, Vladimir Poutine ed i suoi omologhi kazako e turcmeno, Noursoultan Nazarbaev e Gourbangouly Berdymoukhammedov, si sono decisi a lanciare un progetto per la creazione di un consorzio incaricato della costruzione di un gasdotto del Caspio. L'obiettivo di questo consorzio consiste, ponendo un nuovo troncone lungo illitorale orientale del Mar Caspio, nel portare il flusso del gasdotto in Asia centrale-centro 4 (Russia centrale), a 10 miliardi di m3 all'anno contro gli attuali 2 mld. Quanto al flusso del gasdotto Asia centrale centro 3 che collega le reti turcmena, uzbeka e kazaka alla rete russa, dovrà essere portato a 20 miliardi di m3 all'anno. Nel 2014, questi gasdotti dovrebbero essere in grado di trasportare annualmente verso la Russia fino a 90 miliardi di m3 di gas centrasiatico. Come sottolinea un esperto americano della regione, "la storia dirà che è nel maggio 2007 che le ambizioni energetiche dei paesi occidentali in Asia centrale sono crollate. Nel corso di questo mese, la Russia sembra avere azzerato i progetti occidentali d'importazione diretta delle risorse energetiche dell'Asia centrale. Questa sconfitta della strategia americana d'accesso diretto a riserve immense uccide nella culla gli sforzi simili intrapresi dall'Unione europea dal 2006".  La Russia ha giocato la carta energetica per rompere il cordone sanitario realizzato da Washington. Tre eventi importanti hanno permesso a Mosca di rimettersi in sella nei Balcani. In primo luogo, la visita di Vladimir Putin a Vienna il 23 ed il 24 maggio scorsi. Audacemente presentata da un esperto americano come "il nuovo Anschluss", questa visita si è conclusa con la firma di un accordo tra l’impresa austriaca OMV ed il gigante Gazprom russo, che riguarda la cooperazione tra le due imprese per lo sviluppo, a Baumgarten vicino alla frontiera slovacca, di un polo gazifero in Europa centrale. Provenendo da un irritante vertice con l'Unione europea che si era tenuto il 17 ed il 18 maggio a Samara, il presidente Putin sembrava particolarmente risentito contro un'Ue accusata di cavillosità e al soldo di Washington. Mosca non ha mai nascosto la sua preferenza per le relazioni bilaterali con gli stati membri dell'Ue, in particolare con l'Austria, paese con il quale la Russia divide oltre quarant’anni di cooperazione energetica. Nel settembre 2007, Vienna ha firmato con Gazprom un contratto nel quale il gigante gazifero russo si impegna a fornire per i 20 anni a venire quasi l’80% dei suoi bisogni energetici annuali che ammontano a 9 miliardi di m3. Il polo gazifero di Baumgarten (la realizzazione del suo primo troncone è stata decisa nel corso di questa visita), avrà una capacità di stoccaggio di circa 2,5 miliardi di m3 e la sua costruzione, per un costo stimato di 260 milioni d'euro, sarà garantita da Gazprom. Dal 2011, dovrebbe costituire il secondo più grande centro di stoccaggio di gas in Europa centrale ed il più grande centro europeo di gestione dei transiti gaziferi. Per Wolfgang Ruttenstorfer, il direttore di OMV, quest'accordo costituisce "una nuova base nella cooperazione con Gazprom e rafforza significativamente la sicurezza degli approvvigionamenti gaziferi dell'Europa". Il suo omologo russo di Gazprom, Alexeï Miller, dichiara che "quest'accordo dimostra che la strategia della sua società corrisponde alle necessità di sviluppo del settore energetico dell'Ue". Oltre a queste parole che riassicurano, si potrebbe dire che la realtà sia sensibilmente diversa. L'assunzione di partecipazioni, a livello non rivelato, di Gazprom nelle attività di OMV a Baumgarten rafforzerà probabilmente la posizione del gigante russo sul mercato gazifero europeo. Esattamente l'opposto di ciò che Bruxelles, in nome dell'indipendenza energetica, cerca di evitare a tutti i costi. Recentemente l'Austria ha autorizzato Gazprom a prendere una partecipazione importante in attività molto lucrative di distribuzione di gas domestico a Salzburg e nelle province di Carinzia e di Styrie, cosa che rappresenta, in termini di popolazione, la metà delle nove province austriache. È il primo accordo di questo tipo per la Russia sul mercato europeo. Gazprom vende il suo gas al prezzo di 240 dollari ogni 1.000 m3 ed il consumatore austriaco lambda si vede fatturare la stessa quantità sui 1.000 dollari. Allo stesso tempo, fornitore e distributore, Gazprom guadagna sulle due tabelle. Ma lo scopo principale di Putin è quello rafforzare il ruolo di perno dell'Austria in materia di distribuzione del gas russo in direzione dell'Europa dell'Ovest (Germania, Francia ed Italia), dell'Europa centrale (Ungheria) e dei Balcani
