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ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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giovedì, 17 aprile 2008

L'ASIA CENTRALE VOTATA ALLA GUERRA CIVILE?

(I Parte, fonte diploweb.com, Traduzione di G.P.)

Riflessioni a partire dal caso tagiko

Didier Chaudet, ricercatore al centro Russia/NEI del IFRI

 

Non sono i movimenti islamici che sono da temere, in primo luogo, in Asia centrale. Certamente, questi movimenti esistono, e non si deve trascurarli. Alcuni, come il movimento islamico dell’Uzbekistan, sono stati e restano una reale minaccia. Tuttavia, questi possono sostenersi su problemi molto più profondi, che prosperano a prescindere da quelli. Se l’HT ed il MIO fossero distrutti completamente nei prossimi anni, altri prenderebbero il loro posto. Che siano islamici o no non cambierebbe nulla alla minaccia di destabilizzazione. Le tensioni economiche tra i gruppi, o la logica rapace ed intollerante sviluppata da alcune cerchie di potere, potrebbero avere nuovamente terribili conseguenze regionali. Non è certo che movimenti islamici possano approfittarne. In compenso, cosa che è più sicura, è che il caos monterebbe a scapito dei popoli della regione, e di tutte le grandi potenze. La Cina, l'India, o la Russia, hanno un interesse diretto a non vedere questi Stati autodistruggersi. Sono fornitori di petrolio e di gas, come pure mercati da conquistare. Per gli Stati Uniti, impegnati nella guerra contro il terrorismo, questi Stati sono, come il Pakistan, la prima "linea del fronte" per la stabilizzazione dell'Afganistan. Tuttavia, tutte queste potenze hanno preferito sostenere i poteri in sella, il male minore. L'idea di un grande gioco, di una concorrenza tra grandi potenze, ha prevalso sul trattamento dei problemi locali.

 

 

Nella MAGGIOR PARTE dei paesi del mondo, le nazioni dell'Asia centrale sono state scoperte grazie al film indirizzato al grande pubblico "Borat". Negli Stati Uniti, si preferisce parlare di "Stans" (i). Prova che anche i nomi degli stati della zona sembrano ancora esotici, estranei al mondo occidentale. Tuttavia, né l'Europa, né la Comunità internazionale, possono fare economia nella conoscenza approfondita della vecchia Via della Seta. I problemi di sicurezza potrebbero infatti avere lì conseguenze tragiche. Tensioni sulla Sicurezza in uno degli "Stans" potrebbero comportare un effetto domino che destabilizzerebbe tutti questi stati deboli. L'onda potrebbe anche superare la superficie dei cinque paesi post-sovietici. La Cina, in particolare nella regione del Xinjiang, con una popolazione musulmana centro-asiatica, sarebbe inevitabilmente toccata. Tensioni potrebbero anche emergere in Russia. D'altra parte, è difficile immaginare una nazione afgana stabilizzata con il caos alle porte.

Infine, una regione nella quale si trovano riserve di petrolio e di gas non trascurabili[ii) non può lasciare l'Europa indifferente. I timori di destabilizzazione sono lungi dall'essere eccessivi, in una regione in cui le linee di rottura, etniche, regionali, politiche, sono importanti. Lo scenario peggiore è stato già vissuto in Tagikistan. Dal 1992 al 1997, ha avuto luogo una terribile guerra civile. Il potere costituito, o i "vecchi comunisti", si confrontarono con un'opposizione detta islamista. La guerra fece 50.000 morti fin dal suo primo anno. Causò distruzioni colossali: si  parla di 7 miliardi di dollari di distruzione solo nel 1992. E ciò mentre il Tagikistan era una delle regioni più povere delle ex-URSS. I governi della regione vissero a lungo nel timore di una "sindrome tagika", che significava smembramento dello Stato e guerra interna. Il nostro scopo qui è di analizzare questo conflitto, per comprenderne meglio le cause. Più in là, si tratterà di porsi la questione seguente: queste stesse cause potrebbero determinare nuove guerre civili in Asia centrale, o una frizione generale?

 

RADICI DELLA GUERRA CIVILE TAGIKA, E BALBETTAMENTI DI UNA PACE FRAGILE

 

Non si tratta qui di entrare in una presentazione dettagliata della guerra civile. L'approccio descrittivo di quest'episodio della storia tagika è stato già dato più di una volta. Il nostro scopo, qui, è piuttosto di comprendere ciò che ha causato la guerra civile. Quindi di protenderci sulla situazione post-guerra civile, per sapere se ne è conseguita una vera stabilizzazione. Questi due punti ci permetteranno di accostare meglio le radici di ciò che potrebbe causare disordini regionali in futuro. Si possono rilevare tre grandi cause che hanno determinato la guerra civile:

·        problemi economici e sociali particolarmente forti

·        un regionalismo molto attivo, di fronte ad un centro piuttosto indebolito

·        l'esistenza di reali strutture d'opposizione, ed in particolare di un movimento islamico importante, il partito di Rinascita Islamica (P.R.I.).

 

Come fatto osservare da Shirin Akiner[iii), fin dagli anni ‘70, la situazione economica del paese era particolarmente difficile. Gli investimenti non erano più sufficienti, l'economia era in recessione. La conseguenza di una situazione simile è certamente, una disoccupazione importante, in particolare per i più giovani. Il problema è tanto più grave se si considera la progressione della natalità, nel 1980 il 60% della popolazione aveva meno di 16 anni [iv). Il 1980 è anche il decennio dove le mafie regionali hanno potuto affermarsi con più forza che in passato. Hanno trovato in questa massa disoccupata una manodopera ed una forza di battitura. Queste mafie hanno anche approfittato della guerra in Afganistan, i soldati ritornando dal fronte fungevano da corrieri di droga e di armi. Le cose non si sono sistemate, ben inteso, con la scomparsa dell'URSS, l'8 dicembre 1991. Dall'epoca zarista, il centro russo ha sempre fatto funzionare la zona centro-asiatica soprattutto come produttore di materie prime. In cambio, la zona europea faceva pervenire all'Asia centrale i prodotti industriali. Alcune industrie sovietiche si erano stabilite nella regione. Ma una volta che l'URSS è ufficialmente scomparsa, queste industrie sono diventate imprese locali, che hanno perso il loro unico cliente. Infatti, fin dall'inizio degli anni 90, la nuova Russia ha preferito orientare di nuovo la sua domanda su imprese russe. Da un punto di vista economico e sociale, dunque, il Tagikistan era già mal messo. Ed il regionalismo non ha fatto che riaccendere le tensioni. I Tagiki stessi si dividono in cinque grandi "gruppi di solidarietà", per riprendere l'espressione di Olivier Roy [v). Uno solo non è realmente tagiko: si tratta del gruppo uzbeko, che ha combattuto contro gli islamici. Per quanto riguarda i Tagiki, due gruppi erano "neo-comunisti" o anti-islamisti: Koulabis e Khojentis o Léninabadis[vi). Leninabad la provincia più industrializzata del Tagikistan, ha dato al paese suoi dirigenti per tutto il periodo sovietico. La fine dell'URSS ha significato una confusione dell'organizzazione politica locale. Altri Tagiki volevano approfittare dei cambiamenti per arrivare al potere. Di qui l'alleanza dei Khojentis con i Koulyabis, nel sud, tradizionalmente molto indipendenti dal centro. Lo scopo era di condurre una coalizione che rappresentasse tutto il territorio tagiko. I Khojentis sono infatti nordisti, e i Koulyabis sudisti, mentre i loro oppositori rappresentano soltanto interessi regionali. Ma lo scopo di tutti i protagonisti restava il controllo del potere. La tradizione politica sovietica in Asia centrale, che dava il potere supremo ad un solo gruppo, non ha fatto che confermare questa tendenza. È per questo che i Koulyabis hanno approfittato della guerra per accaparrarsi il potere al posto dei Khojentis. Quanto al campo "islamo-democratico", era composto inizialmente dai Gharmis, popolazione povera sempre tenuta lontana dal potere. È anche collegato a questo campo il gruppo dei Pamiris. Questa popolazione è composta per la maggior parte da sciiti ismaeliti, mentre il resto del Tagikistan è sunnita. Essi sono stati largamente sovietizzati e anche molto vicini alla corrente "démocrate". Lo scopo delle diverse elite regionali era di ridefinire le regole del gioco in termini di potere e d'accesso alle casse finanziarie. E di fronte a queste forti divisioni regionali, Douchanbé non aveva un reale controllo.

