Il mago Marchionne continua pervicacemente la sua folle corsa finanziaria dal successo all’ insuccesso, come il recente crollo in borsa dei titoli Fiat da 21 euro a 15 euro circa; la giornata nera dei titoli dell’auto torinese ha lasciato sul terreno una diminuzione di valore del 12%, solo nei primi giorni del 2008, accompagnato quest’ultimo, da altri cali nei titoli Renault (7%), Toyota, Honda, Ford, Gm.
Il terremoto è partito dal timore, ormai materializzatosi, di un inizio di recessione nel paese Centrale (Usa), a seguito degli effetti scaturiti dai “subprime,” insieme all’altro fattore, non certo secondario, dell’impennata del prezzo del petrolio, che sta frenando le vendite di auto in Usa, con previsioni negative per tutto il 2008. “Il Sole 24 Ore”, quotidiano economico del gruppo Rcs, punta mediatica dell’ informazione della “Grande Industria Decotta ed Assistita” ha una sua interpretazione che può essere così riassunta: l’effetto finanziario ha coinvolto in modo paradossale i costruttori tedeschi della Bmv e della Mercedes: il mercato interno ha avuto una forte flessione con -20% e -9% in dicembre, compensata però da un boom dell’export che ha reso la produzione tedesca particolarmente sensibile alla recessione Usa. In controtendenza, Fiat e Renault-Nissan, Peugeot, non rivolte all’esportazione, tuttavia, le stesse sono accompagnate da un altro paradosso: le difficoltà delle case automobilistiche Usa e Giapponesi, potrebbero essere compensate da una loro maggiore competitività in Europa e nei paesi emergenti; cioè negli stessi luoghi dove
Ma la speranza può diventare disperazione e farà volgere tutto in negativo per la casa torinese, così come espresso in una recente interpretazione proveniente da consulenti finanziari che hanno valutato zero il titolo Fiat. E qui si apre un nuovo capitolo sulla performance finanziaria impressa sui titoli Fiat dal “ Mago Marchionne,” allorché si scopre che il valore del titolo Fiat non corrisponde più all’andamento del mercato del settore auto, anzi esso risulta particolarmente penalizzato. Di paradosso in paradosso si arriverebbe ad un preludio di deblàcle: uno stop improvviso impresso alla crescita finanziaria del titolo Fiat ed una sua retrocessione ad un valore zero, con sostanziale azzeramento del Patrimonio Sociale della società capogruppo “ Fiat Gruppo Auto,” ottenuto nel confronto speculare di bilancio sulle due controllate: “Case New Holland” società spa olandese, controllata al 91% dalla Fiat Gruppo Auto (che produce macchine agricole) (ed “Iveco” ( produzione di veicoli industriali). La recente svalorizzazione del titolo Fiat, da 21 euro a 15, ha ridotto la corrispondente capitalizzazione (riduzione del Patrimonio Sociale) del valore complessivo delle azioni ordinarie Fiat, dai 18,5 miliardi di euro (del febbraio 2007), ai recenti 17,3 miliardi (gennaio 2008); parallelamente e nello stesso periodo di tempo in esame, la capitalizzazione (valore complessivo delle azioni ordinarie) della controllata CNH ha avuto un aumento di valore, dai 5,4 miliardi di euro ai 11 miliardi di euro, con un incremento del 101%; il quesito posto dagli analisti su come possa decrescere il valore della controllante, e parallelamente crescere esponenzialmente quello della controllata, oltre il 100%, viene risolto con un trucco contabile del Mago Marchionne che ha incorporato nel bilancio di “Fiat Gruppo Auto” il valore della controllata CNH insieme al valore dell’altra (controllata) Iveco, con il risultato che l’importo iscritto (in bilancio) della controllante (Fiat Gruppo Auto) coincide con la somma delle due controllate, così da nascondere il valore reale del settore Auto, ridotto ormai allo zero.