(Slovenia e Croazia). Il volume di gas russo fatto affluire annualmente via Austria supera i 30 miliardi di m3; l'aspetto più importante dell'accordo russo-austriaco, è l'autorizzazione accordata a Gazprom di garantire direttamente il transito del suo gas via territorio austriaco. Secondo alcuni esperti americani, si potrebbe dire che Putin, con quest'accordo, abbia firmato la sentenza di morte del progetto américano-europeo del gasdotto alternativo Nabucco nel quale, ironia della storia, l'austriaco OMV poteva essere uno degli operatori principali. Questo progetto prevedeva di trasportare direttamente in Austria, da Erzurum in Turchia, il gas dell'Asia centrale, mettendo in cortocircuito il territorio
russo. I documenti firmati a Vienna attestano che Putin ha probabilmente convinto i suoi partner austriaci della capacità di Gazprom di garantire l'approvvigionamento dell'Europa centrale. Per i commentatori russi, la questione era chiara: "il futuro del Nabucco appare nero". Consolidato
dall'accordo di Turkmenbachy della metà maggio che incide nel marmo il ruolo preponderante e quasi esclusivo della Russia in materia di esportazioni gazifere dell'Asia centrale, il presidente Putin, nel corso della sua visita in Austria, ha guadagnato un successo innegabile. Con una posizione rafforzata sul mercato austriaco, un accesso diretto presso i consumatori europei, la certezza di potere utilizzare il territorio austriaco come base d'attacco verso altri mercati energetici europei, Gazprom si taglia la parte del leone e Putin può rallegrarsi del colpo assestato alla strategia americana nei balcani.
Nel cuore dell'Europa
La strategia americana che mira, in nome della sicurezza energetica, a federare i paesi europei contro la Russia non funziona più. La ragione è semplice. I paesi europei considerano sempre più Mosca come un partner commerciale. I loro investimenti in Russia sono aumentati del 180% nel corso del primo trimestre 2007 rispetto allo stesso periodo del 2006, ed ammontano già a 24,6 miliardi di dollari mentre gli investimenti americani stagnano a 364 milioni di dollari. Ruchir Sharma un esperto dei mercati emergenti presso Morgan Stanley Investimenti, sottolineava
recentemente in un'intervista a Newsweek, che "l'economia russa è allo stesso tempo statale e libera". Per lui, gli uomini di affari europei hanno compreso bene questa dualità e sanno perfettamente che i rendimenti dei capitali investiti in Russia sono particolarmente elevati.
Ha aggiunto inoltre che ciò che distingue la Russia degli altri paesi produttori di petrolio, è la qualità del suo capitale umano che stimola la transizione rapida di questo paese verso il club dei paesi sviluppati in termini di prosperità e di consumo. Così, contrariamente alle previsioni degli esperti americani, l’impresa British Petroleum ha deciso, nonostante una vertenza aperta sullo sfruttamento dei campi siberiani di Kovykta, di fare un'alleanza strategica con Gazprom piuttosto che di ritirarsi dal progetto vendendo la sua partecipazione del 63% nell’impresa Russia Petroleum. Come sottolinea il quotidiano tedesco, Der Spiegel, "le società internazionali scoprono che è quasi impossibile sopravvivere nell'ambiente russo senza un partner locale."
Questa sopravvivenza passa per un aiuto tecnologico fornito ai russi, detentori di riserve monetarie immense". Secondo questo quotidiano, "BP ha già ammortizzato il suo investimento di 8 miliardi di dollari in Russia e questa società non può permettersi il lusso di perdere un mercato che rappresenta il quarto delle riserve mondiali, la