Il centro non ha potuto utilizzare la repressione per calmare le tensioni tra varie popolazioni. Tutti i nuovi stati centro-asiatici hanno potuto affermare la loro autorità sulle truppe sovietiche disposte sul loro territorio. Questo non è però stato il caso in Tagikistan. Infatti, sul territorio tagiko, la grande maggioranza degli ufficiali non era dell'etnia dominante, ma slava. D'altra parte, le truppe ed i poliziotti effettivamente tagiki hanno rapidamente scelto il campo del loro gruppo regionale.

Così, il capo della guardia presidenziale si è rapidamente dichiarato per l'opposizione, e contro l'uomo per il quale si supponeva lavorasse. La situazione è rapidamente diventata difficile poiché, di fronte a questa situazione di debolezza, l'opposizione si è rapidamente armata. Gli islamisti ed i loro alleati democratici hanno sempre negato questo fatto. Tuttavia, si constata che dopo manifestazioni e contro-manifestazioni, la violenza ha preso il sopravvento. E l'opposizione è stata capace di prendere con la forza un certo numero di punti strategici nella capitale. Le truppe russe presenti hanno dovuto intervenire per mantenere l'ordine. "Gli islamo-democratici" hanno così potuto fare parte per qualche tempo ad un governo d'unità nazionale. Ma la forza popolare associata al potere preso d’assalto dall'opposizione, i Koulyabis, non ha per tanto cessato il combattimento. La guerra civile è allora diventata interamente una lotta fino all’ultimo sangue tra gruppi regionali, che affermava un nazionalismo regionale molto forte. Una volta che Douchanbé è caduta nelle loro mani, i Koulyabis hanno continuato a considerarsi soprattutto come Koulyabis. E ciascuno ha inizialmente lottato per la preservazione della sua popolazione, per la protezione della sua regione. Di qui le atrocità condotte dalle due parti contro le popolazioni civili. Infine, una struttura è stata capace di unire nel suo seno un grande numero di persone in opposizione con la situazione politica locale. Il Partito della rinascita islamica del Tagikistan (P.R.I.) ha saputo particolarmente imporsi come membro importante dell'opposizione. Si trattava di un gruppo inizialmente completamente sovietico, sorto nel giugno 1990, a Astrakhan (Russia). Poi si divise rapidamente in rami locali. Si possono vedere cinque cause del suo successo in Tagikistan. Innanzitutto, certamente, la debolezza del governo. Il centro tagiko non ha potuto utilizzare la violenza per distruggere la sua opposizione islamista, come fece Islam Karimov.

D'altra parte, il ramo tagiko ha rapidamente affermato la sua indipendenza di fronte all’IRP russo. Quest'ultimo voleva un ramo locale che accettasse non di opporsi al governo. Ma i tagiki islamisti hanno preferito restare fedeli alla loro base locale, ed associarsi chiaramente con l'opposizione. Poiché il campo islamista è riuscito ad imporsi in grandissima parte in un gruppo regionale in particolare. Si tratta del Gharmis, la popolazione del sud a lungo distante dal potere già richiamata in precedenza. In una società profondamente segnata dalla divisione subnazionale, si trattava di una conditio sine qua non per imporsi politicamente. Gli altri gruppi d'opposizione, i democratici, non hanno apparentemente ottenuto il sostegno di una base così importante. D'altra parte, i tagiki islamisti si sono sempre mostrati di un grande pragmatismo. Non hanno mai respinto l'alleanza con gli altri membri dell'opposizione nazionalistica o democratica. Erano, certamente, essi stessi dei  nazionalisti, in particolare in uno spirito anti-uzbeko. I tagiki islamisti hanno d'altra parte dato prova, generalmente, di una grande moderazione dottrinale. Si è avuto un esempio sorprendente all'inizio dell'alleanza tra islamisti e democratici. Infatti, in occasione delle prime elezioni presidenziali dopo l'indipendenza, il P.R.I. ha sostenuto il democratico Davlat Khudonazarov. Tuttavia, quest'ultimo non aveva esitato a fare dei raffronti tra cristianesimo ed islam a scapito di quest'ultima religione[vii). Infine, l’islamismo è stato capace di collaborare, in un certo senso, con il rappresentante dell'islam ufficiale. Infatti, il più alto rappresentante del clero sovietico musulmano in Tagikistan, Qazi Akbar Turajanzade, ha dato il suo sostegno al P.R.I ripetutamente.

Avevano soprattutto in comune due punti importanti. Innanzitutto, il desiderio di islamizzazione del Tagikistan. Ma soprattutto, il desiderio di difendere i Gharmis. Dopo tutto, Turajanzade era Gharmi, come i capi del P.R.I., e le loro principali truppe, così come già detto. La guerra civile durerà durare dal 1992 al 1997. Di fatto, il periodo più violento della guerra civile fu il primo anno. Ci fu il trionfo dei capi guerriglieri "neo-comunisti" o anti - "islamo-democratici". Sono stati i capi guerriglieri, e non il presidente ad emergere in questi disordini, che fu inizialmente il principale vincitore negli anni 1990. Emomalii Rahmon è diventato presidente nel 1994 soltanto perché i capi guerriglieri Koulyabis hanno deciso così. I Léninabadis hanno accettato di perdere il potere politico in cambio di un mantenimento della supremazia economica. Desideravano anche conservare una certa autonomia di fronte ad uno Stato devastato dalla guerra. Tuttavia, nel seguito degli anni 90, il presidente Rahmon come i suoi protettori si sono soprattutto concentrati sulla conquista dell'insieme del potere. In breve, hanno reso marginali i loro vecchi alleati uzbeki, ed hanno fatto tacere il dissenso che veniva da Khojent. In occasione del processo di pace, questi due gruppi furono in gran parte resi marginali. Ciò spiega in particolare perché gli uzbeki tentarono di opporsi al governo, ed ai suoi nuovi alleati, alla fine degli anni 1990. Gli islamisti ed i neo-comunisti vennero allora a trovarsi, almeno per questo periodo, su un discorso comune anti-uzbeko e nazionalistico. Ma la riconciliazione non era pertanto definitiva. Se la pace si è instaurata, è stato per pressioni che venivano dall'esterno, in particolare dalla Russia e dall’ Iran. La minaccia di un contagio "taliban" proveniente dall’Afganistan era reale. Dopo tutto, gli Afgani hanno sostenuto i due campi fin dal 1992. Gli uzbeki del capo guerrigliero afgano Dostom hanno così sostenuto il campo koulyabi. Quanto ai moudjahidines, hanno sostenuto gli islamisti. Ad ogni modo, si trattava di truppe che andavano al di là di 600 uomini. Il timore di un'estensione del conflitto afgano era dunque già presente, ma controllabile. La logica radicale dei taliban faceva temere che le cose potessero condurre ad un aumento drammatico delle tensioni in tutta la regione.

Ma le pressioni russe ed iraniane non hanno cambiato il fatto che, per i Koulyabis, la guerra era considerata come vinta. I posti che dovevano dunque ritornare agli islamo-democratici non furono sempre dati. E sembra che le polizie locali utilizzino regolarmente i buchi della legge d'amnistia contro i combattenti dell'opposizione. Procedono regolarmente ad arresti su fatti tuttavia coperti dalla legge d'amnistia. Quest'ultima protegge dalla persecuzione tutti i combattenti dell'opposizione che non si sono resi colpevoli di fatti gravi (stupri, massacri, ecc.). Certamente, il problema sembra inizialmente venire dalle polizie locali, che devono riempire la loro quota d'arresti. I poliziotti utilizzano anche questi arresti abusivi per spillare denaro alle loro vittime. Ma sarebbe difficile fare tale cosa senza l'approvazione di persone importanti al più alto livello. D'altra parte, il P.R.I. ha avuto grandi difficoltà a vedersi ufficialmente riconosciuto in Tagikistan.

Questi problemi si accompagnano paradossalmente ad una lotta tra i Koulyabis. È, in un certo senso, il seguito naturale degli scontri. I Koulyabis di fatto, hanno messo fuori gioco tutti gli altri gruppi. La lotta si situa ora tra i capi guerriglieri koulyabis, e il presidente Rahmon. Quest'ultimo cerca infatti di ridurre il potere di tali capi in generale, che siano islamisti o koulyabis.