Il castello finanziario di casa Fiat, costruito e sostenuto surrettiziamente da un “Carneade“ della finanza italiana, un ‘Uomo di Paglia ’ (agente mandatario della finanza Usa sullo sfondo dell’Onnipotente Goldman Sachs), crolla improvvisamente e (di)svela una realtà incontrovertibile: il velo finanziario, tenuto a copertura della grande Impresa Decotta ed Assistita comincia a subire un primo importante strappo a cui seguiranno altri: anzitutto, un ulteriore regolamento di conti interno all’Europa, attraverso l’ecologismo d’accatto e funzionale allo ‘Sviluppo Sostenibile,’ compatibilmente a quello Usa; dopo le domeniche a piedi, (e la “Cernobyl” della mondezza campana), i “Verdi” nostrani, insieme a quelli europei ed a tutti i ‘sinistri-destri’ delle decrescite economiche ed in osservanza alle indicazioni provenienti d’Oltreatlantico, propagandate dal Nobel di turno (AlGore), pongono obbiettivi sempre più irraggiungibili e devastanti per tutta l’industria automobilistica europea, compresa quella decotta italiana. L’automobile è diventata nell’immaginario collettivo il più facile dei bersagli e come causa primaria di inquinamento dell’atmosfera e di gas a effetto serra; ma le statistiche dicono che non è così, che l’intero settore del trasporto su strada, camion compreso, incide soltanto di un modesto 12% sul totale delle emissioni di CO2; e qui vorrei introdurre una piccola provocazione sulla “cecità ambientale” mirata esclusivamente ad ostacolare la mobilità: il Giappone va in una direzione esattamente opposta; oltre a produrre veicoli a basso consumo, il governo giapponese si è impegnato a promuovere lo scorrimento del traffico, migliorando i flussi attraverso una rete più adeguata al numero di veicoli, ed ottenendo in tal modo la tanto pubblicizzata riduzione di emissione di gas; per esempio Roma, la città dove vivo, l’intasamento del traffico in superficie è dovuto… ma questo è un altro discorso e ne riparleremo.
G.D. gennaio 08
E due. Per il secondo anno di seguito il governo Prodi, appoggiato dai fintocomunisti del PRC e del PDCI, ha teso la mano a Montezemolo allungandogli la "borsa" dei contribuenti italiani. Si tratta dell’ennesima elargizione alla solita impresa decotta che farà sprecare energie ed accumulare ritardi all’economia del nostro paese. Così mentre in tutta Europa gli Stati finanziano (centellinando i loro interventi in funzione del raggiungimento di obiettivi precisi di crescita delle loro economie nazionali) le imprese più innovative, incrementando anche le risorse per la ricerca scientifica (ecco perchè
C’è poco da fare, resteremo a lungo il paese della 500 e dei frigoriferi, piccoli come la prima e pingui come i secondi.
Nel decreto “milleproroghe” di fine anno, votato all’unanimità da tutto lo schieramento di centro-sinistra, sono rientrati i contributi alla Fiat per la rottamazione. Si tratta di quello stesso provvedimento che i Verdi si erano rifiutati di approvare in prima battuta ma che adesso fa esultare il Ministro Pecoraro-Scanio. Costui, solo pochi mesi or sono, aveva affermato che c’erano ben altre urgenze per garantire un “salvagente” ecologico all’Italia.
All’epoca i vertici Fiat entrarono in fibrillazione e si mossero rapidamente chiedendo un incontro a Prodi sullo spiacevole equivoco. Il professore seppe però rassicurarli e Montezemolo placò la sua ira. Ora sappiamo perchè.
E’ evidente che i contributi per il solare, fortemente voluti dal Ministro per l’ambiente (il quale pare abbia interessi diretti nella faccenda), sono stati un’efficace moneta di “scambio sostenibile” per ricomporre la diatriba tra le parti. E non mi venga a dire, l’esimio Ministro, che incrementare la vendita di auto (siano pur esse euro 4 o euro 5) contribuisce a rendere meno asfittica l’aria delle nostre città. Queste vetture produrranno percentuali più contenute di anidride carbonica ma sempre di gas velenosi si tratta. Eppure c’erano ben altre priorità ecologiche da mettere in evidenza, a cominciare dal problema dei rifiuti che rende
Quanto a Giordano e soci abbiamo ormai poco da dire. Mentre continua a non farsi nulla per le questioni dell’occupazione e della sicurezza sui posti di lavoro si trova sempre il tempo per far passare provvedimenti così discutibili che attestano la subalternità di questo governo alle istanze della Gf e ID (Grande Finanza e Industria Decotta).
Eppure lo stesso segretario di Rc aveva fieramente affermato che Montezemolo si era già approfittato troppo della generosità e della benevolenza del governo e che, per tal ragione, non ci sarebbero stati altri sconti e favoritismi per nessuno. Sicuramente Franco Giordano ha la memoria corta oppure ha presto imparato che "Fido" può ben abbaiare ma alla resa dei conti deve mettersi a cuccia se solo il padrone glielo ordina.
Per favore ci si risparmi le solite fandonie sulla necessità di preservare un’azienda italiana e i suoi posti di lavoro. Ormai siamo abituati alle lamentele della Fiat, la quale a mesi alterni promette di chiudere stabilimenti e di licenziare lavoratori se lo Stato non rimpingua le sue casse (non da ultimo i contributi richiesti per alcuni stabilimenti in difficoltà, per i quali il governo ha già offerto cifre cospicue che però non corrispondono ai desiderata dei vertici dell’azienda torinese).