metà della sua produzione ed il decimo dei suoi profitti... BP non è pronta a lasciare la Russia". Gli analisti strategici americani si rammaricano che le capitali europee non si coordinano più con Washington in materia di cooperazione energetica con Mosca. Andris Piebalgs, il commissario europeo all'energia, dichiarava recentemente a Radio Free Europa - Radio Liberty che non c'era nessuna ragione di dubitare dell'affidabilità della Russia come fornitore energetico. Ne va dei suoi interessi finanziari di rispettare le sue promesse ed "in questo settore, penso che (l'Ue) dobbiamo essere costruttivi", calcando anche per una rimozione delle sanzioni americane contro l'Iran poiché "questo paese possiede un potenziale fenomenale di riserve energetiche". Gli effetti di questi vari fattori sono combinati nell'accordo italo-russo annunciato alla vigilia della partenza di Vladimir Putin per Zagabria. Secondo i termini di quest'accordo, Gazprom e l'italiana ENI sono decise a costruire un nuovo gasdotto chiamato South Stream che, per un importo di 5,5 miliardi di dollari, dovrebbe permettere di trasportare annualmente, dalla Russia in Europa, fino a 30 miliardi di m3 di gas. Lunghezza di 900 chilometri (il suo punto di partenza è stato fissato a Beregovaïa), supererà il Mar Nero ad una profondità di 2 chilometri per raggiungere la Bulgaria da cui si dividerà in due rami che alimenteranno rispettivamente da un lato la Grecia e l'Italia del sud e dell'altro la Romania, l'Ungheria, la Slovenia ed il nord dell'Italia. E’ previsto anche un sotto-ramo che si biforca dall'Ungheria verso l'Austria. La Russia e l'Italia sono decise a condividerne i costi; i lavori, che dovrebbero iniziare ai primi del 2008, dovrebbero completarsi nel 2011.
Gli esperti americani hanno appena realizzato che non restano loro praticamente margini di manovra nella corsa alle riserve immense energetiche dell'Asia centrale. Privati dell’accesso alla fonte, constatano amaramente che Mosca è riuscita ad infiltrarsi attraverso il "cordone sanitario" che la diplomazia americana aveva con pazienza istituito nei Balcani.
L'arte del kuzushi[2)
Il presidente Vladimir Putin, in occasione del suo discorso di Zagabria, ha sottolineato l'importanza strategica di quest'ultimi sviluppi. Ha indicato il fatto che, dal 2006, eccetto 59 milioni di tonnellate di petrolio, la Russia fornisce più di 73 miliardi di m3 di gas ai paesi dell'Europa del sud e del Sud-Est (e questo equivale alla metà delle sue esportazioni verso l'Europa occidentale). Conseguenza logica di questo stato di fatto, il presidente russo desidera sviluppare partenariati che si basino sul principio "dell'equilibrio degli interessi". Esponendo le varie forme che potrebbe rivestire la cooperazione energetica russa - che vanno dalla vendita pura e semplice di gas allo sviluppo ed alla valorizzazione delle infrastrutture della zona dei Balcani -, ha annunciato una serie di progetti audaci sui quali la Russia vorrebbe pesare negli anni a venire: stoccaggio sotterraneo, sviluppo di una rete di distribuzione di gas in Macedonia, estensione di una rete di gasdotti in Albania, nel Kosovo e nel sud della Serbia, partecipazioni nel capitale delle imprese della regione, ammodernamento delle centrali elettriche, ricostruzione delle infrastrutture ereditate dall'era sovietica e la creazione di centri di transito regionali. Prendendo come esempio il settore dell'elettricità, ha sceverato rapidamente la sua visione di una rete elettrica europea, tanto all'ovest che al centro e al sud, interconnessa e sincronizzata con i sistemi elettrici dei paesi Baltici e di quelli della Comunità degli Stati Indipendenti. Secondo lui, questo progetto "permetterà di creare una vera rete per i paesi del bacino del Mar Nero collegando tutti i paesi europei di questa regione in un mercato comune dell'energia". Il quotidiano russo Kommersant ha così riassunto la situazione: "il gas arriverà in Europa da varie direzioni, tramite una rete di distribuzione efficiente, ma resterà esclusivamente nelle mani di Mosca o di un paese sul quale il Cremlino intende gelosamente conservare le sue prerogative ed esercitare un controllo rigoroso". L'essenziale del libro di Vladimir Putin gira attorno al kuzushi, l'arte di squilibrare il suo avversario. Su molte pagine con disegni e schemi esplicativi, il presidente russo spiega tutte le difficoltà e le finezze di questo metodo. Washington non ha finito di chiedersi quanti kuzushis riserva loro Vladimir Poutine da qui alla cadenza del suo mandato, nel marzo 2008. Fino all'ultimo giorno del suo mandato certamente egli meriterà il soprannome di “Gaspoutine” che gli era stato attribuito durante la crisi gazifera del gennaio 2006 con la quale, stringendo d’assedio l'Ucraina, aveva fatto temere alle cancellerie occidentali per gli approvvigionamenti gaziferi dell'Unione europea.

