RIPENSARE MARX

ANTIEGEMONISMO E NUOVE PROSPETTIVE DI LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO

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venerdì, 23 novembre 2007

Da Breviario tedesco di Bertolt Brecht

 

Al momento di marciare molti non sanno

che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda

è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico

è lui stesso il nemico.

 

(dedicata a tutti i coglioni che marciano al comando dei furfanti politici di sinistra, al servizio di sordidi malfattori che devastano l’economia).

 

DOCUMENTAZIONE DI MANOVRE TORBIDE (a cura di G. La Grassa)

 

Quanto tempo è passato dall’indignazione per le indagini di De Magistris e Forleo su Prodi, D’Alema e Fassino, con tanto di intercettazioni telefoniche di cui si riteneva necessario impedire la pubblicazione (ma senza andare al fondo del problema: chi, nelle Procure, fa uscire tali intercettazioni e le fornisce ai giornali “amici”)? Si trattava di attacchi bipartisan ai due magistrati (uno dei giornali che più si è “divertito” a sputtanarli e dileggiarli è stato Libero); ma certamente, all’avanguardia stavano le “corazzate” dei poteri finanziari, essendo questi il vero cancro che attanaglia in tutti i sensi il paese, servendosi in prevalenza del centrosinistra (ma con la sinistra “estrema” in ottimo rilievo) per le loro oscure trame distruttrici di ogni forma democratica.

Adesso, l’atteggiamento antimagistrati è cambiato. Come una perfetta “bomba ad orologeria”, la solita Procura compiacente ha fornito intercettazioni telefoniche a Repubblica, una delle “corazzate” di cui sopra. Non entro nemmeno nel merito dello scandalo che si vorrebbe sollevare; per uno come me, che segue attentamente i TG, sentire parlare di intercettazioni che implicherebbero lo strapotere mediatico di Berlusconi – quando, nell’ultimo anno, TG1 e TG3 sono puro megafono, grigio e burocratico, del governo e della maggioranza; e il TG2, oltre ad esserlo anch’esso all’80-90%, spara servizi di un anticomunismo sfegatato, da tempi delle “Madonne Pellegrine”, delle “cortine di ferro”, dei comunisti che “mangiavano i bambini”, ecc – è pura e semplice mistificazione. Se qualcuno fa ancora finta di non capire a che cosa serve il “lupo” Berlusconi – a nascondere le effettive trame dei veri affossatori della democrazia in Italia – merita solo disprezzo; costui è ormai della stessa pasta di coloro che hanno indubbiamente insozzato il (falso) comunismo creando impresentabili regimi di dirigismo totale e impenetrabile. 

Voglio solo ricordare che non più tardi di lunedì 12 u.s. ho indicato i reali motivi per cui non si poteva far cadere un governo di zombi; e non più tardi di ieri ho scritto che l’ultima mossa berlusconiana scompigliava talmente i giochi, pur nel solito palcoscenico della politica (politicante), da provocare le reazioni di chi si sente disturbato nelle sue mene furfantesche. O sono profeta o vuol dire che sono più semplicemente sincero e non al servizio di poteri oscuri e ormai decisi ad imporre un regime, che non esito a qualificare come mille volte peggiore del fascismo. Quest’ultimo non nascondeva i suoi fini, lo si poteva almeno combattere a viso aperto; qui non abbiamo il “nero” fascista, ma il nero “pretesco”, subdolo, nascosto. Il fascismo dichiarava apertamente il suo disprezzo per la democrazia qual era nell’Italia di Giolitti e nella Repubblica di Weimar; l’odierno tentativo di erigere un regime oppressivo fa appello alle “regole” – anzi fa marcire il paese facendo finta di voler discutere di “giuste” leggi elettorali – ma vuol istituire una vera Inquisizione (che infatti rispettava le leggi e i Tribunali; ma quali?).

 

Qualcuno sta tentando di rinnovare il 1993, ma non so se ci riuscirà veramente; magari, si arrivasse ai ferri corti con una generale resa dei conti! Almeno sapremmo con chi si ha a che fare. In ogni caso, con gente della peggiore specie; e per l’ennesima volta riporto il giudizio di qualche mese fa di Guido Rossi (uno che se ne intende) sul capitalismo italiano: “come nella Chicago anni ‘20” (si sarà almeno visto il film Gli Intoccabili e si capirà dunque il senso di tale affermazione). Desidero riportare qui di seguito, senza tanti commenti, una impressionante documentazione dei giochi di cui parlavo nei due articoli poco più sopra citati. E’ documentazione ufficiale, per cui mi esimo dal fare commenti. Prego di leggere con attenzione soprattutto l’intervista a Cirino Pomicino, poiché non è altro che una illustrazione, molto più ricca di particolari, di quanto affermato sinteticamente dal sopra citato Rossi. Concentratevi soprattutto sui passaggi in cui delinea il personaggio Bernabé, il ruolo della Telecom in questa fase (uno dei centri nevralgici delle torbide manovre illiberali), gli obiettivi di coloro che si apprestano ad impadronirsene, sicuramente devastandola in modo definitivo dal punto di vista aziendale; con tanti bei saluti ai mentitori che ci hanno rotto le scatole sulle privatizzazioni, sulla libertà di mercato, sulla sana competitività nella meravigliosa globalizzazione, ecc. Il capitalismo italiano è senz’altro il peggiore, quello particolarmente verminoso per la sua specifica e parassitaria “mafiosità”, ma comunque segnala i caratteri generali della competizione capitalistica, mai fatta di semplici costi e prezzi, di produttività del lavoro, di efficienza, ecc. Tutte balle!

So che la documentazione è lunga, ma le persone con un minimo di coscienza dei pericoli antidemocratici che corriamo la leggeranno. Lasciatemi ancora dire che avevo appena sostenuto due giorni fa che i dati ufficiali, indicanti stagnazione, erano probabilmente pure manipolati. Nuovi segnali, sempre ufficiali, stanno a dimostrare che la crisi è più grave di quanto ci dicono. Dopo la Citigroup, altri due importanti gruppi americani (Fannie Mae e Freddie Mac) hanno accusato miliardi di dollari di perdite nell’ultimo trimestre; e la Northern Rock – la banca che qualche tempo fa aveva chiuso gli sportelli per l’affollarsi di depositanti e correntisti – è sempre più in crisi. Almunia ha lanciato l’allarme, perché la situazione è di quelle peggiori per il capitalismo: la stagflazione (inflazione e stagnazione insieme, per cui non si sa più come manovrare i tassi ufficiali di sconto). Egli afferma che dovranno essere ulteriormente rivisti al ribasso i già esigui saggi di crescita del Pil nei paesi europei, con l’Italia, come al solito, nelle condizioni peggiori. L’affermazione di Almunia riportata tra virgolette è stata: “Ora rischiamo la crisi”. E’ ormai “ufficiale” che anche gli USA stanno peggio di come detto finora (parlo dell’economia reale, non dei crediti subprime). E adesso leggete attentamente (buona parte dei documenti sono tratti da Dagospia del 20 e 21 novembre).