Con questi ricatti si drenano risorse statali che potrebbero avere utilizzi più proficui, magari a sostegno di imprese e di imprenditori che non portano capitali in Lussemburgo o stringono accordi con
Non è possibile che sia ancora lo Stato italiano a dover pagare le avventure capitalistiche di Montezemolo, all’estero quanto in Italia. Questo personaggio non è certo una lince eppure riesce a tenere per le palle tutto il governo di cento-sinistra. Invece, di fargli accumulare delle fortune a danno degli italiani, un governo serio avrebbe dovuto chiudergli i rubinetti dei finanziamenti a pioggia e costringerlo a reinvestire i propri profitti in patria oltre che a riconvertire le sue aziende.
Cuneo fiscale, mobilità lunga (circa 1 mld di euro), nuova rottamazione, soldi elargiti a cuor leggero che sono un vero pugno nello stomaco per un paese come il nostro dove ormai si stenta ad arrivare alla fine del mese, dove artigiani e lavoratori autonomi vedono dimezzate le loro entrate a causa delle tasse introdotte da quel vampiro di Padoa-Schioppa, dove le tredicesime vengono decurtate rovinando la festa degli italiani, dove l’inflazione si mangia già lo stipendio di tutti i mesi dell’anno. E tutto questo per cosa? Per far arricchire un imprenditore che straparla di italianità per meglio fottere gli italiani.
Ma si può credere ad un’azienda che produce il simbolo della sua presunta e “definitiva” rinascita, la nuova 500 (con tanto di promozione pubblicitaria che riscrive la storia d’Italia rimodellandola sull’impero Fiat e sulle sue "automobiline") in Polonia? Ovviamente non c’è l’ho con i lavoratori di quel paese, ma con chi specula sullo spirito nazionalistico di questa "Italietta" depressa che non ha più nulla della grande nazione essendo divenuta, al contempo, un pauvre pays e un pays pauvre.
Non vi basta questo? C’è dell’altro allora. Tutti sapranno che Montezemolo ha costituito, con Diego della Valle,
Almeno vorremmo non prendere "lezioncine" di sobrietà da questi questuanti. Montezemolo ha proprio una bella faccia di bronzo quando si profonde in lunghe disquisizioni sullo spreco della spesa statale, così come ha recentemente fatto scagliandosi contro i supposti “fancazzisti” del pubblico impiego. In questa stessa occasione si era lamentato anche del livello elevato delle retribuzioni rispetto alla produttività del Sistema-Italia. Come ho già scritto in un precedente articolo, quanto a livello delle retribuzioni lorde in Italia non stiamo messi benissimo, ma a Montezemolo non bastano gli aiuti di Stato vorrebbe che nelle sue imprese si lavorasse gratis.
Buon anno italiani.
(a seguire, Marchionne: Ritorno dal futuro di G. Duchini)
Il 29.11.2007 è stato diffuso un comunicato stampa riguardante l’indagine Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione professionale dei Lavoratori) PLUS , realizzata nella seconda metà del 2006 su indirizzo della Direzione Generale Mercato del lavoro del Ministero del Lavoro e con il contributo del Fondo Sociale Europeo su un campione di oltre 40.000 individui. Il titolo del comunicato è: Il lavoro atipico tra forma e sostanza e consiste sostanzialmente in un breve commento dei risultati dell’indagine statistica effettuata.
All’inizio si afferma :<<Il lavoro dipendente a termine complessivamente rappresenta poco meno del 10% dell’occupazione, di cui quasi la metà è costituita dai contratti a tempo determinato.>> I contratti a tempo determinato sono quelli che a tutt’oggi, prima della prevista definitiva approvazione del provvedimento sul Welfare, sono regolati dal D.Lgs 368/2001 adottato in attuazione delle direttive europee e che per la prima volta in Italia ha sancito, in maniera esplicita, la <<legittimità dell’apposizione del termine alla durata del contratto di lavoro subordinato, a fronte di “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo”>>. Si tratta di una normativa, quindi, antecedente di un paio d’anni rispetto alla cosiddetta “Riforma Biagi” del mercato del lavoro. Le altre tipologie di lavoro dipendente a termine si distinguono in <<apprendistato, contratto d’inserimento, contratti di formazione lavoro e lavoro intermittente. Leggermente inferiore l’incidenza del lavoro interinale e degli stage (retribuiti). Trascurabile l’uso del job sharing (lavoro ripartito). L’incidenza di quasi tutte queste forme contrattuali triplica tra i giovani.