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ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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domenica, 13 gennaio 2008

LA POLITICA PRIMA DELLA FINANZA di G. La Grassa

Prima di iniziare a parlare dell’argomento che sarà oggetto del mio scritto, lasciatemi irridere alla “grande democrazia americana” basata, come ormai in tutto l’occidente “servo” di questa nazione prepotente, sulle elezioni lobbistiche e affaristiche. La Hillary ha vinto nel New Hampshire o per la recita della parte di donna secondo gli stereotipi del genere, fingendo commozione e asciugandosi ostentatamente una lacrimuccia, o per brogli incredibili e sfacciati (secondo quanto riportato da G.P. nel blog sotto questo mio scritto). Del resto, anche in Georgia hanno vinto i filooccidentali con brogli denunciati dalla controparte, ma su cui la stampa europea, appunto asservita ai sopraffattori americani, non ha sollevato obiezioni, mentre si è sempre scatenata nel denunciarli non appena vincono “gli altri” (come ad esempio in Bielorussia). Non ho alcuna intenzione di nascondere che, tra queste meschine sceneggiate dette “democrazia” e un’aperta dittatura, tutto sommato preferisco quest’ultima. Contro di essa si ergono degli uomini, a votare le corrotte lobbies “democratiche” corre quella parte della popolazione ridotta ad “animali da cortile”. Bisogna svergognare e combattere sistematicamente questa democrazia, un vero obbrobrio da seppellire sotto le macerie che sta producendo in tutto il mondo rendendo i popoli, da essa anche solo toccati, degli ammassi di robot umanoidi (odiosi e monocordi, a differenza dei buffi e teneri “androidi” di “guerre stellari”).

 

Chiarito il mio punto di vista (nettamente “antidemocratico”, se la democrazia restasse questa autentica “monnezza”; altro che quella napoletana!), passo ad altro. La crisi batte alle porte, e mi sembra sia unanimemente ammesso che durerà almeno per il 2008 e 2009, creando quasi certamente difficoltà notevolissime soprattutto in un paese ormai sfasciato qual è il nostro. Impossibile dire al momento se si dimostrerà controllabile o meno, di quale reale gravità essa sarà, quali i suoi risultati in termini politici e sociali; troppe le incognite in questo problema. Tuttavia, esiste almeno una certezza: si continuano ad ascoltare i cosiddetti esperti, gli economisti, che insistono con la globalizzazione e stabiliscono correlazioni tra semplici dati economici senza tenere nel giusto conto la politica, in particolare quella degli Stati dei paesi che, al contrario degli ormai smarriti organi politici del capitalismo “occidentale” (tutti subordinati pedissequamente agli Usa), stanno crescendo “ad est” quali probabili nuovi poli di lotta tra potenze.   

Non esiste alcuna globalizzazione, se non nell’apparenza di superficie del mercato, di cui si cantano le “virtù” qualora resti “libero” da influenze “esterne”. Se il suo funzionamento non corrisponde alle leggi, contrabbandate dagli economisti di cui sopra come del tutto virtuose e assolutamente oggettive e neutrali (alla guisa, che so, della legge di gravitazione universale), ciò sarebbe semplicemente dovuto a turbative dell’asettico libero scambio mercantile da parte della invadente politica (statale); questi “Soloni” si dimostrano sempre più inutili (anzi dannosi per i poveracci che credono alle loro ricette) con le loro sbrodolature economicistiche pseudoscientifiche. In questa sede, tuttavia, non intendo parlare direttamente del fenomeno detto crisi, ma delle sue più decisive (e strutturali) cause determinanti, che non sono strettamente economiche né tanto meno semplicemente finanziarie.

Le crisi, come del resto le guerre, sono fenomeni insiti nell’assenza di coordinamento dovuta al conflitto intercapitalistico, diciamo più genericamente tra dominanti. Quanto più acuto e vasto è il conflitto in oggetto, tanto maggiore e generale diventa il caos; il suo livello più alto dipende, in ultima istanza, dallo sviluppo ineguale dei capitalismi (cioè delle diverse formazioni particolari di tale tipo), un esempio lampante del quale è oggi rappresentato dalla crescita impetuosa dei paesi asiatici, pochi decenni fa considerati “campioni” del sottosviluppo. Nel ‘900 (prima metà), l’entrata in una fase pienamente policentrica, dopo il definitivo declino della supremazia centrale inglese, determinò sia la “grande crisi” (1929-33) sia fenomeni ben più incisivi e squassanti quali le due guerre mondiali. Dopo una fase cinquantennale di apparente congelamento della situazione (la “guerra fredda” tra i due “campi”), si affermò una nuova prevalente centralità statunitense.

Sia durante la fase di congelamento (nella prima metà anni ’70) che in quella di monocentrismo Usa (verso la seconda metà anni ’90), si produssero due congiunture di intenso squilibrio nel sistema capitalistico, ma non scoppiò alcuna crisi devastante. In questi ultimi decenni, ma soprattutto dopo il crollo del “socialismo”, si è sciorinato tutto l’armamentario concernente la globalizzazione, le virtù del libero scambio, ecc. Come già all’epoca del predominio inglese (prima metà dell’800 con la teoria dei costi comparati di Ricardo, accesamente contrastata da quella di List relativa alla “industria nascente”, favorevole alla crescita della Germania), anche in questa seconda fase monocentrica i neoliberisti giocano in favore della sudditanza dell’intero mondo agli Usa; tramite appunto le schematiche e ingannevoli tesi della globalizzazione e del libero commercio internazionale, che creerebbe ricchezza per tutti (una menzogna che si ripete da ormai due secoli e che trova ancora degli ingenui pronti a crederci, mentre alcuni ben remunerati “esperti” la diffondono con sempre più complicate argomentazioni statistico-matematiche, vero “cagliostrismo” in salsa pseudoscientifica!).

L’incontrastato monocentrismo statunitense è fortunatamente durato poco. Tuttavia, il cammino intrapreso per entrare in una nuova fase policentrica è appena agli inizi; a mio avviso, il suo sbocco finale è pressoché ineluttabile, ma i tempi in cui ciò avverrà e quali paesi assurgeranno alla fine a reali nuovi poli conflittuali per la supremazia globale (che non ha logicamente nulla a che vedere con le fantasie della globalizzazione liberista!), non è per null’affatto ancora deciso con chiarezza. Non a caso, solo 3-4 anni fa la previsione era di un principale antagonismo Usa-Cina, che si sarebbe affermato nel giro di una ventina d’anni. Oggi, l’antagonista principale del paese predominante sembra invece la Russia; l’India, inoltre, si sviluppa attualmente a tassi non lontani da quelli cinesi e non è certo escluso che contenda il primato in Asia al suo grande vicino. Il Giappone è in affanno – eppure, quindici anni fa, si teorizzava un mondo tripolare tra Usa, Germania e, appunto, Giappone (anzi, quest’ultimo veniva trattato ormai quale futuro dominatore della scena mondiale al posto degli Stati Uniti) – ma sarebbe assurdo considerarlo del tutto fuori gioco.