Questa scelta, che significa un rafforzamento dello Stato, è, certamente, una buona cosa. Del resto, i capi guerriglieri non sono ancora fortemente sostenuti dalle popolazioni che dicono di rappresentare. Molti, fra la popolazione di Koulyab, ricordano che questi capi guerriglieri non hanno fatto che arricchirsi senza aiutare la popolazione. Per ciò, la difficile lotta del presidente Rahmon può soltanto essere considerata positiva per il Tagikistan. Ma l'effetto perverso di questa lotta è che è ancora condotta secondo le stesse norme che hanno causato la guerra civile. Così, per permettere allo Stato di ricostruirsi, E. Rahmon non si sostiene in modo prioritario su impiegati competenti, ma sugli uomini del suo villaggio, Danghara. Certamente, non fa che sostenersi su  persone di fiducia, che non destabilizzeranno lo Stato. Tuttavia, questa monopolizzazione progressiva del potere attraverso una parte ancora più labile della popolazione tagika è un fattore di tensione politica. Per il momento, la memoria della guerra civile resta molto presente negli animi di tutti. È sufficiente a contenere la vecchia opposizione islamista, che per il momento, resta legalista. Permette anche all’attuale potere di controllare i mass media ad un costo più basso.

Ogni articolo critico infatti è completamente assimilato a propaganda che rinvia alle ore peggiori dell'inizio della guerra civile. È spesso sufficiente a spingere i giornalisti ad auto censurarsi.

Ma questo nuovo autoritarismo governativo potrebbe portare ad un ritorno ai problemi del passato. Si potrebbe anche parlare di un rafforzamento di questi problemi. Infatti, non è certo che i capi di guerra "islamisti" e "neo-comunisti" messi da parte siano pronti a lasciarsi spogliare dei loro poteri. Il presidente Rahmon ha ancora una lunga lotta da fare per consolidare definitivamente lo Stato tagiko. In ciò, un aiuto internazionale più importante sarebbe del resto il benvenuto. Ma soprattutto, sembrerebbe che l'autoritarismo, associato ai problemi economici e sociali, stia permettendo l'emergenza di un nuovo islamismo. Si parla della nascita di un nuovo gruppo nel feudo elettorale del P.R.I, chiamato el-Bayat (il giuramento). Hanno già condotto azioni violente, in particolare contro un Tagiko convertito al cristianesimo e diventato pastore. Sembrano funzionare sul modello degli islamisti uzbechi dell'inizio degli anni 1990, ciò significa che potrebbero essere associati agli ambienti criminali, e che mettono davanti una visione estremamente rigorosa dell'islam.

Ciò significa soprattutto che sono pronti ad imporre questa visione con la forza. D'altra parte, gruppi resi marginali come gli uzbeki vedono nascere nel loro seno approcci rigoristi ed anti-governativi dell'islam politico. Il problema della lotta per il controllo politico non è dunque completamente regolato. Ha appena cambiato scala, condotto all’interno delle stesse cerchie di potere. L’islamismo radicale sembra diventare un concorrente seria dell’islamismo moderato. Ed i problemi economici e sociali sono sempre forti. Peggiorati dalla guerra civile. D'altra parte, l'Afganistan non è ancora stabilizzato ed è sempre un grande fornitore di droga. Ciò garantisce alle mafie regionali tagike fonti di finanziamento importanti di fronte a Douchanbé. I problemi che hanno attraversato il Tagikistan, fino a portarlo alla guerra civile, sembrano dunque lungi dall’ essere scomparsi. Per altro, la Comunità internazionale non sembra avere più grande attenzione nei confronti di questo paese dalla fine della guerra civile. E ciò mentre il futuro potrebbe essere peggiore del passato. La questione è ora di sapere se il problema è soltanto nazionale, o se si tratta di un male centro-asiatico.

 

Note

 

[i] L’Asie Centrale post-soviétique compte cinq pays : le Kazakhstan, le Kirghizstan, l’Ouzbékistan, le Tadjikistan, et le Turkménistan.

[ii] Ainsi, le Kazakhstan possède l’équivalent de la moitié du pétrole russe, et plus de pétrole que les Etats-Unis.

[iii] Shirin Akiner, Tajikistan. Disintegration or Reconciliation, Londres : The Royal Institute of International Affairs, 2001, pp. 25 à 27.

[iv] Ibid

[v] Olivier Roy, « L’Asie Centrale Contemporaine », Que sais-je ?, 2001

[vi] Le changement de nom vient du fait que leur localité a été débaptisée : elle ne s’appelle plus Léninabad mais Khojend.

[vii] Shirin Akiner, op.cit., p. 35.

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 09:28 | link | commenti
categorie: tagikistan, russia, geopolitica
martedì, 05 febbraio 2008

CRISI NELLA BANCA MONDIALE E NEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE

 (Eric Toussaint, fonte IPS, trad. di G.P.)

La Banca mondiale ed il FMI vivono una grave crisi di legittimità. Paúl Wolfowitz presidente della banca dal giugno 2005, è stato obbligato a dimettersi nel giugno 2007 dopo lo scandalo per il caso di nepotismo che lo ha visto protagonista. Mentre molti Stati membri della banca affermavano che era già tempo di mettere a capo dell'istituzione un cittadino o una cittadina del Sud, il presidente degli Stati Uniti ha imposto per l’undicesima volta uno statunitense alla presidenza, Robert Zoellick. All'inizio del luglio 2007 è stato il turno del Direttore generale del FMI, Rodrigo Rato, di comunicare all'improvviso le sue dimissioni. Gli stati europei si sono messi d'accordo per sostituirlo con un francese, Dominique Satrauss-Kahn. Questi fatti recenti hanno messo in evidenza dinanzi alla popolazione dei paesi in via di sviluppo (Ped) come i governi dell'Europa e degli Stati Uniti vogliono mantenere il controllo, senza fessurazioni, delle due principali istituzioni finanziarie multilaterali, mentre un altro europeo, Pascal Lamy, presiede l'OMC. Riassumendo, tanto le circostanze delle dimissioni di Paúl Wolfowitz come la designazione di nuovi direttori alle principali istituzioni che dirigono la globalizzazione dimostrano che il buon governo acquisisce un senso molto relativo quando si tratta della divisione del potere su scala internazionale.

La dimissione forzata di Paúl Wolfowitz

Braccato nel suo fortino, Paúl Wolfowitz ha comunicato nel maggio 2007 la sua rinuncia come presidente della Banca mondiale. Il caso di nepotismo e d'aumento sproporzionato del salario della sua compagna era in realtà nulla più che un semplice "errore" commesso da qualcuno che agiva in "buona fede"? Bagattelle... Conoscere Wolfowitz permette di comprendere meglio come si è arrivati fino a lì. Nel marzo 2005, la decisione di mettere alla presidenza della Banca mondiale il sottosegretario di Stato alla difesa, uno dei principali architetti dell'invasione militare dell'Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003, ha fatto scorrere molto inchiostro. Wolfowitz è un autentico prodotto dell’ apparato di Stato degli USA. Si è interessato, subito, di questioni di strategia militare. Nell'1969, ha lavorato per una commissione del congresso allo scopo di convincere il senato della necessità che gli Stati Uniti dovessero dotarsi di uno scudo antimissile contro l'Unione sovietica. Lo ha ottenuto. Un filo conduttore nel suo pensiero strategico: identificare gli avversari (l'URSS, la Cina, Iraq...) e dimostrare che sono più pericolosi di quanto uno possa immaginare, per giustificare uno sforzo supplementare di difesa (aumento del bilancio, fabbricazione di nuove armi, dispiegamento massiccio di truppe all’estero...), arrivando fino all'inizio di offensive o di guerre preventive. Conosciamo già il seguito.