>> Per quanto riguarda le forme atipiche del lavoro autonomo, con incidenza media complessiva del 5,7 %, si fa invece riferimento a tipologie quali le <<collaborazioni coordinate e continuative, quelle a progetto e occasionali>> e anche <<in questo caso la percentuale quasi raddoppia tra i giovani>>. Il comunicato continua con l’affermazione che i dati statistici <<non sono in grado di rendere esaustiva l’analisi del fenomeno occupazionale in quanto non tengono conto dei casi di “falso positivo”, ossia le posizioni di chi formalmente appartiene ad un aggregato lavorativo, ma sostanzialmente svolge un’attività in maniera difforme da quanto previsto dall’istituto contrattuale usato. Sono molteplici, infatti, i casi in cui la forma contrattuale e la natura effettiva dell’occupazione svolta non coincidono. Un caso emblematico è quello dei finti collaboratori: essi sebbene formalmente si debbano attribuire al lavoro autonomo, sovente svolgono mansioni ed erogano prestazioni sostanzialmente del tutto analoghe a quelle di un dipendente.>> In effetti per valutare concretamente questo fenomeno bisogna usare degli indicatori che ci permettano di coglierne le dimensioni e la natura come - così viene proposto nel comunicato - quelli che possono essere definiti “vincoli di subordinazione. I co.co.co, i co.co.pro., i collaboratori occasionali e le partite IVA possono trovarsi in condizioni che vanno dal “contratto imposto” alla monocommittenza (datore di lavoro esclusivo); in altri casi abbiamo l’obbligo di <<attenersi ad un orario giornaliero>> oppure la necessità di usare << strumenti dell’azienda presso cui sono impiegati>>. Anche quando si forniscano prestazioni per diversi datori di lavoro è molto frequente il caso in cui la retribuzione dipenda fondamentalmente dagli accordi contrattuali mantenuti con il datore di lavoro che potremmo definire “prevalente”. E’ molto interessante anche il dato statistico dei lavoratori autonomi atipici che preferirebbero <<diventare dipendenti a tempo indeterminato>>: il 79% dei co.co.pro., il 73% dei co.co.co., il 58% dei collaboratori occasionali e il 24% delle partite IVA. Il comunicato prosegue con la considerazione che in presenza di diversi <<fattori di subordinazione>> si possa ritenere plausibile <<considerare questi autonomi come parasubordinati (pari a circa il 5,6%)>>. Viene inoltre rilevato che un <<altro esempio di possibile “falso positivo” è il caso del part-time , che potrebbe essere sia una condizione volontaria ( e pertanto potrebbe costituire uno strumento di conciliazione tra vita lavorativa e familiare) sia non volontaria ( e come tale potrebbe celare una condizione di sottooccupazione)>>. Tirando le somme il comunicato stampa conclude con la valutazione quantitativa dell’atipicità del lavoro in Italia <<al netto dei possibili “falsi positivi”>>. Risulterebbero così <<quasi 3,5 milioni (ovvero il 15,3% dell’occupazione) gli individui coinvolti in forme di lavoro atipiche (che includono i dipendenti a termine – compresi gli apprendisti – e i parasubordinati). A questa atipicità base va aggiunta, secondo alcuni analisti, la quota di part-time involontari, pari al 2,6% dell’occupazione>>.
Mi rendo conto che questa mia sintesi del documento dell’Isfol avrebbe la necessità di essere completata con un ampliamento delle considerazioni riguardo alla normativa, alla terminologia adottata e con l’ esplicitazione e descrizione articolata delle forme di impiego e di lavoro qui citate. In questa occasione il mio unico scopo era però quello di tentare di corroborare le considerazioni che
Mauro Tozzato 11.12.2007
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MARCHIONNE: RITORNO DAL FUTURO (di G. Duchini)
A leggere le interviste di Marchionne rilasciate a iosa, nelle sue partecipazioni a convegni industriali e rilanciate dai più importanti quotidiani italiani, la prima impressione che si ha è quella di essere l’uomo della Provvidenza con qualche ‘ideuzza geniale’ in più, rispetto alla media del management nostrano. Il recente e gravissimo scivolone in borsa del titolo Fiat (-4,50%) ed una conseguente fosca previsione per i nuovi modelli automobilistici torinesi immessi nel mercato, a seguito di una minacciato ( il venir meno dei voti del gruppo parlamentare dei verdi) sul rifinanziamento pubblico della casa torinese, non può non porre il quesito curioso: chi è il salvatore della Fiat che risponde al nome Marchionne? E da dove viene?
Il personaggio Marchionne, è la storia di un illustre sconosciuto, che si può solo ricostruire dai suoi percorsi professionali e dalle sue interviste; oltre a essere nato a Chieti e laureato a Toronto (Canada) ha svolto la sua attività professioniale tra il Nord America e Chieti, nella qualità di commercialista, consulente di auditing, presso varie società Deloitte Touch, Acklands.. fino a ricoprire la carica di amministratore delegato (nel 2002) della SGS di Ginevra, grande multinazionale dei servizi, di verifica e certificazione contabile, consulenza finanziaria, con l’attività prevalente di rimettere in “carreggiata” le imprese disastrate, per nuove competizioni nei mercati internazionali. La nomina di Marchionne a a.d. della FiatAuto, la dice lunga sul suo significato e sul ruolo da ricoprire: una nomina resa possibile soltanto in quanto a.d. di SGS, cioè società partecipata della IFIL (Capogruppo Finanziaria della famiglia Agnelli).