In un mondo così in movimento, lo scoordinamento aumenta; dunque, si accresce la probabilità di crisi di portata più vasta rispetto a quelle finora conosciute. Esse si manifestano sempre di prim’acchito, in un sistema capitalistico, nei loro aspetti finanziari, e in particolare con disordini borsistici che vanno aggravandosi (non con andamento lineare e continuo, naturalmente). Chi cerca di non rimanere alla superficie, tipo i marxisti tradizionali, “scendono” fino a una serie di determinanti di tipo pur sempre economico, ma valutate nel loro aspetto reale, inerente alla produzione, all’andamento di costi, prezzi, profitti (e loro saggi), e via dicendo. Solo una diversa serie di ipotesi teoriche (che sto in parte sviluppando nel sito) può dimostrare l’insufficienza di tali analisi economicistiche. Una considerazione meno deficitaria deve portarsi al livello dello scontro geopolitico, dei rapporti di forza tra formazioni capitalistiche particolari (e tra capitalismi con struttura sociale, livelli e, ancor più, tassi di sviluppo differenti). La crisi incombe così come si accresce la probabilità di scontri di tipo latamente bellico; il che non implica sempre guerra guerreggiata, cioè scontri militari diretti tra i nuovi poli in conflitto (per il momento almeno, grande rilievo avranno i servizi segreti e i loro contrasti complessi e nascosti, con flussi multipolari fra loro intrecciati in modo quasi inestricabile, data la loro scarsa visibilità).

Le crisi, come gli urti di tipologia bellica (i più acuti e densi di effetti sono oggi in gran parte sotterranei), mutano i rapporti di forza tra i poli conflittuali, i quali cercano di gestire tali avvenimenti. E’ ovvio che non ci riescano compiutamente, che anzi si trovino spesso a navigare a vista in assenza di preciso orientamento; guai però a pensare che, in tali periodi procellosi, i “soggetti politici” si debbano soltanto adeguare a presunte leggi del tutto oggettive e che procedono verso il loro (pre)determinato sbocco, il quale è invece il risultato di molteplici e multiformi strategie di lotta, implicanti l’utilizzazione di mezzi di vario tipo: economici come politici (e militari) e anche culturali (tipo lo “scontro di civiltà”).

Innanzitutto, prendiamo atto che il declino statunitense non impedisce a questo paese – ancora il più potente; non solo militarmente bensì anche scientificamente e tecnologicamente (e come solida struttura industriale e finanziaria) – di rivedere la sua strategia e di tentare di arginare la perdita di influenza. Il conflitto in Irak non sembra andare oggi molto bene per chi intende resistere allo straniero; l’insensato (almeno per noi) conflitto tra sunniti e sciiti ha favorito un qualche accordo tra gli Usa e i primi, fra l’altro mirante a contenere l’eventuale spinta proveniente dall’Iran (che potrebbe avere più difficoltà interne di quanto appare; ma la butto là, sia chiaro). Pure il conflitto tra Israele e palestinesi, per quanto il primo non sia più così baldanzoso e potente come un tempo, è piuttosto impantanato. Mi sembra che lo slancio arabo, e in generale musulmano, sia per lo meno in fase di stallo (temporanea?). Si spera di più in Afghanistan, e nel vicino Pakistan, ma perché quella zona è confinante con le potenze in crescita (Russia e Cina in particolare), cui vanno assegnate molte più probabilità di riuscire ad intaccare in modo incisivo il predominio centrale statunitense rispetto alla fin troppo esaltata lotta delle “masse diseredate” dei paesi musulmani. Si può anzi dire fin d’ora che quest’ultima si è in buona parte infilata in un cul di sacco, dal quale uscirà solo in presenza di un netto accrescimento della potenza russa e cinese (ma Russia e Cina agiscono, sia chiaro, per i propri interessi, alla guisa di qualsiasi altro settore dei dominanti; niente sciocche illusioni al riguardo!).

Si è fin troppo ingigantita l’importanza delle “masse in rivolta”; nella fase odierna – non in generale e per tutta “l’eternità”; tornerà anche il momento delle rivoluzioni popolari, ma più in là – vale cento volte di più la potenza dei paesi in accelerato sviluppo; se quest’ultima non cresce, non ci sarà nessuna lotta di massa in grado di invertire la “ruota della storia”. Gli Usa l’hanno ben capito: la loro forte presa sull’Europa (e sull’Italia, nuovamente diventata centrale per il loro predominio in questa zona, dopo la sottovalutazione che condusse al rovesciamento del regime Dc-Psi con l’utilizzazione della magistratura nel 1993) lo dimostra. Il 1999 – con la guerra contro la Jugoslavia (che ha dato una bella scossa alla Russia mettendola sull’avviso), in cui l’Europa, e in particolare l’Italia del sinistro governo D’Alema, fu costretta ad assumere addirittura una posizione di forte aggressività per conto dei predominanti – è stato un tornante decisivo; soprattutto dopo di allora, i paesi europei orientali (già antirussi) sono divenuti base (talvolta anche militare) di operazioni statunitensi miranti al nuovo “accerchiamento” della Russia.

Anche le varie trame Usa – basate sul dispositivo della “democrazia” elettoralistica (corrotta e affaristica) – in Ucraina e Georgia che si vorrebbe far entrare nella Nato, così come l’intenzione di apprestare un sistema antibalistico posizionato nei paesi europei orientali, sono ulteriori strumenti di questa politica di accerchiamento e/o di contenimento della Russia che inaspettatamente – pur amputata rispetto all’Urss a causa del crollo dell’intero sistema “socialista”, dimostratosi incapace di rispondere al dinamismo capitalistico – sta accrescendo la sua rinnovata potenza. Nella stessa direzione vanno i tentativi statunitensi di penetrazione nelle diverse Repubbliche centroasiatiche (in alcune si sono anche installate basi militari), cui Russia e Cina hanno risposto con l’OCS, cioè il “patto di Shanghai” [sei paesi membri: Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan, cioè ben 4 delle 5 repubbliche centroasiatiche; vi sono poi quattro paesi “osservatori”: India, Iran, Pakistan, Mongolia]. L’OCS, che sempre più si rivela un buon contraltare alle mene degli Stati Uniti intese a mantenere la propria sfera d’influenza asiatica e a ostacolare la crescita delle nuove “potenze a est”, raggruppa paesi abitati da metà della popolazione mondiale e in possesso di metà delle riserve di gas e petrolio globali. Si tenga presente che la controffensiva russa nell’area centroasiatica ha già conseguito il risultato di far chiudere o mettere in chiusura un paio di basi americane (Khanabad in Uzbekistan e l’aeroporto di Manas in Kirghizistan, mentre in tale paese la base aerea di Gansi è tuttora affittata agli americani, ma si tratta comunque dell’unico loro avamposto rimasto in quell’area).

In questo contesto sarà interessante assistere agli sviluppi della prossima crisi, forte o debole che sia. Di fronte ad essa, che al momento si presenta ancora nel suo aspetto “di superficie” finanziario – e non potrebbe essere diversamente in un mondo dominato dalla produzione (capitalistica) generalizzata di merci – la formazione particolare che ha maggiori probabilità di uscirne non dico indenne, ma meno toccata, dovrebbe essere proprio la Russia. Tale paese dipende certamente ancora troppo dall’estrazione ed esportazione di gas e petrolio (soprattutto del primo); si tratta di un elemento di debolezza nel lungo periodo, se la Russia non svilupperà nuovamente una forte industria (anche militare), ma nel breve presenta invece aspetti positivi. E’ ovvio che una crisi mondiale vedrà diminuire la domanda di fonti energetiche. Tuttavia, la Russia esporta gas e petrolio verso decine e decine di paesi; inoltre, la centralizzazione (politica) della sua economia – per quanto oggi basata sui due pilastri capitalistici: mercato e impresa – le consentirà di meglio controllarne l’andamento, una volta che anch’essa fosse interessata dai fenomeni della crisi (o recessione) mondiale. Insomma, la Russia ha sistemi di risposta, ai fenomeni negativi della congiuntura economica, che si riveleranno con molta probabilità più efficaci di quelli dei paesi capitalistici di tipologia “occidentale” (fra cui va annoverato il Giappone).