Due parole sulla traiettoria asiatica di Wolfowitz: dal 1983 al 1986, ha diretto il settore Asia dell'Est e Pacifico del dipartimento di Stato con Ronald Reagan, prima di essere ambasciatore degli Stati Uniti in Indonesia tra il 1986 e 1989. In questo periodo ha attivamente sostenuto regimi dittatoriali, come quello di Ferdinand Marcos nelle Filippine, di Chun Doo Hwan in Corea del Sud o di Suharto nell'Indonesia. Dopo la mobilitazione popolare che ha espulso Ferdinand Marcos nel 1986, Wolfowitz ha organizzato il volo del dittatore, che ha trovato rifugio alle Hawaï, il 50º stato degli USA. Tuttavia, non occorre pensare che Wolfowitz sia il cattivo ragazzo a capo di un'istituzione generosa ed immacolata. E ora di squarciare il velo ed di esigere dalla Banca mondiale che renda conto delle sue azioni da oltre 60 anni, in particolare per quanto riguarda i seguenti punti:

- Durante la guerra fredda, la Banca mondiale ha utilizzato l'indebitamento con fini geopolitici ed ha sostenuto sistematicamente gli alleati del blocco occidentale, regimi dittatoriali (Pinochet in Cile, Mobutu nello Zaire, Suharto nell'Indonesia, Videla in Argentina, il regime di apartheid in Sudafrica, ecc...) che violavano i diritti umani, dirottando verso essi somme considerevoli, e continua sostenendo regimi della stessa natura (Déby nel Chad, Sassou Nguesso in Congo, Biya in Camerun, Musharraf in Pakistán, la dittatura a Pechino, ecc...)

- Nel corso degli anni 60, la Banca mondiale ha trasferito a diversi paesi africani di recente indipendenza (Mauritania, Congo-Kinshasa, Nigeria, Kenia, Zambia, ecc...) i debiti che avevano contratto le rispettive metropoli per colonizzarli, in violazione totale del diritto internazionale;

- Una gran parte dei prestiti accordati dalla Banca mondiale sono serviti a portare avanti politiche che hanno causato danni sociali ed ambientali considerevoli, per fornire accesso a bassi costi alle ricchezze naturali del Sud;

- Dopo la crisi del debito del 1982, la Banca mondiale ha sostenuto le politiche d'adeguamento strutturale promosse dalle grandi potenze e dal FMI, che hanno determinato una riduzione radicale dei bilanci sociali, la soppressione delle sovvenzioni ai prodotti primari, le privatizzazioni massicce, tasse che hanno peggiorato le disuguaglianze, una liberalizzazione demenziale dell'economia che ha esposto i produttori locali alla competizione sleale delle multinazionali. Misure che hanno seriamente deteriorato le condizioni di vita delle popolazioni portando ad una vera colonizzazione economica;

- La Banca mondiale ha seguito una politica che ha riprodotto la povertà e l'esclusione anziché combatterle, ed i paesi che l’hanno applicata alla lettera sono sprofondati nella miseria; in Africa, il numero di persone che sopravvivono con meno di un dollaro al giorno è raddoppiato dal 1981, più di 200 milioni di persone soffrono la fame ed in 20 paesi africani la speranza di vita è sotto i 45 anni.

- Nonostante le proclamazioni magniloquenti, il problema del debito dei paesi del terzo mondo si mantiene nella sua totalità, perché le riduzioni della Banca mondiale sono riservate ad un piccolo numero di paesi docili, invece di rappresentare la fine di una dominazione implacabile, la riduzione del debito non è più di una cortina di fumo che occulta la contropartita di riforme economiche draconiane, che vanno nel senso dell'adeguamento strutturale. Il passivo della Banca mondiale è troppo ingombrante perché sia limitato alle dimissioni di Paúl Wolfowitz. La sua sostituzione con Robert Zoellick non costituisce un miglioramento.

Robert Zoellick, rappresentante commerciale degli Stati Uniti

Zoellick non ha alcuna qualificazione in materia di sviluppo. Sotto il mandato precedente di Bush è stato il principale rappresentante degli Stati Uniti nell'ambito dell'OMC, ed ha privilegiato sistematicamente gli interessi commerciali della più grande potenza economica mondiale a dispetto degli interessi dei paesi in via di sviluppo. Nel corso dei preparativi della riunione dell'OMC a Doha, nel novembre 2001, aveva fatto visita ai governi africani per comperare voti. SI trattava di accettare l'ordine del giorno di Doha, che è deragliato fortunatamente alla fine del 2007. In seguito si è specializzato nel negoziato dei trattati bilaterali di libero commercio firmati dagli Usa con vari PED (Cile, Costa Rica, Repubblica dominicana, Guatemala, Honduras, Giordania, il Marocco, Nicaragua, El Salvador, ecc.), che favoriscono gli interessi delle multinazionali americane e limitano l'esercizio della sovranità dei paesi in via di sviluppo, prima di arrivare ad essere segretario di Stato aggiunto, con Condoleezza Rice. A decorrere dal luglio 2006, Robert Zoellick è stato vicepresidente del Consiglio d'amministrazione della banca Morgan Stanley, incaricato delle questioni internazionali. È importante ricordare che quest'ultima è una principali banche d'affari di Wall Street, chiaramente implicata nella crisi dei debiti privati esplosa nell'agosto 2007 negli Stati Uniti. Inoltre, Morgan Stanley ha preso parte attivamente alla creazione di un assemblaggio colossale di debiti privati a partire dalla bolla speculativa del settore immobiliare. Robert Zoellick andò via da Wall Street per occupare il posto di Paúl Wolfowitz alla presidenza della Banca mondiale nel luglio 2007, appena in tempo per non essere implicato direttamente nella crisi.

La seducente divisa della Banca mondiale (il "nostro sogno, un mondo senza povertà") non deve fare dimenticare che fondamentalmente l'istituzione soffre per un grave difetto di forma: è al servizio degli interessi geostrategici degli Stati Uniti, delle sue grandi imprese e dei suoi alleati, ed è indifferente dinanzi alla sorte della popolazione povera del terzo mondo. Di conseguenza, c'è una sola soluzione in vista: l'eliminazione della Banca mondiale ed il suo rimpiazzo nel quadro di una nuova architettura istituzionale internazionale. Un fondo mondiale di sviluppo, nel quadro delle Nazioni Unite, potrebbe essere legato alle banche regionali di sviluppo del Sud, sotto il controllo diretto dei governi del Sud, in maniera democratica e trasparente.

Dominique Strauss-Kahn, nuovo direttore del FMI

il 1º novembre 2007, Dominique Strauss-Kahn ha assunto prudentemente le sue funzioni davanti al FMI, dopo un lungo processo sapientemente orchestrato: opzione per la sua candidatura da parte di Nicolas Sarkozy allo scopo di indebolire ancora di più l'opposizione politica in Francia; accordo molto rapido sul suo nome da parte dei 27 paesi dell'Unione europea, per tagliare bruscamente le critiche sulla norma tacita che attribuisce ad un europeo la presidenza del FMI (in cambio della direzione della Banca mondiale ad un americano); campagna in numerosi paesi sostenuta da una dispendiosa agenzia di pubblicità, basata l'argomento della "riforma" del FMI e del suo aiuto ai paesi poveri; comparsa sorprendente di un altro candidato (il ceco Josef Tosovky), senza alcuna possibilità di essere scelto, ma che ha dato al processo un aspetto democratico; e finalmente, la designazione all'unanimità di Dominique Strauss-Kahn. Il fine di questa manovra di prestidigitazione mediatica era di mascherare la realtà del FMI, in così grave crisi di legittimità. I paesi di Sud non vogliono più ricorrere a quest’ultimo per sottoporsi in seguito alla sua dominazione selvaggia. Molti di loro (il Brasile, l'Argentina, l'Indonesia, ecc...) sono arrivati anche a saldare il loro debito per liberarsi della sua tutela stringente. E quindi, attualmente il FMI non riesce a coprire le sue spese di funzionamento e la sua stessa esistenza è minacciata. Da qui quella "riforma" necessaria, non per insufflare un cambiamento democratico che tiene conto dell'interesse della popolazione più povera, ma per garantirsi nulla di meno che la propria sopravvivenza ed affrontare la forte contestazione proveniente da ogni parte del pianeta. Il FMI è una istituzione che esige da oltre 60 anni, con la più grande prepotenza, che i governi dei PED applichino misure economiche che favoriscano i ricchi, i creditori opulenti e le grandi imprese. A tal fine, durante gli ultimi decenni il FMI ha contribuito con un appoggio essenziale a tanti regimi dittatoriali e corrotti, da Pinochet in Cile a Suharto in Indonesia, a Mobutu nello Zaire e Videla in Argentina, e, attualmente, Sassou Nguesso in Congo Brazzaville, Déby nel Chad, tra molti altri.