Su questa nomina (di Marchionne), si aprono scenari misteriosi che fanno riferimento ai consolidati indirizzi finanziari del gruppo Fiat fin dagli anni Novanta, dentro un cono d’ombra, il cui apice di interessi prevalenti è rivolto oltre atlantico; un gioco finanziario complesso a partire dal grande segnale imposto “dal dopo mani pulite,” nei cambiamenti profondi del Capitalismo italiano. Dopo le dismissioni dei settori industriali pubblici nei primi anni Novanta, con Prodi Presidente dell’Iri e Draghi Direttore del Tesoro, si passò al settore industriale Fiat, con qualche resistenza di Cuccia quale rappresentante, di quel Capitalismo Familiare rimasto in vita nel “salotto buono” di Mediobanca; alla morte di Cuccia (2000), la minacciata dismissione o eventuale vendita della Fiat, si fece più concreta, con il curioso (ma non troppo) “acquisto differito” della General Motors, poi conclusosi nel riacquisto (obbligato) della Fiat. Il riacquisto fu la conferma della mutata composizione patrimoniale in atto, come appare nel Bilancio del 2004, della capogruppo finanziaria Fiat denominata IFIL: nell’Attivo Immobilizzato troviamo Investimenti Finanziari rappresentate da quote di partecipazioni di società, dei settori industriali (Fiat-Group), immobiliari, bancari (Intesa-Sanpaolo), turismo; lo Stato patrimoniale dell’Attivo Corrente (disponibilità liquide) presenta una notevole dilatazione finanziaria , di investimenti in prodotti finanziari per un valore di circa dieci miliardi di euro (investimenti confermati negli ultimi anni di bilancio). Se si sommano i valori delle Immobilizzazioni Finanziarie ( delle società partecipate) con i valori dell’Attivo Circolante dei prodotti finanziari (liquidità a disposizione), la parte rimanente di Attivo investito in Immobilizzazioni, in strutture industriali, ricerca, ammodernamento, in pratica tutta la tipologia di investimenti industriali, risulta nettamente inferiore rispetto agli investimenti finanziari. Il Bilancio del “Gruppo Fiat Auto”(settore industriale) del 2006, controllato dalla IFIL, conferma questa estesa contaminazione finanziaria: nel valore Immobilizzato dello Stato Patrimoniale, la voce Partecipazioni (finanziarie) rappresentano la quota di valore, di gran lunga più alta rispetto all’ Attivo complessivamente investito: 14,5 miliardi di euro di Partecipazioni, rispetto a 15,5 euro del Totale Attivo (Totale Investimenti). Se si passa ad esaminare l’aspetto economico del 2006 del gruppo Fiat, troviamo un Reddito d’Esercizio (Profitto) pari a 2,343 miliardi di euro, rispetto allo precedente 2005 1,117 miliardi di euro, che fece gridare allo scriteriato coro di sindacalisti e politici, al “miracolo Marchionne;” una lettura più attenta della relazione di Bilancio, ci porta a concludere che il miracolo(i) del Reddito d’esercizio 2006, non è altro che l’ammontare dei dividendi percepiti dal valore delle partecipazioni finanziarie, pari a 2,461 miliardi di euro.
Questa mutazione genetica, ha trasformato la Fiat da società automobilistica, a società ambivalente: produzioni di automobili insieme alla produzione di finanziario; come a dire se non va bene la vendita di automobili, ci si può sempre rivolgere al mercato finanziario ( e sempre al peggio). Ma per ritornare al “riacquisto”obbligato (della Fiat), tale contratto poteva essere portato a compimento solo attraverso un ‘garante’ che godesse della fiducia internazionale (Usa), affinché non solo l’operazione andasse a termine, ma proseguisse l’operazione di ‘maquillage,’ già iniziata dalla General Motors (Usa), oltre ad altri nobili intenti che sottendono l’operazione: nascondere ‘il ‘bidone’ del riacquisto, che avrebbe sputtanato l’intera classe politica, sempre prona rispetto agli interessi Usa. Per continuare il ‘maquillage’ serviva l’Uomo del futuro( Fiat), (pre)destinato a garantire tutta l’operazione; il personaggio Marchionne risultò essere quello che offriva maggiori garanzie all’uopo, il quale dopo aver ottenuto l’incarico di a.d. in Fiat, cercò di rilanciare la società, attraverso una nuova finanziarizzazione Fiat nella rivalutazione delle azioni , che passarono dai 4 euro cadauno (2004), a 23 euro, parallelamente al rilancio del settore industriale, con la nuova ‘500’ (prodotta in Polonia). Il gioco della sopravalutazione delle azioni, (acquisto e rivendita del titolo nel mercato internazionale), per ottenere ulteriori finanziamenti non poteva essere fatto dalla sola casa torinese; serviva una o più ‘spalle’, nella collocazione all’estero del titolo Fiat; oltre alla società Exor, il solito giro finanziario delle Banche d’affari, che nell’acquisto e la rivendita dei titoli, possono tenere artatamente alto il valore del titolo.