La Cina può apparire più sensibile ed esposta a pericoli, dati i suoi evidenti legami finanziari con gli Usa. Innanzitutto, essa tiene l’yuan abbastanza agganciato al dollaro; ultimamente, ha concesso un minimo di rivalutazione della sua moneta, ma in generale la conserva ancora su livelli piuttosto bassi rispetto a quanto vorrebbero i paesi dell’occidente. Inoltre, vi sono molti intrecci tra alcune grandi banche cinesi e americane; ultimamente le prime hanno concesso liquidità alle seconde, e perfino acquisito (almeno in prospettiva) partecipazioni azionarie in esse. Si potrebbe dunque pensare a un abbastanza convergente andamento dell’eventuale congiuntura negativa nei due paesi. Tuttavia, si tratta di un’impressione legata ancora una volta a considerazioni troppo sbilanciate in direzione della centralità e predominanza dell’economia – e delle sue “leggi” presunte oggettive, di carattere deterministico, quindi ineluttabili e incontrollabili – rispetto a una politica supposta impotente nei confronti di queste ultime (un po’ come un villaggio del Bangladesh di fronte a un’ondata anomala generata da un maremoto). La Cina ha senza dubbio un sistema economico interessato ampiamente da forme capitalistiche – le solite: impresa e mercato – che è tuttavia sottoposto a un forte intervento dei poteri centrali. Questi non possono evitare l’eventuale congiuntura negativa, ma ne influenzeranno comunque in modo non irrilevante l’evoluzione, gli sbocchi, lo stabilirsi di un certo assetto dei rapporti di forza a livello internazionale.

Gli Usa stanno cercando di accelerare – nell’ultimo anno dell’attuale presidenza – le loro operazioni tese a rinsaldare (o comunque tenere) posizioni predominanti in Medio Oriente (imputridimento della situazione in Irak, “pace” con le armi in Palestina) e ad alimentare le “rivoluzioni democratiche” in Georgia, Ucraina, che vorrebbero estendere al Pakistan (l’uccisione della Bhutto è stato un brutto colpo, ma comunque verrà fatto il possibile, con i dovuti brogli, pressioni, minacce, ricatti, corruzione, ecc. per far vincere le elezioni previste in febbraio ai loro “servitori”). Da non sottovalutare le trame per disturbare la Russia nelle sue zone di influenza centroasiatiche onde metterla sulla difensiva, e magari approfittarne per lanciare un attacco all’Iran. In tal evenienza, però, sono sufficienti attacchi aerei al fine di provocare mutamenti radicali all’interno di questo paese? Perché, se tale obiettivo non venisse raggiunto, si provocherebbe un effetto boomerang; e pensare ad occupazioni militari del territorio iraniano è piuttosto avventuristico. In ogni caso, nulla di tutto quanto è stato appena detto sarà conseguito in tempi brevi, prima ancora del prodursi della congiuntura critica (pesante o meno che sia). E non è possibile prevedere se quest’ultima accelererà i piani aggressivi statunitensi o li smusserà.

Appare comunque assai probabile che il cosiddetto “disaccoppiamento” (degli effetti prodotti dalla crisi nel sistema economico del paese predominante in rapporto a quelli provocati negli altri paesi capitalistici) sarà effettivo per quanto concerne Russia e Cina (per i motivi sopra accennati), mentre è quasi sicuramente un errore di prospettiva per quanto riguarda Europa e Giappone, aree sufficientemente omogenee pertinenti al capitalismo di tipologia “occidentale” (dei funzionari del capitale). Il “disaccoppiamento” sarebbe credibile se le dette aree fossero capaci di sganciarsi dalla subordinazione agli Stati Uniti; poiché così non è, esse saranno investite pienamente da ogni onda di crisi che partisse dal paese predominante centrale. Il blog e i suoi normali lettori rappresentano però un elemento “castrante”, per cui ogni analisi deve essere ridotta all’osso. Pur attenendomi a questo principio, ho già allungato molto il mio discorso; per cui lo tronco (di brutto) qui e rinvio le considerazioni sull’Europa (e, in particolare, sulla “disgraziata” Italia) al prossimo futuro.  

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 21:14 | link | commenti (5)
categorie: economia, geopolitica, finanziaria
martedì, 25 dicembre 2007

UN FATTO INDICATIVO di G. La Grassa

Credo si sappia che cos’è il Mps (Monte Paschi Siena), uno dei pezzi pregiati della finanza detta “rossa” (con alto sprezzo del ridicolo). Questa banca, già tempo fa, passò un brutto momento per aver assorbito la Banca del Salento, dimostratasi poi del tutto dissestata (con la rovina di alcune migliaia di poveracci che le avevano affidato i loro soldini). Si verificò il caso del tutto anomalo dell’ad (amministratore delegato) della banca incorporata – dato per “amico” di D’Alema (che smentì con una lettera al Foglio, smentita a cui non so quanti abbiano creduto) – diventato ad del Mps (l’incorporante), per essere in seguito “dimissionato” dopo la rivelazione del dissesto della banca pugliese (cadendo però in piedi, visto che andò a dirigere la sezione italiana della Deutsche Bank). Nel blog abbiamo raccontato, almeno in parte, questa vicenda circa un anno e mezzo fa. Tralascio quindi la riesposizione degli incresciosi fatti che forse, prima o poi, dovrebbero essere più accuratamente riesaminati poiché sono un vero “paradigma” del modo di procedere del nostro capitale finanziario (con il mondo politico che vi è connesso), e più in generale del capitalismo italiano, attraversato da anni da una autentica guerra per bande.

Vogliamo ancora ricordare che, all’epoca dello scontro interbancario (e intercapitalistico in generale) che condusse alla defenestrazione di Fazio e alla sua sostituzione con il (fino allora) vicepresidente dell’americana Goldman Sachs, il Mps si guardò bene dall’appoggiare l’altro pezzo importante della finanza “rossa”, l’Unipol, nel suo tentativo di acquistare la Bnl (Banca nazionale del lavoro), di cui – dopo l’intervento (sempre molto “ben giocato”) della Magistratura, che mise fuori gioco tale istituto assicurativo, i “furbetti del quartierino”, ecc. – si appropriò invece il Banco di Bilbao, mentre l’Antonveneta, cui mirava il ben noto Fiorani, cadde preda dell’olandese AbnAmro, più tardi incappata in alcune traversie finanziarie.

Più di recente si sono verificate sia l’unione tra Intesa e San Paolo che quella tra Unicredit e Capitalia (in entrambi i casi, si è trattato in realtà dell’incorporazione delle seconde da parte delle prime), per cui sembrava che il Mps dovesse ridursi a poca cosa nel panorama finanziario italiano. Improvvisamente, il “colpo d’ala” (apparente): con una barcata di soldi – da tutti giudicata eccessiva, veramente enorme (9 miliardi di euro), nettamente al di sopra del valore della banca incorporata – il Mps ha “inghiottito” l’Antonveneta rilevandola dall’istituto spagnolo sopra nominato. Per la verità, l’acquisto non è perfezionato, i soldi non sono stati ancora raccolti; se non erro, l’operazione dovrà però concludersi entro il prossimo luglio.