Dopo la crisi del debito degli inizi degli anni 80, il FMI ha imposto senza osservazione intensa dei programmi d'adeguamento strutturale che hanno avuto conseguenze disastrose per i popoli del Sud: tagli dei bilanci sociali, apertura dei mercati alle multinazionali che rovinano i piccoli produttori locali, produzione focalizzata all'esportazione abbandonando il principio della preminenza alimentare, privatizzazioni, un regime fiscale che accentua le differenze... Nessuna istituzione può mettersi sopra i testi e i trattati internazionali, ma il FMI si arroga nei suoi statuti di un'immunità giuridica assoluta. D'altra parte, non potrà essere fatta alcuna riforma senza il consenso degli Stati Uniti, che detengono potere di veto, qualcosa di assolutamente inaccettabile. Qualsiasi progetto di riforma che modifica le relazioni di forza internazionali può essere bloccato dai rappresentanti dei grandi creditori. Questi elementi rendono impossibile ogni cambiamento accettabile del FMI. Di conseguenza, poiché il FMI ha in gran parte dimostrato il suo fallimento in termini di sviluppo umano e che è impossibile esigere che esso renda conto della sua attività da 60 anni, occorre reclamare la sua dissoluzione e la sua sostituzione con un'istituzione a gestione trasparente e democratica, la cui missione sia centrata a garantire il compimento dei diritti fondamentali. E questo perché le principali campagne per l'annullamento del debito su scala mondiale hanno cominciato a venire a capo di un controllo sulle istituzioni finanziarie internazionali, con il FMI e la Banca mondiale in testa.

Eric Toussaint,

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CRISI FINANZIARIA ? di G. Duchini

 

Dopo che Hilferding pose al centro della sua indagine il Capitale Finanziario (1910), con l’intreccio tra Capitale Bancario e Capitale Industriale, si avviò un lungo dibattito sulle ‘crisi’ dello sviluppo capitalistico di tutto il Novecento (già in auge, nel secolo precedente, in seguito alla grande depressione economica del 1873). Nella letteratura economica dell’ultimo secolo, non furono molti gli studiosi che si cimentarono nell’ardua impresa, onde risalire alle cause primarie delle crisi; ma per loro fu più facile proporre soluzioni di uscita non sempre pienamente efficaci (si pensi agli interventi di Roosvelt sulla Spesa Pubblica per far fronte alla crisi del ’29 ).

A quelle soluzioni si accompagnarono  interpretazioni varie che sedimentarono, lungo tutto il secolo, un ginepraio ideologico di proposte su come uscire dalla crisi: da quelle  marxiste, a quelle neo-post-keynesiane, fino a quelle neoliberiste della ‘mano invisibile’ di smithiana memoria, tutte riconducibili al simulacro della maggiore Spesa Pubblica ( per far ripartire lo Sviluppo economico attraverso l’innalzamento del livello della domanda dei consumi).

    Il perché in determinate fasi il capitale Finanziario estende in modo determinante la sua influenza, sino a contribuire a determinare la fine di una intera fase monocentrica dello sviluppo economico (non certo del capitalismo), rimane  sospeso: si tratterebbe di andare oltre, su un terreno di ricerca completamente nuovo, uno sforzo che non rientra nell’ orizzonte teoretico dell’Economista ufficiale. Sulla funzione del Capitale Finanziario, Gianfranco La Grassa, ha svolto un’ opera meritoria, suscettibile di ulteriori approfondimenti, che decostruisce il vecchio scenario (ingolfato dalle sedimentazioni marxiste sulla finanza parassitaria) ed apre un nuovo campo d’indagine e di ricerca teorica sul capitalismo. Occorre, in altre parole,  “riallocare” la sfera finanziaria e darle il suo giusto posto, poiché “non esiste alcuna oggettiva e deterministica deriva parassitaria della finanza; essa non è necessariamente padrona della situazione in ogni congiuntura; il suo rapporto con i gruppi di agenti strategici dominanti (anch’essi interconflittuali) della sfera politica e ideologica-culturale si caratterizzano differentemente in contingenze specifiche e diverse. …….una questione da vedere caso per caso, che si risolve a seconda di determinate congiunture o determinate funzioni cui tale complesso assolve a seconda dell’articolazione geopolitica dei diversi sistemi-paesi sul piano mondiale.”

    La pubblicistica politica corrente tende a spiegare la crisi economica-finanziaria con tutto l’armamentario statistico e probabilistico che è in grado di dispiegare, una specie di termometro che misura  la temperatura della febbre finanziaria, lasciando sul campo soltanto interpretazioni riduttive, totalmente aliene a qualsiasi presupposto teorico di ricerca circa le cause da cui  possono derivare interpretazioni più generali; da questa  premessa si può partire cercando però di discernere il “grano dal loglio” della ricerca empirica, nell’unica accezione di collocazione possibile: entro le strategie finanziarie derivate dai rapporti di dominanza instaurate dalla predominanza Usa.

      L’ipertrofia finanziaria Usa ha invaso tutte le economie, contagiandole con i prodotti finanziari (titoli spazzatura), in misura maggiore o minore rispetto alle resistenze che il (pre)dominio (Usa) ha incontrato nei singoli stati mentre un discorso a parte meriterebbe la Russia non toccata da questa crisi. L’Europa ha rappresentato l’area dove maggiormente si è concentrata l’attenzione Usa in particolare sui suoi sistemi finanziari interni entro “standard internazionali” da tenere sotto controllo,  riguardo alle politiche monetarie e fiscali, ai sistemi bancari, alla struttura proprietaria delle imprese, ai sistemi contabili…Il controllo degli standard dei vari paesi è stato affidato dal dopoguerra ad oggi, al Fmi (Fondo Monetario Internazionale) coadiuvato dagli organismi internazionali che pubblicano i vari indici ” Moody, Doww Jones,… per le verifiche dei codici di comportamento dei singoli paesi. Se i paesi facenti parte del Fmi non ottemperano alle regole predisposte, al fine di prevenire le crisi, si consiglia (s’impone!) il risanamento, un rientro entro i vincoli delle misure di compatibilità alle strategie preventive del Fmi. Per rendere tali azioni più efficaci, si attivano le truppe coloniali della finanza rappresentate dalle Banche d’Affari private Usa, che accompagnano gli interventi di indirizzo strategico del Fmi concedendo al “paese in crisi” linee di credito,  che  hanno agito, nel tempo, sempre più in profondità,  direttamente nei gangli vitali delle economie poste sotto tutela inserendo, talvolta, i propri consulenti negli organismi chiave di controllo del sistema finanziario e monetario del paese sotto osservazione (si pensi a questo proposito alla nomina di Draghi come governatore della Banca d’Italia, dopo essere stato Vice Presidente della Goldman Sachs (banca d’affari Usa).

    Per consolidare gli indirizzi strategici Usa e rendere permanente e più incisivo il dominio  sul paese in crisi (di autonomia) nella componente finanziaria e come parte di una strategia complessiva, si è trasformata la forma del Capitale Finanziario passando  dal controllo diretto sulle imprese a quello indiretto per il tramite della liquidità (si pensi a tutti i prodotti finanziari in circolazione posseduti dalle banche e dalle imprese) e come conseguenza di questo, nel cambio di natura del credito(prestito) bancario; su questo aspetto, in modo del tutto grossolano, una prima conclusione si può porre: la crescita esponenziale della liquidità internazionale (in sostituzione alla moneta) è posta in relazione alle capacità di indebitamento dei paesi, attraverso gli strumenti essenziali delle politiche fiscali, salariali, riduzione delle politiche sociali, per garantire a tutto il sistema, i serbatoi  nazionali da cui attingere liquidità. Il lavoro “sporco” di trasferimento di liquidità (nazionale), avviene nei confronti di un potere locale, sempre meno autonomo rispetto ad un potere di interdizione Usa, nella concessione di un credito (finanziario) diventato nel tempo un prodotto finanziario; in pratica si concedono, cioè si vendono, debiti (vedi subprime) che il paese Centrale non è più in grado di recuperare, trasformando la funzione della moneta, da intermediaria degli scambi, in attività finanziaria;  la simil-moneta (finanziaria) in sostituzione di quella buona (la moneta cattiva caccia quella buona).