 

Cosa Bianca/ Mario Baccini (Udc) ad Affari: obiettivo superare il 20%. Montezemolo ha le carte in regola per fare il premier...

Mercoledí 21.11.2007 12:55

"La Cosa Bianca è una forza politica che sta nascendo e al cui interno ci sono costituenti importanti. E' un centro riformista-temperato, che ha come scopo principale le riforme necessarie per il Paese, che da quindici anni sono bloccate. Ma soprattutto intende realizzare anche questa nuova stagione della buona politica, evitando in modo accurato di far riaprire il tavolo a chi per quindici anni ha affossato le riforme". Mario Baccini (Udc), vicepresidente del Senato, spiega ad Affari gli obiettivi della nascente Cosa Bianca. E lancia Luca Cordero di Montezemolo come futuro premier.
 
      E' vero che sarete un movimento che si collocherà tra il partito democratico e il nuovo soggetto politico Berlusconi, alleandovi una volta con uno e una volta con l'altro?


"L'unica analisi vera è quella degli obiettivi da raggiungere. Che sono in linea con gli interessi generali del Paese. Il nostro programma prevede: primo - la buona politica; secondo - le riforme sia costituzionali sia elettorale; terzo - dobbiamo ricostruire il ceto medio e quella borghesia nel Paese che è stata penalizzata e soffocata. Ovviamente tutti quelli rappresentano innovazione e radicamento con i valori tradizionali del Paese sono i nostri potenziali alleati. Non ci faremo incartare dalle logiche delle alleanze. Perché la vera alleanza la faremo al nostro interno con il nostro programma".

 

Tutto l'Udc, compreso quindi anche Casini, potrebbe entrare nella Cosa Bianca?

"Casini potrebbe essere un elemento importante di questa operazione. Potrebbe giocare un ruolo significativo sulle linee che io, Tabacci e Pezzotta abbiamo già solcato, noi con il manifesto di Subiaco e Pezzotta con l'Officina".
 
      Che ruolo potrebbe avere Montezemolo in quest'operazione?

"Primario. E' tra le persone che potrebbero giocare un ruolo importante".
 
      Ci sono già stati contatti con Montezemolo?

"Io personalmente no. Sicuramente Tabacci lo avrà sentito".
 
      In futuro Montezemolo potrebbe anche ambire al ruolo di presidente del Consiglio?
"Secondo me ha tutte le carte in regola".
 
      Il vostro obiettivo in termini di consensi elettorali?

"E' quello di andare oltre il venti per cento, considerando tutte le persone che abbiamo citato. Poi se riusciremo anche a rendere forte questa nostra alleanza sulle riforme, i programmi, la sicurezza del Paese etc... non escludo che potremmo trovare terreno comune con Gianfranco Fini e anche con Antonio Di Pietro".
 
      Mastella no?

"Credo che dovrà prima chiarire la sua posizione nel governo. Mi sembra che sia rimasto ancora nel guado".

 

Fine del primo documento

 

VELTRONI E BERLUSCONI DEVONO FARE I CONTI CON IL TERZO INCOMODO
IL PROGETTO DEL "GRANDE CENTRO" PASSA ATTRAVERSO IL MONTEZEMOLONE
LUCHINO’S PARTY: CASINI E MASTELLA, TABACCI E PEZZOTTA (MAGARI ANCHE RUTELLI)

 

Claudio Tito per “la Repubblica”

«Il partito di Montezemolo». Iniziano a chiamarlo semplicemente così. Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella, Bruno Tabacci e Savino Pezzotta. Il progetto del "grande centro" passa attraverso la discesa in campo dell´attuale presidente di Confindustria. I contatti sono tanti. Continui. Il leader degli industriali italiani ne ha parlato pure l´altro ieri a margine della presentazione della mostra sui "Capolavori della città proibita" (era presenta anche Francesco Rutelli). Il probabile approdo ad un sistema proporzionale, del resto, apre delle nuove prospettive per i centristi dei due schieramenti. Alla ricerca di un volto nuovo da schierare alle prossime elezioni. E Montezemolo non nasconde il suo interesse. «Io ci sono», ha ripetuto a tutti i suoi interlocutori. In pubblico non si trincera più dietro un fermo no all´eventualità di un suo impegno politico. Adesso, usa un più disponibile «mai dire mai».

Tra i moderati del centrosinistra e del centrodestra è scattata allora la corsa a coinvolgerlo nella nuova tessitura. Una trama che negli ultimi giorni è diventata più fitta. Il capo dell´Udc ha raccontato ai suoi di aver approfondito la questione con "l´amico Luca" solo pochi giorni fa. «Noi - è il ragionamento dell´ex presidente della Camera - dobbiamo creare una forza alternativa alla sinistra, imperniata sul Ppe, organizzata in modo democratico e soprattutto lontana da ogni estremismo. E per questo dobbiamo incontrare tutti coloro che hanno uguali propositi». Il volto del presidente di Confindustria viene dunque considerato ideale per la prossima competizione. Una gara in cui Walter Veltroni e Silvio Berlusconi potrebbero fare i conti con il terzo incomodo. «Perché con una legge proporzionale - è la convinzione di Casini - il centro può arrivare al 10%». E a quel punto determinare la maggioranza. O almeno «avere la libertà di dar vita alle larghe intese senza il guinzaglio di Berlusconi».