Ricordiamo intanto che tra i “patrocinatori” della banca toscana c’è Caltagirone (suocero di Casini, detto così per inciso) – considerato oggi molto vicino al Pd veltroniano – il quale ha già da tempo rilevato dai Benetton Il Gazzettino (il “quotidiano del nord-est”). Con l’acquisto dell’Antonveneta da parte del Mps viene a formarsi un polo bancario legato, anch’esso, al nuovo organismo politico del centrosinistra; si tratterebbe dunque di una ulteriore mossa compiuta nel tentativo di favorire la penetrazione di tale schieramento in una zona del paese sfavorevole all’attuale maggioranza governativa. Nulla di meglio, per compiere tale tentativo, che mettere in piedi un nodo finanziario-mediatico. Il povero Fassino ha fatto la figura che ha fatto chiedendo al telefono a Consorte: “Allora abbiamo una banca?”. Oggi, se volesse, il più fortunato Veltroni potrebbe ben dire: “Abbiamo finalmente una banca”. Ma queste sono quisquilie.

Interessa assai di più sapere come farà l’Mps a raggranellare infine i soldi (9 miliardi, lo ricordo) necessari per acquistare definitivamente l’Antonveneta. Intanto ha intenzione di lanciare un aumento di capitale di 5 miliardi (che offrirà, come prima opzione, ai già azionisti; e il principale socio privato della banca, con il 4% azionario, è appunto Caltagirone). Due miliardi dovrebbero essere raccolti mediante obbligazioni, 1,95 miliardi tramite cessione di asset (sempre di attività patrimoniali si tratta, malgrado il più anodino nome inglese) considerati “non strategici” (non chiedetemi quali sono e perché non sono strategici; questa non è materia da profani). Infine, è previsto un altro miliardo da raccogliersi mediante emissione di nuove azioni “al servizio di strumenti innovativi di capitale” (anche su questo, non chiedetemi alcuna spiegazione, provate eventualmente a telefonare al centralino del Mps). Se i calcoli non sono un’opinione, siamo perfino oltre i 9 miliardi richiesti, ma tutti sulla carta. Non c’è un solo miliardo di cui si possa dire con certezza: questo lo abbiamo qui ed ora, pronto sull’unghia, ben conservato nella nostra “cassa”.

Qual è però la più “simpatica” notizia diffusa in merito a tale faccenda? In attesa dell’abbondante e florida messe che verrà certamente raccolta da cotanto Istituto, il tutto verrà garantito dall’appoggio di banche, in maggioranza americane (alla faccia della ultimamente tanto declamata italianità), quali Goldman Sachs (che noia, è sempre tra i piedi, non c’è operazione in Italia che non la veda “in mezzo”), Merril Lynch e Citigroup. Queste ultime due, poi, pur essendo anch’esse senza dubbio giganti, sono rimaste pesantemente implicate (e impigliate) nella brutta faccenda dei prestiti immobiliari difficilmente recuperabili (subprime), hanno già dichiarato perdite di non ricordo quanti miliardi di dollari (ma tanti comunque) e, se non vado errato, i loro ad si sono già dimessi. Ci sono poi Crédit Suisse e Mediobanca, ma come “advisors” minori [è possibile tradurre con consulenti, assistenti finanziari, “piazzisti” di attività varie, ecc.? Mah, il termine inglese lascia più spazio all’immaginazione di qualcosa di meraviglioso e che risolve ogni problema, anche quello che Pinocchio tentava di risolvere seminando gli zecchini d’oro!]. Comunque, si tratta di operazioni complesse e non starò a raccontare che comprendo sino in fondo come esse si svilupperanno concretamente (nel frattempo, ho letto che in qualche modo c’entra pure la JP Morgan). 

Mi interessava solo far notare che questo è il “grande” capitalismo italiano, tutto intento ad operazioni meramente finanziare, condotte assieme a imprese (della superpotenza oggi mondialmente dominante) che, date le loro dimensioni e la ramificazione mondiale, sono sicuramente quelle che hanno in mano “il bandolo della matassa”. Il tutto ha un sapore da Repubblica di Weimar; per fortuna non c’è al momento alcuna “crisi del ‘29” e nemmeno un movimento “nazista” in fieri. La pericolosità di situazioni del genere mi sembra però evidente. L’Italia è un paese attraversato dalle scorrerie altrui, senza progetti industriali, senza sviluppo, senza ricerca scientifico-tecnica, senza un minimo di autonoma capacità di dare autentico impulso a quelle poche imprese di rilievo che abbiamo: Finmeccanica, Eni, Enel, ecc. Tali imprese conseguono certo importanti successi, ma sembrano sempre estranee al nostro sistema-paese; e l’attenzione del nostro miserabile establishment (e dei suoi servi politici) non è mai concentrata su di esse, bensì sulle grandi banche, sulle Generali (altro pezzo della finanza) e, al massimo, sulla Fiat, questa sanguisuga che da oltre mezzo secolo vive di “luce riflessa” (aiuti dello Stato).

A primavera ci sarà il cambio della guardia alla testa delle grandi imprese di pregio appena nominate, che sono ancora in gran parte in “mano pubblica”. Se questo marcio Governo, che infesta il paese e lo sta riducendo al lumicino, ancora non cade, ciò è (in parte) dovuto al fatto che, prima, le nostre cosche in lotta debbono decidere che fare (o forse disfare) di queste imprese d’avanguardia (tramite i loro lacchè di centrosinistra al governo) nonché regolare i loro conti ancora in sospeso (Intesa sta producendo il massimo sforzo, ma è ancora lungi dall’assicurarsi la vittoria nello scontro con Unicredit e gli altri: Mps appunto, Fiat e via dicendo). E’ in corso una lotta multipolare, con alleanze che sempre si annodano e si sciolgono, con posizioni da “giocatori delle tre carte” (come nel caso di Alitalia). Per capirne qualcosa di più preciso, dovremmo avere rapporti privilegiati con i servizi segreti (o almeno con la magistratura “in servizio permanente attivo”). Noi del blog non li abbiamo; ci arrabattiamo e intanto forniamo – a quei troppo pochi che ci leggono – qualche informazione “utile”. Più di così non siamo attrezzati a fare, ci mancano i mezzi.

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 16:09 | link | commenti (2)
categorie: finanziaria, casta
martedì, 20 novembre 2007

CONFERMA DA PARTE DEI FATTI di G. La Grassa

Nel mio Politica in dissoluzione, economia in degrado (di lunedì della scorsa settimana) avevo previsto che Prodi avrebbe superato, pur nel marasma e nel “mercato” più incredibile, il passaggio della finanziaria, lasciando deluso Berlusconi, che sembra essersi fatto prendere in giro da Dini. Avevo fornito anche una serie di motivazioni del perché sarebbe avvenuto un fatto del genere, motivazioni che non credo si troveranno facilmente in giro. Dopo un paio di giorni, una parte di queste ultime sono state addotte anche da altri due giornalisti (non certo “di sinistra”), certo più informati di me, ma forse un po’ meno “liberi”, per cui a me sembra abbiano detto meno di ciò che si poteva dire e che penso di aver spiegato più esaustivamente.