(1) nome del re di Babilonia, Nabuchodonosor II, che restaurò la rete d'irrigazione del suo regno.
(2) nel judo si chiama kuzushi il movimento che mira a squilibrare l'avversario.

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martedì, 06 novembre 2007

SOTTO IL SEGNO DEL DRAGO: LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE ITALIANE

di G. Duchini

 

     La crisi attuale delle piccole e medie imprese, tornata alla cronaca per le truffe sui ‘derivati’, è la conseguenza di scelte ben precise  nel regime delle autorizzazione dei Controllori della Consob e  della Banca d’Italia. La responsabilità di tale crisi non è semplicemente lo specchio dell’inefficienza del sistema Italia, come si continua a ripetere nei mass media e da parte del Governatore Draghi di Bankitalia , è anzitutto il controllo pervasivo del Capitale Finanziario Usa, per il tramite dei suoi fiduciari italiani (in busta paga della banca d’affari Goldman Sachs)) ed inseriti ai massimi gradi degli Istituti del Controllo Istituzionale del Credito, che  hanno permesso la diffusione dei ‘prodotti finanziari’,  nati  nei laboratori di ingegneria finanziaria d’oltre Atlantico, onde svuotare i Bilanci delle imprese attraverso un indebitamento spropositato, a seguito dei contratti dei ‘derivati,’ tutti a perdere per le imprese. Il sistema finanziario e bancario di riferimento (in Europa) che regola ed amministra le imprese è denominato con linguaggio criptico da addetto ai lavori,  bank oriented” che assume, nella intermediazione bancaria, il seguente significato: il finanziamento delle banche alle aziende “viene concesso in partecipazione del rischio, con la garanzia delle banche ai rischi di finanziamento  delle imprese”.   Di converso, nel sistema bancario italiano, si è creata una anomalia unica in Europa: le banche italiane hanno venduto la garanzia del rischio (sulle variazioni di  interessi e cambi), come se rappresentassero la copertura del rischio; i piccoli imprenditori già fortemente esposti nei confronti del finanziamento bancario, si trovano a dover fronteggiare un vero e proprio pericolo proveniente dai  derivati sottoscritti con gli istituti di credito, risultati veri e propri ‘bidoni,’ contratti fasulli, venduti da tutte le banche italiane con tacito assenso, praticamente autorizzate, dai controllori istituzionali, di Bankitalia ‘in primis.’

         Quante sono le piccole medie imprese in difficoltà , a seguito dei contratti venduti dalle banche, non è dato di sapere, anche se si parla 50 mila imprese con valore pari a dieci miliardi di euro. Quello che è certo che si sono innalzati i livelli di rischio e di cessazione di attività delle aziende con la possibilità di veder  sparire interi segmenti  di produzione, sopravvissuti finora alla concorrenza dei mercati internazionali, con la conseguenza che le aziende sopravvissute alla ‘debacle’ finanziaria, ed alle turbolenze manovrate della finanza internazionale vengono messe sempre più a margini  del mercato del profitto e della produttività. La finanza Usa  erode sempre più i patrimoni delle imprese attraverso una strutturazione (nascondimento) sempre più complessa dei prodotti finanziari, le cui incidenze negative sull’economia vengono conosciute solo alla fonte: vere e proprie bombe a orologeria, rappresentate non solo da derivati, ma anche dai subprime, private equity; un gioco finanziario coperto, dagli istituti finanziari Usa (ed in particolare dalle banche d’affari) e dato in (com)missione alle banche italiane e,  attraverso le quali, rifornirsi della massa di liquidità finanziaria da bruciare nella fucina della competizione, onde garantire un livello di produttività (quello Usa), nel controllo dei mercati internazionali. La sottrazione del potere d’acquisto alle imprese, realizzata in modo subdolo, con le garanzie delle Istituzioni (bancarie), svuota i patrimoni aziendali con particolare ‘accanimento terapeutico nei confronti delle piccole imprese. Del resto, i ‘derivati’ sono copertura di rischi (non coperti) e certi nel loro verificarsi; un indebitamento d’impresa contratto  per  garanzie di rischi di svalutazione del patrimonio, risultando a fine contratto, una svalorizzazione  dello stesso patrimonio, dovuto ad un nuovo indebitamento nei confronti della banca.