Soprattutto avere la possibilità di dialogare da vicino con il Partito democratico. Che, non a caso, dalla sua nascita ha catturato le attenzioni e i giudizi più che positivi dello stesso Montezemolo. Carinerie sufficienti a far girare anche dalle parti del Pd l´ipotesi per il futuro di un governo Veltroni-Montezemolo. A convincere "Mister Ferrari" a non scartare la politica tra i suoi orizzonti, è in primo luogo Pezzotta. Con l´ex segretario della Cisl i colloqui sono frequentissimi. Ed è sempre il coordinatore del "family day" ad avergli suggerito un percorso morbido. Fino a maggio prossimo, infatti, quando cioè concluderà il suo mandato in Confindustria, non compirà nessun passo ufficiale. Ma si limiterà a ripetere frasi che in qualche modo alludono ad una svolta personale: «Il Paese da 12 anni non è governato».

«È evidente che c´è un discorso comune - dice un altro centrista come Bruno Tabacci - i moderati si possono ritrovare mettendo insieme personaggi autorevoli come lui e Mario Monti». Un´area che già in occasione dell´ultima assemblea di Confindustria, il capo degli industriali aveva definito come la sua area di riferimento: «Nel capitalismo italiano sta crescendo una nuova borghesia che ha coscienza di sé». E che quella di Montezemolo non sia solo un´ipotesi, lo si capisce anche dalle preoccupazioni di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere lo segue con attenzione. Ricorda che «doveva essere un mio ministro». Ma soprattutto teme l´abbraccio tra il Pd e un centro "montezemoliano". Che farebbe nascere un nuovo blocco sociale contando sull´appoggio di molti dei "poteri forti" dell´industria e della finanza.

Fine del secondo documento

 

Telecom finale di partita I veri vincitori sono Romano Prodi e Giovanni Bazoli, mentre i perdenti sono Vincent Bolloré, Antoine Bernheim e Tarak Ben Ammar

Edizione 253 del 20-11-2007

      In pole position stanno Gabriele Galateri di Genola e Franco Bernabé

di Biagio Marzo

 

Aspettando Godot, però, a parti invertite. Mentre nella commedia di Samuel Beckett Vladimiro ed Estragone aspettavano Godot, che non arrivava mai, nella vicenda Telecom Italia si aspetta, da mesi oramai, il prossimo arrivo del presidente e dell’amministratore delegato. Un fatto inaudito, per la perdita di tanto tempo prezioso, a cui la stampa specializzata internazionale ha dedicato pagine e pagine di commenti oltremodo critici al vetriolo. Vero è che il titolo dell’azienda tlc è sotto pressione, e non da ora, e vero è anche che gli spagnoli di Telefonica stanno recitando la parte dei parenti poveri. Una parte, a ben vedere, che non sopportano per l’investimento fatto, - peraltro criticato in Spagna per essere stato parecchio oneroso - e, per di più, avendo in mano notevoli e decisivi pacchetti azionari di Telco - la finanziaria dell’azienda telefonica italiana che controlla Telecom Italia - e di Telecom Italia, si trovano nell’imbarazzante situazione che non possono proferire verbo sulle nomine. Ciò spetterebbe agli italiani per accordi presi, allorquando Cesar Alierta ha stipulato con i soci l’atto di acquisto delle quote di Olimpia,la holding che è stata sostituita da Telco. Si dà per certo che le tanto attese nomine si farebbero in questa settimana.
     Da oggi, intanto, parte la corsa in cui in pole position stanno Gabriele Galateri di Genola, presidente, Franco Bernabé, amministratore delegato. Due nomi, a dire il vero, che circolano da mesi, ma le banche azioniste di Telco (Mediobanca e Intesa; invece Generali è stata più defilata in proposito) su Galateri e Bernabè non hanno trovato finora l’accordo. Proprio oggi, martedì 20 novembre, potrebbe essere il giorno fatale, dato che il comitato nomine si riunisce per discutere il nuovo assetto di comando, in vista della riunione dell’assemblea convocata per il giorno successivo, mercoledì 21 pv. I due nomi in ballo per la stanza dei bottoni sono: Gabriele Galateri di Genola che è uomo Fiat a tutto tondo e proviene dalla presidenza di Mediobanca. Inoltre, ha un rapporto con Alierta, essendo stato compagno di università negli Usa. Franco Bernabé, invece, ricopre, attualmente, la vice presidenza di Rothschild Europe. È un veterano di Telecom, avendo ricoperto la carica di amministratore delegato, dal 1998 al 1999, e, in precedenza, quella di amministratore delegato di Eni, dal 1992 al 1998, dove ha condotto un programma di ristrutturazione e privatizzazione.
      Nel corso dei suoi due mandati alla guida della società, l’Eni è stata trasformata da ente di stato nella più grande società per capitalizzazione in Italia , restando così una delle compagnie petrolifere più importanti al mondo. Per taluni Bernabé, nel corso delle inchieste giudiziarie, all’inizio degli anni Novanta, sul cane a sei zampe, ebbe, diciamo così, un atteggiamento a favore di Mani pulite mettendo, a torto e a ragione, nei guai parecchi manager. Entrò all’Eni nel 1983 come assistente del presidente Franco Reviglio, in seguito Bernabè divenne direttore centrale per la pianificazione, controllo e sviluppo. Prima di passare all’Eni aveva lavorato presso il dipartimento di pianificazione della Fiat come chief economist, dopo un’esperienza come senior economist presso il dipartimento di Economia e Statistica dell’Ocse a Parigi. Questo è quanto. Come visto, Bernabé è una vecchia conoscenza di Telecom Italia dalla quale si dimise allorché la coppia Colaninno e Gnutti lanciarono la maxi Opa. In quel periodo travagliato, Bernabé guardava all’alleanza tra il gigante tlc italiano e il colosso Deutsche Telekom. Peraltro, i rapporti con il presidente del consiglio di allora, Massimo D’Alema, non furono idilliaci e non sono migliorati per nulla di recente.
     Di questa complessa partita, i veri vincitori sono Romano Prodi e Giovanni Bazoli, mentre i perdenti sono Vincent Bolloré, Antoine Bernheim e Tarak Ben Ammar. Già nell’intervista di quest’ultimo sulla Repubblica aveva detto chiaramente che i francesi vista la malaparata avrebbero potuto decidere se restare o no in Mediobanca. Tra l’altro, le Generali hanno avuto un atteggiamento pilatesco, preoccupate come sono dell’attacco di Algebris direttamente su Bernheim e i capi azienda. E Cesare Geronzi? Ha fatto di tutto per non essere spiazzato e alla fine ha ceduto, suo malgrado. Su di lui pesa in generale il caso giudiziario, per questo non ha potuto tirare troppo la corda. La sua maggiore preoccupazione, in verità, è che Bankitalia e via XX Settembre facciano una mossa ad hoc, senza colpo ferire, per estrometterlo dalla presidenza del consiglio di sorveglianza di Piazzetta Cuccia per via giudiziaria. Resta il fatto che è in gioco il 9,4% di Mediobanca che Unciredit deve mettere sul mercato e tra gli altri Fininvest e gli stessi Benetton si sono candidati come nuovi azionisti nonché pattisti. Poi toccherà alle Generali, la cui “governance” - la presidenza e il doppio incarico di ad - è sotto tiro degli hedge fund e, per di più, ha la vice presidenza vacante, dopo il veto di Bankitalia nei confronti di coloro che rientrerebbero in situazioni anomale,- Geronzi in questo caso - per essere nel ruolo di governante e governato nei cda.
     E poi, ci sarà, prossimamente, il problema Rcs Media Group, la holding del Corriere della Sera, il cui attuale management è frutto di accordi fatti negli anni passati, quando i rapporti di forza dentro il salotto buono erano ben diversi. Non è tutto. Le varie poste in palio nel settore privato sono molto alte, per non parlare di quelle ancora pubbliche per le quali Palazzo Chigi dovrà dire l’ultima: come nei casi: Finmeccanica, Eni, Enel… Per un verso con Bazoli, per l’altro con il potere che gli compete come presidente del consiglio, Prodi farà scacco matto e farà il pieno di nomine e, quindi, di potere. Sta di fatto che conquistata Telecom Italia, le altre seguono a ruota.