Avevo anche scritto che da metà novembre sarebbe iniziata la dissoluzione del centrodestra. Ovviamente, non mi aspettavo il coup de théâtre di Berlusconi. Solo i profeti possono “indovinare”; chi ha qualche buon strumento d’analisi “prevede” (parzialmente) la sostanza dei processi, non le forme specifiche con cui essi si svolgono concretamente. Comunque, ero vivamente sorpreso che nessun politico si rendesse conto di quanto ha capito un comico come Grillo, cioè l’enorme e rapidamente crescente distacco (con disgusto) della gente dalla politica; ovviamente non da quella grande (che, del resto, la suddetta gente nemmeno capisce, però spesso la segue), ma da quella di questi omuncoli che costituiscono l’indecoroso ceto politico italiano. Mai visti tanti arroganti inetti e per di più disonesti, opportunisti, voltagabbana come sono tutti i politici di questa presunta “seconda repubblica” (al minuscolo!), di qualsiasi parte politica siano, salvo qualche rara eccezione individuale; e solo parziale perché sembra proprio che il clima parlamentare dia luogo ad una malattia contagiosa e permanente. Pensate che Fini e Casini (ma anche la Lega in fondo), dall’opposizione (fasulla), si sono messi a dialogare con la maggioranza sulle “riforme” ed in particolare su quella elettorale, in ciò facilitati dai sermoni della “massima” carica, che favorisce a mio avviso una ben precisa parte, da cui proviene; ma anche “da destra”, i politicanti di professione hanno volentieri abboccato all’amo, sperando di cavarne vantaggi per i loro medio-piccoli partiti (e ovviamente per loro stessi).

Il paese è chiaramente in gravi difficoltà: un tessuto sociale sempre più disfatto, un’economia in mano a gang “chicaghesi”, previsioni di stagnazione per almeno due anni anche da parte di organismi (interni e internazionali) ufficiali. Non siamo per nulla alla povertà diffusa, ma certo si nota con chiarezza una riduzione non lieve né tanto meno effimera del tenore di vita (e andare avanti, è facile; tornare indietro crea tanti mugugni). Della “sicurezza” nemmeno parlo, perché è in buona parte una “cantilena” atta a sviare l’attenzione della gente, ma comunque contribuisce al malessere crescente. In una simile situazione, questi disonesti e corrotti, di poca sostanza e di ancor meno cervello – tutti tronfi perché ci rappresentano in Parlamento – pretendono di interessare la popolazione, discutendo intorno alla “riforma elettorale”: alla spagnola, alla francese, alla tedesca, maggioritaria pura, proporzionale pura, una via di mezzo tra le due, e via smaniando dietro a politologi di “chiara (in)fam(i)a”, che intanto intascano, alla facciaccia nostra, migliaia di euro per scrivere editoriali cazzerecci su giornali di una povertà di idee assoluta, diretti da autentici manipolatori in perfetta mala fede e lautamente pagati, dalla finanza parassita e dall’industria assistita politicamente, per rincoglionirci.

 

Immagino che gli imbecilli ironizzeranno sugli “8 milioni di voti” raccolti nei gazebo, ricordando gli 8 milioni di baionette mussoliniane. In realtà, di questi tempi, i milioni si “sprecano”: gli otto di Berlusconi sono come i quattro dell’investitura di Prodi, i tre e mezzo di quella di Veltroni, i cinque del referendum sindacale; come i milioni che sfilano nelle manifestazioni, dove gli spazi occupati ne indicano si e no un quinto dei dichiarati, a meno che questi mentitori “destri”, “sinistri”, sindacalisti, politici, giornalisti, ecc. non abbiano trovato il modo di ovviare alla “impenetrabilità dei corpi”. E’ tutto un imbroglio, una realtà virtuale, uno spettacolo per rimbambiti dalla TV. Resta, sicuro, solo il malcontento crescente e il qualunquismo (non l’Uomo Qualunque del dopoguerra, semplicemente lo schifo e disprezzo per questi politicanti che ci guastano le serate con le loro impresentabili facce). I milioni di manifestanti, firmatari, partecipanti, ecc. sono più svalutati dell’euro, che si pavoneggia perché vale poco meno di un dollaro e mezzo, dimenticando che ormai ha lo stesso potere d’acquisto di, si e no, 7-800 lire del 2001.

 

Di fronte a tutti questi pigmei che si fingono “professionisti della politica”, sta un “piazzista” che sente gli umori della “ggente”, e non poteva inoltre non accorgersi che si stava mettendo di nuovo in piedi contro di lui una “gioiosa macchina da guerra” come quella dichiarata tronfiamente nel 1993 da Occhetto, ormai montatosi la testa e incapace di capir più nulla dopo essere riuscito, con l’abiura del passato, a farsi coccolare dai nostri “poteri forti” in perfetta connivenza (subordinata) con quelli di “oltreatlantico”. Allora, comunque, tali poteri, pur con sordi conflitti interni, erano abbastanza sotto il controllo dell’Avvocato. Eppure, Berlusconi fece saltare tutto il progetto accarezzato dagli ambienti che tentavano di creare un nuovo regime tramite l’uso scorretto della magistratura. Ma oggi? Non nomino nemmeno i singoli personaggi scadenti del “piccolo establishment”, che cercano un faticoso accordo in una congiuntura di arretramento economico e soprattutto sociale assai grave. Sono personaggi di tanta ricchezza (ottenuta in gran parte tramite gli aiuti di politici totalmente asserviti), ma di una piccolezza di vedute solo nascosta da giornalisti pagati per ingigantire le loro imprese da magliari.

Le carte dell’ennesimo attacco a Berlusconi sono state di fatto scoperte con il progetto di legge Gentiloni, che è, inutile essere ipocriti, antimediaset. Ed è proprio la minaccia di appoggiarlo da parte di Fini, almeno così si dice, ad aver messo il “pepe al culo” al Cavaliere. In questo caos (e insieme palude), credo proprio che quest’ultimo si appresti a buttare all’aria il tavolo per la seconda volta, e più facilmente che non la prima, pur se ha quindici anni di più sul groppone (e certo contano). Ma ha di fronte dei tali nani che all’80% (o poco meno) gli riuscirà il gioco di squasso delle rozze manovre altrui. Certamente, ci riuscirà nel palcoscenico di questa politica così miserabile (sul piano economico è già un’altra faccenda). Per fortuna, malgrado certi sciocchi e mascalzoni abbiano cercato di parlare di fascismo montante tramite lui, Berlusconi ha poco a che vedere con le capacità di quella corrente politica del passato. Pochi si rendono conto che la configurazione economica e la miserabilità politica dell’Italia odierna ha indubbie rassomiglianze (in peggio) con quelle della Repubblica di Weimar; tenendo però conto che non sussiste quella condizione fondamentale rappresentata dalla crisi del 1929 e dai pesantissimi debiti di guerra imposti alla Germania. Tuttavia, mancano in particolare (probabilmente anche per l’assenza della condizione appena detta) le capacità di penetrazione popolare dei fascismi di allora. Tanti incoscienti (di oggi, perché ieri avevamo ben altri cervelli, fra cui soprattutto il nostro Gramsci) credono di poter ridurre il nazifascismo alle mascelle in fuori di Mussolini o alle mossette “charlotiane” di Hitler.