     Nell’esperienza italiana del ‘dopo mani pulite’, la classe politica sopravvissuta (in prevalenza piciista),  dopo aver svenduto a prezzi stracciati un intero sistema industriale, a colpi di svalutazione della lira nel ’92, all’epoca dei governi Amato ed in accordo con l’allora presidente dell’Iri Prodi (con Draghi Direttore del Tesoro),  ha proseguito e favorito le svendite  dei patrimoni industriali, con l’aiuto trasversale delle destre, in maniera molto particolare; non potendo più procedere alla svalutazione della moneta, con l’ingresso della lira nella zona Euro, si sono creati nuovi metodi di svalutazione patrimoniale: i prodotti finanziari, immessi in modo massiccio in questi ultimi anni nelle imprese, hanno sostituito la svalutazione della moneta degli anni Novanta e continuato con ciò quella dismissione industriale. Di recente (2005) , l’introduzione in Europa dei “Principi Contabili Internazionali (Ias),” vera e propria architrave dei nuovi criteri di valutazione del Patrimonio delle imprese, hanno rappresentato, non un semplice adeguamento di contabilità del bilancio delle imprese europee a quelle Usa (si veda a questo proposito il mio articolo apparso sul blog  del 31 marzo 2007), ma una sostanziale ‘legalizzazione’ di una prassi già da tempo consolidata con l’inserimento in Bilancio di prodotti finanziari con maggiore pervasività rispetto al passato. I nuovi principi di valutazione adottati nei criteri del “fair value e present value,” valutazioni secondo la logica delle aspettative di mercato (la fantomatica mano invisibile) a cui mirano le “potenziali controparti:” controparti non alla pari, ma nell’interesse primario di chi controlla e trasforma il prodotto finanziario e con maggiore capacità di intrusione nel patrimonio aziendale, scardinandolo dall’interno e disarticolandolo, nell’equilibrio tra finanziamento ed investimento (secondo i sacri principi ragionieristici) e svuotandolo di valore, nell’apparente logica della concorrenza del mercato (finanziario). Si pensi a questo proposito agli effetti che stanno producendo i ‘derivati e collaterali’ nei confronti dell’unica realtà italiana residua, quella delle piccole-medie imprese: una realtà  invidiata, nel passato, grazie alle capacità  di adattamento e di inserimento nei ‘segmenti’ di produzione, rimasti scoperti nella divisione internazionale del lavoro.

 

novembre ‘07

   

 

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categorie: economia, europa, draghi, grande finanza
mercoledì, 03 ottobre 2007

LA FRANCIA DI RITORNO NELL'ORDINE INTEGRATO DELLA NATO?

Pierre Verluise, specialista di géopolitica (fonte diploweb.com, trad. di G.P.)

 

L'11 settembre 2007, il ministro della difesa Hervé Morin ha cominciato pubblicamente a riflettere sul possibile ritorno della Francia nella struttura militare integrata della Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO). Presa di posizione che annullerebbe la decisione presa dal generale di Gaulle nel marzo 1966. Lasciando la struttura militare integrata della NATO, la Francia intendeva allora affermare il principio dell'ordine nazionale delle sue forze fino al loro inserimento eventuale sotto l’ordine NATO ma solo in caso di conflitto. Il generale Gaulle desiderava così impedire ogni possibilità d'impegno automatico delle forze francesi senza una preliminare decisione politica nazionale. Come sono arrivate le autorità francesi a rompere questo tabù? Creata nel 1949 per coinvolgere gli Stati Uniti nella difesa dell'Europa occidentale di fronte alla minaccia sovietica, la NATO è un puro prodotto della guerra fredda. Quaranta anni più tardi si verifica la caduta della cortina di ferro, nel 1989. Se, nel 1990, la fine della guerra fredda è stata un successo per la NATO, molti esperti si sono rapidamente interrogati sulla sua perennità. Per ragioni diverse, si trovano allora a Washington, ma anche a Parigi ed a Mosca, dei sostenitori della chiusura di questa esperienza. Mentre il Patto di Varsavia è scomparso, occorre constatare che la NATO è, non soltanto sopravvissuta alla guerra fredda ma ha saputo fare del dopo-guerra fredda un momento per estendersi considerevolmente in Europa. Per cominciare, la Germania è stata riunificata nel 1990 nel quadro della NATO, contrariamente a ciò che desiderava l'Unione della repubbliche socialiste sovietiche (URSS). Il gioco degli Stati Uniti consiste allora nel rompere l'ordine derivato dalla seconda guerra mondiale. Una Germania riunificata nella NATO firma la sconfitta dell'URSS come potenza vittoriosa del 1945. La scomparsa della repubblica democratica della Germania (RDT), finestra del comunismo in Europa, simbolizza la rovina di quest'ideologia. Senza parlare dell'implosione dell'URSS, l'8 dicembre 1991.