 

Fine terzo documento

 

[…..] Il progetto berlusconiano è inevitabilmente destinato a mettere nell'angolo Fini e Casini. I quali sono costretti a reagire. E la loro risposta al Partito delle libertà non dovrebbe tardare: presto, l'annuncio della nascita di un nuovo Partito cattolico moderato in cui chiamare a raccolta il popolo del family day con il suo profeta Savino Pezzotta. Il progetto, sponsorizzato da Vaticano e Confindustria, ha però bisogno di tempi di maturazione più lunghi del partito berlusconiano. Perciò Fini e Casini devono far di tutto per allontanare il più possibile la data delle prossime elezioni. Per questo, prima hanno contrastato la strategia berlusconiana della "spallata" ed ora sono attratti dalla proposta veltroniana. Il tempo gioca a loro favore.

Se Walter la spunta, che caratteristiche avrà il governo per le "grandi riforme"? E chi potrebbe guidarlo? L'opzione principale resta al momento un Prodi-bis, più snello nella sua struttura ministeriale e, se possibile, con una maggioranza parlamentare più ampia. In caso contrario, l'alternativa a Prodi sarebbe inevitabilmente da pescare in quel poco che resta nel mazzo Pd: Veltroni stesso o D'Alema. Sono gli unici su cui, alla fine, potrebbe arrivare anche il consenso di Berlusconi. Il quale, visto il precedente al Senato e previdente com'è, non vuole precludersi soluzioni di ripiego. Ed ha già messo al lavoro il suo plenipotenziario Gianni Letta. Non è escluso che sia proprio a Letta ad affiancare Veltroni o D'Alema alla guida del governo per le "grandi riforme".

Fine quarto documento

 

A questo punto si legga (in appendice) il “pezzo forte”: l’intervista di Cirino Pomicino (anche Geronimo a volte) su Liberomercato del 21 novembre.*

Dopo riprendete da questo punto: riporterò alcuni brani, sempre dal giornale finanziario appena citato, di certo Gambarotta, che dà consigli a Bernabé; il giornalista afferma di stimarlo al di sopra di tanti altri manager, con sviolinate che mi sembrano un po’ eccessive. Egli si “permette sommessamente e spassionatamente” di consigliarlo di “lasciar perdere” e di non infilarsi “in una simile impresa folle….perché Telecom non sarà più un’azienda, ma un centro di potere politico e di affari. E neppure un manager di eccellenza potrà cambiare questa realtà”. Il giornalista ripercorre poi, in sintesi, le vicende Telecom di questi ultimi anni fino all’attuale composizione azionaria di Telco (proprietaria di Telecom): 42% alla spagnola Telefonica, 28% alle Generali, 10% l’una a Mediobanca e Intesa-San Paolo, 8% a Benetton (ricordo, a questo punto io, che quest’ultimo è stato “ammorbidito” dal governo con tutta la sfibrante vicenda della fusione della sua Autostrade con la spagnola Abertis, cui è stato dato semaforo verde, da Di Pietro, dopo lunghissimo penare).

La maggioranza, dunque, spetta agli azionisti “italiani” (con Benetton, lo ripeto, reso alleato degli “amici” del governo: leggi Intesa). Gambarotta rileva però che “si sono subito formate due parrocchie in competizione fra loro con rispettivi santi protettori. La prima è capeggiata dal presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo, Giovanni Bazoli, con l’autorevole benedizione del Presidente del Consiglio Romano Prodi; l’altra ha invece il suo punto di riferimento nell’omologo di Bazoli in Mediobanca, Cesare Geronzi. Per quasi otto mesi da entrambe le parti è stato un continuo proporre e bocciare candidati con l’azienda che stava a guardare i due litiganti, costretta ad occuparsi solo dell’ordinaria amministrazione perché priva di un management nella pienezza dei suoi poteri” (chi è stato “torturato” dalla Telecom, come me, sa che tale pienezza di poteri, per la verità, ormai mancava da anni; tale azienda è un “casino” indescrivibile!).