Nulla di più sciocco. I gruppi dirigenti di quei movimenti capivano benissimo che cos’erano i blocchi sociali, quale struttura partitica (e di “squadre d’azione” collegate, ma al momento opportuno anche sconfessate, addirittura sterminate, se necessario) era la più idonea a scagliare il crescente malcontento delle maggioranze, talvolta dette “silenziose”, contro gli avversari al fine di schiacciarli (non di trattare con essi); sapevano con quali gruppi economici allearsi, ma senza esserne pura emanazione servile; sapevano come collegarsi a certe Istituzioni e soprattutto a parti dei “corpi speciali in armi”; erano dentro una ideologia (nazionalismo, antisemitismo, ecc.), della quale di fatto si servivano per indirizzare i colpi verso gli obiettivi che rappresentavano veramente gli ostacoli da abbattere. Per fortuna, nessuna di queste capacità è presente in Berlusconi; solo un po’ di sensibilità di manager della divisione marketing di una impresa. Con il ceto politico che abbiamo, e con i gruppi finanziari e industriali che di questo si servono, basta per scompigliare i giochi. La nostra miserabile classe dominante (parassiti finanziari e industriali assistiti dallo Stato) tenta da quindici anni di rifare il sistema politico onde renderlo assolutamente prono ai suoi voleri: all’inizio, come ricordato, puntando su Occhetto e i rinnegati del Pci, oggi su Veltroni (che afferma di non essere mai stato comunista nemmeno quando era iscritto a quel partito).

Non ce l’hanno mai fatta, e non ci riusciranno nemmeno questa volta. Hanno nuovamente obbligato Berlusconi a fare una mossa “azzardata”. Ma lo è poi tanto? E lo era quindici anni fa, quando fu costretto (sissignori, costretto dalle minacce di Occhetto, quindi dei gruppi industrial-finanziari cui egli era asservito, di rovinarlo economicamente e di togliergli le TV per papparsele loro) a scendere in campo? No, “carini” e scemi di “sinistra”; non vi rendete nemmeno conto che vi siete legati mani e piedi a classi dirigenti economico-finanziarie (a loro volta senza più autonoma dignità di fronte alla potenza predominante, gli Usa) che sono il peggio esistente nel mondo intero. Negli anni 50-60, il Pci aveva discreti rapporti con uomini – pur appartenenti alle forze di governo – come Mattei (Eni) o Saraceno (vicepresidente Iri), e altri simili: tutti personaggi che ne avessimo oggi….., “saremmo a cavallo”! I rinnegati, com’è d’altronde nelle “ferree leggi della Storia”, sono proni di fronte a incredibili gruppi dirigenti di imprese finanziarie, dedite agli imbrogli, e di imprese industriali, che “vanno tanto bene” da continuare a “disseccare” le “casse dello Stato”.

Nel 1993, queste classi dirigenti inette tentarono di creare, via “mani pulite”, un regime a loro totalmente asservito, ma distrussero i partiti per cui votava la maggioranza della popolazione, senza rendersi conto che quella “gente” non era poi così facilmente indirizzabile come volevano loro, verso un blocco di forze egemonizzato dai postpiciisti. Fu facile per Berlusconi prendersi quell’elettorato. Adesso, ripetono l’idiozia; mesi e mesi (e anche più) di trame oscure e complicate, di “scazzi” continui e ipocrite riconciliazioni, per mettere in piedi un “Partito democratico”, senza accorgersi dell’insofferenza crescente della “ggente”, del distacco dalla politica in una situazione sociale ed economica sempre più degradata. E ancora improvvide minacce di togliere parte delle reti TV all’oppositore, che non si vuol accettare nel “salotto buono” (ormai composto da gente volgare, grossolana, senza nemmeno un decimo di “signorilità borghese”; solo degli squallidi parvenus). E Berlusconi ha interpretato l’antipolitica, l’insofferenza della gente per tante chiacchiere e disquisizioni di una "Casta" ormai sputtanata quotidianamente per gli incredibili privilegi di cui gode.

Per fortuna (loro, non nostra), il Cavaliere sputa sul "teatrino della politica" ma si diverte a recitare sulla scena dello stesso. Per cui, si servirà dello scompiglio creato, e del suo essersi riportato al centro della scena (del palcoscenico, non della cabina di regia), per ricollocare Fini e Casini nel ruolo (minore) che meritano e dichiararsi il vero interlocutore di Veltroni. Quest’ultimo e Berlusconi sono la più appropriata personificazione del miserando gioco degli specchi tra sinistra e destra: entrambi vanesi, superficiali, finti bonaccioni, “luogocomunisti”. Il secondo è meno fastidioso perché anche megalomane, mentre il primo assomiglia troppo a quei “fraticelli” scalzi, umili, con gli occhi al Cielo imploranti il “buon Dio”, fregandosi sempre le mani (come Ballantini, l’imitatore di Bruno Vespa) e poi……. via un bell’inchiappettamento di pargoli. In fondo Berlusconi ha detto di aver letto tutto “Il Capitale” (chissà se sa che è in tre libri, e belli grossi) e di averlo capito a menadito; il che, se mi permettete, è una delle più belle barzellette da me sentite. Veltroni è accreditato invece di amare “Giovannona coscia lunga” e altri film similari; non ha nemmeno quel minimo di anticonformismo che avrebbe potuto portarlo a dichiarare la sua preferenza per “Gola profonda”. Eppure dice di essere un “clintoniano”; le sue contraddizioni sono evidenti.

 

Scusatemi l’ultimo pezzo poco serio, ma voi capirete che non sto parlando di persone, né di avvenimenti, seri. O ci serviamo di questa massa di mentecatti per tirarci fuori qualche risata oppure creperemo di cirrosi epatica in pochi anni. In ogni caso, ho tralasciato in questo pezzo proprio il “dietro della scena”, dove d’altronde gli avvenimenti sono sempre più confusi. Sul piano generale, siamo ben lungi dall’essere usciti da una crisi finanziaria al momento strisciante, ma sempre più pericolosa, anche perché, almeno in Europa (e l’Italia è il fanalino di coda di quest’ultima), siamo in evidente stagnazione (stando ai dati ufficiali che potrebbero perfino celare, data la mascalzonaggine delle classi dirigenti e di tutto ciò che manovrano, anche una recessione). Quanto alla situazione esistente in Italia, nell’ambito dello scontro fra i sedicenti “poteri forti”, siamo ancora in stallo. Attendiamo almeno di vedere come va a finire l’attribuzione della poltrona di ad in Telecom, dove il più accreditato è il ben noto Bernabé, candidato di Intesa (“ispiratrice” di Prodi), ma con una dichiarazione di gradimento da parte di chi dovrebbe essere in contesa con quest’ultima  (Geronzi: ex Capitalia, oggi Mediobanca, azionista forte di Generali); dichiarazione convinta, di circostanza, di accettazione di una mezza sconfitta? Ai giorni, settimane e mesi prossimi, “l’ardua sentenza”.

Quanto a Berlusconi, e alla sua mossa a sorpresa, si può sicuramente dire che ha di nuovo messo in confusione le manovre del “piccolo establishment”, ma senza nessuna visione di lungo respiro. Porta disordine, impedisce che si saldino i giochi politici dei suoi avversari, ma non li attacca mai né si confronta apertamente con loro. Continua a muoversi nel “teatrino della politica” e le sue “batterie” si concentrano su obiettivi di retroguardia quali sono quelli della “sinistra estrema”. Sono sicuro che egli stesso capisce che il governo non è schiavo di quest’ultima, ma egli continua su questo ritornello per non attaccare i veri nemici. Solo alcuni che scrivono sul “suo” Giornale sparano sporadici colpi (che il nostro blog riprende e riprenderà sempre) sugli ambienti finanziari e industrial-assistiti (dallo Stato) che fanno capo a Montezemolo, Bazoli, Profumo, Geronzi, Mussari (Montepaschi), ecc. Mi dispiace per certi “sinistri” (non so se in mala fede o sciocchi), ma Berlusconi è proprio il contrario del “fascista”; crede di potersela cavare con così scarso coraggio e senza alcuna lungimiranza strategica. Non prenderà mai alcun potere; ma ciò che fa basta ad impedire anche la vittoria degli altri, i quali sono sia divisi sia di altrettanto bassa levatura strategica (e asserviti alle mene americane come, appunto, nella Repubblica di Weimar). 