Le posizioni difese da Parigi all'inizio degli anni 1990

Solo Stato membro della NATO a non partecipare alla struttura militare integrata, dal 1966, la Francia considera, all'inizio degli anni ’90, che l'alleanza atlantica non è più giustificata, poiché il nemico potenziale ad Est è scomparso. François Géré spiega così la posizione difesa da Parigi: "La concezione francese del futuro dell'alleanza obbedisce innanzitutto ad una logica cartesiana: un'alleanza non sopravvive alle ragioni che la hanno fatta sorgere. Largo dunque alla messa in sicurezza dell'Europa da parte degli europei”. Esiste un progetto francese, relativamente ambizioso, quale la visione di un’Europa forte la cui estensione geografica sarebbe diversa da quella della NATO in corso d'allargamento. Ma sembra che nessuno ci senta da quest'orecchio. Né la volontà politica, né le risorse finanziarie, né i mezzi militari sono disponibili per quest'appuntamento con i tempi nuovi. Questo progetto francese è radicalmente opposto a quello degli Stati Uniti.  Giorgio-Henri Soutou ha scritto: "(...) la prima reazione di François Mitterrand fu di tentare di rallentare la riunificazione tedesca, che ai suoi occhi comprometteva lo statuto della Francia in Europa." Contava per ciò in particolare sul processo detto “4+2” per il quale si designava un negoziato tra i quattro e le due “Germanie”. Nel febbraio 1990, pensava che con il 4+2 la riunificazione avrebbe richiesto anni. D'altra parte, cercò inizialmente di inserire la riunificazione nella costruzione di una Grande Europa che includesse l'URSS: egli disse a Gorbatchev a Kiev il 6 dicembre 1989:  “Ci deve essere riunificazione ma nel quadro di una grande Europa”. Da qui il 31 dicembre seguiva la sua proposta per una confederazione europea che comprendesse l’URSS; con lo stesso spirito, voleva sviluppare le strutture di sicurezza in Europa tra i due patti per definire la riunificazione, cosa che perveniva al concetto di Casa Comune di Gorbatchev, come già detto nel maggio 90 a Mosca. Questa grande Europa sarebbe stata facilitata, nello spirito del presidente della repubblica, dalla fine del comunismo sovietico di tipo classico e con la comparsa in URSS ed in Europa dell'Est di un comunismo riformato compatibile con il socialismo democratico dell'Europa occidentale. È con questo spirito che nel suo discorso di Valladolid, nell'ottobre 1989, esortava i popoli dell'Europa orientale a non respingere “i valori del socialismo”. Questa grande Europa avrebbe d'altra parte permesso alla Francia di inquadrare la riunificazione tedesca in un accordo discreto con l'URSS; Parigi avrebbe potuto così mantenere il suo ruolo internazionale nella nuova situazione, secondo la concezione globale ricordata più su, con l'URSS riformata che aiutava la Francia a controbilanciare il peso della Germania e degli Stati Uniti. Ovviamente, questo progetto non ha suscitato un entusiasmo nei vecchi satelliti dell'URSS. Occorre rilevare, d'altra parte, che il trattato di Maastricht (1992) non fonda soltanto la moneta unica ma anche la politica estera e di sicurezza comune. L'articolo 17 impedisce alla PESC di essere incompatibile con gli interessi della NATO. In altre parole, la speranza francese di condurre l'Europa comunitaria a liberarsi dal quadro della NATO incontra delle difficoltà.