Sulla società Exor, le sorprese non mancano: è una holding finanziaria della famiglia Agnelli per operare sui mercati internazionali, già utilizzata in passato come “cassaforte personale” di Gianni Agnelli per fare speculazioni internazionali con l’aiuto di Alberto Cribiore, numero due della Banca d’Affari “Clayton & Dubilier” la più grande banca del mondo di ‘leverage ’ e di “hedge fund”(titoli spazzatura) e, si ricorda a questo proposito, come grande artefice della crisi (fine anni Novanta) delle “Tigri Asiatiche.” La sopra nominata società (Exor) è ritornata alla ribalta grazie alla Famiglia Agnelli che, attraverso essa e Marchionne, nel
G.D. dicembre ‘07
Quel furbastro di Luca Cordero di Montezemolo si è dato alla filantropia, del resto i soldi che distribuisce “a cuor leggero” sono frutto di un cospicuo “bonifico” statale recante la firma del Governo Prodi, con causali plurime che vanno dalla mobilità lunga, alla rottamazione, al cuneo fiscale ecc. ecc.. Peccato però che questa beneficenza non vada a saldare il conto che languisce da giugno, ben più salato, del rinnovo contrattuale per i metalmeccanici.
Se facciamo qualche “conticino” vediamo subito che quest’operazione costerà alla FIAT 3 milioni al mese (30 euri di aumento per 75mila dipendenti), ma evidentemente il gioco vale la candela. Ovvero, potrebbe trattarsi della solita iniziativa a doppio fine: “addolcire” le relazioni industriali a livello aziendale prima di arrivare al nocciolo della tenzone (il rinnovo contrattuale, per l’appunto) e, al contempo, indebolire il potere di contrattazione dei sindacati giocando sulle loro divisioni. In pratica, i sindacati chiedono aumenti per il settore che, a seconda delle specializzazioni, si aggirano tra i 100 e i 117 euri lordi (quindi più un terzo di quanto elargito dalla casa torinese con l’ultima “trovata”).
Naturalmente, Montezemolo e l’ad di FIAT Marchionne spazzano il campo dalle “dietrologie” e fanno derivare tanta generosità dal fatto che i conti del gruppo sono migliorati e che gli operai hanno diritto a partecipare agli utili rinvenienti dalla rinascita della casa automobilistica (a tal proposito, altri 600 euri lordi saranno “donati” in busta paga ai lavoratori Ferrari per la recente conquista del campionato del mondo di Formula 1).
Ma vi è anche un segnale politico nell’azione di Montezemolo & c. perché le maestranze Fiat sono tra quelle che hanno risposto con un secco niet al protocollo di Luglio sul walfare. E siccome il presidente della Fiat è stato il primo sponsor di quell’infausto accordo…
In più, sembra che per il prossimo futuro la programmazione potrebbe perdere di fluidità visto che le idee cominciano a scarseggiare e che i concorrenti hanno affilato i denti.
Questo non fa che rafforzare la nostra tesi per cui o alla Fiat riesce l’operazione politica di blindare i suoi legami con il governo (a prescindere da chi siederà sullo scranno più alto di palazzo Chigi, resti Prodi o arrivi qualcun altro) oppure l’anno prossimo ci sarà da ridere, con i favolosi bilanci di questa fase che potrebbero perdere molti rattoppi (per esempio, le numerose "pezze" derivanti dagli aiuti statali). Del resto anche
[Ndr, con questo articolo di La Grassa chiudiamo la settimana e ci aggiorniamo a lunedì 1°ottobre poichè il gruppo che lavora intorno al blog ha fissato due giornate per discutere di questioni politiche ed organizzative]
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Certo è incredibile che non si possa prendere a pedatone il più arrogante e odioso personaggio che abbia calcato le scene governative italiane di tutti i tempi; cioè Visco (“con il Fisco al naso”). E non se ne può più di questa meschina figura dalla faccia di tolla, cioè l’(im)Prodi che dice e non dice (non oggi ma domani) su tutto; in questo momento sulla tassazione delle cosiddette rendite – cioè i modesti risparmi di milioni di persone in Italia – per non perdere Dini e tirare a campare con danni gravissimi per il paese.
Ma non è questo il fatto del giorno da commentare; meglio riferirne uno che dimostra come: a) questa sinistra sia una accolita di semplici servi e complici dei “padroni” (mi si passi la terminologia un po’ arcaica); b) quelli di questi ultimi che hanno in mano il paese siano i più parassiti di tutti, rappresentino una malattia lunga e grave che porta alla morte tra molte sofferenze. Tale gruppo di “padroni” ha al vertice il “Trio infernale”, cioè Intesa, Unicredit e il “gruppo Fiat” (non necessariamente d’accordo fra loro, anzi….); quest’ultimo è dall’inizio del secolo scorso che imperversa nel nostro paese, e ha acquisito “meriti speciali” (di sanguisuga) dopo la caduta del fascismo. E’ su quest’ultimo che oggi vorrei dire due paroline.