    Per certi aspetti si vive un grande paradosso economico: il debito di ciascun paese mantiene con il proprio deficit l’intero apparato finanziario internazionale Usa, un paradosso che spinto all’estremo porta alle conclusioni che le capacità di indebitamento dei singoli paesi diventano speculari alla crescita della liquidità internazionale, come conseguenza di un sistema che alimenta se stesso. Ma questo complesso meccanismo economico finanziario a dominio Usa si è inceppato, non funziona più; si dice: “ la crisi finanziaria morde l’economia reale”e il Fmi taglia tutte le recenti analisi sulle  crescite in tutte le aree di sviluppo, a cominciare da America e Europa in testa; nessuno sarà esente dal rallentamento, la crescita globale dell’economia mondiale sarà  nel 2008 del 4,1%  invece che del 4,4%; negli Usa la crescita sarà all’ 1,5% (per i suoi standard è una quasi recessione) per l’Italia l’1% o giù di lì. Ma l’impressione che si ha è che si dovranno rivedere ulteriormente queste previsioni, quando lo stesso Fmi afferma che le preoccupazioni sul credito si allargano oltre il settore dei subprime. I governanti europei sembrano non avvertire il peggioramento delle prospettive di crescita quando si dichiara che l’Europa “ha buoni fondamentali per resistere alla bufera” o quando Draghi asserisce che le banche italiane non sono minimamente toccate dalla crisi dei subprime. Prodi leader dimissionario, in un eccesso di ottimismo  che rasenta la disperazione aggiunge che “il nostro sistema bancario è solido, avendo fatto un percorso di riorganizzazione in cui la politica non è intervenuta in modo indebito”.

     L’annuncio della crisi, da parte del grande sistema plutocratico del Fmi sotto ferreo controllo Usa che ha guidato il sistema finanziario di tutto il mondo occidentale prima e dopo la caduta del muro di Berlino, rappresenta un segnale paradigmatico dell’inizio di una nuova fase internazionale, un’avvisaglia sulla rottura di vecchi equilibri con l’ingresso delle nuove economie emergenti sulla scena mondiale. Un quesito da porre: la crisi di liquidità è rappresentata soltanto da una crisi del sistema finanziario o è una crisi più generale del dominio (monocentrico) Usa dovuto alla comparsa di paesi  competitivi in aree geografiche che si smarcano dalle pretese imperiali?

 

G.D. Febbraio ‘08

 

 

 

 

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categorie: usa , africa, geopolitica
lunedì, 04 febbraio 2008

L’AMBASCIATORE WU ZEXIAN: LA CINA NON HA MIRE IMPERIALISTICHE

 (fonte geostretegie.com trad. di G.P.)

 

L'ambasciatore della Cina a Kinshasa, Wu Zexian, ha accordato un'intervista esclusiva al giornale "Le Potentiel" durante la quale ha parlato della cooperazione tra la Cina e la RDC che allevia i timori degli uni e degli altri sugli accordi di cooperazione firmati nel settembre 2008 con la RDC e sottolinea il principio di base della diplomazia cinese.

 

Signor ambasciatore, in quest'inizio dell'anno 2008, qual’ è lo stato della cooperazione tra la Cina e la RDC?

Innanzitutto, vi ringrazio di offrirmi quest'occasione per indirizzarmi una volta ancora al pubblico congolese. Ci tengo ad auguravi un buon 2008. A proposito della cooperazione Cina-RDC come lei sa, nel mese di settembre 2007, c'è stata la firma di un accordo tra un gruppo di imprese e banche cinesi e la controparte congolese. Dalla firma di quest'accordo, gli esperti, gli ingegneri ed i tecnici dei due paesi si sono messi al lavoro per portare a termine le modalità concrete di questa cooperazione gigantesca. Che io sappia, hanno praticamente coordinato il loro lavoro, da una o due settimane. Dunque, in un futuro molto prossimo, ci sarà l'avviamento di prime sezioni di progetti, oltre alla visita del governatore di Lexim Bank, che è uno degli attori di questa cooperazione. Questa banca finanzierà tutte le operazioni. Mi affretto a dirvi che è atteso verso la fine di questo mese di gennaio precisamente per segnare l'inizio dei lavori. Sarà accompagnato dai rappresentanti di due imprese che sono implicate in questa cooperazione, cioè Crec e Sinohydro. Sono imprese importanti in Cina che hanno competenza nella realizzazione di grandi lavori. Ecco! Si è in uno stato abbastanza soddisfacente del lancio di tutti questi progetti.

Quale è il ruolo del governo cinese in questi progetti?

Il governo cinese sostiene completamente le banche e le imprese cinesi negli sforzi di cooperazione  con i paesi in via di sviluppo. In alcuni paesi, lo schema vuole che sia il governo stesso a firmare gli accordi con i governi dei paesi in questione. Per il caso della RDC, c'è stata la preoccupazione non di appesantire il debito già contratto. Non si può copiare lo stesso schema per ogni governo. La Cina ha voluto differenziare le cose, affidandosi allo schema da impresa ad impresa. Le autorità congolesi hanno dunque affidato il compito alla Gecamines. Si tratta di una joint-venture. È questa joint-venture che prenderà in prestito il denaro di Lexim Bank e lo rimborserà. Questa cooperazione si sostiene su prestiti nella prospettiva dello sfruttamento in comune delle risorse naturali. L'idea di questa cooperazione precisamente, è di condurre due operazioni simultaneamente. Da un lato, lo sfruttamento delle risorse naturali, dell'altro, la realizzazione dei lavori pubblici. Dunque, l'avviamento sarà simultaneo. Ciò vuole dire che la banca dovrà investire, fin dall'inizio, allo stesso tempo nello sfruttamento delle risorse naturali e nella realizzazione dei lavori pubblici. È un'idea brillante.

Chi rimborserà la banca?

Non il governo della RDC. È questa joint-venture creata precisamente dal gruppo cinese e da Gecamines, con il dividendo che deriverà dallo sfruttamento delle risorse naturali. Alla fine, le due parti si ritrovano in questa cooperazione. Da un lato la banca e le imprese cinesi avranno la loro parte con lo sfruttamento delle risorse naturali. Dell'altro, la RDC, attraverso la Gecamines, beneficerà dei suoi vantaggi con i lavori di infrastrutture che saranno realizzati. Quanto allo sfruttamento delle miniere, questo richiede investimenti giganteschi. E mi creda, così come gli esperti hanno lungamente discusso sulle modalità concrete, si tratta di qualcosa che s’inserisce in una logica benefici-benefici, che ne è il principio base. Non ci sarà squilibrio. Non è nostra volontà quella di creare uno squilibrio in questa cooperazione. Sarà qualcosa di benefico tanto per la parte cinese che per la RDC. Sarà una cooperazione molto equilibrata.

Come far evitare alla RDC la spirale dell'indebitamento?

Questo problema ci ha preoccupati fin dall'inizio. Ed è precisamente per la preoccupazione di non  appesantire i debiti del governo della RDC che abbiamo inventato questo modello creando una joint-venture. La responsabilità è dunque chiara. Nel peggiore dei casi, se questa joint-venture non lavora bene e non arriva più a rimborsare la banca, è la banca che si prende la responsabilità e il rischio. Il governo della RDC non è obbligato a rimborsare al posto di questa joint-venture. Fin dall'inizio, si è voluto evitare uno scenario che appesantisse i debiti del governo della RDC. Detto ciò, e questo riassicura i partner, è che noi, come gli ingegneri, i responsabili delle imprese di banche e le imprese cinesi tanto quanto i responsabili congolesi, siamo gente seria. Lanciandoci in tale affare, si è bene analizzata la situazione. Studi di fattibilità sono stati condotti. Gli esperti hanno studiato tutti i dettagli dell'operazione. La conclusione è semplice: attraverso questa cooperazione, il rischio è minore. Invece, ci sarà un profitto per le due parti. Un lavoro meticoloso e dettagliato è stato fatto dalle due parti. Non si fa avventurismo in una cooperazione di tale portata. Quello che ci lega alla parte congolese è fondato su una base seria.