L’articolo continua: “grazie anche alla tenuta in sella di Prodi, alla fine la soluzione Bernabé caldeggiata da Intesa quasi certamente prevarrà…..Si tratta di un manager di prim’ordine con un curriculum che pochi possono vantare [circa i meriti e la carriera del manager si veda Cirino Pomicino. Io ricordo bene l’epoca di “mani pulite”, quando costui era vicepresidente di Eni con presidente Cagliari; quest’ultimo si suicidò (con il sacchetto di plastica sulla testa) e il vice, che collaborò con i magistrati, ascese al “soglio”. Niente di male in questo (salvo una imprevista morte in mezzo), solo che la faccenda sapeva di abile capacità manovriera più che aziendale; naturalmente faccio il finto tonto, seguendo i mentitori che ci raccontano fregnacce sulle aziende quali “regno dell’efficienza” e della competitività nel “mercato globale”, e altre menate varie]…..Poi, dopo un’esperienza imprenditoriale in proprio, è diventato vicepresidente della Rothschild, una delle più note banche d’affari del mondo [ne dirigeva la sezione europea, come Draghi quando era alla Goldman Sachs. Sempre in Cirino Pomicino, si vedano gli accenni alle pressioni di ambienti internazionali; vogliamo essere precisi e dire chiaramente americani?]. Eppure neanche un manager con una simile esperienza sarà in grado di gestire Telecom come un’azienda normale……Il copione messo in scena per le nomine, si ripeterà per ogni scelta importante, per ogni decisione strategica. Ognuno degli azionisti vorrà imporre la sua soluzione e cercherà sponde politiche per farla prevalere….ecc. ecc.”

 

Mi sembra sufficiente; c’è molto materiale su cui il lettore può meditare. I commenti, ad un successivo inserimento, perché questo è già troppo corposo. Dico solo che chi prenderà atto, e solo un minorato potrebbe non prenderne atto, di quanto sopra riportato non può più sostenere in buona fede che Berlusconi è il nemico principale, non può affermare che il governo di queste coperte e torbide manovre capitalistiche (subordinate a pressioni straniere) è il “meno peggio”. Chi continua sulla vecchia strada dell’opportunismo è a questo punto un complice di trame a dir poco banditesche (“chicaghesi”); niente più scuse, siamo di fronte a politici (e anche intellettuali) che sono autentici sicari e manovali delle operazioni poco pulite di centri finanziari-industriali (italiani con dietro quelli americani). Per quanto si sia anticapitalisti – e noi lo restiamo – sarebbe da dementi fare di tutta un’erba un fascio; ci sono capitalismi peggiori e l’italiano è il peggiore. La sinistra italiana – rinnovando i “fasti” di tutte le “migliori” sinistre di ogni tempo e luogo – è al servizio di questo peggiore!

Intervista a Pomicinointervista_cirino_pomicino_21_nov.

 

 

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 06:55 | link | commenti
categorie: centro-sinistra, centro-destra, geronimo, grande finanza
giovedì, 08 novembre 2007

L'ONDA D'URTO DELLE GENERALI

G. La Grassa

Caldeggio apertamente l’integrale pubblicazione dell’articolo di Geronimo (Cirino Pomicino) sul Giornale di oggi (ieri, ndr). Dice esattamente quanto questo blog va sostenendo da quando è nato; e lui ha certo informazioni molto migliori, e di prima mano, delle nostre. D’altra parte, noi non abbiamo affatto la stessa visione ideologica e politica dell’autore del pezzo in questione; ma risulta anche evidente, per chi “sa leggere e scrivere”, che quest’ultimo non ha la stessa visione politica (e nemmeno ideologica) di coloro da cui, e per cui, viene stampato il giornale che ospita i suoi scritti.

Sempre più vicina è ormai la dissoluzione della cosiddetta Cdl, nel mentre l’intera lotta politica si sposterà all’interno del centrosinistra; anche i suoi “ispiratori” (in realtà “padroni”) – quelli che indico come GFeID (con annesso “Trio infernale” e il “piccolo establishment” raccolto nel patto di sindacato della Rcs) – sono ora divisi, per la prossima carica presidenziale in Confindustria, tra Marcegaglia e Bombassei, entrambi con “l’occhio a sinistra” (cioè, più precisamente: al centro dominante ma con “apertura a sinistra”). Perfino “i veneti” (anzi perfino “i vicentini”) sono disposti al compromesso con questi candidati (dietro cui sta l’attuale vertice di Confindustria) pur di ottenere una vicepresidenza (ad es. Calearo, per fare un nome “a caso”) e di contare un po’.

Seguiremo come sempre queste “battaglie tra giganti” (degli autentici nanetti che ci porteranno sempre più in panne), nel mentre continuerà la stagnazione economica del paese e la marcescenza e sfaldamento del suo tessuto sociale. Intanto, godiamoci questo preciso articolo.

glg

 PS Mi permetto una piccola aggiunta. E' stato annunciato che Goldman Sachs (americana) e Nomura (giapponese) affiancheranno Intesa (la banca degli "amici" di Prodi) nel dare una mano ad AirOne (per la precisione: alla AP holding, il gruppo finanziario di Carlo Toto, cui fa capo tale compagnia aerea) allo scopo di mettere le mani sull'Alitalia. La Goldman ha un giro d'affari (tra il proprio e quello dei propri clienti) pari a circa la metà del Pil italiano, possiede alcune decine di hedge fund (quelli a forte rischio) e da lei, com'è ben noto, proviene il nostro attuale Governatore della Banca d'Italia (che ha compiti di controllo sul sistema bancario italiano e dunque sulle regole che dovrebbero "ordinare" l'attività delle nostre banche; sic!). Non faccio commenti; anche questo è un modo per sondare l'intelligenza e l'attenzione dei nostri lettori. 

articolo di Geronimo - mercoledì 07 novembre 2007, (Fonte Il Giornale)