Tutti sanno che, dopo la lotta tra Romiti e Ghidella, finita con la piena sconfitta del secondo (interessato alla Fiat auto e contrario alla “diversificazione” delle attività aziendali con eccessivo spazio concesso a quelle meramente finanziarie), la grande impresa attraversò un periodo di falsa floridezza, in cui persino una pattuglia di cretini di “estrema sinistra” (non a caso “operaisti”; con purtroppo l’aggiunta, per brevissimo tempo, del sottoscritto, non mi tiro indietro), già adoratori del “toyotismo” (o ohnismo, da Ohno allora “boss” della casa automobilistica giapponese), si mise ad inneggiare alle “grandi tecnologie avanzate” utilizzate dalla casa torinese, tipo il robogate o il Lam, ecc. Finì, come tutti sappiamo, con
Qualche dubbio permane, tuttavia, dato che, anche dopo questo miracolo (di prima è bene nemmeno parlarne, perché ci vorrebbe un libro di centinaia di pagine per illustrare i favori fatti alla Fiat da maggioranze ed opposizioni), il membro più prestigioso del “Trio infernale” non ha fatto altro che chiedere favori su favori (in bei soldini) allo Stato: dai prepensionamenti (di 2000 lavoratori sui 50 anni), in gran parte finanziati dal settore “pubblico”, alla nuova rottamazione e via dicendo. Recentemente, tale impresa ha lanciato in pompa magna la “novità del XXI secolo”, la nuova 500 (fatta in Polonia e che sembra avere qualche difficoltà in Cina, mercato assai ambito), mentre non pare andare per niente bene la vettura (la nuova Bravo? Se sbaglio macchina mi si scusi) fatta in Brasile.
Negli ultimissimi tempi – dopo aver pienamente appoggiato il centrosinistra alle elezioni, così come ha fatto l’intero gruppo Rcs (editoriale di Mieli sul Corriere dell’8 marzo 2006) – il “gruppo Fiat” ha deciso di imitare la sua accozzaglia politica preferita, sceneggiando almeno due posizioni diversificate (tipo sinistra “moderata” e quella “estrema”). Montezemolo, anche per cercare di far eleggere uno dei “suoi uomini” (o donna) presidente di Confindustria, critica il Governo soprattutto sulle tasse, cercando così di recuperare le piccolo-medie imprese, che cominciano ad accorgersi di quanto siano parassiti i grandi capitalisti controllori del centrosinistra al governo. “Marpionne”, invece, blandisce quest’ultimo, cercando perfino consensi presso i “radicali” e i sindacalisti. Ecco la più perfetta commedia delle parti, con divisione dei ruoli e dei compiti.
Sabato scorso l’ad “fiatino” è andato a Bari al convegno organizzato dalla rivista Industria, di pretta area prodiana, e ha fatto il suo show in favore del capitalismo nostrano di tipo “solidaristico” (ha detto proprio così!), mentre ha criticato quello anglosassone, così liberista e duro verso i lavoratori. Il credente, e dunque “beato in quanto povero di spirito”, Fassino ha subito cercato la via per il “Regno dei Cieli” con una intervista al Corriere (di Domenica scorsa), in cui ha più che lodato ed elogiato “Marpionne” in quanto capitalista “buono” (del resto l’aveva già detto mesi fa uno che se ne intende: Bertinotti). In genere, tutta la sinistra apprezza vivamente l’ad della Fiat, il “mago del miracolo” (mi sembrava però che gli operai, visti qualche tempo fa a Mirafiori mentre insultavano i segretari confederali, non avessero la stessa opinione bertinottiana e fassiniana).
In perfetta concomitanza con le “solidaristiche” affermazioni baresi, “Marpionne” ha riproposto quanto già era in piedi da qualche mese: se si vuole rilanciare e sviluppare la produzione della Lancia Y a Termini Imerese (sventolando la solita “acciughina” dell’incremento o almeno mantenimento dei posti di lavoro), è necessario che lo Stato (cioè il Governo “amico” di centrosinistra) dimostri il suo spirito “solidaristico” sganciando una bella manciata di “sghei” (la “mobilità lunga”, tanto per ricordarlo, già costa sul miliardo di euro). Il Governo “amico”, pronto (e prono), ha subito annunciato che darebbe 250 milioni a fondo perduto (cioè regalati; sempre per “solidarietà”).
Adesso è meglio scherzare, tanto non siamo in grado di cambiare le cose; fosse al governo il centrodestra (come in Sicilia), malgrado tutte le sviolinate fatte ai piccolo-medi imprenditori e al lavoro autonomo, la scusa della “occupazione”, pur di favorire
Cerchiamo solo di trarne qualche lezione, “a futura memoria”. Intanto, è ben difficile non nutrire seri dubbi sul “miracolo” Fiat, poiché altrimenti non si comprende questa continua questua allo Stato.