Secondo alcune critiche, il denaro messo a disposizione della RDC rischia di squilibrare la sua economia. Cosa rispondete a questa critica?

Non sono critiche fondate sulla realtà, poiché la realtà ve l'ho spiegata: non ci sarà indebitamento del governo della RDC. Questo è stato del resto spiegato fin dall'inizio, in occasione della firma di quest'accordo. Questi timori o queste critiche non sono fondati. E su questo punto, ho ricevuto giornalisti tanto della stampa congolese che occidentale. Ho discusso con i miei colleghi europei o con le delegazioni venute dall'Europa. Ho spiegato bene ciò che avevo detto per riassicurare tutti, precisamente per quanto riguarda questa preoccupazione o questo timore di vedere il debito della RDC appesantirsi ancora con la firma di questo accordo. A proposito dello squilibrio dell'economia congolese, penso che sia ancora un timore ingiustificato. Per sviluppare l'economia di un paese, occorre innanzitutto sviluppare l'infrastruttura. Se non ci sono infrastrutture, non si può fare nulla. E credo che le autorità congolesi abbiano ragione di privilegiare i progetti di infrastrutture in questa cooperazione. Noi cinesi, abbiamo fatto questo percorso nella vasta riforma della nostra economia verso la fine degli anni 70. Avevamo messo l'accento, ed anche oggi, noi mettiamo l'accento sullo sviluppo delle infrastrutture che è determinante per lo sviluppo economico di un paese. Anziché squilibrare, come alcuni temono, l'economia, sarà certamente un fattore benefico, determinante ed indispensabile per lo sviluppo economico dell'insieme del paese.

Nelle relazioni tra la RDC e le istituzioni di Bretton Woods, si ritorna regolarmente su una cosa: l'incapacità del Congo di assorbire crediti. Pensate che la RDC potrà essere capace di assorbire i miliardi cinesi?

Credo che il ministro Lumbi abbia utilizzato una parola che caratterizza certamente questa cooperazione: il "baratto". Da un lato, lo sfruttamento delle miniere, dell'altro la realizzazione dei lavori pubblici. Non si tratta dunque di rimettere miliardi tra le mani delle autorità congolesi perché le utilizzino per realizzare lavori pubblici. No! È una cooperazione che consiste nel creare, come ve l'ho descritta, una joint-venture. Cioè, ci sono, non soltanto gli esperti congolesi, ma anche degli esperti cinesi che lavoreranno insieme per gestire tutti i progetti, tanto la situazione delle miniere che la realizzazione dei lavori pubblici. Non si tratta dunque di miliardi messi a disposizione della cassa nazionale della RDC. No. Non è quello. È la joint-venture che gestirà tutte le operazioni.

Poiché parlate del baratto, cosa è stato fatto a livello delle strutture messe in opera  per fare in modo che lo scambio sia equo?

Come ho spiegato poco fa, gli esperti delle due parti hanno lavorato seriamente ed in modo meticoloso per condurre studi di fattibilità. Hanno già realizzato un lavoro notevole e tutto è fondato su una base solida, dopo il lavoro serio degli esperti. Non è un'immaginazione politica. Sono studi di fattibilità realizzati da esperti. Come ho detto, teoricamente, se c'è un fallimento in questa cooperazione, è la banca Lexim Bank che prenderà il rischio e si prenderà le sue responsabilità. Ma la banca è fiduciosa, perché ci sono precisi studi di fattibilità che sono stati già condotti e che dimostrano chiaramente che non c'è motivo di temere. Del resto la Cina è presente in Africa da decenni e conduciamo già cooperazioni di questo tipo. Forse non esattamente sullo stesso modello, ma secondo la realtà dei paesi. In altri stati, abbiamo già attuato con successo questo tipo di cooperazione, come in Africa del nord ed in Sudafrica. E ciò è andato molto bene. Noi siamo fiduciosi per quanto riguarda la RDC.

Si parla sempre più dell'Unione europea che si metterebbe d'accordo con la Cina per prendere in considerazione la cooperazione con l'Africa. La Cina non teme di essere condizionata dall'Unione europea?

No! La Cina è un paese sovrano che ha una politica diplomatica ben determinata. In realtà, la nostra diplomazia è fondata su un principio che si riassume in due parole: la pace e lo sviluppo. La nostra visione è chiara e precisa. Non c'è motivo di temere che la Cina sia condizionata da altri partner. Sviluppiamo le nostre relazioni di cooperazione con tutti. Con l'Africa, l'Asia, l'America e l'Europa. Abbiamo relazioni di cooperazione con tutti. A proposito, dell'idea di cooperare meglio tra la Cina e l'Europa nei nostri sforzi di aiutare nello sviluppo i paesi africani, ci sosterremo sui grandi principi che guidano la nostra diplomazia: rispetto reciproco e vantaggi reciproci. Poiché questo principio è fissato e rispettato, non si può prevedere un'altra cooperazione che consiste nel danneggiare la cooperazione esistente. Non è la visione dei cinesi. Penso che gli europei non proporranno tale cosa ai cinesi. Se la Cina e l'Europa arrivano a cooperare allo scopo di aiutare i paesi africani, ciò deve essere qualcosa di vantaggioso e di benefico per i paesi africani. Diciamo: occorre che le cooperazioni si completino.

In concreto, quest'idea cosa vuol dire? Si potranno vedere un giorno progetti finanziati congiuntamente dalla Cina e dall'Europa a profitto dell'Africa?

Per il momento, non sono ancora al corrente dei progetti concreti, condotti congiuntamente dalla Cina e l'Europa. Il nostro principio, è che siamo favorevoli a tale cooperazione nel senso di favorire lo sviluppo economico dell'Africa. Concretamente, non si ha ancora un progetto comune, ma credo che si inizino a fare passi in questo senso. Ci sono progetti di costruzione di tronconi di strade in Africa finanziate da istituzioni internazionali, compresa l'Unione europea, o altri paesi europei. In questi progetti, quando ci sono state gare d'appalto, sono state le imprese cinesi che hanno vinto i lotti dei progetti finanziati da istituzioni internazionali o europee. Penso che sia una buona forma di cooperazione. Poiché, da un lato, ci sono istituzioni finanziarie internazionali, dall'altro, imprese cinesi che possono realizzare questi progetti. È qualcosa di benefico, perché le imprese cinesi, quando realizzano questi progetti, lo fanno al minor costo con una migliore prestazione. Basta constatare le cose che sono realizzate ovunque in Africa, dall'Africa del nord fino al Sudafrica per convincersene. Nella RDC, ci sono tronconi di strade che sono stati realizzati da imprese cinesi. Credo che le autorità congolesi e la popolazione delle regioni interessate ne siano contente.

La cooperazione Cina-RDC risale agli accordi di settembre 2007. Si possono sapere i settori che hanno beneficiato della competenza cinese?

Come ho spiegato poco fa , ci sarà presto la visita del governatore di Lexim Bank per concretizzare questa cooperazione. Del resto, dalla firma dell'accordo-quadro di questa cooperazione, gli esperti delle due parti hanno lavorato molto per portare a termine le modalità concrete. Per una cooperazione di tale portata, occorre un lavoro meticoloso di preparazione. Per quanto riguarda la seconda parte della vostra domanda, credo che siano tutti i settori che interessano gli investitori cinesi. Perché è un paese che ha tutti i vantaggi per un vero sviluppo economico. Non c’è solo il settore minerario. Avete bisogno di tutto in effetti. L'industria: anziché importare tutti i prodotti dell'estero, sarebbe meglio che voi creaste le vostre fabbriche, sviluppaste la vostra industria per produrre materiale di costruzione, materie di base come l'acciaio, il ferro, ecc.