Mentre la politica è in rissa nei palazzi delle istituzioni la guerra tra cartelli economici e finanziari sta raggiungendo picchi elevatissimi. Lo scontro, tanto per semplificare, è tra Mediobanca-Unicredito da un lato e Banca Intesa-S. Paolo dall'altro. I campi di battaglia sono molteplici ma due svettano su tutti, il controllo delle Generali e il riassetto manageriale di Telecom previsto per domani.
Le Assicurazioni Generali sono da sempre un terreno minato, sul quale si sono consumati accordi, vendette e ricchezze sproporzionate. Dall'epoca liberale prefascista al famigerato ventennio, dagli albori della Repubblica sino ai giorni nostri, con un lungo silenzioso intervallo coinciso con l'egemonia di Enrico Cuccia su larga parte del capitalismo italiano. Le Generali sono un colosso finanziario che capitalizza in borsa 46 miliardi di euro che nei primi nove mesi dell'anno ha registrato utili per 2,3 miliardi con un incremento del 21% rispetto all'anno precedente. Ebbene un colosso di questa portata viene improvvisamente «terremotato» da una lettera scritta da un fondo di investimenti, Algebris, guidato da un giovane di belle speranze il dr. Davide Serra, che con il suo facile e fluido periodare ci ricorda esperienze antiche spesso conclusesi poi tragicamente. La lettera di Algebris al vertice delle Generali altro non contiene che cose sapute e risapute dal mercato. Alti stipendi del management, margini di gestione minimi rispetto a quelli dei maggiori competitor europei del leone di Trieste, dubbi sull'economicità di alcune diversificazioni, essenzialmente Telecom e RCS-Corriere della Sera. Come si vede nulla di nuovo sotto il sole.
Eppure la lettera di Algebris ha scatenato allarme e forti movimenti del titolo sul quale la Consob dovrebbe subito accendere un faro. Ma chi sono Algebris e il suo animatore, quel Davide Serra, giovane bocconiano dalla facile parola? Forse un importante azionista delle Generali? Niente affatto perché hanno solo lo 0,3% di azioni con un investimento di poco superiore ai 150 milioni di euro. Forse è un fondo capace di mobilitare ingenti risorse e quindi essere un futuro protagonista nel riassetto delle Generali? Neanche per sogno. Ed allora chi sono e per chi agiscono se mai agiscono per conto terzi? Per capire qualcosa di più lasciamo questa domanda senza risposta e trasferiamoci sull'altro campo di battaglia, quello del riassetto manageriale di Telecom. L'incomprensibile cacciata di Tronchetti Provera, perché di questo si è trattato, ha dato il via a quello scontro tra Madiobanca-Unicredito e Banca Intesa di cui si è detto. Mediobanca sostiene la coppia Galateri-Dal Pino mentre Banca Intesa ripropone Franco Bernabè. Al di là del fatto incontrovertibile che Dal Pino capisce di telefonia mentre l'altro no, è davvero sconvolgente che riciccia il vecchio Bernabè. Al di là delle persone e della loro credibilità resta, dunque, lo scontro furibondo tra Geronzi, Profumo e Bazoli per la gestione di Telecom. In questa partita, Generali è un protagonista di tutto rispetto perché ha il 28% della società Telco che è il nuovo azionista di riferimento della Telecom insieme a Mediobanca, Banca Intesa e Telefonica. L'onda d'urto sulle Generali, insomma, si trasferisce puntualmente su Telecom. Ed allora chi ha interesse a terremotare le Generali? Secondo la logica del «cui prodest» non v'è dubbio che il maggiore interesse lo avrebbe chi oggi non ha nelle mani il governo delle Generali e cioè Banca Intesa-S. Paolo visto che Mediobanca e i suoi alleati ne hanno saldamente il controllo. Ma le due partite si intrecciano perché se Mediobanca-Unicredito vincesse in entrambi i casi il controllo sull'economia italiana sarebbe soffocante così come lo sarebbe se a vincere in entrambi i casi fosse Bazoli e la sua Banca Intesa. Ed allora è poco importante sapere chi c'è dietro l'iniziativa del fondo Algebris perché comunque ciò che è accaduto in questi giorni e ciò che accade da un anno a questa parte testimonia solo una lotta di potere portata avanti con poca trasparenza, molti quattrini e che poco ha a che fare con gli interessi del Paese. Nel parlottare ovattato dei grandi organi di informazione e nella assenza colpevole della politica e del Parlamento.

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lunedì, 05 novembre 2007

IL GOVERNO DELLE ÉLITE di G.P.

 

Ci voleva l’elezione del sindaco di Roma Uolter Veltroni alla carica di segretario del Partito Democratico, perchè gli uomini di centro-sinistra ricominciassero ad affidare alla retorica del “nuovismo” avanzante le sorti di un paese che, invece, sprofonda nel baratro politico-economico a causa dell’insipienza della sua classe dirigente. E’ così l’attuale imputridimento delle basi materiali e sociali dell’Italia è divenuto tutto un problema di rinnovamento: rinnovamento della politica, rinnovamento dei partiti, rinnovamento dello Stato e via discettando, con il frasario vacuo di questi pericolosi dilettanti politici che non finalizzano un bel nulla ma continuano ad ammorbarci l’aria con “sciccherie” inutili quanto la loro esistenza. Figuriamoci se uno come Veltroni, buonista nella sua facciata pubblica (quella della manifestazioni di affetto verso l’Africa, le serate cinefili e le notti bianche romane) ma molto meno in quella oscura degli interessi privati dai quali si fa sorreggere, possa incarnare il fantomatico cambiamento. Veltroni è figlio legittimo di quella classe politica piccìista che ha tentato l’assalto al cielo dopo la caduta del precedente sistema di potere democristiano, seppellito da un’operazione giudiziaria che ha avuto un regista “allogeno” (la longa manus d’oltreatlantico) e tanti comprimari autoctoni (gli ex-pci appunto, i quali nel cambio di situazione internazionale, con la fine della guerra fredda, hanno ottenuto lo sdoganamento e l’assunzione al ruolo di potenziali gestori della vita istituzionale del paese, da parte statunitense). E c’è da dire che solo un’astuzia della storia (incarnata nella figura di un personaggio un po’ ridicolo come Berlusconi) ha potuto impedire al progetto piccìista di giungere a compimento, almeno nella sua formula originaria. Rebus sic stantibus, le lacrime di Occhetto alla bolognina trovano una giustificazione solo ex-post, essendo passate, ben presto, dal falso cordoglio per la dipartita del più grande partito comunista d’occidente al pianto amaro per la mancata incoronazione elettorale del ’94.

Già questo basterebbe a screditare i falsi moralizzatori del nuovismo che invecchia solo a pronunciarlo, quelli che hanno accettato di commettere le peggiori nefandezze (chi meglio di D’Alema avrebbe potuto autorizzare una guerra infame contro la Yugoslavia, nel ’99, senza attirare su di sè le ire del pacifismo sinistroide e per di più, avvolgendo un atto criminale che non aveva giustificazione nel peggiore linguaggio imperiale? la c.d.“difesa integrata”) per il loro personale tornaconto.

Adesso che la politica italiana è completamente bloccata, incatenata agli interessi dei dominanti finanziario-industriali in guerra tra loro per spartirsi le risorse nazionali, l’uomo nuovo, guarda caso, nasce direttamente dal ventre dell’apparato politico che questo sfacelo ha contribuito a determinare ed aggravare. Scommettiamo che tra qualche mese Veltroni verrà fuori dicendo che lui, oltre a non essere mai stato comunista, non è nemmeno mai stato un diessino convinto, perché il suo cuore già batteva per il modello americano mentre la sua anima pia era in attesa di ascendere, prima di qualunque altra, al nascente PD che rinnoverà tutti quanti.