Intanto, in una situazione simile, tutto andrà sempre più allo sfascio o almeno allo sfilacciamento e logorio irreversibili del tessuto socio-economico del paese. Si vanno accumulando molte condizioni di possibili rotture e brusche lacerazioni. Non so se si formeranno, in tempi non eccessivamente lunghi, gli agenti in grado di assumere un ruolo importante nel momento cruciale. Quello che so, è che non apparterranno alla “sinistra”, ormai completamente persa al gran completo: o venduta o ossessionata da continue nuove scissioni per andare “un po’ più a sinistra”. Una vera raccolta di rinnegati (ma di bassa qualità politica) o di salmodianti le litanie della vecchia “lotta di classe”. Via da questa gente, allontaniamocene al più presto e definitivamente.   

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categorie: centro-sinistra, finanziaria, centro-destra, casta
lunedì, 15 ottobre 2007

RIEN NE VA PLUS di G.P.

[Mi scuso, ma per mero errore questa mattina avevo inserito il file scritto di getto ieri sera e non quello successivamente corretto]

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Ancora una volta il programma d’informazione di Rai Tre “Report” ha iniziato la sua programmazione rendendo un servizio pubblico lodevole con un’indagine sui fondi derivati e sul modo di agire, a dir poco truffaldino, delle principali banche italiane. Sono le cose che noi ripetiamo ormai da tempo circa la GF (la Grande Finanza) quella che rastrella denaro altrui per le proprie “funambolie” speculative. Nella rete delle banche non cadono soltanto singoli cittadini e imprenditori, convinti di mettersi al riparo dal rialzo dei tassi d’interesse stipulando polizze che dovrebbero caricare sulla banca l’andamento altalenante del costo del denaro, ma anche gli enti pubblici locali e quelli regionali. Su quest’ultimo punto diremo alla fine dell’articolo perché, se è lecito pensare che un contribuente isolato possa non avere le informazioni adeguate su tali prodotti fortemente a rischio, non è altrettanto lecito credere che un ente pubblico (il quale ha sempre un ufficio preposto al bilancio) non abbia un esperto con la capacità di districarsi in questa selva finanziaria. Partiamo dunque dal cappio al collo che le banche mettono agli imprenditori quando propongono loro prodotti di natura rischiosa, nascondendo sotto formule astruse la pericolosità dell’operazione. Gli intermediari finanziari che si recano dal piccolo imprenditore lo fanno inizialmente con le buone maniere, perorando la bontà del prodotto, facendo credere all’ignaro compratore di stare stipulando una polizza a suo beneficio che lo metterà in sicurezza rispetto all’andamento altalenante dei tassi. In realtà se l’imprenditore dovesse rifiutarsi e non cadere immediatamente nella trappola, la banca dà avvio a forme di “dissuasione” più performative paventando il rischio che l'istituto stesso possa giungere a cambiare il suo atteggiamento nei confronti delle complessive esigenze di finanziamento della ditta. Siccome l’imprenditore non può esporsi al deterioramento del suo rapporto privilegiato con quella banca alla fine è costretto a cedere, accettando persino di firmare un modulo nel quale sostiene di essere un esperto di alta finanza, capace di destrutturate il pacchetto acquistato e di valutarne le eventuali perdite in borsa. Fin qui l’adescamento, o meglio la forma velata di estorsione, perché tale è da definirsi il ricatto di una eventuale rottura del rapporto per strappare il consenso di qualcuno che non è in possesso di reali strumenti di valutazione dell’operazione. I problemi più grossi sorgono però in seguito. In primo luogo l’imprenditore che cede alle pressioni, convinto di poterne ottenere dei vantaggi, non sa di stare aderendo ad un acquisto che ha un costo implicito molto elevato, poiché come spiega un consulente finanziario indipendente  “il prodotto già inizialmente incorporava una perdita che chiaramente è stata trattenuta dalla banca”. In pratica un derivato ha una vita propria che non inizia con la sua vendita al cliente e la banca può lucrare facilmente tra il prezzo che ha fatto pagare all’impresa e il valore che il prodotto finanziario ha in quel momento. Cioè la banca ti dà immediatamente 10 euro, oppure il valore di 10 euro ripartito su due o tre anni, ben sapendo che dopo il quarto anno dovrai restituirgliene il doppio se non il triplo. Questo è quello che mi sembra di aver capito ma non essendo un esperto apprezzerei se qualcuno di voi intervenisse e supportasse (o correggesse) il tenore delle mie affermazioni. Ma non è tutto in quanto se l’imprenditore s’accorge che la fantomatica polizza da lui stipulata in realtà non lo mette al riparo da nulla, ma addirittura si trasforma in una idrovora che gli succhia risorse, può chiedere alla banca di chiudere il contratto. La stessa si presta immediatamente estinguendo per l’imprenditore il precedente contratto costringendolo però a sottoscriverne un altro (questo è l’ equity swap, la cui funzione, secondo il sito ufficiale di borsa italiana è “lo scambio di dividendi e guadagni in conto capitale su un indice azionario con un tasso fisso o variabile: è utilizzato soprattutto nell’industria del risparmio gestito, oltre che con finalità speculative. Come si può facilmente capire, lo swap è un istituzione estremamente flessibile e con la volontà delle parti può essere adattato ad una molteplicità di situazioni e prevedere l’intreccio di flussi finanziari calcolati nei modi più svariati; i contratti di cui abbiamo parlato, quindi non riguardano tutte le tipologie possibili, ma solo le più standardizzate e diffuse”) che alla lunga si palesa come nettamente peggiorativo, tanto che i debiti lievitano e qualcuno ci rimette persino l’attività. Tra le banche che più hanno fatto ricorso a tali forme di pseudo-polizze c’è L’Unicredit di Alessandro Profumo, la quale, a quanto pare, sta incorrendo in un miliardo di perdite, a causa della bolla sui derivati scoppiata qualche mese fa. Ma come si può ben capire le perdite non sono della Unicredit, la quale già dal solo piazzamento dei derivati alla propria clientela si è assicurata un grande lucro; chi ci ha perso sono quelle migliaia di risparmiatori e piccoli imprenditori a digiuno di finanza e d’informazioni sui cosiddetti prodotti finanziari strutturati. Ma non c’è qualcuno che dovrebbe controllare su tali operazioni finanziarie e sui ricatti messi in atto dalle banche? Domanda retorica, ovviamente, perché in genere sono le stesse banche d’affari che finanziano i controllori. Fin qui dunque la parte che riguarda i privati cittadini.