Voi avete bisogno di produrre articoli d'uso corrente. Potete farlo. Le automobili, anziché importarne, basta creare una fabbrica di macchine, anche se all'inizio non si ha realmente la tecnologia. Ma almeno, si può fare l'assemblaggio e dopo sviluppare la tecnologia. Dunque, tutti i settori potranno svilupparsi, se avete una politica ben definita per sviluppare la vostra industria. L'agricoltura anche. Avete condizioni naturali molto favorevoli. Avete una superficie di terre coltivabili comparabile a quella della Cina. Purtroppo, molte terre sono abbandonate. Occorre creare un ambiente favorevole per attirare gli investitori. Che sono là! Sono pronti a venire, ma osservano ancora. Perché non sono ancora molto sicuri dell'ambiente per fare affari. Poiché sono persuasi che tutto è già messo sulla buona via, gli investitori verranno a lavorare. Sono sicuro che investiranno in tutti i settori, dall'industria, all'agricoltura, al turismo. Su questo punto, avete potenzialità turistiche enormi, una foresta vergine, vaste riserve naturali, bei paesaggi. Sono stato molte volte nell'Est del paese, nella regione dei grandi laghi. Paesaggi fantastici. E se si arriva a sviluppare il settore turistico, ci saranno molti turisti che verranno. Tutto ciò interessa gli investitori. Credo che il governo della RDC dovrebbe compiere sforzi per creare un clima d'investimento attraente perché la gente venga. Io, come ambasciatore della Cina, non fermerei gli sforzi per incoraggiare la gente a venire a vedere, a farsi un'idea esatta prima di restare. Un investitore potente è già venuto a firmare un accordo per coltivare una piantagione di 300.000 ettari di palmeraie. È un buon colpo. Ora, i preparativi sono in corso per piantare. Un progetto tipico dell'investimento cinese in un altro settore che non sia quello delle miniere.

Quante imprese cinesi sono già in Congo?

Non ho cifre esatte. Ma so che ci sono molte grandi imprese cinesi. C'è ad esempio l'impresa delle telecomunicazioni ZTE. È precisamente il proprietario di ZTE che ha avuto l'idea di investire nelle palmeraie. C'è anche la società Wang Wi che è là da tempo. E quindi, molte società sono nei lavori pubblici, nella costruzione delle strade: Sinohydro ad esempio. Un'altra opera nel settore dei ponti e delle strade. Citeremo altre imprese importanti nel settore minerario. Non poche piccole imprese lavorano anche nel settore delle miniere. Ma poiché non sono venute a registrarsi all'ambasciata, non ho l'idea del loro numero. In ogni caso, spero che ci siano sempre più investitori che vengano e che non lavorino soltanto nel settore minerario, ma anche in altri settori, anche in quello immobiliare. È un paese che ha in gran parte bisogno di costruzioni, tanto per gli alloggi, gli uffici che per altri impianti come i supermercati, ecc..

Si può conoscere il numero dei cinesi vivono in Congo?

È un vero rompicapo, perché coloro che vengono non si registrano all'ambasciata. Ritornano, ripartono senza che lo sappia. È molto difficile fare un censimento. Non c'è obbligo per i cittadini cinesi di registrarsi all'ambasciata. Alcune grandi imprese hanno avuto l'idea di informarsi presso l'ambasciata per esaminare la situazione degli investimenti. Ma i piccoli imprenditori, molto spesso, vengono e ripartono, ritornano senza che l'ambasciata lo sappia. È molto difficile avere un'idea esatta.

Quanti cinesi verranno per i lavori di infrastrutture nella RDC, si avanzano cifre tra i 20 mila e i 40 mila?

Occorre innanzitutto eliminare questa visione che è molto vecchia, quest'immagine che ricorda il vecchio tempo dove la manodopera cinese a buon mercato era utilizzata in maniera massiccia nella realizzazione dei lavori di base in altre regioni del mondo. È un'immagine che è già superata. Ed ora, ciò che si constata in Africa o in altre regioni del mondo, quando occorre realizzare cantieri da parte di imprese cinesi e che ci sono sì cinesi ma soprattutto manodopera locale. La ragione è molto semplice. La manodopera locale è economica. È molto più interessante utilizzare la manodopera locale che fare venire operai cinesi che non sono più economici e costano molto. Dunque, è nettamente più interessante utilizzare la manodopera locale che fare venire molta manodopera cinese. Eccetto gli ingegneri, i tecnici ed alcuni operai qualificati perché i lavori vadano rapidamente. Non si è ancora calcolata la cifra esatta dei cinesi che arriveranno. È un dettaglio. Non è importante, poiché importante è realizzare i lavori, gli studi di fattibilità. Si dice che la Cina possa sviluppare atteggiamenti impérialisti come il mondo occidentale. E’ di questo parere?

Evidentemente, non si può essere d'accordo con questa visione per cui la Cina diventerà un paese imperialista. La Cina non è mai stata un paese imperialista. Al contrario, la Cina si è sempre mostrata molto amichevole riguardo agli altri paesi in via di sviluppo, perché anche noi siamo in una fase di sviluppo. La Cina è il più grande paese in via di sviluppo. Incontriamo le difficoltà degli altri paesi in via di sviluppo. Abbiamo simpatia e comprensione per gli altri paesi in via di sviluppo e pensiamo che da soli non ci si possa sviluppare a fondo. Occorre che tutti i paesi in via di sviluppo crescano insieme. È ciò che permetterebbe al mondo di svilupparsi realmente. L'esempio può essere molto semplice. Se la RDC arriva a svilupparsi rapidamente nei settori economici, industriali, agricoli... scaturirebbe un grande mercato per i prodotti cinesi. E gli scambi tra la Cina e la RDC potrebbero moltiplicarsi per dieci, venti, cento. Dunque, è qualcosa di benefico. Lo sviluppo degli altri paesi in via di sviluppo sarebbe qualcosa di fondamentalmente benefico anche per la Cina. Diciamo sempre che occorre per i paesi in via di sviluppo aiutarsi su una base benefica di vantaggi reciproci. Non ci sono mai state idee imperialiste nella diplomazia cinese. Il fatto è tutto qui. Abbiamo fornito molti aiuti ai paesi in via di sviluppo, compresa la RDC senza alcun retropensiero. Non abbiamo mai provato a dominare o controllare o influenzare questo o quel paese. Al contrario, quando apportiamo qualcosa, lo facciamo con sincerità. Pensiamo che sarebbe meglio se lavorassimo insieme sulla base degli interessi reciproci. È sempre il nostro messaggio. 

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categorie: cina, geopolitica, congo
giovedì, 31 gennaio 2008

Saakashvili rivince di g.rèpaci

 

Mikheil Saakashvili, l’uomo di Washington, è stato riconfermato alla carica di Presidente della Georgia nelle discusse elezioni del 5 gennaio. Secondo dati ufficiali della Commissione Elettorale Centrale, Saakashvili avrebbe ottenuto il 53,47% dei voti, seguito da Levan Gachechiladze con il 25,69%, con una significativa caratteristica: Misha ha raccolto ben pochi voti nei distretti elettorali della capitale, dove la dura repressione delle proteste di piazza ha dunque lasciato qualche scoria, oltre a una profonda insoddisfazione per l’operato del governo, mentre ha fatto il pieno nelle province periferiche. Nonostante Saakhasvili abbia salutato il risultato con grande clamore, e lanciato segnali distensivi sia verso l’opposizione, sia verso il grande vicino russo, rimangono molte misteri legati al voto, peraltro confermati dal rapporto Osce. È ritenuta frettolosa l’archiviazione di alcune proteste dell’opposizione, anche se secondo il Ministero degli esteri georgiano sono ridotte solo all’1% dei seggi. Questa precisazione può essere intesa come una implicita ammissione di colpa, e se non si parla di brogli, quantomeno si ha a che fare con una certa fragilità nella procedura elettorale. Una spallata alle ambizioni filo-ocidentali dei georgiani c’è dunque stata con queste elezioni che, caso raro nello spazio post-sovietico, non erano dal risultato annunciato. E qualcosa si è incrinato nella luna di miele fra la Georgia e l’occidente negli ultimi mesi, mentre sembrano essere incoraggianti i segnali di distensione con la Russia, almeno a vedere il ministro degli esteri russo Lavrov presente alla cerimonia di investitura del presidente. La strada della transizione è ancora lunga e deve passare dal parlamento, non dalle piazze.

Saakhasvili è stato costretto a indire nuove elezioni dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza nel paese a inizio novembre, non essendo stato in grado di gestire l’opposizione di piazza, che era iniziata a settembre con il pretesto della chiusura di un’emittente privata, Imedi TV, contraria al governo. Anche se il canale televisivo ha ripreso le trasmissioni ed è stato una piattaforma molto parziale del candidato-businessman Patarkacishvili, la sostanza del problema rimane la stessa. La piazza non è la causa, bensì l’