Forse qualcuno storcerà il naso per le nostre citazioni dagli editoriali di Geronimo, ma non venitemi a dire che questi non hanno nulla a che vedere con la realtà. Quella che segue e che riportiamo (condivisa dallo stesso Gianfranco La Grassa, il quale mi ha consigliato di riprendere l’articolo nelle sue parti più significative) è una delle epitomi più lucide di ciò che accade in Italia in questa fase: 

“Il termine «nuovo» dunque sembra essere solo una parola che nasconde però una tentazione antica quanto il mondo, e cioè il governo delle «élite». Quelle economico-finanziarie e quelle burocratiche, quelle sindacali e quelle confindustriali, quelle dei poteri costituiti (magistratura, forze di polizia etc.) e quelle dei grandi organi di informazione. Insomma quell'establishment che conta e che già nel '94, dopo aver attivato tangentopoli, tentò la scalata al potere con la gioiosa macchina da guerra di Occhetto ma fu battuta dall'arrivo di Silvio Berlusconi. Quelle forze hanno impiegato 15 anni per giungere al punto di oggi e cioè all'approdo non solo di una democrazia leaderistica ma ad un modello in cui il leader è figlio ubbidiente di alcuni centri di potere e dove i gruppi dirigenti vengono spazzati via dal rapporto diretto tra il leader di turno e la «gente». Ma dove si discuterà di politica? In una assemblea numerosa, naturalmente, come quella della costituente democratica chiusa poi con alcuni «editti» organizzativi di Walter Veltroni, il nuovo traghettatore verso un sistema politico autoritario. E quando e dove si selezioneranno idee e energie se i luoghi della politica saranno sempre e solo le piazze e i palazzetti dello sport o altri contenitori simili? Non ci sarà più selezione ma solo cooptazione contrabbandata mediaticamente come il governo dei migliori. Più che il rapporto con il territorio e con i tanti segmenti organizzati della società civile, varranno le frequentazioni dei salotti buoni, delle banche d'affari o i crocevia dove si incontrano in un abbraccio mortale denaro, potere e informazione. Non ci sarà mai più qualcuno che si affaccerà dal balcone di Palazzo Venezia ma la velenosa cultura di Piazza Venezia assumerà altre forme più sofisticate ma altrettanto soffocanti. Neanche Silvio Berlusconi, pure accusato di aver introdotto il modello del partito personale (e nel '94 non poteva essere altrimenti) è mai giunto a teorizzare la cancellazione degli iscritti e l'appello giornaliero al popolo. Questa deriva peronista che sta emergendo nel Partito democratico c'entra molto poco anche con la cultura politica degli Usa dove vige una «democrazia lobbista» che nel suo intreccio finisce paradossalmente per garantire nella società un equilibrio democratico(…) Di qui, dunque, il rischio democratico che quel «panel» di opinionisti e dirigenti politici già sconfitti dalla storia stanno di nuovo facendo correre all'intero Paese. Alla lunga saranno sconfitti ma produrranno altre macerie nel silenzio complice di una cultura stanca e spesso conformista”.

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categorie: veltroni, pd , geronimo, grande finanza
martedì, 30 ottobre 2007

TEMPI FOSCHI ALL’ORIZZONTE di G.P.

La faccia di bronzo di Montezemolo è davvero impareggiabile. Dopo aver favorito l’attuale governo Prodi affidando alla stampa da lui controllata, insieme agli altri manigoldi del piccolo establishment italiano riunito nel gruppo editoriale RCS, un diktat (proferito dall’ex lottacontinuista Paolo Mieli, passato armi e bagagli con i “borghesi” che avevano solo “pochi” mesi) per portare la coalizione di centro-sinistra al governo del paese,  adesso scudiscia il governo fingendo di essere tra i danneggiati dalla sua politica economica. E’ ovvio che lo schioccare della frusta serve solo a smuovere l’aria perchè questa compagine politica ha sempre agito secondo un’agenda scritta dal capoccione Fiat e dai gruppi bancari che sostengono l’ex uomo-IRI, ora seduto a palazzo Chigi. E’ sconfortante vedere che in questa nefasta alleanza politica-finanza-confindustria-apparati sindacali anche i comunisti hanno fatto la loro parte, reggendo il moccolo ai poteri forti per smanie di protagonismo istituzionale e per un tatticismo stupido e perdente su tutta la linea. Oggi che il malcontento degli italiani sembra essere giunto ad un limite di sopportazione non più valicabile, Montezemolo tenta di “stralciare” la sua posizione dai suoi sodali politici, rimbrottando sul malgoverno e su 15 anni (periodo che inizia con tangentopoli e arriva sino all’attuale pantano) di assenza della politica con la P maiuscola dalle grandi esigenze del paese. Ma lui dov’era durante questo periodo? La “verginella” sta forse dimenticando che ha sempre bussato alle porte di tutti per ottenere aiuti e salvare un’azienda bella che fallita? L’unico che non ha ceduto alle sue pressioni è stato Berlusconi e questo è costato caro al “cavaliere nero”, in termini di sostegno da parte di quei poteri forti che si sono invece orientati verso la più malleabile coalizione a lui avversa. Siamo giunti al punto che dobbiamo sperare la vittoria elettorale di Berlusconi alle prossime votazioni, non per disincagliarci l’attuale mortagora, ma per veder andare definitivamente in frantumi questo gioco delle parti che sta divorando letteralmente le ultime energie sane del nostro sistema-paese.

Ormai Prodi è completamente cotto, la maggioranza si è sfagliata è già si profila all’orizzonte una soluzione di transizione con i soliti volti “super partes” a fare da traghettatori verso un buio che più pesto non si può. Ma basterà al piccolo establishment indicare i vari Draghi o Monti per salvare il salvabile? Basterà l’idea del grande inciucio per tirare a campare qualche altro anno?