Alcuni punti vanno tenuti presenti. Non si toglie il potere ai gruppi dominanti economico-finanziari, in sella da un’intera epoca, se non attraverso l’azione – eufemisticamente, definiamola “energica” – di agenti politici “autonomi” rispetto ai gruppi dominanti in oggetto. Salvo però che non si sia in grado di veramente sollecitare le “energie” della maggior parte del popolo, il togliere potere a questi gruppi dominanti non significa riuscire a farli uscire immediatamente di scena; debbono invece essere colpiti i suoi agenti politici: questi, sì, vanno buttati fuori dal palcoscenico. I gruppi dominanti, insomma, perderebbero potere (sul governo della “cosa pubblica”) in quanto sarebbero battute e disperse le loro truppe politiche ed esautorati i generali che le comandano. In secondo luogo, gli agenti del “rinnovamento” – a meno che non siano “quelli dell’ottobre
In ogni caso, non si tratta di favorire il capitalismo “buono” contro quello “cattivo”. Simili idiozie sono solo affermate dagli opportunisti, venduti e mascalzoni detti “di sinistra”; perché la sinistra ha avuto in tutta la sua storia questa funzione di far credere alla riformabilità del capitalismo; nel senso di renderlo per sempre umano, solidaristico, antiliberista e dedito al Welfare per “tutto il popolo”. I gruppi dominanti capitalistici sono solo efficienti o inefficienti; sanno fare profitti (estrarre plusvalore e trattenerlo per loro) o scaricare le loro perdite sulla collettività lavoratrice (sul plusvalore estratto a tutti i suoi componenti); sanno utilizzare i mezzi finanziari per lo sviluppo tecnico-scientifico e dei settori di punta, innovativi, o invece se ne servono per farli apparentemente crescere su se stessi, con ciò provocando appunto i fallimenti (e le “esplosioni delle bolle”) con devastazioni che servono a rastrellare il “pluslavoro” della maggioranza della popolazione; sanno darsi una certa autonomia – alla guisa della listiana “industria nascente” contro gli interessi dei capitalisti inglesi, predominanti in quell’epoca – oppure si pongono al servizio di altri predominanti (come fecero, sempre per rifarsi a quell’esempio storico, gli schiavisti piantatori di cotone del sud degli USA e gli Juncker tedeschi nei confronti dei capitalisti inglesi).
Detto in termini più chiari, bisogna togliere il potere politico alla GFeID e al “Trio infernale”, scompaginando le loro truppe politiche, in particolare quelle di sinistra, le più prone ai loro voleri; per di più in grado di organizzare – cosa che non può fare, strutturalmente, la destra – la commedia delle parti (“riformisti” e “radicali”) che tanto serve ai loro interessi, protraendo una situazione di degrado politico e di putrefazione sociale che ha ormai del pericoloso. Nuovi gruppi di agenti politici – non so quali, sia chiaro, sto parlando in termini di necessità per sopravvivere, non di esistenza delle condizioni necessarie a sopravvivere – debbono prendere il davanti della scena, piegando ben bene il capitale finanziario a nuovi progetti; dando nel contempo forte impulso ad aziende – si tratta di esempi – tipo Finmeccanica, Eni, Enel, forse Fincantieri, ecc. Il fatto che si tratti di imprese ancora – solo in parte – “pubbliche” non è per nulla la questione decisiva; anzi tale condizione rende i loro vertici dirigenti troppo “accomodanti” verso il Governo della GFeID e del “Trio infernale”. Bisogna rafforzare questi vertici, se del caso mutarli, renderli in ogni caso più autonomi e liberi da “lacci e laccioli”, affinché siano in grado di svolgere fino in fondo il loro mestiere non solidaristico, ma di netto e vivacissimo impulso impresso allo sviluppo e ammodernamento scientifico-tecnico del sistema-paese Italia. Tutto lì.
Spero di essere stato fin troppo chiaro; c’è molto da dire in proposito, ma non si cuoce l’intero “maiale” se non mettendolo allo spiedo a rosolare assai lentamente e con “cura amorevole”. Molti lati della questione andranno presi in considerazione. Assolutamente no, tuttavia, la discussione sul capitalismo buono o cattivo, riformabile o meno, a misura d’uomo o troppo affamato di profitti, solidaristico o liberista, e via cianciando. I “buoni sentimenti” sono compito del Papa – e in lui non mi danno fastidio in quanto ne riconosco la valenza apertamente ideologica pur se pretende di essere ideale (in ogni caso afferma dei “valori”) – ma diventano fastidiosi, e di puro inganno mascalzonesco e cialtrone, quando si rivolgono a chi lavora in una organizzazione economica che deve in ogni caso produrre, non sostituire la famiglia o altre “ideali comunità” (di facciata comunque).