Ma passiamo ai derivati che le banche vendono a comuni e regioni. Stranamente gli amministratori che si assumono la responsabilità di acquistare tali prodotti, per avere a disposizione maggiore liquidità o per spalmare i propri debiti, sono apparsi all’oscuro della reale portata degli impegni presi nei confronti delle banche. In questo caso l’ignorantia finanziaria invocata da tali amministratori appare davvero fuori luogo. In pratica anche gli enti pubblici credono di acquistare, a costo zero, prodotti che hanno una perdita implicita molto forte per ottenere una liquidità immediata e uno spalmamento dei propri debiti lungo un arco temporale più lungo. Ma mentre le imprese private sono costrette a scrivere in bilancio quelli che, secondo le leggi della contabilità, devono essere considerati veri e propri debiti, per gli enti pubblici le cose vanno diversamente in quanto, come spiega Francesca Balzani - Assessore Bilancio Comune Di Genova, questi debiti non si segnalano perché sarebbe una scorrettezza, cioè sarebbe una segnalazione di un fatto che non corrisponde alla realtà”, ovvero può anche darsi che alla lunga il derivato porti un profitto al comune. Ma tale eventualità è reale? Dato l’andamento di mercato  di questi prodotti, fino ad ora, sono pochi quelli che ci hanno davvero guadagnato. Infine, segnaliamo il caso della Regione Campania dove la giunta Bassolino ha stipulato un contratto di questo tipo con l’UBS, banca dove lavora Bassolino junior, recentemente promosso responsabile del business con il settore pubblico italiano. E dove sennò!

Da questa operazione la regione Campania dovrebbe guadagnare “fino al 2014, per una cifra pari a circa 56 milioni di euro. Poi dal 2015 alla scadenza del contratto che è il 2021, registrerà una perdita di 126 milioni di euro”. E dopo? E’ probabile che il debito divenga una patata bollente per la nuova amministrazione che conquisterà il governo della regione. Ma se in carica dovessero restare gli attuali amministratori o i partiti attualmente al potere è chiaro che, dati i rapporti di “amicizia” tra ente e banca, il debito possa essere rinegoziato. In sostanza, dalle buone relazioni  tra le banche e i politici dipende la sopravvivenza finanziaria degli enti pubblici. Chi mi assicura che quando Bassolino non sarà più in sella alla regione la UBS vorrà aiutare il nuovo governatore?

E’ strano che, considerati i fatti raccontati,Giuseppe Mussari - Presidente Monte Dei Paschi Di Siena dica che “c’è un clima in questo paese sulle banche che è oggettivamente inaccettabile, e non è inaccettabile solo per chi pro tempore presiede una banca o per chi come Alessandro presiede un grandissimo gruppo, è inaccettabile per tutte quelle migliaia di persone che lavorano in banca e che sono stufe di essere considerate...la frase è dura, persone poco trasparenti nella loro generalità. E’ ora, come dire, di smetterla”. Ma dovreste smetterla voi di raggirare gli italiani! Come si dice, sarò dietrologico (ma non mi pare di non aver enunciato buone ragioni) eppure a pensar male quasi sempre ci si azzecca.

 

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 08:01 | link | commenti (1)
categorie: economia, finanziaria, unicredit, grande finanza
martedì, 09 ottobre 2007

IL RIORDINO DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI E GLI INTERESSI DEI GRANDI GRUPPI FINANZIARI di M. Tozzato

A suo tempo Sabino Cassese in un editoriale sul Corriere della Sera mise l’accento sul fatto che il proliferare di S.p.A. partecipate dagli Enti Locali e dalle Regioni portava ad una situazione tale da suscitare una sorta di rinascita  delle vecchie Partecipazioni Statali; l’unica differenza, di fatto, riguardava la dislocazione, che risultava modificata, perché  dal centro si passava  alla periferia. Ancora attorno alla metà del 2006 sembrava che il ddl Lanzillotta dovesse portare finalmente ad un riordino del sistema dei Servizi Pubblici Locali ma a tutt’oggi sembra che il progetto sia stato ormai del tutto accantonato e certamente non solo per l’opposizione della cosiddetta “sinistra radicale” anche se è questo che hanno tentato di farci credere. Così abbiamo avuto il decreto Bersani, con alcune importanti integrazioni normative che ora il ddl Finanziaria 2008 dovrebbe contribuire a completare. Sul Sole 24ore di oggi troviamo su questo tema un interessante articolo di Stefano Pozzoli che inizia così:<< Fino a pochi anni fa l’esternalizzazione dei servizi pubblici locali era considerata dal legislatore una sorta di panacea dei problemi della nostra Pubblica amministrazione. Oggi non è più così. A partire dal decreto Bersani per arrivare alle Finanziarie 2007 e 2008, un crescente sfavore normativo si è rivolto verso le società a partecipazione di enti locali e pubbliche in genere, fino a classificarle come uno dei luoghi principali su cui intervenire per tagliare i “costi della politica”>>. In particolare il ddl Finanziaria 2008 spinge nella direzione di <<ricondurre gli enti locali e gli altri enti pubblici nell’alveo delle loro finalità istituzionali. Finalità che vengono a rappresentare il discrimine per la possibilità o meno, da parte degli enti, di costituire o mantenere partecipazioni (anche di minoranza) nelle società>>. Saranno a questo punto i Consigli (comunali, provinciali e regionali) che dovranno <<autorizzare con delibera motivata non solo l’assunzione di nuove partecipazioni, ma anche il mantenimento delle attuali.>> E a questo punto si dovrà <<valutare se ha senso, ad esempio, che un Comune sia presente nel capitale di una impresa di consulenza o che una provincia sia azionista di una società autostradale>>. In maniera più diretta, riguardo a quell’operazione “politica” di ridistribuzione di quote di potere a livello locale concernente le varie lobbies dominanti e i loro rappresentanti politici, un altro articolo della finanziaria <<punta dritto alla riduzione dei costi, e prevede la riduzione dei consiglieri di amministrazione in tutte le società e gli organismi pubblici.>> Ma riguardo a questi tagli dei costi Pozzoli nutre dei dubbi rispetto alla loro adeguatezza e alla loro incidenza nella risoluzione dei problemi delle società pubbliche locali; la  scarsa economicità delle medesime non sarebbe infatti <<riferibile solo ad acquisti e consulenze […] ma anche ai costi della mano d’opera e ai relativi contratti integrativi per il personale, spesso molto generosi, e soprattutto alla difficoltà, per quanto riguarda le società di servizi pubblici locali, di arrivare a dimensioni aziendali adeguate>>. Per quanto riguarda il costo del personale addetto a funzioni prevalentemente esecutive, se devo fare riferimento alla zona in cui abito (le provincie di Treviso e di Venezia), la situazione che tocco con mano non corrisponde, per lo più, a quella riferita da Pozzoli; ad ogni modo sarebbe necessaria una verifica a livello nazionale sempre utilizzando la necessaria cautela a causa delle specificità delle economie e delle istituzioni locali. In realtà mi sembra che il dato macroscopico riguardi proprio la differenza tra le grandi multiutilities e le piccole società di servizi che devono “dimagrire” o addirittura sparire per permettere alle grandi società di diventare un affare, una occasione di profitto e di “predazione” ai danni della collettività per i dominanti della GFeID (con “trio infernale” annesso).
Tanto per farci capire, nell’operazione di fusione delle due grandi multiutility di Milano e di Brescia erano presenti come advisor (per la parte finanziaria) Citi, JPMorgan e Mediobanca per AEM, Intesa SanPaolo e Merrill Lynchper la ASM. Probabilmente le prospettive in   termini di capitali e di profitti dovrebbero risultare abbastanza interessanti se mobilitano potenze finanziarie di questo calibro.
 
Mauro Tozzato                        08.10.2007
postato da: RIPENSAREMARX alle ore 06:40 | link | commenti (1)
categorie: cds , intesa, finanziaria, mediobanca
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