Persino un reazionario come Geronimo, per motivi opposti ai nostri, lancia l’allarme, in maniera inequivocabile,  sulla situazione politica dalle pagine de Il Giornale di ieri: “In questo scenario di destabilizzazione la bassa crescita, la grande speculazione finanziaria e l’incapacità del governo stanno trasformando socialmente il Paese, lasciando crescere una minoranza di ricchi sempre più ricchi, cui appartiene per censo Montezemolo, e una maggioranza sempre più grande di nuove e terribili povertà. E il big-bang del sistema si avvicina sempre più”.

Di fronte a cotanta matassa istituzionale, politica ed economica qualcuno dovrebbe dire finalmente basta, ma su chi dobbiamo contare? Forse su Rc che stretta dal suo bieco politicismo sembra più preoccupata della propria misera sopravvivenza parlamentare ed elettorale (ecco a che servirà la “cosa grigia” da mettere in piedi insieme a Mussi, ai Verdi allo SDI e al Pdci) che dei destini dell’Italia? Dove sono finiti quei comunisti che si preoccupavano dell’interesse generale anche a costo di rimetterci qualcosa in termini di “purezza ideologica”? Almeno, quest’ultimi avevano a cuore lo sviluppo del paese, certo non si può dire che fossero dei rivoluzionari, ma non erano nemmeno lontanamente paragonabili agli attuali “ominicchi” che stanno divorando la credibilità di una luminosa tradizione per il loro misero tornaconto.

Come ha già detto La Grassa in un precedente articolo, il discorso del senatore Giannini in parlamento (sul servizio spazzatura contro la rivoluzione bolscevica andato in onda al tg2) per un attimo ci ha riportato alle passioni e agli ideali di un tempo. Chi ha confezionato quella trasmissione meriterebbe tanti calci nel sedere per il solo fatto di aver voluto riscrivere una pagina gloriosa della storia dell’umanità sulla carta igienica del revisionismo più gretto, approfittando del clima culturale putrido e speculare all’attuale fase politica. Allora, quanto ancora occorrerà aspettare per vedere uno scatto d’orgoglio da parte dei comunisti? Alla presa di posizione accalorata del senatore Gianni  devono seguire i fatti. Vivacchiare alle spalle di questo governo è un tradimento imperdonabile per chi si dice comunista e dalla parte dei più deboli, ma continua a rendersi complice di un sistema di malaffare che va a solo vantaggio di una classe dominante parassitaria e decotta.

Se i comunisti vogliono continuare ad avere ancora un po’ di credito presso i dominati devono rialzare la testa, devono rinunciare alle proprie sinecure parlamentari e far cadere immediatamente questo governo di potentati sanguisughe. Se non lo faranno saranno irrimediabilmente spazzati via dalla nostra storia nazionale, così com’è già accaduto per i partiti comunisti di altri paesi europei. 

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categorie: mieli, geronimo, grande finanza, industria decotta
giovedì, 20 settembre 2007

INFARTO AL SISTEMA di G.P.

Purtroppo ieri non ho seguito la puntata di Ballarò ma ho appreso dall’articolo di Geronimo, pubblicato sul Giornale di oggi, che il banditore dei poteri forti, l’inverecondo Paolo Mieli, si è lasciato andare a dichiarazioni che hanno confermato la natura “golpistica” di Mani pulite, rafforzando quello che noi sosteniamo da tempo. Secondo quanto riportato da Geronimo: “Il direttore del Corrierone dopo alcune valutazioni coraggiose («senza professionisti della politica e con i populisti la democrazia muore») si è lasciato andare e ha detto che delle due l'una o i partiti si danno una mossa o bisogna creare un infarto dell'attuale classe dirigente come avvenne nel 1992 [sottolineatura mia]. Noi già lo sapevamo ma mai avremmo immaginato una così chiara pubblica confessione di Paolo Mieli sul ruolo suo e del Corrierone nella vicenda di tangentopoli allorquando il diffuso costume di non dichiarare i contributi elettorali venne trasformato in corruzione, concussione e reati di ogni tipo per distruggere i partiti di governo e portare alla guida del Paese quei comunisti che crollavano in tutta Europa”. Soprattutto, sembra approssimarsi l’opzione per cui, qualora le cose non dovessero andare come auspicato da certi poteri economico-finanziari, sarebbe utile rimettere in discussione gli attuali equilibri politici a colpi di “mannaia giudiziaria”(molto meno credibile, almeno nelle forme già manifestatesi con la stagione di tangentopoli) o, comunque, causando un nuovo infarto al sistema politico. Del resto, le velate “minacce” apparse sul Corriere, a più riprese, non lascerebbero adito a dubbi. Sempre secondo Geronimo "il Corriere dei finanzieri e dei banchieri è alle spalle della piazza e delle sue minoranze attive. Non lo diciamo noi ma gli stessi protagonisti. Mentre un principe del pensiero liberale come Angelo Panebianco ha sollecitato nelle scorse settimane una «delegittimazione preventiva» dell'attuale classe politica italiana (guarda caso dopo qualche giorno sono arrivati i comizi di Beppe Grillo) Paolo Mieli ci va giù pesante e dice che forse è utile «provocare un altro infarto come quello di 15 anni fa". E perché c’è la necessità di provocare un colpo apoplettico all’attuale assetto politico? Forse, avanziamo noi, perché il centro-sinistra, con le sue contraddizioni e con le sue lotte intestine non è in grado di portare a compimento i desiderata della GF e ID (Grande Finanza e Industria Decotta). Tanto meno potrebbe farlo Berlusconi che viene visto ancora come un “invasore” da parte di questi centri di potere. Peraltro, sarebbe impossibile nella situazione attuale approdare ad un Grande Centro senza rimuovere le sedimentazioni politiche che rendono “dissimili”, agli occhi della pubblica opinione, i due schieramenti di centro-destra e centro-sinistra. Ma se il quadro complessivo fosse palingeneticamente stravolto anche alcuni “tradimenti” sarebbero più facilmente tollerati dal “popolo”. Insomma, nell’eventualità di un terremoto politico, la sovrapposizione e la saldatura tra le placche centriste s’inserirebbe in nuove coordinate che, sanzionando il definitivo superamento di questo bipolarismo, garantirebbero l’approdo al fantomatico “Centro di Gravità Permanente” con definitiva esclusione degli elementi partitici non completamente riducibili ai progetti della GF e ID. 

postato da: RIPENSAREMARX alle ore 14:27 | link | commenti (1)
categorie: mieli, geronimo, grande finanza, industria decotta
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