La NATO attua due allargamenti

Nel 1999, la crisi del Kosovo vede la NATO intervenire tramite un'offensiva aerea che intende forzare le autorità di Belgrado a cessare la repressione degli Albanesi del Kosovo. Molte volte, gli Stati Uniti danno l'impressione - attraverso le operazioni della NATO - di cercare il terreno migliore per contrastare la Russia sul suo territorio. Quest'operazione aerea è controversa, in particolare sul piano giuridico. Tuttavia la NATO resta alla fine degli anni ‘90 un elemento determinante dell'architettura di sicurezza europea, mentre l’OSCE non è riuscita ad imporsi, contrariamente al volere di Parigi e Mosca. Ne è testimonianza l’allargamento della NATO a paesi usciti dal blocco dell'Est. Fin dal 12 marzo 1999, si verifica un evento inimmaginabile appena quindici anni prima. Nonostante l'opposizione virulenta della Russia post-sovietica, tre paesi rinvenienti dal blocco dell'Est s’integrano nell'alleanza militare ostile all'URSS: la NATO. Si tratta della Polonia, della Repubblica Ceca e dell'Ungheria. Che gli Stati Uniti possano imporlo a Mosca testimonia dei rapporti di forza post-guerra fredda appena dieci anni dopo la caduta del muro. E Washington non si ferma lì. Nel 2004 si verifica un vero big bang geopolitico. La NATO si apre, il 29 marzo 2004, a sette paesi precedentemente comunisti: l'Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Slovacchia, la Romania, la Bulgaria e Slovenia. Così, non soltanto gli Stati Uniti si permettono di integrare nell'alleanza militare da loro dominata vecchi satelliti dell'URSS ma osano integrare tre vecchie repubbliche sovietiche. Sotto diversi aspetti, si tratta di una vera rivoluzione. La zona franca russa di Kaliningrad si trova così "circondata" da due stati membri della NATO, la Polonia a sud e la Lituania a nord. Catherine Durandin nota che: "L'integrazione nella NATO, secondo il calendario che va da Madrid nel 1997 a Praga nel novembre 2002, ha seguito una logica pilotata, in ultima analisi, cioè in occasione del vertice di Praga del 2002, agli obiettivi principali della dottrina di sicurezza degli Stati Uniti." Così Washington, che spazza via le sue riserve precedenti all'indirizzo di candidati giudicati ancora troppo poco avanzati nella loro ristrutturazione militare, decide un big bang d'integrazione, con sette nuovi membri, per il vertice della NATO di Praga. Il tempo della NATO va più veloce e spinge, per precederlo, il tempo dell'Europa (comunitaria - PV). La logica degli Stati Uniti risponde al bisogno di controllo dello spazio del Sud-Est europeo, con gli alleati bulgari e rumeni, in una strategia di conseguimento di spazi aerei e di basi per le future operazioni in Iraq, in Medio Oriente, e come ponte verso il Caspio e l'Asia centrale. Queste basi dovrebbero essere punti d'appoggio, relè di allerta, relè di proiezione di forze militari. I nuovi partner degli Stati Uniti hanno potuto “prendere questa possibilità storica”, quest'opportunità straordinaria di un'integrazione nella NATO, in un momento, durante l'anno 2002, quando le relazioni tra Mosca e Washington potevano essere considerate buone, se non interdipendenti nella guerra contro il terrorismo.

La prova nel 2003

Fin dal 2003, il mercato alla guerra in Iraq è l'occasione di una nuova dimostrazione dell'attrattiva degli Stati Uniti. Gli stati membri o candidati alla NATO e/o all'Ue manifestano il loro sostegno alla strategia di Washington con "La lettera degli otto paesi dell'Europa per un fronte unito in Iraq", il 30 gennaio 2003 e "La Dichiarazione dei paesi del gruppo di Vilnius", il 5 febbraio 2003." La Francia e la Germania, appoggiate alla Russia di V. Poutine, non suscitano  l'entusiasmo degli stati membri o candidati all'Ue per la loro critica della strategia statunitense, tuttavia in gran parte fondata. Come immaginare, nondimeno, che i vecchi paesi satelliti diventati membri o candidati alla NATO possano vedere benevolmente una posizione sostenuta da Mosca? Un altro danno concomitante, il presidente J. Chirac “ferisce” i paesi candidati all'Ue, deteriorando l'immagine della Francia nell’Europa baltica, centrale ed orientale. Dopo la crisi diplomatica del 2003 e nella prospettiva dell'allargamento del 2004, Guy Millière scrive: "(...) l'allargamento appare all'entourage di Bush (fils - PV) come una prospettiva eccellente." Poiché si sa bene fra i candidati all'Ue che hanno subito il giogo sovietico, che se questo giogo è finito, non è certamente per merito della Germania e della Francia, ma grazie agli Stati Uniti e alla politica di riarmo materiale e morale degli anni Reagan. (...) l'allargamento dunque integrerà nella Ue, si pensa da parte americana, i paesi per i quali non c’è difesa credibile che in rapporto stretto con gli Stati Uniti. Si potrebbero suonare i rintocchi delle speranze francesi: fare dell'Europa un sostituto alla potenza che la Francia non ha più da decenni e pretendere con ciò di pesare sugli affari del mondo da una posizione di rivalità con gli americani (...) l'allargamento dell'Ue potrebbe servire, dal punto di vista dei partigiani della dottrina Bush, ad isolare e circoscrivere il pericolo che incarna, in Francia, l’ossessione anti-americana e le nostalgie di grandezza”. L'adesione dei paesi dell'Europa baltica, centrale ed orientale alla NATO nel 1999 o nel 2004 segna simbolicamente la predominanza degli Stati Uniti in Europa. Occorre ammettere con Ronald Hatto ed Odette Tomescu che "la penetrazione americana in Europa centrale ed orientale non dipende soltanto dalla sola volontà di Washington, ma che si basa anche sulle attese dei paesi ex sovietici”. L'allineamento relativo di molti di questi paesi deriva da una fascinazione per l'America e dal timore di un ritorno prepotente della Russia. La ricettività delle società interessate facilita il gioco di Washington. Dagli anni ‘90, molti giovani diplomatici ed uomini di Stato est-europei si sono formati nelle università americane, e gli Usa danno il senso del loro impegno con le basi militari a vantaggio dei nuovi membri della NATO, in particolare in Polonia, Romania, Bulgaria e forse Ungheria. Ciò permette loro, allo stesso tempo, di avvicinare le truppe americane agli "archi di instabilità" e di consolidare il loro primato in uno spazio chiave del pianeta. Per Ronald Hatto ed Odette Tomescu: "(...) la strategia del primato americano tende ad evitare un'integrazione troppo accurata dell'Ue." Lo scopo non è di impedire l'integrazione come tale, ma piuttosto assicurarsi che un certo grado di divisione persista tra i suoi membri. Fino ad un certo punto, l'installazione di elementi di un sistema anti-missile in Polonia ed in Repubblica Ceca potrebbe iscriversi in questo processo."

Una nuova configurazione

Probabilmente più che mai, gli Stati Uniti dispongono dal 2004 di strumenti e di mezzi per avere sott’occhio il funzionamento delle istituzioni europee. In un certo modo, gli ultimi adeguamenti governativi realizzati nel secondo semestre 2004 sulle relazioni tra la politica estera e di sicurezza comune e la NATO nel progetto di trattato costituzionale ne sono un esempio. Gli ultimi arbitrati tra governi degli stati membri prevedevano di fare della NATO "la base" e "l'istanza" della messa in opera della difesa collettiva degli stati membri della NATO, cioè della grande maggioranza dei membri dell'Ue. Ciò palesa uno stato d'animo complessivo. Il risultato negativo del referendum francese del 29 maggio 2005 - ed il ritiro del testo - non toglie nulla a questo stato d'animo. Con tale arretramento, il rappresentante permanente della Francia alla NATO dal 2001 al 2005, Benoît di Aboville, deve convenire che: "Era una visione troppo lineare quella di pensare che dopo la fine della guerra fredda la NATO si sarebbe sciolta da sé”. La Francia si trova dunque forzata a riconsiderare completamente il suo approccio alla NATO. La ridefinizione delle relazioni tra la Francia e la NATO sono il risultato secondario dei cambiamenti geopolitici dell'Europa dal 1989. Come non immaginare la soddisfazione dei dirigenti americani dopo le parole del presidente della repubblica francese, Jacques Chirac, che dichiarava nel 2004 al vertice della NATO ad Istanbul: "La Francia concepisce i suoi impegni nell'Unione europea e nell'alleanza come perfettamente compatibili." Non esiste, non può esistere, un'opposizione tra la NATO e l'Unione europea. Ecco un effetto collaterale della caduta della cortina di ferro. I dirigenti francesi - gradualmente e penosamente - sono stati obbligati a sanzionare il lutto del loro obiettivo iniziale... e ad avvicinarsi, abbastanza maldestramente, alla NATO a partire dal 1995. La Francia reintegra allora il Comitato militare, la più alta autorità militare dell'alleanza, che riunisce i capi di stato maggiore degli eserciti degli Stati membri. Nel 2004,